Lega e Pd, che succede se i due partiti cambiano nome?

Partito_Democratico_-_Logo_elettorale.svg Lega_simbolo2018 Simbolo_di_Lega_per_Salvini_Premier

Ieri ho ripreso a scrivere sul Fatto Quotidiano, dove per motivi diversi non scrivevo più da quasi due anni. Ecco il mio articolo:

In questi giorni circola l’idea che il Pd e la Lega possano, per motivi diversi, decidere di cambiare nome. Un’idea che i leader dei due partiti si sono preoccupati di smentire subito: «Il nome Lega non si tocca» ha dichiarato con forza Matteo Salvini alla Berghem Fest di Alzano Lombardo. Analogamente, per il Pd: «Lungi da me porre un tema sul nome del partito», ha affermato Nicola Zingaretti all’incontro di AreaDem a Cortona, mentre alla Festa dell’Unità di Ravenna Graziano Delrio ribadiva: «Noi non abbiamo bisogno di cambiare nome».

Ebbene, poiché in università mi occupo di linguaggio, segni, comunicazione, dunque anche di nomi, ugualmente in questi giorni mi arriva da più parti – da amici, studenti, giornalisti – la fatidica domanda: cosa succederebbe se, malgrado le smentite, i due partiti alla fine cambiassero nome? Vediamo.

In generale il nome di un partito, assieme al suo simbolo, è un ingrediente fondamentale della sua identità, così come lo è per un’azienda, un servizio, un prodotto. Cambiarlo non è mai un’operazione semplice, perché implica una strategia di comunicazione a medio-lungo termine (si spera di non doverlo cambiare ancora a breve), e questa strategia non può riguardare solo la scelta di una parola nuova, con l’insieme di significati, valori ed emozioni che quella parola esprime e suscita – il che già non sarebbe poco – ma deve essere coerente, visto che si tratta del nome di un partito, con ciò che i leader di quel partito rappresentano, esprimono e suscitano nel momento in cui si decide di cambiare il nome.

Il nome di un partito, insomma, non vive affatto isolato, il che non significa solo, e banalmente, che sta assieme al simbolo del partito e alla scelta grafica con cui il nome viene espresso (font, dimensioni, colori), ma vuol dire, con complessità ben maggiore, che non si può pensare il nome di un partito in modo separato né dai leader di quel partito, dai significati e valori che esprimono, né tantomeno dai contenuti, dalle idee e dai programmi che quei leader portano con sé. Il che vale oggi molto più di dieci o vent’anni fa, perché viviamo – piaccia o non piaccia, è così – in tempi di forte, e sempre più forte, personalizzazione della politica.

Detto questo, si capisce immediatamente che l’eventuale cambiamento del nome avrebbe implicazioni e conseguenze molto diverse per la Lega e per il Pd. E questo indipendentemente da quale sarebbe il nuovo nome. Nel caso della Lega, infatti, si accompagnerebbe a un leader, Matteo Salvini, che in questo momento non è solo mediaticamente molto forte (onnipresente su tutti i media, dalla tv ai social), ma è politicamente unico e indiscusso nel partito, ed è comunicativamente incisivo e coerente persino nel suo non esserlo, nel suo cambiare idea e fare errori di continuo, ammettendoli e/o riuscendo a farli dimenticare o farseli perdonare.

Salvini è in questo momento un marchio talmente forte e consolidato, insomma, che potrebbe con facilità reggere il cambiamento di nome del partito. Sta di fatto, fra l’altro, che la Lega ha già cambiato nome e simbolo nel dicembre dell’anno scorso, perché è diventata Lega per Salvini Premier, cancellando la parola Nord dal nome e la stilizzazione di Alberto da Giussano dal simbolo. Un’operazione astuta, che evidentemente non è stata fatta solo pensando agli elettori del Sud Italia, ma anche – come alcuni pensano – ai problemi giudiziari della Lega, che in questi giorni dovrebbero avere un primo esito.

Nel caso del Pd, invece, cosa abbiamo? Manca un leader che sia unico e indiscusso nel partito, ma non solo: la frammentazione, i conflitti, gli andirivieni politici e comunicativi sono tali e tanti nel Pd, durano da così tanto tempo e non accennano a diminuire, al punto che è ormai impressione diffusa e condivisa persino fra gli elettori più fedeli che il Pd sia un partito allo sbando. Che poi di fatto lo sia o non lo sia, che continui così o riesca a riprendersi, non importa: ciò che il Pd comunica, per ora, è caos, frammentazione, disaccordo. Cambiare il nome proprio in questo momento sarebbe dunque per il Pd un suicidio. Il che potrebbe forse preludere alla fondazione di un partito nuovo e completamente diverso da ciò che il Pd è stato, come alcuni auspicano? Chissà. Di questa novità, per ora, non si vedono tracce.

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