Migranti: solidarietà e accoglienza insegnando la lingua italiana

Migranti

A proposito delle raccolta che sta facendo Valigia Blu di storie positive sull’accoglienza che moltissimi italiani mettono in atto ogni giorno nei confronti di migranti che vengono da tutto il mondo, segnalo la storia che appare oggi su Nuovo e utile. Ilaria si laureò con me in Semiotica ormai diversi anni fa. Da anni lavora a Milano con Annamaria Testa, che le ha chiesto di raccontare l’esperienza che sta facendo da tre anni. Ecco le sue parole:

È difficile trovare il nome adatto. Come possiamo chiamare i nostri studenti? Non “extracomunitari”, perché il termine li chiama fuori invece di includerli. E neppure “stranieri”, perché non devono essere estranei, ma diventarci familiari. Non va bene nemmeno “immigrati”, perché la loro situazione è in continua evoluzione e il participio passato non rispetta questo requisito. Forse “migranti” perchè significa semplicemente “che cambiano sede”, e il participio presente ci viene in soccorso per dare voce alla fluidità della loro condizione. Rondini umane, secondo la critica di Severgnini: ma forse è meglio un’etichetta vaga e un po’ ecumenica che una logora, stretta e densa di pregiudizio.

Sono una volontaria di Alfabeti, associazione attiva da 20 anni nel quartiere di San Siro di Milano (uno dei più multietnici della città con circa il 40% di immigrati residenti) che si occupa di alfabetizzazione, integrazione e accoglienza dei migranti. Dal 1995 a oggi sono state sedute sui nostri banchi circa 5.000 persone tra alunni della Scuola Serale e alunne della Scuola Donne mattutina. Principalmente vengono da Egitto, Sri Lanka, Filippine, El Salvador, Marocco, Perù, Nepal, Senegal, Cina, India, Bangladesh, Ucraina.
Nella sola Lombardia, tanto per avere qualche riferimento, è residente un quarto della popolazione immigrata nel nostro Paese (circa 130mila persone). Qui il più recente (e completissimo) rapporto Istat sull’immigrazione.
In 70 volontari (dai 22 agli 81 anni, studenti, lavoratori e pensionati) insegniamo italiano gratuitamente a chi l’italiano non lo sa, o lo sa male, e ne ha bisogno per iniziare un nuovo pezzo di vita nel nostro Paese. Ad esempio, per non sentirsi a disagio perché non capisce quando gli parlano, per sapere che cosa dire al dottore quando sta male, per chiedere informazioni su come arrivare a un appuntamento o per scrivere un curriculum e fare un colloquio di lavoro. E, soprattutto, per avere delle parole a disposizione attraverso cui coltivare nuove relazioni.

Paghiamo tutte le spese e l’affitto della sede in cui teniamo le nostre lezioni: Aler ci chiede ben 9.000 euro l’anno per 60 mq più una cantina piuttosto fatiscenti e rimessi a posto da noi. Non pochi per il bilancio di una Onlus. Come ce la caviamo? Inventiamo di continuo attività di autofinanziamento: mercatini di libri usati, aperitivi, cene e concerti etnici per poter garantire agli studenti un servizio accessibile a costo zero. […]

È difficile raccontare quante cose si possono imparare insegnando. Il modo migliore è procedere con disordine, con aneddoti sparsi e ritratti sfumati di alcuni degli alunni che ho conosciuto in questi tre anni. Continua a leggere QUI.

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