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Che fine ha fatto il neofemminismo di dieci anni fa?

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Venerdì 8 marzo è uscito sul Fatto Quotidiano questa mia riflessione, che ripropongo ora perché di alcuni problemi non bisogna parlare solo in occasione dell’8 marzo, ma tutti i giorni: Continua a leggere

L’affaire Strauss-Kahn: un confronto Francia-Italia

Sarà interessante vedere come si evolverà la vicenda del socialista Dominique Strauss-Kahn, managing director del Fondo Monetario Internazionale arrestato sabato a New York perché denunciato per stupro da una cameriera del lussuoso Sofitel di Times Square, dove aveva appena alloggiato.

Dominique Strauss-Kahn

Non è la prima volta che Strauss-Kahn è coinvolto in scandali sessuali, ma l’accusa di stupro è talmente grave che – ferma restando la presunzione di innocenza – molti considerano già bruciata la sua candidatura all’Eliseo contro Sarkozy, nelle elezioni del 2012, per la quale i sondaggi lo davano favorito.

Facendo una ricerca in rete, ho scoperto che l’ultima notizia sulla fissazione di Strauss-Kahn per le donne era apparsa sul Guardian proprio il giorno prima del suo arresto. In un articolo intitolato «French voters can separate scandal from politics», la giornalista francese Melissa Bounoua sosteneva infatti che l’elettorato francese – donne incluse – a differenza di quello anglo-americano è abituato al libertinisimo degli uomini politici francesi e nel voto non li penalizza per questo.

È vero che da sempre i media chiamano Strauss-Kahn «il grande seduttore», ma va ricordato – dice Bounoua – che pure Jacques Chirac era soprannominato «tre-minuti-doccia-inclusa» e che la fama di Sarkozy come «bad kisser» ha raggiunto anche la serie televisiva americana «Gossip Girl».

La Francia è piena di donnaioli, spiegava sempre sul Guardian Agnès Poirier il 25 febbraio 2009, in un articolo su Strauss-Kahn intitolato «Womaniser? He’s just French». E per mostrare come questo atteggiamento verso le donne sia radicato nella cultura francese, ricordava «L’homme qui aimait les femmes» (1977) di François Truffaut.

I politici francesi – a destra come a sinistra – sono dunque come quelli italiani? E la cultura francese è parente della nostra?

Piano con le analogie, perché non tutto torna. Se guardiamo infatti il Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum, scopriamo che nel 2010 la Francia, pur essendo calata (nel 2009 era al 18° posto, nel 2008 al 15°) è pur sempre al 46° posto. Meglio dell’Italia che – lo sappiamo – è al 74°.

Dei quattro fattori presi in considerazione dal World Economic Forum per stilare le sue classifiche sul Gender Gap (Economic Participation and Opportunity, Educational Attainment, Health and Survival, Political Empowerment) è solo in Political Empowerment che Francia e Italia sono similmente messe male. Sul resto, in Francia le donne stanno molto meglio di noi.

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Un brano da «L’uomo che amava le donne» di François Truffaut (1977) (doppiato in italiano):

Donna al volante

Bello che l’azienda tedesca di pneumatici Continental mandi in onda anche in Italia (74° posto nel Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum) lo spot che in questo momento è distribuito in paesi come la Germania (13° posto), gli Stati Uniti (19°), la Spagna (11°).

Bello cioè che Continental tratti l’Italia come un paese in cui la parità di genere abbia raggiunto livelli più alti.

Infatti lo spot mostra una donna che guida l’auto mentre suo figlio e il suo compagno dormono beati: loro si fidano di lei, come lei si può fidare dei Continental che ha sulle ruote.

Niente mamma-nutrice, ma una donna che protegge fisicamente la sua famiglia e per giunta lo fa alla guida di un’auto, ruoli che di solito la pubblicità affida agli uomini.

In barba al pregiudizio italico «Donna al volante, pericolo costante».

Anche se ho visto lo spot molte volte in tv in questi giorni, non ho trovato on line la versione italiana.

Questa è la versione spagnola:


Il papà di Kinder Sorpresa

Ogni tanto – per fortuna – le aziende decidono di fare pubblicità trattando l’Italia come i paesi europei in cui le discriminazioni di genere sono meno gravi che da noi.

