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Andare a chiedere alla prof con mamma e papà. A vent’anni e passa

Locandina del film Tanguy

Una volta non succedeva quasi mai, salvo casi davvero strambi, ma negli ultimi anni mi capita con una frequenza tale che ho deciso di parlarne. Non saprei dire se è un ‘fenomeno’, ma una cosa è certa: lo studente e la studentessa che vengono a trovarmi in università, o vanno in segreteria, facendosi accompagnare da mamma o papà non sono più un’eccezione sconvolgente. Non sono ancora la norma, per fortuna, ma stanno in buona compagnia. Continua a leggere

Chi copia agli esami è scemo, furbo o va contro “il sistema”?

Esami

Nel gruppo Facebook degli studenti bolognesi di Scienze della comunicazione si è acceso in questi giorni un dibattito molto partecipato (oltre 200 commenti), a partire da uno sfogo che gridava in maiuscolo:

«ADESSO BASTA!!!! SE C’E’ GENTE CHE HA LA FACCIA TOSTA DI DOMANDARE IN BACHECA SE SI RIESCE A COPIARE ALLORA IO HO TUTTO IL DIRITTO DI VERGOGNARMI DI FREQUENTARE SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE! GENTE CHE VENDE I PROPRI ORGANI INTERNI, CHI CHIEDE SEMPRE SE LA MATERIA E’ FACILE, CHI COMPRA APPUNTI. MI AVETE ROTTO I COGLIONI! ANDATE A ZAPPARE!!!!!!!!!» Continua a leggere

Report: ma l’università italiana non è solo parentopoli

Domenica 15 maggio è andata in onda una puntata di Report con un’inchiesta di Sabrina Giannini dal titolo «Concorso in reato».

L’inchiesta si è soffermata, fra l’altro, su alcuni concorsi universitari, mostrando lo scambio di favori che permette di far vincere alcuni parenti di presidi e rettori. Sabrina Giannini ha trattato soprattutto il caso dell’università “La Sapienza”, che vede tra i professori ordinari della facoltà di Medicina ben cinque parenti dell’attuale rettore Luigi Frati.

Pur stimando Milena Gabanelli (anche se ho apprezzato meno alcune inchieste degli ultimi mesi), no anzi, proprio perché la stimo, l’inchiesta mi ha delusa molto.

Difesa corporativa da parte di una docente universitaria? Niente affatto, e cerco di spiegare perché.

Benissimo che si affondi il coltello nei mali dell’università italiana. Meno bene, però, che si riducano questi mali, come sempre ultimamente i media fanno, alla cosiddetta parentopoli. Ancor meno bene che si citino sempre i soliti esempi: il caso “La Sapienza” è stato più volte già trattato.

La mancanza di meritocrazia, per esempio, non riguarda solo l’assunzione di figli e parenti, ma soprattutto la più generale scarsa inclinazione dei cosiddetti «baroni» a promuovere persone non allineate con il loro pensiero, ma comunque – e in alcuni casi proprio per questo – più originali, acute, innovative. Un tema troppo difficile per un’inchiesta giornalistica? Forse, però credevo che lo staff di Milena Gabanelli potesse farcela.

Il punto è che parlare di parentopoli è più facile non solo perché è più facile snidare i figli e le mogli – basta incrociare i database comunali con quelli universitari – ma perché conferma ciò che i telespettatori hanno già in testa e dunque ottiene più audience, commenti più favorevoli alla trasmissione (si gradisce sentirsi ripetere ciò che già si sa) e suscita ancor più facile scandalismo contro l’università italiana.

E allora subentrano, dal mio punto di vista, considerazioni simbolico-culturali. E forse anche etiche, perché mi domando: è giusto rinfocolare i soliti stereotipi contro l’università italiana in un momento in cui gli investimenti nel sistema educativo e nella ricerca nazionale sono ai minimi storici?

O non sarebbe più giusto controbilanciare questi stereotipi negativi con inchieste su tutti i bravissimi non solo ricercatori (che di questi ultimamente si è parlato), ma anche docenti e sì, finanche «baroni», che tutti i giorni fanno il loro dovere e lo fanno bene, nella ricerca come nella didattica, nell’amministrazione come nella cura degli studenti, con stipendi che sono in media la metà di quelli dei loro colleghi in Europa e negli Stati Uniti?

