Di quante storie positive abbiamo bisogno per sradicare i pregiudizi contro Scienze della comunicazione?

Scienze della comunicazione

Dopo aver letto la storia di Federico, mi scrive Francesco, un altro ex studente del settore Comunicazione, che non è mio allievo ma che – come molti – non ce la fa più a sopportare gli stereotipi negativi che affliggono, in Italia, i corsi di laurea in Scienze della comunicazione e affini. Ecco la sua storia, tutta positiva, piena di energia e capacità, bella:

Gentile professoressa Cosenza, mi chiamo Francesco Ripa e ho 22 anni. Le scrivo da Copenhagen. A luglio 2015 mi sono laureato in Comunicazione Pubblica e d’Impresa alla Sapienza. Ho letto l’articolo sul suo blog che racconta la storia positiva di Federico Sbandi: l’ho rigirata a tutti i miei ex compagni di corso della Sapienza, che vogliono seguire la sua strada, e a mio padre, che ha sempre avuto molti dubbi sull’effettiva applicabilità di questa laurea. È di un’altra generazione, dopotutto, quella dei concorsi e dei “posti fissi”. Non è colpa sua.

La mia non è una storia di successo come quella di Federico. Io nella mia vita non ho ancora dovuto accettare nessun contratto da 500€ al mese, perché subito dopo la laurea ho deciso di partire per un’esperienza di volontariato di 10 mesi. Il programma si chiama Servizio Volontario Europeo e, anche se non è un lavoro pagato, copre tutte le spese e mi permette di vivere in maniera indipendente in un paese molto caro come la Danimarca. Lavoro in un centro comunitario per rifugiati e richiedenti asilo. In questo momento storico, in un paese come questo, devo dire che è stata un’esperienza molto interessante (accennerò soltanto una cosa: la Danimarca non è un paradiso, punto).

Al secondo anno di università sono partito per Barcellona. Ho trascorso sei mesi studiando Publicitat i Relacions Públiques. Laurea molto specifica, molto pratica. I miei amici di quel corso già lavorano tutti, chi nel web marketing, chi in aziende pubblicitarie, chi nella organizzazione di eventi. Ma questa è un’altra storia. Io lì ho capito, grazie a un professore brillante (di economia), che la mia strada era un’altra. Guardandolo passeggiare davanti alla cattedra e spiegare la lezione in maniera tanto ironica, cinica e, dato che a quelli-come-noi piace questo termine, diciamo “non convenzionale”, ho pensato: “Che bello deve essere ricevere uno stipendio per parlare delle cose che più ami a giovani che sono lì per impararle.” Quello che più mi interessa è la politica. Di conseguenza, è in quella direzione che avrei dovuto portare i miei studi accademici. Gli esami a scelta del terzo anno, vari seminari e conferenze in giro per l’Europa, la tesi di laurea: ho fatto di tutto per dimostrare il mio interesse. Per fare domanda alle università straniere, anche quelle eccellenti, non contano tanto la tua “classe di laurea” o i crediti che hai ottenuto in una determinata “area didattica”, quanto il tuo profilo globale, la tua motivazione, la tua effettiva potenzialità di riuscire a fare bene.

Devo aggiungere una cosa, perché nella mia storia è un passaggio fondamentale. Quando ero ancora in Spagna ho partecipato a un concorso indetto dalle Nazioni Unite, scrivendo un saggio in spagnolo sul multilinguismo e la cittadinanza globale. Ho vinto e nel giugno 2014 sono stato invitato a New York con gli altri vincitori – eravamo 60 da tutto il mondo – e abbiamo avuto l’onore di dare una presentazione all’Assemblea Generale dell’Onu. Assurdo, eh? Decisamente. Tutti gli amici di scuola, genitori, parenti ecc., tutti impazziti. I giornali locali (sono della provincia di Napoli) mi dedicano spazio. Sa bene, essendo un’esperta, il clamore che è in grado di causare un certo tipo di legittimazione mediatica. Quest’esperienza negli Stati Uniti mi ha influenzato nel senso che ho capito che potevo puntare in alto.