L’ha fatto la Ferrero con lo spot in cui si vede un papà che va a prendere il suo bambino a scuola, perché è normale e bello farlo, senza farne un pretesto per «cuccare» le mamme o dover invidiare il babbo di fianco che è lì solo per abbracciare una splendida maestra, come abbiamo visto in altre recenti campagne.

Ricordo, con piacere, che Ferrero è capace anche di mostrarci un modello di bambina un po’ diverso dalle solite aspiranti Winx, perché con «Kinder Colazione Più» mette in scena Anna, che da grande vuole fare la naturalista. Ne avevamo parlato in Qualche azienda ci prova…

Ecco dunque il papà di Kinder Sorpresa in Spagna (11° posto nel Global Gender Gap Report 2010 del World Economic Forum), Slovacchia (71° posto, persino in Slovacchia le donne stanno meglio che da noi) e Italia (74° posto).

Spagna (11° posto):

Slovacchia (71° posto):

Italia (74° posto): che siamo al 74° posto si capisce però dal fatto che lo spot è uguale, sì, ma la sorpresa è… 😦

Dieci cose da ricordare quando si scende in piazza

Comincia oggi la mia collaborazione con Nazione Indiana, che era stata anticipata dalla pubblicazione di Scienze della Comunicazione: amenità contro dati. Ringrazio Orsola Puecher, che mesi fa mi ha offerto questa possibilità e che ormai, pur non essendoci io e lei mai incontrate, considero una vera e splendida amica (il bello della rete!).

Ecco il pezzo di oggi, in contemporanea qui e su Nazione Indiana:

DIECI COSE DA RICORDARE QUANDO SI SCENDE IN PIAZZA

Da alcuni mesi le immagini delle piazze nordafricane rimbalzano sui media: tumulti, incendi, devastazione, morti e feriti; ma anche, nel caso egiziano: sorrisi, feste, soldati e poliziotti che abbracciano i manifestanti, quasi a promettere un lieto fine. Sono immagini forti e la loro ripetizione, il loro accostamento e persino i contrasti, hanno indotto molti – specie a sinistra – a trovare più somiglianze che differenze: come se il vento nordafricano potesse soffiare anche da noi. D’altra parte – si è detto – l’anno scorso anche Atene, Londra, Roma sono andate in fiamme, dunque non siamo così diversi.

Ma la piazza italiana ha una specificità tutta sua, che la distingue anche da quelle europee, non solo dal nord Africa. In un momento di pausa dopo le ultime manifestazioni contro Berlusconi, è opportuno fare alcune riflessioni. Ecco allora dieci cose da ricordare sulla specificità dello scendere in piazza nel nostro paese.

(1) La differenza fondamentale fra noi e il nord Africa è che noi siamo ricchi, loro no. E lo siamo ancora, nonostante la crisi economica e tutti i problemi che abbiamo. Basta infatti ricordare che i redditi medi dei paesi del Maghreb vanno dai circa 3000 euro l’anno del Marocco ai circa 10.000 della Libia, mentre il reddito medio che nel 2008 gli italiani dichiararono al fisco era attorno a 18.000 euro lordi (e poiché sappiamo che l’Italia è un paese di evasori, possiamo supporre che sia superiore). Anche se le statistiche fanno sempre torto ai più deboli, ciò significa che le nostre mobilitazioni sono ancora molto lontane – per nostra fortuna – dalla disperazione di massa che sta attraversando il nord Africa.

(2) In Italia, come in tutti i paesi ricchi, la piazza non esiste se non è mediatizzata: senza opportune riprese televisive e copertura stampa, senza opportuna insistenza mediatica sull’evento, la piazza nasce e muore in poche ore.

(3) In Italia più che in altri paesi la piazza è ormai inflazionata, usurata. A destra come a sinistra, al governo come all’opposizione, tutti prima o poi sono scesi in piazza: dalle grandi organizzazioni di partito e sindacato ai gruppi e gruppuscoli indipendenti, da Berlusconi coi suoi sostenitori alle associazioni animaliste. Perciò da noi la piazza non fa più notizia: chi si limita a manifestare si guadagna al massimo un frammento di telegiornale.

