Viktoria Modesta, ovvero: la disabilità come arma

Viktoria Modesta, Prototype

È uscita sull’Espresso lunedì scorso un’intervista che mi ha fatto Antonio Rossano – che ringrazio – su Viktoria Modesta, e in particolare sul suo ultimo video “Prototype”, che ha fatto molto discutere. Eccola:

Nel suo ultimo video “Prototype”, Viktoria Modesta balla, canta, recita e si esprime in una performance dal carattere deciso e aggressivo, facendo del proprio corpo un modello da imitare, il sogno di bambini e bambine e l’ideale dei giovani. Affronta il mondo con sprezzo per l’autorità e senza alcun timore, con passo felino, graffiando con la sua musica suadente e decisa. Tutto normale per una cantante rock, si potrebbe dire. La particolarità è che Viktoria è priva di una gamba dal ginocchio in giù. O meglio, è dotata di un arto bionico scintillante e frivolo, ma tecnologicamente avanzato e intercambiabile. Che può anche trasformarsi in un’arma puntuta e micidiale.

Un modo di rappresentare la disabilità capovolgendo completamente il punto di vista. Ciò che è considerato “minus” diviene “plus”. La disabilità è interpretata come alterità oltre la dimensione della anormalità, che diviene essa stessa normalità e modello, introducendo un concetto che appartiene sempre più al nostro futuro prossimo: il corpo ciberneticamente esteso.

Le protesi delll’atleta Pistorius hanno consentito all’uomo di superare i limiti del corpo deprivato e biologico, ma restano nell’immaginario oggetti pseudo-meccanici, più legati all’inerzia ed alla gravità, che alla scienza ed alla tecnologia. La protesi di Viktoria Modesta è invece la dimensione del potere della tecnologia e della speranza di un futuro in grado di superare oltre ogni limite la menomazione, innestata in un corpo di cui la mente di Viktoria è padrona senza disconferma, fiera e forte, capace di trasformarsi in modello per tutti.

Oltre la rappresentazione commerciale, che è sicuramente uno degli obiettivi del video, l’immagine che esso rilancia della disabilità, come il video stesso propone nel suo incipit “Forget what you know about disability” (“dimentica ciò che sai sulla disabilità”) è dirompente e potente al tempo stesso.

Ne abbiamo parlato con Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media all’Università di Bologna. La prof.ssa Cosenza ha un blog molto seguito, Dis.amb.iguando , dove dal 2007 analizza, osserva e discute le manifestazioni e le rappresentazioni della società, la pubblicità e la rete internet.

Professoressa Cosenza, la disabilità può essere un modello?
Ho avuto modo di riflettere sulla disabilità con persone che operano in questo settore. Se c’è un’esigenza che hanno le persone disabili, con qualsiasi tipo di disabilità, a eccezione di quelle che non consentono la consapevolezza e coscienza di sé, è quella di sentirsi normali. Questo video cosa fa? Parte da questo presupposto, che davvero è trasversale presso tutte le persone portatrici di disabilità, e va oltre, nel senso che è una normalità tale da permettere quello che la nostra normalità di non disabili permette: cioè, in certe condizioni, idealizzare il corpo ed alcuni comportamenti e alcune rappresentazioni del corpo.
Viktoria Modesta è una bella donna ed è un’artista. Del suo corpo con una disabilità, perché le manca un pezzo di gamba dal ginocchio in giù, fa un modello, includendo la disabilità nel modello. Portando a tutte le conseguenze possibili la normalizzazione nella società. E così il video mostra che lei è una popstar, amata da uomini, ragazzine e ragazzini

È un sovvertimento catartico. C’è un’operazione commerciale, ma un messaggio nel quale non ci soffermiamo più sulla parte mancante: “o poverina”…
…e la personaggia che Viktoria Modesta rappresenta è anche cattiva. Ci sono componenti aggressive che lei esprime, una sessualità aggressiva, con quella protesi appuntita che può diventare un’arma, minacciosa, alla fine stride sul pavimento, fa impressione.

Che significa anche “io non ho bisogno di essere compatita, difesa”…
È quello che dicevo prima. Un disabile non deve per forza essere buono. Infatti, anche quello del “disabile buono” è uno stereotipo. Sì, se tu dici “poverino” intendendo che è una vittima. Perché per forza deve essere buono nel suo stato di disabile. Ma questo è un concetto rigettato da molti, nel senso che il disabile che si sente normale, come gli altri, può decidere anche di essere un grande stronzo. Lei è cattiva, come dicevo ha una sessualità molto aggressiva con una protesi minacciosa, con la quale se lei vuole può anche uccidere. È molto muscolosa, ha un corpo allenato, da palestra, fa capire che non c’è niente di debole nella sua fisicità e che, se vuole, ti ammazza. Ed è orgogliosamente così.

Lei inscena una “bad girl”. Mi ricorda MadonnaCiccone, Cindy Lauper, personaggi che esistono nella cultura pop almeno dagli anni ’80 . Anche se lei va ancora più indietro nel tempo con la rappresentazione. Riprende l’interrogatorio della donna bella sotto il nazismo, contesti sadomaso, da parte di un’artista disabile e quindi, toglie dalla fossa della vittima per forza buona, la disabilità. La sua protesi bionica viene estetizzata, diviene elemento di forza. Immagino che le cambi come fosse un abito.

