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I primi tormentoni sul governo Monti

Tutti precisano che, per carità, bisognerebbe aspettare prima di parlare. Prima di manifestare eccessivi entusiasmi («Finalmente un governo competente, un governo che ci porti fuori dalla crisi!») o timori («È un governo di banchieri, saremo controllati dalla finanza internazionale!»).

Eppure tutti parlano, eccome. Era passato solo qualche minuto dalla comunicazione ufficiale di Mario Monti, e già nei vari speciali televisivi e su internet fioccavano i commenti e le polemiche fra entusiasti (la maggioranza) e denigratori (che comunque ci sono).

Governo Monti

E allora propongo un gioco: teniamo traccia di tutto ciò che si sta dicendo in queste ore, a caldo, per confrontarlo con quanto si dirà fra qualche mese, quando avremo osservato il governo Monti «alla prova» di qualche fatto. Così vediamo la differenza. Non è difficile, perché è un governo «che deve fare in fretta», come dicono tutti; dunque la tendenza a dimenticare sarà controbilanciata dalla rapidità con cui si succederanno gli avvenimenti. Non dovrebbe essere toppo difficile, insomma, ricordarsi somiglianze e differenze.

Faccio una prima lista delle cose che si sono dette ieri (in televisione, su internet, al bar) e stamattina presto (sui quotidiani).

È un governo di «professori» (La Repubblica), no peggio, di «secchioni» (Libero). No, dobbiamo essere ancora più precisi, diceva ieri sera Lerner durante lo speciale dell’Infedele: è il «governo della Bocconi», della cultura Bocconi e di tutto ciò che rappresenta. E ne parlava con qualche docente Bocconi, appunto, e una manciata di studenti Bocconi. Niente di nuovo, per Lerner, che ospita spesso sia docenti sia studenti Bocconi e in qualche modo ieri ci stava dimostrando di aver sempre visto giusto, ospitando chi conta davvero (docenti) o chi conterà (studenti).

Al che si è subito osservata una curiosa convergenza: quella fra le proteste degli studenti (non bocconiani) che in questi giorni scendono in piazza con parole d’ordine come «diritto allo studio» e «difesa dell’università pubblica» – come accade da decenni in autunno – e ciò che del nuovo governo dicono personaggi come Ferrara, Sallusti, Belpietro, Santanché, Feltri, che fino a un mese fa sostenevano Berlusconi e ora paiono collocarsi molto più a destra di lui nel parlare di «nuovi padroni» e di «trappola dei banchieri» (Il Giornale).

Ma possiamo anche pensare che abbiano virato d’improvviso a sinistra, visto che i loro slogan coincidono non solo con quelli degli studenti, ma con quelli del Manifesto, che oggi titola «I banchieri di Dio», del Fatto quotidiano, che titola «Dio, banche e famiglia» (per sottolineare la matrice sia finanziaria sia cattolica del nuovo governo), e di Liberazione, che titola «Intesa di governo» e ci aggiunge il marchio di Banca Intesa (da cui viene Corrado Passera).

Poi naturalmente c’è il tormentone generazionale. Poiché in questo periodo va di moda simulare attenzione ai giovani, ecco che tutti si infiammano sull’età media dei ministri. In proposito ho letto su Facebook conversazioni raccapriccianti. Uno status come «Per fare il governo tecnico hanno svuotato le case di riposo» ha scatenato, per esempio, quasi un centinaio di commenti in pochi minuti: per dire che sì («Scandalo! ci governano i vecchi come mio padre, ma se gli dici che è vecchio a 57 anni ti prende a randellate») o per dire che no («L’età non conta, l’importante è la competenza»). E qui siamo ancora nell’ambito di una conversazione civile, ma altrove si leggono nefandezze come «Dovrebbero ammazzarli tutti dopo i 50 anni», che ve le raccomando.

Per fortuna Monti ha schivato il tormentone sulle donne: ne ha messe solo tre su 16 ministri (sono il 18,75%, meno di quelle del governo Berlusconi e della media di donne in parlamento), ma occupano «posti chiave», come dice Repubblica. Poiché sul fatto che conti la qualità e non la quantità sono tutti d’accordo, per il momento le polemiche paiono chetate. L’Unità ha addirittura messo le foto delle tre ministre in prima pagina, col titolo «Si cambia aria».

Dimentico qualcosa? Ogni integrazione della primissima lista di tormentoni è benvenuta.

Ma la domanda fondamentale è: quanto e come cambieranno questi tormentoni nei prossimi mesi? Il che dal mio punto di vista equivale a chiedersi: quanto inciderà la primissima immagine di questo governo con quella che si costruirà (anche) in base a ciò che farà in concreto? E quanto, viceversa, l’azione concreta si tradurrà in un cambiamento d’immagine?

Verona, immigrati e stereotipi

Da una ricerca condotta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e dalla Bocconi fra settembre e novembre 2009 in otto città italiane (Alessandria, Bologna, Brescia, Lucca, Milano, Prato, Rimini e Verona), emerge che a Verona gli immigrati regolari, quasi 26 mila su 265 mila residenti, si sentono meno discriminati che nelle altre città esaminate, mentre si sentono più a disagio i clandestini, la cui percentuale massima (11%) è inferiore alla media nazionale (14%) e più bassa di altre città del nord Italia con forte presenza di immigrati.

I risultati dell’indagine, basata sulla distribuzione di 1037 questionari anonimi, sono stati presentati a Verona il 29 aprile dal sindaco Flavio Tosi e da Tito Boeri, docente della Bocconi e direttore della Fondazione Debenedetti. Dalla ricerca emerge inoltre che:

  1. a Verona gli immigrati regolari si sentono meno discriminati (16,9%) che nel resto d’Italia (20,3%);
  2. gli immigrati irregolari si sentono più discriminati a Verona (42,9%) che nel resto d’Italia (27,8%);
  3. la città è in grado di attrarre immigrati mediamente più istruiti;
  4. molti immigrati clandestini che hanno avuto problemi con la legge li avevano già prima di arrivare in Italia;
  5. i bambini immigrati sono ben accolti nelle scuole comunali dell’infanzia.