(4) Per guadagnare l’attenzione dei media, bisogna portare in piazza molte, moltissime persone. Ma bisogna farlo davvero, non solo dichiararlo: il giochetto degli organizzatori che gonfiano le cifre e la questura che le sgonfia c’è sempre stato, a destra come a sinistra, me si è accentuato negli ultimi anni. Lo fece Cofferati, con la manifestazione al Circo Massimo del 2002: dichiarò tre milioni di manifestanti, ma secondo le planimetrie quella piazza e le zone limitrofe tengono al massimo 600 o 700 mila persone. Lo rifece Berlusconi nel 2006, quando dichiarò di aver portato due milioni di persone in piazza San Giovanni, e nel 2010, quando dichiarò di averne portate un milione, mentre la planimetria mostra che ce ne stanno 150 mila. Più di recente, anche attorno al popolo Viola sono nate le cifre più varie: per il primo No-B Day del 5 dicembre 2009, ad esempio, gli organizzatori parlarono di un milione di persone, ma altre fonti, pur simpatizzanti col movimento, dissero 200 o 300 mila e la questura ridusse addirittura a 90 mila. Fra l’altro, evidenziare i contrasti fra le cifre è ormai diventato un genere giornalistico ricorrente. Ed è pure oggetto di gag comiche.

(5) Per mobilitare centinaia di migliaia di persone, ci vogliono tempo, strategia, pianificazione capillare, soldi. Ecco perché le piazze «civiche», quelle che nascono dalla mobilitazione spontanea di gruppi e associazioni di cittadini che si dichiarano orgogliosamente liberi da bandiere, fanno molta più fatica a raggiungere i numeri delle manifestazioni organizzate col sostegno di partiti e sindacati.

(6) Per portare in piazza milioni di persone, internet non basta. Secondo gli ultimi dati di Internetworldstats.com, in Italia solo il 51,7% della popolazione ha accesso a internet, il che vuol dire che siamo sotto la media europea, che è del 58,4%, e vergognosamente sotto paesi come la Francia (68,9%), l’Inghilterra (82,5%), la Svezia (92,5%). Inoltre, se passiamo dai dati di accesso a quelli di uso effettivo, le cifre scendono ancora: per l’Audiweb gli italiani che nel dicembre 2010 si sono collegati a internet almeno una volta sono solo 25 milioni. Ecco perché internet non è una panacea: una mobilitazione che per organizzarsi usi soprattutto la rete (mail, facebook, social network), taglia fuori a priori una fetta consistente della popolazione, che occorre recuperare con attività capillari sul territorio, nei quartieri, nelle case. Come si faceva quando internet non c’era.

(7) In assenza di grandi numeri, per catturare l’attenzione dei media si possono fare cose strane, originali. Ma poiché di cose strane in piazza, dal ’68 a oggi, ne abbiamo viste tante (nudo, maschere, carri variopinti), giocare al rialzo comporta rischi di illegalità e idiozia di massa. E fare qualcosa che sia davvero nuovo, creativo, è sempre più difficile: bisogna usare il cervello, lavorare in staff, saper gestire in modo oculato i tempi, i modi e i delicati equilibri della sorpresa. Non a caso, le stranezze di piazza riescono bene ai professionisti della comunicazione, come Grillo e Greenpeace, per fare esempi molto diversi. Non a caso, negli ultimi anni i flash mob e le stravaganze di piazza sono passati dal sociale al commerciale, andando a finire nel guerrilla marketing.

Questo non vuol dire che l’originalità riesca solo ai professionisti della comunicazione. Un esempio eccellente è venuto l’anno scorso dai movimenti contro la riforma Gelmini: le immagini dei ricercatori sui tetti e degli studenti sulla torre di Pisa e nel Colosseo avevano una potenza simbolica tale che hanno fatto il giro del mondo.

