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Amministrative 2016: cosa comunicano manifesti troppo simili e vuoti

In 1371 comuni italiani si è aperta da alcuni giorni la campagna per le amministrative 2016, il che vuol dire, in soldoni, che anche le persone più distratte, quelle che seguono meno la politica o, peggio, che meno la sopportano, possono vedere per strada i faccioni dei candidati e delle candidate a sindaco. Affissioni: è qui che si esercita la pubblicità più invasiva, in tutti i campi, da quella commerciale a quella politica. È qui che si gioca, per un marchio come per un/a candidato/a, la possibilità di entrare nella testa delle persone senza troppe parole, sia in senso positivo Continua a leggere

10 considerazioni dopo il voto

IN ORDINE SPARSO:

1. Queste amministrative hanno mostrato per l’ennesima volta che si votano le persone, non i partiti né gli schieramenti. Per gli analisti non c’era certo bisogno di un’ulteriore conferma del fatto che la personalizzazione della politica è ormai cosa assodata, ma vale la pena ribadirlo a fronte di un Pd che continua a fingere che non lo sia, dichiarando – per bocca di Bersani o Rosy Bindi – l’irrilevanza dei leader e l’importanza dei programmi e dei partiti. Falso: il partito è fondamentale per organizzare – anche economicamente – la campagna e il sostegno al/la leader, ma se il/la leader non funziona, non c’è programma né partito che tenga.

2. L’analisi della comunicazione politica è uno strumento predittivo forte: la sconfitta dei candidati del Pdl e della Lega era chiaramente scritta – a saperla leggere – nel modo in cui hanno condotto la campagna elettorale, soprattutto nelle ultime fasi (vedi Vince Pisapia). Detto in altre parole: per fare previsioni non ci sono solo i sondaggi.

3. L’analisi va sempre condotta in modo sistemico: non basta guardare la comunicazione di un singolo candidato, ma occorre esaminarli tutti in relazione gli uni agli altri. È solo così che si può misurare il polso di una campagna, tentando di capire chi vince o perde.

4. Che la comunicazione sia sistemica vuol dire fra l’altro che, se Pisapia e De Magistris hanno vinto, non è perché le loro campagne sono state fantastiche, perfette. Erano semplicemente migliori di quelle del centrodestra. E ci voleva poco, visto che queste sono state un disastro.

5. Le amministrative di Milano e Napoli hanno imposto l’arancione come il colore di quella che potremmo chiamare una «nuova sinistra», una sinistra «appoggiata ma non espressa» dal Pd, una sinistra che finalmente vince. Questo vuol dire che d’ora in poi l’arancione sarà il colore della sinistra che vuole vincere? E che fine farà il verde-bianco-rosso del Pd?

Pisapia sindaco Concerto per De Magistris a Napoli

6. Oltre che sistemica, la comunicazione è contestuale. Ci aveva provato Bologna, nel 2009, a colorare di arancio la campagna del candidato del Pd Flavio Delbono (vedi Candidato arancio), che vinse al secondo turno, ma poi fu costretto a dimettersi, la città fu commissariata e il resto lo sappiamo. In questa tornata elettorale il candidato del Pd Virginio Merola si è guardato bene dal colorarsi di arancio (per evitare ogni scelta, l’hanno fatto variopinto). In compenso si è colorato di arancio, per sbaglio, il civico Stefano Aldrovandi, che ha fallito campagna e previsioni, prendendo solo il 5% e un seggio in consiglio comunale. Perciò a Bologna l’arancione è ancora connotato negativamente: la vittoria a Milano e Napoli cambierà anche Bologna?

7. Che la comunicazione sia sistemica e contestuale è dimostrato, fra l’altro, dal discorso che ieri Nichi Vendola ha fatto a Milano. Troppo enfatico, sopra le righe: «Abbiamo espugnato il fortino», ha detto. Vendola parla così, lo sappiamo. Ma nel contesto di una città che ha scelto la pacatezza e moderazione di Giuliano Pisapia, pareva ancora più enfatico del solito, inadeguato. Fossi in lui, mi darei una regolata.

Vendola ieri in Piazza Duomo (NB: la giornalista stenta a stargli accanto):

8. Molti salutano queste amministrative come l’inizio della agognata normalizzazione della comunicazione politica italiana: basta con i toni urlati e sguaiati, si dice. Ma attenzione: la pacatezza vale per Pisapia a Milano, non certo per De Magistris a Napoli, che si porta appresso una buona dose di populismo antiberlusconiano tipica di Antonio Di Pietro e dell’Idv.