Alla fine del mio Erasmus in Spagna, dico al mio professore che avrei seguito la sua strada. “Hombre”, mi dice, “no quiero ser responsable si luego serás pobre.” Io rido e gli dico che nel sud Europa non se ne parla: avrei provato in Inghilterra, nel nord Europa, in America. Allora alza le mani e mi dice che lì va ancora bene. Però aggiunge: “Punta più in alto, tu che puoi. L’università verrà dopo. Puoi sempre insegnare dopo che hai fatto qualcosa di buono.”

Trascorro un’esagerata quantità di tempo sui siti delle università da sogno, per capire cosa cercano. Come ho già accennato, il nome del corso di laurea non importa. Importano gli esami. I voti sono menzionati in maniera indiretta: “academic excellence” è il requisito. E poi importa tutto il resto: quello che hai fatto al di fuori, quello che dimostra realmente che oltre ad essere un ottimo studente sei anche una persona realmente interessata e motivata. Lavoro alle mie applications da Copenhagen. Nella mia lista ci sono ottime università e università eccellenti, quelle che nelle classifiche in genere sono tra le migliori cinque al mondo. Faccio domanda alla London School of Economics, all’Università di Oxford, e a SciencesPo, l’Istituto di Studi Politici di Parigi. Tutti i corsi di master a cui mi candido sono di politica europea. Mi hanno ammesso tutte e tre. Ho scritto delle mail entusiaste al mio relatore e al preside del mio Dipartimento a Roma e al mio professore di Barcellona. Erano tutti molto orgogliosi. Quelli che mi conoscono continuavano a ripetermi la loro ammirazione per i miei risultati, mentre i miei amici più stretti – come si dice in inglese – non hanno neanche alzato un sopracciglio: “Bravo”, mi hanno detto, “ma si sapeva già.”

A fine agosto mi trasferirò a Parigi, e studierò lì per i prossimi due anni. Momento cruciale per essere in quella città: proteste di piazza, allerta terrorismo, elezioni alle porte. Sono convinto che sia fondamentale, per chi sta crescendo e vuole imparare il più possibile, essere lì dove le cose accadono. Sono contento della mia scelta, e orgoglioso dell’opportunità che mi è stata offerta.

Quello che voglio dirle, però, è un’altra cosa. Quello che pensavo leggendo il post su Federico è: di quante storie positive abbiamo bisogno per sdradicare questo pregiudizio nei nostri confronti? Perché ce ne sono tantissime, e lei lo sa bene. Perché un ragazzo deve sentirsi dire che sarebbe “sprecato”, studiando Comunicazione? Meglio giurisprudenza, meglio economia. “Addirittura meglio scienze politiche, a questo punto.” Le ho sentite tutte. L’altro giorno ho sentito di una ragazza che ha studiato musicologia all’università, in Inghilterra. Ora lavora come contabile per una multinazionale con più di 100mila dipendenti. Il motivo? Per lavorare lì, non chiedono una laurea specifica ma devi passare dei test (tanti), in cui dimostri di saper pensare e quindi di poter imparare, potenzialmente, tutto sul campo. Ovviamente, questa storia positiva quasi assurda non viene dall’Italia. Noi siamo ancora convinti che esista una consequenzialità diretta tra la scelta dei nostri studi e le carriere che intraprenderemo (o “non intraprenderemo”, se scegliamo comunicazione). È una concezione sbagliata, perché lo spettro di opportunità – soprattutto all’estero – è molto più ampio di quello che immaginiamo.

Io non andrei mai a dire queste cose a una classe di studenti di comunicazione. Addirittura un po’ mi infastidiva il continuo ripetersi che noi serviamo a qualcosa. Che sono quelli fuori a non capirci, che non riconoscono il nostro valore. Io questo lo direi in un liceo, davanti agli insegnanti che indirizzano i loro studenti con consigli da secolo scorso. Davanti ai genitori secondo cui devi solo scegliere tra medicina o ingegneria.