Perché questi bravissimi docenti e «baroni» ci sono, eccome. Se solo qualche giornalista si prendesse la briga di farli parlare.

(Vale la pena precisare, per chi non lo sapesse, che un ricercatore universitario viene assunto oggi, a un’età media di 38 anni e cioè dopo almeno 15 anni di studio e ricerca post-laurea, con uno stipendio netto di 1000 euro al mese più qualche spicciolo. E un professiore associato con 5 anni di anzianità, che in media ha circa 50 anni, prende poco più di 2000 euro netti al mese, lavorando, se fa bene il suo mestiere, dieci ore al giorno e spesso anche al weekend e nelle feste comandate.)

Lo stralcio della puntata di Report del 15 maggio in cui si parla di università:

Donne e università

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.

Poveri umanisti. E povere scuole

Ho appena finito di leggere L’università truccata di Roberto Perotti, la migliore diagnosi dei mali dell’università italiana che mi sia mai capitato di incontrare. (Devi devi devi, non dico leggerla, ma studiarla.)

Per quanto io condivida la pars destruens del libro (e per questo lo consiglio), alcune affermazioni della pars construens (cap 5, «Una proposta di riforma»), mi hanno fatta saltare sulla sedia. In generale, mi pare che Perotti ecceda nel voler applicare anche in Italia, senza mediazioni né adattamenti, il modello americano. Ma su questo per ora non mi soffermo.

Inoltre, qua e là Perotti tradisce una bassa considerazione delle discipline umanistiche che trovo inaccettabile, non tanto perché lavoro in questo campo e mi tocca difenderlo, ma perché mi pare più pregiudiziale che basata su dati o argomentazioni razionali.

Quando ad esempio sostiene – giustamente – che, in un sistema universitario che funzioni, gli atenei non sono affatto uguali, perché alcuni sono migliori in un settore, altri in un altro, alcuni nella didattica, altri nella ricerca, alcuni sono eccellenti in generale, altri scadenti da tutti i punti di vista (il che si dovrebbe riflettere in differenze di tasse universitarie e stipendi ai docenti, come da noi invece non accade), a un certo punto dice:

«Corsi di laurea diversi hanno costi diversi, e portano a carriere diverse, alcune molto remunerative altre meno. È dunque perfettamente efficiente ed equo che le rette per fisica, medicina o veterinaria (che costano molto) [per la presenza di laboratori, strumenti e attrezzature, n.d.r] o per legge o economia aziendale (che in media portano a carriere ben remunerate) siano più alte che le rette per la laurea in storia e filosofia, che costano relativamente poco [perché uno studente di filosofia ha bisogno di buone biblioteche e poco più, n.d.r.] e il cui sbocco professionale è tipicamente l’insegnamento in una scuola secondaria» (R. Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008, p. 99).

Questa frase deprezza in un sol colpo gli umanisti e le scuole secondarie. Il che non solo rispecchia, ma alimenta la svalutazione delle scuole di tutti gli ordini e gradi (dalle materne alle secondarie) che dagli anni Settanta si perpetua in Italia, innanzi tutto in termini di remunerazione e di conseguenza anche in termini di apprezzamento sociale del ruolo dell’insegnante.

Il che è particolarmente grave, in un libro che propone soluzioni per l’università italiana, perché questa non mi pare possa essere separata – senza peccare di astrattezza – dal sistema educativo che la precede. Né si possono aggirare i problemi dello specialismo, per cui si formano fisici semianalfabeti e medici che sanno trattare un menisco o un polmone, ma dimenticano le persone.

D’altra parte lo stesso Perotti, parlando del rapporto fra università e imprese, dice:

«È noto che le grandi banche di investimento spesso preferiscono assumere laureati in matematica o filosofia che dimostrano una mente curiosa e aperta, piuttosto che laureati in finanza che conoscono già tutto degli strumenti del mestiere ma non hanno interessi al di là di questo campo» (ibidem, p. 133).

E allora?