C’è il ribaltamento quindi dello stereotipo…
C’è il ribaltamento e c’è una normalizzazione. La normalizzazione è la premessa da cui può provenire il ribaltamento. C’è una eccezionalità positiva in Viktoria Modesta: non è normale essere così bella ma se lei si fosse chiusa nella mancanza non si sarebbe potuta valorizzare. Quindi il presupposto è: io valorizzo ciò che di positivo ho, lo coltivo (palestra, trucco, abbigliamento, ecc.) e sicuramente dietro c’è una capacità culturale di farlo. Tutti i nostri corpi sono pieni di protesi: occhiali, lenti a contatto, se non andassimo dal dentista saremmo a 40 anni senza denti. E lei ci dice: a me manca un pezzo di gamba, ma guarda che figa che è la mia gamba senza quel pezzo! Anzi: la vorresti avere tu questa protesi? Ma tu non puoi, perché tu hai una gamba in carne e ossa! Io la cambio ogni giorno.

Ecco il video:

6 risposte a “Viktoria Modesta, ovvero: la disabilità come arma

  1. Sarà che mi fa impressione anche un buco per l’orecchino, ma alla domanda: “La vorresti avere tu questa protesi?” la risposta è “NO.” Neanche se diventassi bello, ricco e famoso come un Brad Pitt.

    In questi giorni sto vedendo alcune puntate di The Big Bang Theory e in alcune di esse appare Stephen Hawking, con la sua disabilità e la sua possibilità di parlare normalmente con un sintetizzatore vocale. Ha acconsentito che i personaggi della serie lo prendesso in giro per la sua voce artificiale, segno ulteriore del suo sentirsi normale.

    Detto questo ben venga la normalizzazione della disabilità, ma ricordiamo anche che questa normalizzazione è resa possibile dalla tecnologia. Oggi è possibile quanto non lo era prima. Penso che Hawking, Pistorius e Modesta, nel prossimo futuro, non saranno più l’eccezione della disabilità.

  2. Una Viktoria bella e muscolosa non è uguale a un nano di ottanta centimetri né a uno spastico con la bava alla bocca (la crudezza dei termini è voluta e consapevole). Questo nulla toglie alla sua analisi su Viktoria, ma mi pareva necessario sottolinearlo perché quando si parla di “disabilità” troppo spesso si omettono le opportune differenziazioni.
    Se, come ci dice l’OMS, la disabilità non coincide con la menomazione, ma si definisce anche in relazione all’ambiente, ai fattori contestuali ecc. che influiscono sul funzionamento della persona, allora possiamo dire che Viktoria, in questo contesto sociale, non ha di fatto una disabilità a livello estetico, o ne ha una comunque molto limitata.
    Per questa ragione mi sento di dire che l”‘eccezionalità positiva” è molto meno marcata di quanto sembri: Viktoria non si deve sforzare poi molto per essere sexy. Né in effetti la società si dimostra così rivoluzionaria nel riconoscerne la sensualità.
    In altre parole, c’è una specie di fallacia alla base del ragionamento: amputata = disabile = difficile da considerare sexy –> se riesce a valorizzarsi come donna sexy allora è eccezionale.
    Ma l’errore nel presupposto: una donna amputata può avere lo stesso un corpo molto simile agli standard accettati di “donna sexy”.
    Proviamo a mettere al suo posto il suddetto nano di 80 cm, o anche semplicemente una donna sanissima ma grassa e baffuta… e ecco che questa donna, anche con tutto il coraggio, orgoglio, aggressività del mondo, sarà comunque ben lungi dall’essere esposta su un palco come modello di sensualità.

  3. @toppe
    riflessioni acute e intelligenti

  4. Bel video, molto originale. Peccato che non capisco l’inglese. Esiste davvero una protesi così chic? Vedendo il video ho pensato anche al contributo di ragazze diversamente abili (questo è l’unico termine che mi piace perché è vero che sono così!) come Giusy Versace e Simona Atzori.

  5. Scusate, ma che significa “disabilità a livello estetico”?

    Non inventiamoci nuove categorie per classificare quel che rimane non-classificabile. L’erotismo è ovunque. E questo video, oltretutto, è carico di immagini simboliche, metafore e citazioni. Non basta certo una sola visione per afferrarle tutte. Peraltro lo stereotipo del “disabile buono” che sta alla base del ragionamento di Giovanna Cosenza mi pare già di suo poco convincente: l’immaginario letterario e cinematografico non ci propina semmai “disabili cattivi”, da Gamba di Legno a il Dottor Stranamore? Ora, se all’interno del video c’è una “critica” è certamente quella indirizzata al pietismo punitivo tipico di molti ambienti religiosi, ossia collocare i disabili in una gabbia di sofferenza imposta da un sistema sadomasochista; la sofferenza e l’umiliazione della carne come contrappasso per il paradiso… Storia vecchia quanto orrenda.

    Se questa Viktoria Modesta è una “cattiva ragazza” è appunto perché si ribella a tutto ciò, nella fattispecie alla madre e alla maestra (cfr. video), entità castranti rappresentate con la tipica aria da timorate di dio: la prima scandalizzata dal cartone animato, la seconda dal simbolo di ribellione inciso sul banco di scuola. Il potere fascista, rappresentato in un contesto nazistoide è la parte punitiva maschile (padre/padrone) che entra in azione là dove ha fallito la parte coercitiva femminile (madre/maestra). Perché uomo e donna sono sempre solidali quando si tratta di massacrare i piccoli della loro specie.

    La danza sardonica finale, con la protesi a forma di cono d’acciaio nero che stride sul pavimento, è l’estetizzazione di un hardcore che viene appena affrontato in un paio di inquadrature precedenti, dove VM seminuda ci mostra in primo piano il suo arto amputato. Da notare che c’è un precedente storico, una artista porno che aveva un’amputazione simile: la sua sottile gamba priva di piede veniva usata come un fallo in rapporti sessuali lesbici, e no. Qualcosa di terribilmente erotico. A suo modo, credo, estremo.

    L’estetica è qualcosa che si costruisce su basi culturali. Dunque se siamo “disabili esteticamente” significa che siamo ignoranti.

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