9. Se fossi nei dirigenti del Pd, trarrei dai risultati delle amministrative di Milano e Bologna questa considerazione: è solo alleandosi con Sel (e non con Fini o Casini, per esempio) che il Pd può vincere. Ovvero: senza Sel il Pd non va da nessuna parte. Il che non implica, dal mio punto di vista, che Vendola sia già maturo per essere un leader vincente del centrosinistra nazionale. Per le ragioni che ho detto in Il linguaggio di Vendola (1), Il linguaggio di Vendola (2), Il linguaggio di Vendola (3), Vendola e la retorica dell’accumulo.

10. Un’ultima riflessione «a caldo»: proprio per contribuire alla normalizzazione della politica, in questi giorni la sinistra farebbe meglio a mantenere la calma, evitando commenti troppo «calorosi».

🙂

 

L’emozione (mostrata e nascosta) di due sindaci neoeletti: Fassino vs. Merola

Ieri sera ho partecipato alla lunga maratona elettorale di Bologna, come ospite del direttore Francesco Spada nello studio di È tv. Il discorso di Merola, poco prima delle 3 di notte, è stato piuttosto convenzionale, se non per la menzione all’«avarizia» dei grillini, che hanno ottenuto quasi il 10% dei voti e festeggiato in piazza, tenendosi ben lontani dal Pd:

«Abbiamo vinto al primo turno – ha detto Merola – malgrado non sia mancata quella che avevo definito l’avarizia del Movimento 5 Stelle, che anche stasera ha festeggiato da solo, ma io insisterò per strappargli un po’ di generosità. […] A costo di sembrare ingenuo, insisterò per un confronto leale sui programmi e una convergenza sui problemi sia con il centrodestra sia con il Movimento 5 Stelle».

Mi ha colpita, del discorso di Merola, la neutralità emotiva: pochi sorrisi e, come al solito, eloquio lento e monotono. Merola è noto per la facilità con cui si emoziona, per cui immagino abbia fatto di tutto per controllarsi, in un contesto in cui la stanchezza poteva giocargli un brutto tiro. Eppure, in questo caso gli avrei consigliato di lasciarsi andare.

Qualche lacrima, nel discorso della vittoria, cattura simpatie, scalda i cuori e scioglie la tensione di tutti. Perché controllarsi?

Piero Fassino a Torino, per esempio, non si è preoccupato di nascondere la commozione e ha pure incluso un ringraziamento alla moglie Anna.

Risultato: Fassino faceva tenerezza, Merola è apparso freddino.

Il discorso di Fassino:

Il discorso di Merola:

Vodpod videos no longer available.

I video di Formigoni sono una caricatura involontaria

Le clip con cui il governatore della Lombardia Roberto Formigoni presenta il sito www.formigoni.it e la sua più ampia presenza nei social network, da Twitter a Facebook a Flickr, sono su YouTube dal 12 febbraio, ma la rete se n’è accorta negli ultimi giorni. (In poche ore mi sono arrivate una decina di segnalazioni, e i commenti sui vari blog e social network pullulano.)

I video sembrano realizzati da semidilettanti (non ho trovato i credits, chi mi aiuta?): troppo lunghi per la rete, mal recitati, regia e montaggio inesistenti. Ma non voglio aggiungere critiche a critiche: basta leggersi un po’ di commenti in giro per avere un quadro completo delle mille cose che non vanno.

Voglio invece sottolineare come i video siano il sintomo di alcune tendenze più generali della comunicazione politica italiana. In breve:

  1. L’enfasi sul corpo: Formigoni non ci mette solo la faccia (come aveva fatto per le regionali 2010, vedi Roberto copia Roberto), ci mette tutto il corpo, isolato e enfatizzato dallo sfondo bianco (come quello delle affissioni di Bersani, vedi Perché la campagna «Rimbocchiamoci le maniche» non funziona). Con tutto il corpo mima le prodezze con la spada di quando era giovane, e poi gesticola, ammicca, quasi sculetta.
  2. Il giovanilismo: poiché mostrarsi attenti ai problemi dei giovani (disoccupazione, precariato, bamboccismo vero o presunto) è diventato un must dell’ultimo anno, il politico, pur non facendo assolutamente nulla per loro, non solo si veste e atteggia da giovane, ma si fa fotografare e riprendere in mezzo a ragazzi e ragazze. Lo fanno tutti, a prescindere dalla loro età anagrafica: da Berlusconi a Bersani, dal sindaco di Firenze Matteo Renzi al candidato sindaco di Bologna Virginio Merola.
  3. L’uso vacuo della rete e dei social network: è da tempo che dico che i politici italiani usano internet solo perché «non si può non», ma poi non sanno cosa metterci e scriverci, non sanno come usare i vari ambienti di comunicazione. Quasi tutti i canali YouTube dei politici italiani sono così (vedi La politica sul web 2.0: la lezione di Obama e le difficoltà italiane). In una clip Formigoni ci mette oltre 5 minuti a comporre i nomi di Facebook, Twitter, Flickr assieme ai ragazzi. Per tutti quei minuti sta completamente muto, ma è come se dicesse: «Per essere su internet, basta dire che ci sei, basta nominare i vari Facebook, Twitter, eccetera». È ciò che pensano quasi tutti i politici italiani.
  4. L’autoreferenzialità: in un’altra clip Formigoni si fa in tre e parla con se stesso. Lo fa anche il candidato sindaco del Pd a Bologna, Virginio Merola che, in un video costruito come fosse un’intervista doppia de «Le iene», si fa – più modestamente – in due invece che in tre, facendo battute e ridendo con se stesso.

Insomma, proprio per la loro pessima fattura, i video di Formigoni possono essere visti come una caricatura – involontaria – di alcuni problemi della comunicazione politica italiana. In questo senso sono illuminanti, perché rendono più espliciti, quasi ostentano – sempre in modo involontario, eh – problemi che altrove restano sotto traccia.

Formigoni muto su internet:

Formigoni si fa in tre:

Il candidato sindaco del Pd a Bologna Virginio Merola si fa in due:

Cari leader di sinistra, smettetela di invocare la bellezza

Un tempo, parlare di bellezza in politica era tipico della destra. Una destra, fra l’altro, della peggiore specie: pensa al culto della bellezza che avevano il nazismo (l’ariano era bello, gli ebrei e gli zingari brutti) e il fascismo («A cercar la bella morte», andavano i balilla).

Poi nel 1996 Veltroni pubblicò «La bella politica». E cominciò a parlare delle «belle cose» che accadevano a sinistra, mentre la bruttezza stava tutta a destra. In bocca a Veltroni, la bellezza divenne un passepartout banalizzante, assieme alla «semplicità» e alla «solarità». Ricordo che nel 2008 Veltroni riusciva a definire «semplici, solari e belle» le manifestazioni di piazza prima ancora che avvenissero (vedi Una manifestazione semplice e solare).

Una volta congelato il veltronismo (temporaneamente?), la bellezza è finita in bocca a Nichi Vendola, che concluse il suo discorso al primo congresso di SEL, nell’ottobre 2010, addirittura con un «elogio della bellezza».

E non poteva mancare Matteo Renzi, che queste tendenze le acchiappa subito:

La fame di bellezza come cifra della scommessa politica su un diverso modo di partecipare, su un diverso modo di vivere l’impegno pubblico a Firenze e altrove, su un diverso modo di stare assieme come comunità: un popolo, non un ammasso indistinto di gente (dal blog di Matteo Renzi «A viso aperto», vedi il post Fame di bellezza).

Infine ci si è messo anche il candidato sindaco del Pd a Bologna, Virginio Merola, che ha intitolato una parte del suo programma, quella sulla mobilità e il trasporto pubblico: «Il “progetto bellezza” per la Bologna del futuro».

Ma perché penso che la sinistra debba smetterla, con la bellezza?

Innanzi tutto perché la destra non ha mai smesso di farvi appello: da Berlusconi, che dice sempre di volersi circondare di «belle ragazze», «bei giovani» e definì Obama «giovane, bello e abbronzato» a Sandro Bondi, che ci ha persino scritto un libro: «La rivoluzione interiore per una politica della bellezza».

Dunque invocare la bellezza implica richiamare il frame degli avversari, giocare sul loro terreno. Il che in comunicazione è sempre perdente.

Ma il problema principale è che la bellezza è relativa: ciò che è bello per me, non lo è per un altro; ciò che è bello in un certo momento storico, non lo è dieci o vent’anni dopo, un secolo dopo. E in quanto relativa, la bellezza è anche autoritaria, antidemocratica: poiché non si può fare, ogni volta, una votazione per decidere quale azione politica/legge/programmazione cittadina è bella e quale no, sarà per forza il leader (e il partito) al potere a deciderlo. Ma alle cose e persone che il leader non considera belle cosa accade? Demolizione? Esclusione sociale?

