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Le italiane sono messe male e non lo sanno

A Ballarò spesso si proiettano i risultati dei sondaggi che il programma commissiona a Ipsos Italia. Quelli esposti nella puntata del 25 gennaio mostravano che lo scandalo Ruby sta tutto sommato riducendo di poco il gradimento e la fiducia che gli italiani riservano al premier e al PdL.

Stavo scorrendo svogliatamente le varie percentuali – non diverse da altre già viste in questi giorni – quando mi ha colpita questo cartello.

Alla domanda «a confronto con gli altri paesi, la figura femminile in Italia è…», gli italiani intervistati hanno risposto così:

L'immagine femminile in Italia

Detto in altre parole, l’Italia è al 74° posto per la parità di genere nella classifica mondiale stilata nel 2010 dal World Economic Forum in base a quattro parametri: partecipazione e opportunità economica delle donne, accesso all’educazione, salute, accesso al potere politico.

Cioè veniamo dopo (prevedibilmente) Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia, che stanno ai primissimi posti, ma siamo più in basso anche di Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera (anche questo, abbastanza prevedibile) e più in basso persino (meno prevedibile) di paesi come Thailandia, Filippine, Sud Africa, Mozambico, Argentina, Slovenia, Cile, Bulgaria, Cina (per i dettagli, vedi il Gender Gap Report 2010).

Insomma in Italia le donne sono messe male. Molto male. Eppure il 51% degli italiani si illude ancora che siano né più e né meno come negli altri paesi, dove per altri paesi – suppongo – intervistatori e intervistati avranno pensato a qualche vicino di casa.

Ma nessuno – neppure a Ballarò, dove pure si è proiettato il cartello – si è preoccupato, in questi giorni, di commentare questo sondaggio. Né di farne altri per approfondire l’argomento.

PS: il sondaggio – come tutti quelli che Ipsos Italia fa per Ballarò – è stato condotto con metodologia CATI su un campione nazionale casuale secondo genere, età, livello di scolarità, area geografica di residenza e dimensione del comune di residenza, per un numero complessivo di 1000 interviste telefoniche su popolazione italiana maggiorenne.

Greenpeace, lo strip-tease, l’Italia e… l’Olanda

È successo questo. Ieri Repubblica Tv ha pubblicato l’ultimo spot di Greenpeace «Save Our Forests», dandogli evidenza addirittura in home page, per ragioni che non riguardano affatto la salvaguardia della natura. Lo intitola infatti «Lo strip-tease e l’ironia di Greenpeace» e lo commenta così: «Uno spogliarello per salvare le foreste, con la sorpresa finale. Ecco l’ultima trovata dell’associazione ambientalista».

Questo è uno screen shot della home, preso ieri alle 22.30 (clic per ingrandire).

Screen shot home Repubblica 8 settembre 2010

Alla stessa ora – per le stesse per ragioni – il video era al 2º posto nella classifica dei più visti del giorno (clic per ingrandire):

I più visti su Repubblica Tv 8 settembre 2010

Nel frattempo, mi sono arrivate numerose segnalazioni da studenti e lettori di questo blog, tutti scandalizzati per l’ennesimo sfruttamento del corpo femminile, innanzi tutto da parte di Greenpeace (e chi se lo aspettava?), poi di Repubblica: «Ma che schifo», «E dov’è l’ironia?», «Vergogna!», e via dicendo. Lo spot pare a tutti una riedizione – al contrario – del celebre «Rasa il pratino». Ma vediamolo:

Eppure bastava poco per non cascarci. Per non fermarsi in superficie.

Se infatti guardi meglio, scopri che il claim «Save Our Forests» è una traduzione dall’olandese «Red Onze Oerbossen», perché lo spot è di Greenpeace Nederland. E se fai una breve ricerca su YouTube, scopri che lo spot non sta affatto da solo, ma va assieme a una versione maschile, dal titolo «Get it wild and uncensored (like men?)». Eccola:

Morale della favola: lo spot di Greenpeace Nederland non sarà un granché, ma l’ironia c’è ed è giocata, con mirabile parità, sia sul corpo femminile che su quello maschile.

La Repubblica, invece, ci fa una figuraccia perché, per fare il solito giochetto pruriginoso, ha omesso (o non ha scoperto) un’informazione di contesto rilevante. Ma non ci fanno bella figura neppure tutti i signori e le signore che hanno cliccato il video come pazzi per dire «Che gnocca!», da un lato, o «Che scandalo!» dall’altro. Tutti figli – il giornale come i suoi lettori – della stessa arretratezza italiana quanto a parità di genere.