Diranno bravo a Federico e a me e a tutti quelli che ottengono buoni risultati, ma allo stesso tempo ci considereranno come eccezioni. Continueranno a guardare dall’alto verso il basso chi fa la scelta di studiare comunicazione. Ci chiedono: che cosa vorresti fare? Pubblicità, marketing? Pubbliche relazioni, ma che significa? È veramente un lavoro? (O peggio: vuoi organizzare feste?). Io a tutte queste domande sono scappato, perché studierò politica in un paese dove gli studi politici godono dello stesso status che da noi, per intenderci, hanno gli studi in medicina. Però esserci passato, per quelle domande, mi è servito tanto. Immagini che io abbia risposto, all’epoca, con molta calma: “Vorrei dedicarmi al giornalismo. Ma non so, potrei anche pensare di cambiare strada. Studiare politica, magari.” Mi avrebbero preso per pazzo. E i 24 crediti in X? Ce li hai almeno trenta crediti in Y? Eccetera.

Gentile professoressa, questo è un momento difficile. Non solo per noi. Penso ai miei amici che hanno rincorso il sogno del lavoro facile studiando infermieristica, ad esempio. Da piccolo non ho mai sentito nessuno dire: “Voglio fare l’infermiere.” Eppure al liceo in molti hanno fatto quella scelta, per ragioni di domanda/offerta del mercato del lavoro. Ma il sistema è inceppato: servono decine di migliaia di infermieri, e decine di migliaia sono senza lavoro. Anche nei corsi di economia nelle nostre università più eccellenti si studiano cose che sul posto di lavoro non servono, a detta dei miei amici laureati e ora impiegati. Ci manca il contatto diretto con le aziende, che nel nostro campo sarebbe fondamentale anche per combattere i pregiudizi. Rispondere a queste domande sul nostro futuro con un lavoro, un tirocinio, qualcosa insomma di tangibile, in posizioni di cui magari ignorano l’esistenza, forse aiuterebbe a qualcosa.

Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma pare che abbia già scritto abbastanza. Le ho detto: è un momento difficile. Godiamo di molti privilegi, essendo nati in questo continente e in questo determinato momento storico. Ma viviamo anche delle battaglie quotidiane di cui i nostri genitori non hanno alcuna nozione, perché ai loro tempi semplicemente le cose andavano meglio. E affinché le cose tornino a girare nel verso giusto, incoraggerò sempre i miei coetanei a non perdere la voglia e la motivazione, a eccellere, a fare di più di quanto ci richiedano. E se questo significa farlo altrove, lontano da casa, è perché oggi funziona così. (Anzi, funzionava così anche in passato, con la differenza che Ryanair non esisteva). Io, personalmente, spero di poter dare un giorno il mio contributo alla nostra patria sí bella e perduta. Se non sarà possibile, amen: continuerò a tifare da lontano.

La ringrazio molto per il suo lavoro di divulgazione. Mi auguro soltanto che i suoi messaggi arrivino anche a chi di comunicazione non sa niente, così da poter finalmente iniziare a colpire il target giusto. La saluto augurandole una buona giornata e un buon lavoro, Francesco Ripa

 NdR: i grassetti sono miei.

3 risposte a “Di quante storie positive abbiamo bisogno per sradicare i pregiudizi contro Scienze della comunicazione?

  1. Cerco di riassumere.
    – La lettera è scritta benissimo.
    – Tu sei un genio.
    – Ci vediamo a Parigi per un caffè.

  2. Queste storie sono talmente particolari e personali (si percepisce una forte volontà individuale a raggiungere un obiettivo, che prescinde dal corso di studi intrapreso) che non fanno esempio ma case histories. Questo è il limite che non convince. Uno legge e dice “ma io non ce la farò mai!…” Anche il fatto che presidi e prof si complimentino – con stupore? – fa intendere che la facoltà e il corso di laurea quasi non c’entrino niente o non abbiano comunque offerto supporto diretto a scegliere e completare il percorso di studi post-laurea!
    Fra i post degli studenti disillusi e quelli dell’eccellenza di Scienze della Comunicazione, uno si chiede: ma se non sei un genio, con Scienze della Comunicazione che ci fai?

  3. questo ragazzo avrebbe puntato in alto anche con una qualsiasi altra laurea

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