Infine, il senso comune ha ormai interiorizzato un’idea di bellezza per cui i belli sono coloro che hanno soldi e potere, sono i vincenti. E allora come fa un leader di sinistra a parlare di bellezza senza apparire elitario, snob, lontano dai problemi dei meno abbienti, di quelli che non hanno il vestito giusto, il taglio di capelli giusto, il trucco giusto, non hanno una bella casa, una bella macchina, non possiedono begli oggetti – nel senso di bello che intende il leader, non importa che sia quello consumistico berlusconiano o quello pseudo-intellettuale della sinistra – solo perché non possono permettersi queste cose?

Perciò vi prego, cari leader di sinistra: non parlate più di bellezza.

Ma per fare comunicazione politica non bastano un logo, due colori e uno slogan

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio articolo, col titolo «Merola contorto, Aldrovandi generico. Gli slogan dei candidati non fanno centro». Lo riporto anche qui, perché le considerazioni sui candidati sindaco bolognesi valgono per molti altri politici in Italia, che intendono la comunicazione come superficie estetica, belletto.

MEROLA CONTORTO, ALDROVANDI GENERICO. GLI SLOGAN DEI CANDIDATI SINDACO NON FANNO CENTRO

Con la primavera in arrivo e le margherite nei prati, anche le prime affissioni dei candidati sindaco fanno capolino in città. Ma per chi si occupa di comunicazione non c’è nulla di cui rallegrarsi – a parte le pratoline – perché la situazione è chiara subito: niente da fare, anche stavolta i politici bolognesi dimostreranno di non saper comunicare.

Ci provano, è chiaro che ci provano: scelgono un grafico, un consulente, un’agenzia, chiamano i più stretti collaboratori, li chiudono in una stanza dove loro stessi, magari, passano qualche ora, e tutti assieme cercano di produrre un logo, scegliere due colori, inventarsi uno slogan. Perché «il logo e lo slogan ci vogliono», qualcuno deve avergli spiegato, e «ci vuole pure un bell’accostamento di colori». Ecco allora i risultati.

Che il logo di Virginio Merola ricalcasse la stella di Virgin Radio, l’hanno visto tutti già nelle primarie. Che un candidato sindaco c’entri poco con una radio è stato pure notato. Perché Merola è rock, ha risposto lo staff. Ah già, l’idea era consolidare l’immagine di Merola nell’area semantica e valoriale del giovanilismo in cui da sempre si colloca: un sindaco che «pensa giovane». Peccato che la stella – rossa su fondo nero per Virgin Radio, rossa su bianco per Virginio Sindaco – sapesse anche di bibite San Pellegrino. Vuol dire che Merola è buono come l’aranciata? Forse. Ma ora che la stella è blu? Viene in mente anche quella dello sceriffo: pessima associazione, perché Merola fu assessore con Cofferati, da molti detto «sceriffo» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Merola

E che dire dello slogan «Se vi va tutto bene, io non vado bene», con il «non» marcato? Come minimo è contorto, perché contiene una subordinata condizionale (se…) e una negazione nella frase principale. Il contrario di quello che bisogna fare quando si pensa uno slogan, che deve essere semplicissimo, diretto. In più, la negazione rischia di ritorcersi contro il candidato: dopo il crampo mentale, è facile resti in mente che Merola «non» va bene, punto e basta.

Ma neppure con le prime affissioni di Stefano Aldrovandi siamo messi meglio. Un poster diviso in due: a sinistra un rettangolo bianco, con sopra scritto «O così», a destra un rettangolo più grande, che contiene una foto in bianco e nero del volto sorridente di Aldrovandi, con sovraimpressa la scritta arancione «O Aldrovandi» (foto Eikon Studio, Bologna: clic per ingrandire):

Affissioni Aldrovandi

Viene in mente il celeberrimo «O così o Pomì»: significa che Aldrovandi è cremoso come una passata di pomodoro? Certo che no, credo che il suo staff avesse in mente qualcosa del genere: o il nulla, l’anonimato di un fondo bianco, o il pieno del volto e nome di Stefano Aldovrandi. Un pieno che è per giunta colorato di arancione. Peccato che l’arancione fu il colore della campagna di Flavio Delbono. E che al vuoto del fondo bianco non si opponga nessun contenuto.