D’altra parte, i dati parlano chiaro: nel Rapporto 2009 del World Economic Forum sul Global Gender Gap, l’Italia sta al 72° posto. L’Olanda all’11º. Da quelle parti, cioè, ci si può permettere di scherzare sullo spogliarello femminile senza offendere le donne. Qui no.

Una cucina paritaria

Il nuovo spot di Ikea Italia pubblicizza le cucine mettendo in scena un gruppo di amici in cui gli stereotipi maschili e femminili sono distribuiti – evviva! – con una equità per l’Italia davvero sorprendente: fanno il tifo in modo irruento, cucinano e pasticciano sia i maschi che le femmine, scambiandosi continuamente di ruolo.

La campagna – che coinvolge tutto il media mix – è stata affidata a 1861 United.

Vale la pena ricordare, a proposito di nessi fra mondo reale e pubblicità, che nel Global Gender Gap Report stilato nel 2009 dal World Economic Forum – che classifica 134 paesi sulla base delle differenze di genere in quattro ambiti: economia, politica, educazione, salute – l’Italia sta al 72° posto, mentre la Svezia sta al 4°.

Ma stavolta i benefici influssi svedesi sono arrivati fin qui.

Studenti&Reporter 4 – Il femminismo, che roba è?

Oggi l’inchiesta di Studenti&Reporter su Repubblica Bologna verte su donne e femminismo, collocandone i problemi fra la realtà economica del paese e gli stereotipi negativi che gravitano attorno alla parola «femminismo».

Questa è l’inchiesta di Daniele Dodaro, Valentina Scattolari, Aura Tiralongo, che hanno intervistato ragazze e ragazzi di tutto l’ateneo bolognese:

“Il femminismo? Roba anni ’70”. Anche le ragazze lo rifiutano

Questo è il mio pezzo introduttivo, un po’ più lungo di quello apparso su Repubblica:

Si avvicina l’8 marzo e come sempre si parlerà di donne. Ma quest’anno a Bologna c’è stato il cosiddetto Cinzia-gate, che è arrivato all’attenzione nazionale mescolandosi alle vicende del premier in modi spesso fuorvianti e vischiosi. Il che ha prodotto più gossip e curiosità morbosa che analisi lucide, equilibrate.

Parlare di donne in questo contesto è più difficile, perché da un lato si presta a strumentalizzazioni politiche che non c’entrano nulla con i problemi delle donne, i quali stanno a destra come a sinistra. D’altro canto si presta a stupidaggini del tipo: stai con Cinzia o Flavio? Che non hanno nulla a che vedere, ancora una volta, con i problemi reali.

Vogliamo contribuire alla riflessione in due modi. Innanzi tutto riportando il discorso sulle donne all’ambito economico, che spiega molte cose.

Se le donne vendono il corpo a uomini di potere, e se per le più svariate ragioni – inclusa la vendetta e il risarcimento – chiedono soldi agli uomini più spesso che viceversa, è perché lavorano meno e hanno meno soldi degli uomini.

Nell’agenda di Lisbona del 2000, l’Unione europea si proponeva di portare al 60% l’occupazione femminile; ma i dati Eurostat sull’Italia a marzo 2009 parlavano ancora del 46,3% di occupate, contro il 68,5% di uomini: quasi 14 punti sotto la soglia di Lisbona e circa 12 sotto la media europea.

Vale inoltre la pena ricordare che ogni anno il World Economic Forum classifica 134 paesi sulla base delle differenze di genere in quattro ambiti: economia, politica, educazione, salute. Ebbene, nel Report 2009 l’Italia è al 72° posto. Il che significa non solo che stiamo dietro a Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia, che occupano le prime 4 posizioni, ma dietro a paesi che forse non avremmo detto: dall’Argentina (24°) alla Namibia (32°), dalla Thailandia (59°) alla Romania (70°).

