Archivi tag: web 2.0

Uno sguardo positivo sul mercato del lavoro per i giovani comunicatori

Un paio di settimane fa, a ricevimento, Claudia – che si laureerà con me in Scienze della Comunicazione a luglio – mi raccontava che, stando alla sua esperienza, per una giovane che abbia studiato Comunicazione e abbia in particolare approfondito internet, la cultura digitale e i social network, le possibilità di lavorare in Italia sono moltissime. Lei fa già diversi lavori interessanti, con i quali riesce a mantenersi, e non fa altro che ricevere proposte. Nessuno la vuole assumere, ovviamente, ma lei nemmeno lo vorrebbe perché:

«Le web agency sfruttano i dipendenti e li pagano al massimo 1200 euro. Io per adesso sono riuscita a entrare in progetti in cui vengo pagata 1500- 2500 euro, ma il punto interessante è che già ora i prezzi li detto io e le aziende si adeguano».

Le ho chiesto allora di scrivere qualcosa per il blog, per incoraggiare i molti giovani scoraggiati che ci sono in giro. Ecco cosa mi ha scritto:

«Mi sembra ormai che pure in Italia i devices digitali si siano diffusi (sia dal punto di vista delle aziende che dei consumatori) a tal punto, che si è creata la necessità per tutti di adottare una “nuova comunicazione”. Intendo dire che molte piccolo aziende, al pari di quelle grandi, cercano di approdare al web e ai social netwrk, anche solo per rendere fruibili in rete vecchi contenuti cartacei.

In molte di queste realtà ci sono persone che hanno una grande esperienza alle spalle nell’ambito in cui lavorano, ma non sono sempre in grado di dare nuova forma ai contenuti e allora chiamano persone come me, che hanno la fortuna di essere cresciute assieme alle nuove tecnologie e che sono appassionate di comunicazione e tech.

Secondo me la cosa più preziosa che cercano tutte le aziende, che hanno deciso di sbarcare sulle nuove piattaforme, è una persona che sia aggiornata sull’ultimo tool rilasciato da Facebook o sulle ultime funzioni di Google, e che abbia un background di tipo umanistico o nell’ambito della comunicazione, come quello che acquisiamo durante il nostro corso di laurea in Scienze della Comunicazione.

Cercano persone dinamiche, capaci di lavorare in remoto dal proprio computer e che abbiano voglia di scoprire le novità quotidiane del web.

Non sto parlando di lavori a tempo indeterminato, con una sola azienda o in ufficio. Parlo di esperienze lavorative e collaborazioni, da condurre anche in remoto, per cui vale la pena rendersi disponibili a lavorare anche con più persone e in più progetti contemporaneamente.

Anche se non si trova l’annuncio “Cercasi content editor, community manager, ecc.” (posizioni che al momento offrono solo le grandi aziende e magari sono destinate a profili senior), ci si può proporre alle aziende, a gruppi di lavoro, avendo ben chiaro che ruolo possiamo coprire noi nella catena della comunicazione.

C’è assoluto bisogno di persone che riformulino contenuti statici o cartacei, in modo da renderli facilmente fruibili, interattivi e virali, e da renderli adatti al web 2.0.

In questi anni di università mi sono appassionata all’escalation che hanno avuto le community online e le conseguenti dinamiche di mercato che si sono create, perché le ho vissute in prima persona e perché leggendo sistematicamente articoli online e blog ho acquisito strumenti per poterle capire. Adesso che ricevo offerte di lavoro, ho capito che la mia passione per il tech e il web, abbinata al bagaglio culturale acquisito durante la laurea triennale (non ancora completata), è diventata un pacchetto di competenze non solo vendibile, ma richiesto dal mercato.

Giovanna, le ho scritto questi pensieri perché credo con tutta me stessa che oggi uno “scienziato della comunicazione” possa avere un’esperienza lavorativa congruente con quello che ha studiato e che magari è anche ciò che gli piace (come nel mio caso). Basta solo avere voglia di fare esperienza, tenendo in mente che talvolta questa serve anche a capire cosa non ci piace, ma soprattutto è un’ottima occasione per sperimentare e applicare quello che abbiamo studiato.

Come lei sa, credo nelle potenzialità della nostra facoltà, e a quelle della comunicazione che si studia sui libri, se solo ci si sforza, poi, di applicarla. In più, occorre fare anche in proprio qualche ulteriore sforzo di approfondimento, per imparare a usare i vari tools che ci mette a disposizione gratuitamente il web. Ma ne vale la pena, perché ciò ci permette di crearci un lavoro congruente con ciò che abbiamo studiato! 🙂

Spero che la mia esperienza possa essere utile a qualcuno. Grazie per avermi dato la possibilità di raccontarla ai lettori del blog.»

La comunicazione politica su YouTube: i casi Vendola, Di Pietro e Brunetta

Nella sua tesi di laurea triennale, discussa un paio di settimane fa, Gloria Neri prosegue il lavoro da me cominciato con il saggio «La comunicazione politica sul web 2.0: la lezione di Obama e le difficoltà italiane», pubblicato nel volume collettivo a cura di Federico Montanari, Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione (Carocci, Roma, 2010).