Il vuoto, appunto, è ciò che accomuna le immagini e gli slogan dei due candidati, che sono giochetti fine a se stessi, per nulla collegati alla storia personale e al programma dei candidati. Un vuoto che deriva da un’idea sbagliata della comunicazione politica, come se fosse solo un obbligo estetico, o peggio, cosmetico.

Nessuno ha spiegato loro che comunicare è entrare in relazione con gli altri. Mettersi nei panni degli altri. E che gli altri, nel caso della comunicazione politica, sono i cittadini e le cittadine che li voteranno. Ai quali i giochetti non bastano.

 

Bologna fra look anti-velina, nostalgia e flash mob

Ieri su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale sull’immagine dei candidati alle primarie del centrosinistra bolognese:

È interessante osservare i candidati alle primarie del centrosinistra bolognese mentre si scaldano ai blocchi di partenza, perché in questa fase i loro programmi sono in gran parte ancora indefiniti. Focalizzare subito la loro immagine significa allora capire con quale dote iniziale si presentano alla città, quali stereotipi li accompagnano, quali vantaggi e svantaggi comportano. Il che permetterà, poi, di verificare come gestiranno questo capitale di partenza.

Amelia Frascaroli è la novità comunicativa più interessante. Mentre tutti si affannano a togliersi gli anni, lei fa di tutto per apparire più anziana: ostenta rughe e capelli candidi, si veste comoda e gioca con lo stereotipo della nonna, che è buona e cara ma, quando vuole, sferzante. Mentre gli altri urlano e litigano, lei sorride, parla a voce bassa e preferisce i toni dell’understatement e dell’autoironia.

Amelia Frascaroli

Inoltre viene dal mondo dell’accoglienza e della solidarietà sociale, e si è inventata una metafora della sua provenienza accogliendo tutti ogni giorno a casa sua, a farle proposte ed esporle problemi davanti a un tè. Insomma perfino nel nome Amelia fa appello alla nostalgia per la Bologna dei nonni, quella in cui partecipare non era uno slogan, ma una pratica quotidiana nelle piazze e nei quartieri. Date le delusioni della politica odierna, questa nostalgia potrebbe piacere a molti, ed è questa la sua forza maggiore. Viceversa, troppa mitezza potrebbe essere recessiva, potrebbe perdersi nel frastuono che la circonda, ed è questo il suo rischio principale.

In apparenza l’immagine di Virginio Merola è diametralmente opposta, perché pare un ragazzone mai cresciuto. In realtà anche lui fa appello alla nostalgia, ma di un altro tipo: quella del PCI dei tempi andati. Veste un po’ come i compagni di una volta, con il maglioncino a v, la giacca e cravatta rossa e, ora che è inverno, il montgomery d’ordinanza. Lo ricordiamo nelle primarie scorse, quando appariva sempre circondato da giovani, sempre a casa di qualche Stefano, Giuseppe, Claudia, a discutere come fosse un’assemblea anni settanta.

Virginio Merola con ricercatore

E anche oggi, con la proposta di accogliere in consiglio comunale gli studenti medi e universitari, l’attenzione ai giovani è rilanciata. Il che può funzionare, in una città stanca della politica di palazzo. Ma bisognerà poi vedere come Merola ci farà dimenticare la rissosità da cui la sua candidatura è emersa, la vicinanza a un Pd screditato e il passato nella giunta Cofferati, che certo non si distinse per empatia coi cittadini.

Infine c’è Benedetto Zacchiroli, che di nostalgico non ha nulla, anzi: si presenta come un giovane manager rampante e, con la mossa iniziale del «candidato no Cev», ha strizzato l’occhio pure al marketing non convenzionale, quello dei flash mob e dello stupore a tutti i costi. Una volta svelatosi, ha lanciato lo slogan «Sono io che», si è precipitato sul web con un sito e un blog, e si è preso Lucio Dalla come testimonial, applicando altre regole di base.

Benedetto Zacchiroli

Il problema è che il marketing in sé funziona per tutto e niente, dallo yogurt alla politica: per avere successo occorre saperlo adattare al prodotto che si vuole vendere e al contesto in cui lo si vuole vendere. Ma per ora Zacchiroli appare un po’ troppo generico e autoreferenziale («Sono io che»), un po’ troppo lontano da una città che ha fame di attenzione e interlocuzione autentiche. Dovrà infine anche lui – come Merola – farci dimenticare di aver lavorato con Cofferati. Staremo a vedere.