La sintesi della ricerca, che ho tratto da una notizia sul Gazzettino e da un’Ansa, mi è stata segnalata dal collega Fabrizio Bercelli, il quale ha aggiunto un commento che – essendo io siciliana di nascita ma avendo vissuto per anni a Verona – rispecchia anche la mia esperienza diretta. Lo riporto qui sotto, perché mi pare un interessante spunto di riflessione per tutti:

«Perché segnalo questa notizia? Sono veronese d’origine e, conoscendo abbastanza bene i veronesi, trovavo inverosimili le accuse di diffusa ostilità agli immigrati rivolte loro un po’ dappertutto: Verona simbolo del razzismo leghista, e il sindaco Tosi suo emblema vivente.

Poi mi capita di avere, dall’anno scorso, per ragioni d’affari, intensi rapporti con vari immigrati regolari in un paese della bassa veronese (Vigasio), e un’esperienza diretta dei loro rapporti quotidiani con la gente del posto.

Ne ho ricavato l’impressione di un’accoglienza estremamente rispettosa e perfino affettuosa da parte di vicini di casa, coinquilini, amministratori di condominio, negozianti, datori di lavoro, colleghi, nonché impiegati e funzionari del comune – gente che per lo più vota Lega, alcuni leghisti militanti.

Molta freddezza, invece, verso i clandestini, e nessuna indulgenza con i pochi immigrati anche regolari che violano regole fondamentali per (molti di) noi. Ad esempio (esempi reali), un marito arabo che maltratta la moglie in casa, un gruppo di maschi indiani conviventi che regolarmente buttano la spazzatura dal balcone, altri che sistematicamente non pagano l’affitto e vandalizzano il condominio in cui abitano. Comportamenti di questo genere non godono di nessuna tolleranza e suscitano dure proteste e sanzioni. Ma gli immigrati “che i fa pulito” (che si comportano bene) sono festeggiati e quasi coccolati – questa la mia personale impressione.

La mia ipotesi, prima di avere notizia dei risultati di questa ricerca, era che il modello veronese di accoglienza “a due facce” fosse eccellente, oltre che assai poco razzista. Un’ipotesi, certo, basata su esperienze limitate e su una certa conoscenza della cultura locale, niente di più.

Ora i risultati di questa ricerca suggeriscono che questa ipotesi (ovviamente non solo mia) sia meno assurda di come la qualificavano i miei amici emiliani “di sinistra” quando osavo dirla, venendo trattato da provocatore.

Se Verona e Nord-Est razzisti, oltre che leghisti, sono falsi stereotipi, alimentati da giornalisti inetti e politici interessati, di quanti altri stereotipi simili siamo vittime o complici?»

Una ricerca della Bocconi

Trovo sul blog di Marco Valenti la notizia Apcom di questa ricerca, presentata il 27 giugno scorso alla Bocconi:

A oltre vent’anni dalla diagnosi del primo caso di Aids nel nostro Paese il profilattico fa ancora paura. E’ infatti gradualmente scomparso dalle campagne pubblicitarie per prevenire l’Aids realizzate in Italia negli ultimi anni e che risultano poco coraggiose, dai toni eccessivamente “soffici” e per nulla efficaci. A dare questo giudizio negativo è l’università Bocconi, che ha presentato oggi una ricerca condotta da Emilio Tanzi e Isabella Soscia della Sda sugli 85 messaggi pubblicitari per la stampa e le affissioni volute dal 1987 al 2007 da Ministero della Salute, Lila e Pubblicità Progresso.

Quello che emerge è un panorama sconfortante: solo nel 29% dei messaggi analizzati compare il termine “profilattico”. Una lacuna che, come rilevano gli esperti, è gravissima se consideriamo la sempre maggior incidenza della trasmissione per via sessuale del virus (si è passati dal 7% del 1985 al 57,8% del 2004).

Ed è proprio la Bocconi a segnalare una svolta “reazionaria” registrata nelle pubblicità anti-Aids negli ultimi anni. Se nel periodo 1987-1991 i messaggi erano più audaci (il termine profilattico compariva nel 44% delle campagne e il riferimento agli atti sessuali nel 55% dei casi), nel quadriennio 2003-2007 la paura ha avuto la meglio (il preservativo appare solo nel 7% dei messaggi, gli atti sessuali compaiono solo nel 20%).

Una timidezza che, secondo Tanzi e Soscia, si rivela fatale per quello che è il principale obiettivo di queste campagne: cambiare i comportamenti individuali. “Servirebbero messaggi univoci e più impattanti”, segnala Soscia, che evidenzia anche come all’estero si preferisca choccare il pubblico, mentre in Italia si punta su ironia, amore e, solo in pochi casi, sulla paura.

I messaggi pubblicitari anti Aids in Italia sono anche poco concreti: solo il 44% fornisce indicazioni sui servizi aiquali rivolgersi. Inoltre, non tengono conto di un dato allarmante fornito dall’Istituto superiore si Sanità: si stima che un quarto della popolazione italiana infetta non sappia di aver contratto l’Hiv. Ma gli ideatori delle campagne sembrano ignorare questo dato: solo il 30% dei messaggi fa riferimento al test per verificare la propria condizione.

Abbiamo più volte commentato su questo blog le fallacie di molte campagne sociali in Italia. Non siamo gli unici a lamentarcene.