Mentre io mi ero concentrata sui casi meno felici dell’uso di YouTube da parte della politica italiana, Gloria ha preso in esame i canali di Vendola, Di Pietro e Brunetta – dopo aver esaminato sistematicamente e approfonditamente tutti i canali dei politici italiani – perché i tre leader sono quelli che sfruttano al meglio, nel mesto panorama della politica italiana, le potenzialità comunicative di questo ambiente web 2.0.

Ciò nonostante, queste sono le conclusioni dell’eccellente lavoro di Gloria, che condivido in pieno:

«Vendola, Di Pietro e Brunetta, pur essendo le figure che nel panorama politico italiano usano più consapevolmente YouTube come strumento di partecipazione diretta, peccano nella pratica del mezzo per un suo uso incoerente e non funzionale all’obiettivo che si sono posti.

Considerare questo ambiente come strumento di costruzione del dialogo significa dare spazio, mettere al centro il proprio interlocutore, farlo sentire soggetto di una narrazione comune.

Tutti e tre, al contrario, prediligono sempre una costruzione della relazione che contrappone un io a un tu e contribuisce a riprodurre distanza e asimmetria tra enunciatore ed enunciatario. Viene infatti privilegiata la strategia della distanza pedagogica: gli enunciatori, dall’alto, utilizzano i video come strumento per difendersi da attacchi fatti alla propria persona, per accusare a loro volta gli avversari politici, per indurre determinati comportamenti nei propri interlocutori indicando loro quali azioni devono mettere in atto. Troppo poco, invece, per comunicare cosa si è fatto e cosa si intende fare.

Solo Brunetta, in un unico contributo appositamente dedicato, legge quesiti e risponde a domande degli utenti. Al contrario Vendola e Di Pietro non fanno mai riferimento al proprio canale come strumento in cui accogliere proposte provenienti dall’interlocutore, come strumento d’aiuto per fare scelte condivise, anche se paradossalmente Vendola esprime spesso il desiderio di voler dar vita a una voce comune come mezzo per ricostruire la “buona politica”.

Vendola, proprio per l’uso più sistematico che fa del mezzo avrebbe potuto utilizzare i diversi tipi di “videolettere”, e specialmente quelle indirizzate a utenti generali, per illustrare finalmente le sue idee e i suoi programmi. La sua scelta, invece, è quella di elencare semplicemente i propri punti programmatici senza spiegare come intende realizzarli, attraverso quali mezzi e quali strategie. […]

Per concludere, sebbene ci sia il tentativo di usare correttamente YouTube, tutti e tre peccano di un eccessivo pedagogismo e paternalismo. In un leader politico, specialmente in un leader che si vuole proporre come guida di un Paese, un’attitudine in parte pedagogica non è errata, soprattutto perché gli elettori devono sentire di poter votare un soggetto pragmatico, un soggetto del fare che sappia prendere in mano e risolvere i problemi che affliggono lo stato.

Il problema si pone nel momento in cui ci si limita ad auspicare e incoraggiare la centralità e la partecipazione del cittadino-utente, nella costruzione di dialogo per elaborare soluzioni condivise, senza adoperarsi effettivamente per garantirla

Puoi scaricare da qui la tesi di Gloria Neri: «La comunicazione politica su YouTube: i casi Vendola, Di Pietro e Brunetta».

NB: nel pdf manca l’appendice, che contiene una classificazione sistematica e ordinata dei canali di tutti i politici italiani. Chi fosse seriamente interessato, per motivi di ricerca o studio, può scrivermi in privato.

Il Web 2.0 può migliorare la PA?

Sono sempre più numerose le persone che, prima di fare un acquisto o un viaggio, consultano su Internet i commenti dei consumatori su questo o quel prodotto, hotel, itinerario (vedi ciao.it, venere.com, tripadvisor.com e affini). È una forma di user generated content che c’era già prima che nel 2005 Tim O’Reilly – fondatore di O’Reilly Media – inventasse l’etichetta di Web 2.0 (trovi QUI la traduzione italiana dell’articolo originario).

Sono reduce da una conferenza sulla comunicazione politica a Edinburgh, dove ho scoperto che in United Kingdom alcuni privati stanno tentando di trasferire alla pubblica amministrazione ciò che già funziona per gli acquisti e i viaggi, costruendo siti in cui i cittadini possono esprimere le loro opinioni su questo o quel servizio pubblico.

Nel settore sanitario, per esempio, su www.iwantgreatcare.com e www.patientopinion.org.uk i pazienti e i loro familiari possono lasciare commenti su come si sono trovati in questo o quell’ospedale, questo o quel reparto, con questo o quello specialista.

A onor del vero questi due siti non sono un granché e, non a caso, sono frequentati pochissimo. Il che è particolarmente grave, in un paese come il Regno Unito, in cui il 70% della popolazione usa Internet (contro il nostro 55%).

Ma l’idea mi pare splendida. Da copiare.

La rivoluzione si fa in rete?

Qualche giorno fa Massimiliano, allievo del Master in giornalismo Giorgio Lago dell’Università di Padova, mi ha fatto questa intervista per L_inkre@dibile on line, quindicinale del Master.

Intervista

Puoi scaricare QUI l’ultimo numero del periodico, da cui è tratta l’intervista.

Sul caso Iran e social network, segnalo lo splendido articolo del Washington Post «Reading Twitter in Tehran?» (June 21, 2009), che avevo letto giorni fa e da cui ho tratto le informazioni sull’uso iraniano della rete.