(8) Un buon modo per fare grandi numeri è coinvolgere molte piazze nello stesso momento. Un po’ come fecero i No Global e i movimenti pacifisti nei primi anni duemila: si pensi ai milioni di manifestanti contro la guerra in Iraq, che il 15 febbraio 2003 scesero in piazza in oltre 600 città in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Europa all’estremo oriente. Qualcosa di simile è accaduto il 13 febbraio scorso, quando in oltre 200 città italiane e una trentina nel mondo sono scese in piazze circa un milione di persone in contemporanea. E il numero è credibile, stavolta.

(9) Per le piazze femminili vale tutto ciò che ho detto fin qui, con ulteriori precisazioni. Dopo gli anni settanta, i media italiani si sono sempre più disinteressati delle piazze femminili. Il che è rimasto vero anche negli ultimi anni, nonostante gli appelli su internet, il fermento dei social network e le mobilitazioni di piazza abbiano fatto parlare addirittura di neofemminismo. Gli scandali del premier hanno poi dato ai problemi delle donne nel nostro paese una chance di attenzione in più, specie col caso Ruby. Dopo la manifestazione del 13 febbraio, allora, le cose sembrano in parte cambiate, un po’ perché la mobilitazione è stata imponente, un po’ perché è stata in effetti caratterizzata dalla più importante novità che si potesse immaginare per una manifestazione femminile: ha coinvolto in modo rilevante e visibile anche gli uomini.

Il rischio, però, è che i problemi delle donne italiane restino schiacciati dall’antiberlusconismo, impedendo quell’attenzione generale e trasversale che invece è imprescindibile, visto che la disparità di genere è un fattore di arretratezza economica cruciale per l’Italia, e come tale riguarda tutti: a destra come a sinistra, a nord come a sud, giovani e anziani, donne, uomini e tutti i generi sessuali. Lo dice il World Economic Forum, che colloca l’Italia al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 per opportunità economica, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico delle donne. Lo dice uno studio della Banca d’Italia del 2008, secondo il quale, se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Pil crescerebbe, a produttività invariata, addirittura del 17,5%.

(10) Soluzioni per una piazza efficace? Mai una sola, sempre molte. Per protestare e rivendicare i propri diritti, ma soprattutto per riuscire a passare dal chiacchiericcio politico-mediatico ai risultati operativi, occorre usare tutti i mezzi di comunicazione, dalla stampa alla tv, da internet all’azione capillare sul territorio, non solo in piazza ma nei quartieri e nelle case. Senza sottovalutare la rete come modo per conoscersi, creare affinità, mantenere contatti. Ma senza neanche sopravvalutarla: la rete è importante per fare cose off line, non per generare autoreferenzialità.

Quanto ai numeri, se non si riescono a mobilitare milioni di persone in una volta sola – il che in Italia è sempre difficile – un’alternativa è scendere in piazza a ripetizione, senza mollare dopo qualche mese. In questo, il popolo Viola ha mostrato una certa tenacia e forse anche le organizzazioni femminili potrebbero riservarci qualche sorpresa. Il rischio, però, è che i media si assuefacciano e non diano più rilievo alla cosa. E che pure gli italiani non ci facciano più caso, specie se i numeri restano limitati. Non resta che inventarsi simboli nuovi, iniziative originali che attirino i media, li spiazzino: non per stupire a tutti i costi, ma per dare conto di una ricchezza e varietà di sguardi, storie e voci che nel paese in effetti ci sono, ma non sempre le piazze riescono a esprimere. In questo, la proverbiale creatività italiana potrebbe essere d’aiuto.

Gli studenti sulla Torre di Pisa il 25 novembre 2010

Gli studenti nel Colosseo il 25 novembre 2010

Manifestazione Se Non Ora Quando 13 febbraio 2011: verso Montecitorio

 

Quando il Giurì della pubblicità sbaglia

Il Ministro per le Pari Opportunità ha appena firmato un protocollo d’intesa con l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) «per rendere più efficace la collaborazione nel controllo e nel ritiro di pubblicità offensive e volgari». Ben venga, perché un bollino ministeriale aiuta sempre, ma in concreto sono perplessa: servirà, come dicono, per accelerare le procedure di sospensione delle campagne offensive nei confronti di donne, bambini, etnie, persone? O è solo una mossa di facciata? Se ne discuteva qualche giorno fa su Nuovo e utile di Annamaria Testa.