In secondo luogo abbiamo cercato di rispondere a una domanda che ultimamente si sente spesso: se è vero che in Italia le donne sono subalterne, perché non si ribellano come fecero le femministe? Le possibili risposte sono molte. Una radice del problema, credo, sta negli stereotipi negativi che molti oggi associano alla parola “femminismo”. È proprio per snidarli che abbiamo chiesto ai ventenni: “Se dico la parola femminismo, o femminista, cosa ti viene in mente?”. Li abbiamo lasciati parlare.  L’idea di femminismo che emerge non è incoraggiante.

Questo il pezzo su Repubblica:

L’8 marzo degli stereotipi che taglia fuori i veri problemi

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Qui le puntate precedenti di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter 3 – Insicurezza reale e precepita, 17 febbraio 2010

Studenti&Reporter 2 – La movida Made in Bo, 3 febbraio 2010

Studenti&Reporter 1 – Presentazione, 20 gennaio 2010

La Banca d’Italia e le donne

Su segnalazione di Loredana Lipperini, ripesco un articolo di Elena Polidori, apparso ieri su Repubblica, che tocca un problema di cui avevo già parlato in questo post: in tutti i paesi del mondo c’è una stretta correlazione fra alto grado di diseguaglianza fra i sessi e scarso sviluppo economico (vedi il report annuale del World Economic Forum).

Né l’articolo né l’argomento hanno avuto il rilievo e l’attenzione che meriterebbero.

«Miracolo donna. Secondo uno studio della Banca d’Italia, una possibilità di risollevare l’economia italiana dalla fiacchezza che l’affligge sta – starebbe – nell’effettiva parità tra maschi e femmine sul mercato del lavoro. Almeno sulla carta. Se questo accadesse, obiettivo ancora assai lontano, ovvero se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Paese avrebbe una discreta fetta di ricchezza in più.

Per restare solo nella sfera economica, che non è certo l’unica: il Pil, dunque il benessere, (a produttività invariata) crescerebbe addirittura del 17,5%, cioè circa 260 miliardi di euro. Un vero e proprio “tesoro” che vale come una valanga di pluristangate o migliaia di lotterie di Capodanno.

Per avere un’idea più concreta: grosso modo è come tutto il “sommerso”. Ben 60 volte il taglio dell’Ici deciso dal governo. Quasi la metà di quel che s’è bruciato in tutte le Borse europee il 1 luglio scorso. Circa 1.400 volte gli aiuti che adesso l’Italia non vuole dare più ai paesi in via di sviluppo. Un miracolo, appunto.

Donna ausiliatrice, per così dire. Capace di fare da “stampella” all’economia malata, ma anche da straordinario volano per l’occupazione stessa. Con la parità, secondo lo scenario elaborato dall’economista Roberta Zizza, di colpo ci sarebbero quasi 5 milioni di occupate in più, per altro ben spalmate tra il Nord e il Sud, senza più le due Italie che esistono oggi. Un calcolo ancora più semplice dice che ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi – dall’assistenza agli anziani e ai bambini, fino alle attività domestiche vere e proprie – prima non retribuiti perché gravavano sulle spalle della neo-assunta. «Effetto moltiplicatore», lo chiamano gli esperti.

Una soluzione di genere ai guai nazionali, insomma. E sarebbe un prodigio, anche senza arrivare al bilanciamento perfetto, se solo le donne riuscissero a risalire la china, fino ad un più onorevole tasso di occupazione del 60%. Ecco, pure in questo caso i benefici per il Pil sarebbero di tutto rispetto: più 9,2%. Non andrebbe male neppure se il pareggio avvenisse all´interno dell´universo femminile, con le occupate del sud balzate ai livelli nordici del 55,3%: più 5,8% del Pil.

Ma finché il miracolo non si realizza, il tasso di occupazione delle donne italiane resta tra i più bassi d’Europa, superiore solo a Malta: appena il 46,6%, contro il 70 degli uomini. Come se non bastasse, le femmine, costrette a dividersi tra casa e ufficio, pur essendo meno presenti sul mercato del lavoro, finiscono per sgobbare ogni giorno ben 75 minuti in più dei maschi, un record europeo. Hanno una retribuzione più bassa e percorsi di carriera più lenta. Sono pochissime le dirigenti: solo il 17% ha responsabilità di supervisione contro il 26 degli uomini e il divario rimane intatto nel tempo. «Bassa partecipazione e segregazione», nel linguaggio tecnico. Ecco, questa è la realtà, oggi, secondo dati 2007, denunciata di recente dallo stesso governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi.»

Elena Polidori, La Repubblica, 22 luglio 2008.