Da quando ho scoperto che denunciare allo IAP funziona, non faccio che farlo e invitare a farlo: è utile, bisogna insistere e più siamo meglio è (la procedura è questa). Ma a volte lo IAP non coglie il punto (o finge di non coglierlo). Cioè interviene abbastanza puntualmente sulle esposizioni più ridicolmente e gratuitamente volgari del corpo femminile. Ma si ferma nei casi appena un po’ più sottili.

Detto brutalmente: se le tette e il culo sono proprio molto esibiti, censura. Ma se sono appena più nascosti, lascia perdere.

Mi spiego coi casi concreti. Lo IAP aveva ritirato una pubblicità come questa (trovi i dettagli QUI):

Pubblicità Gruppo Torre denunciata allo IAP

Ma aveva ritenuto che «non contenesse elementi, visivi o verbali, tali da veicolare una carica svilente dell’immagine della donna» questa pubblicità di 3, nonostante i corpi fossero persino accompagnati da un prezzario (i dettagli della denuncia QUI):

Annuncio stampa Abbonamenti Power 3

Ora IAP mi dà un’altra delusione. Il 27 dicembre avevo denunciato la donna banner delle assicurazioni Linear. E ieri mi è arrivata questa risposta:

Segnalazione telecomunicato “Linear Assicurazioni” soggetto ‘Banner’ rilevato sul sito internet www.assicurazionelinear.it nel mese di gennaio 2011.

Facciamo seguito alla Sua segnalazione, per informarLa che il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio in oggetto, non ha ravvisato profili di contrasto con le norme del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

In particolare, l’organo di controllo ha ritenuto immediatamente percepibile il carattere ironico della comunicazione, che nella “personificazione del banner” non indulge ad aspetti volgari od offensivi della dignità della persona.

Il caso pertanto è stato archiviato. RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo i nostri migliori saluti. I.A.P. La Segreteria.

Insomma, lo IAP rispecchia la cultura italiana che, dalle ragazze di Drive In negli anni ottanta a Flavia Vento imprigionata da Teo Mammuccari nella scatola di plexiglass, fino alle veline-letterine di oggi, giustificano con l’«ironia» la riduzione del corpo femminile a oggetto-strumento privo di parola e cervello.

Ma non c’è niente di ironico in questo trattemento delle donne: l’ironia è ben altra cosa, come ho spiegato nel post L’ironia abusata.

E non c’è niente da scherzare, sulla donna-oggetto. Non in Italia, almeno. Non finché siamo vergognosamente al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale del World Economic Forum (i dettagli QUI).

Le italiane sono messe male e non lo sanno

A Ballarò spesso si proiettano i risultati dei sondaggi che il programma commissiona a Ipsos Italia. Quelli esposti nella puntata del 25 gennaio mostravano che lo scandalo Ruby sta tutto sommato riducendo di poco il gradimento e la fiducia che gli italiani riservano al premier e al PdL.

Stavo scorrendo svogliatamente le varie percentuali – non diverse da altre già viste in questi giorni – quando mi ha colpita questo cartello.

Alla domanda «a confronto con gli altri paesi, la figura femminile in Italia è…», gli italiani intervistati hanno risposto così:

L'immagine femminile in Italia

Detto in altre parole, l’Italia è al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico.

Cioè veniamo dopo (prevedibilmente) Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, che stanno ai primissimi posti, ma siamo più in basso anche di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera (anche questo, abbastanza prevedibile) e più in basso persino (meno prevedibile) di paesi come Thailandia, Filippine, Sud Africa, Mozambico, Argentina, Slovenia, Cile, Bulgaria, Cina (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Insomma in Italia le donne sono messe male. Molto male. Eppure il 51% degli italiani si illude ancora che siano né più e né meno come negli altri paesi, dove per altri paesi – suppongo – intervistatori e intervistati avranno pensato a qualche vicino di casa.

Ma nessuno – neppure a Ballarò, dove pure si è proiettato il cartello – si è preoccupato, in questi giorni, di commentare questo sondaggio. Né di farne altri per approfondire l’argomento.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.