L’uomo normale

Un’altra tappa del nostro viaggio fra le rappresentazioni mediatiche del corpo maschile (le tappe precedenti QUI, QUI e QUI).

Finalmente una pubblicità con uomini normali! ho pensato quando ho visto l’ultima della Mitsubishi Lancer Evolution X.

Facce belle per qualche aspetto (labbra, occhi, sopracciglia…), bruttine per altri.

Infantili e un po’ gradasse, ma spiritose.

Autoironiche. Simpatiche.

Facce come tante.

Che non saranno chissacché, ma… ogni scarrafone è bello alla fidanzata sua.

😀

Mi piacerebbe che in pubblicità immagini così si moltiplicassero. Peccato che al momento la campagna riguardi solo la Costa Rica, dove l’ossessione per il corpo perfetto (maschile e femminile) è meno pervasiva che da noi. Come in tutti i paesi latini.

Imparassimo da loro?

Advertising Agency: Leo Burnett Costa Rica
Executive Creative Director: Douglas Castro
Creative Director / Copywriter: David Carvajal
Art Director: Yoshua León
Photographer: Tadeuz Jalocha
Other additional credits: Jennifer Caldwel

mitsubishi-evolution-advertisement Labbra

mitsubishi-evolution-advertisement occhi

mitsubishi-evolution-advertisement riccioli

mitsubishi-evolution-advertisement sopracciglia

24 risposte a “L’uomo normale

  1. Una pubblicità così dozzinale per una vettura da rally 2.0turbo300cv4wdsequenziale il cui prezzo di listino parte da 46000 euro e lievita subito a 54000 per la versione alleggerita?
    Sulle prime non avevo capito e mi ero illuso che qualche oasi di libertà dall’estetica dominante ci fosse.
    Probabilmente però siamo ben lungi dal poter considerare questi visi un po’ tamarri che vestono camicie improbabili come una forma di disinteresse per il bello maniacale o il coraggio di allontanarsi dagli stereotipi, qui tutti confermati.
    Giovanna, è vero il contrario. E’ che l’acquirente tipico della macchina da rally è sempre stato un deciso burino, il ganzo di provincia che cambia lo scarico della propria automobile con un tubo da acquedotto, il ras che si virilizza con l’appendice aerodinamica, il truzzo che assetta la macchina stile mazinga. Guardiamola bene questa Lancer Evolution X, decima riedizione di una vettura che nel tempo è riuscita a imborghesire ed evolvere, qui il termine è corretto, perfino gli appassionati più sfegatati del genere tutti concordi oggi nello storcere il naso davanti a quell’alettone buono forse per allestire qualche sfigato picnic e assuefatti allo scetticismo verso le magnifiche sorti e progressive senza nemmeno aver dovuto sapere da che parte fosse Recanati.
    Il mercato rallystico ha toccato il suo top all’inizio degli anni ’90, riuscendo a coniugare forma e sostanza in un paio di casi riusciti (la sobria Toyota Celica, quasi una Duna se paragonata al rococò attuale, e la Lancia Delta Hf evoluzione talmente bella da sorprendere gli stessi designers che infatti rimediarono subito interrompendo la produzione e dando il via al decennio degli orrori, anche in termini di ritorno economico); poi il settore è imploso per svariate ragioni e ne è rimasta un loculo di appassionati magari danarosi che, come per tutte le nicchie, ha raccolto i più estremisti, anche in termini di gusti. Le case automobilistiche hanno perciò prodotto obbrobri buoni per adolescenti consumatori di manga o per qualche ammiratore di Teomondo Scrofalo.
    Sono sicuro perciò che se il prodotto fosse stato una vettura di analogo prezzo, identico segmento sportiveggiante, magari più cavalli, ma estranea al rally, una simile galleria di volti fin troppo normali, di sguardi ammiccanti da Ca’ del Liscio con scarse prospettive di abbordo, di Tony Manero finestrini abbassati e musica a stecca, sarebbero stati inacettabili.
    Del resto l’eventuale acquirente pronto a scucire 50000 euro per questo aborto dovrebbe sentirsi leggermente insultato da una pubblicità che gli spara addosso la fotografia dei suoi limiti e non contenta lo irride con la microscritta in calce che senza troppa convinzione gli buuta là che forse gli altri vedranno qualcosa di bellissimo in lui. Il tutto senza dover simulare di crederci nemmeno un po’, claim da miniatore medioevale, perfino l’automobile in formato Francobollo ammette che anche il pubblicitario ha dei tabù e nell’abisso della sua coscienza conserva un’ancestrale dignità della soglia del disgusto e della misura del ridicolo.
    Una trovata realista dunque, a conferma che la publlicità è la parte più veritiera dei media.

  2. Quindi il concetto è il seguente: ti dissangui e compri la macchina da zubo, ti metti a sgassare davanti al bar e poi anche se sei un cesso troverai qualcuno che in virtù del tuo acquisto sarà disposto a guardarti in modo diverso valutando il difetto come pregio. Magari addirittura capace di meravigliarsi per il fatto che hai due occhi, i denti sono tuoi e il numero di dita delle mani è corretto. Intanto però paga 50mila euro, please.

  3. Sarebbe stato forse più consolatorio questa volta mettere in bella mostra un bellone. Invece così ho l’impressione che il solo modo per farsi notare per chi adone non è sia mendicare l’attenzione con il solito rozzo machismo da bar dello sport. Con l’aggravante di un conto stratosferico da pagare, vista la pochezza del risultato sperato.
    Secondo me Giovanna questa storia del corpo maschile può scivolare nell’ossessione. Perché non parlare male del fatto che ancora una volta solo i maschi vengono associati alla macchina rombante? Questi visi non mi comunicano una colta capacità di burlarsi di se stessi. Il tipo di acquisto mi fa propendere più per le cose scritte da Ugo e Marcus.
    Indubbiamente molta autoironia, con appunto al centro l’auto.

  4. In fondo anche quella del corpo è una forma di dittatura, che usa i canali della moda, della pubblicità e in generale dei media per imporsi, andando a toccare direttamente le aree nervose della nostra percezione del bello. Un tempo il corpo era bellezza naturale, dono della natura. Oggi la bellezza del corpo è sempre più artificiale, costruita e acquistabile. Le procedure di costruzione della bellezza artificiale, gli stessi canoni di bellezza formulati tra i primi dai greci e una volta applicati alle statue e agli edifici, si sono trasferiti alla corporeità biologica. Sempre di più uomo e donna cyborg e bellezza riproducibile e da riprodurre all’infinito

  5. E se non avessimo capito niente? Forse il concetto è diverso: se puoi vedere incredibili le labbra grassocce di un aspirante camorrista, meravigliosi gli occhi spiritati di un potenziale gestore di luna park, stupendi i riccioli sudaticci di un deuteragonista da Grease e infine trovare sorprendente il sopracciglio malinconico di questo hippy riesumato, allora puoi addirittura trovare qualcosa di bello in questa poco riuscita autovettura. Per onestà te la facciamo vedere in piccolo, perché piccola e brutta è la sua natura, un po’ come te che mi stai guardando. L’abbiamo fatta brutta perché tu ti ci trovassi a tuo agio, senza complessi d’inferiorità. L’abbiamo fatta potente primo per darti qualcosa che tu non hai e a cui aspiri, qualcosa che comunque non balza all’occhio se non con una conoscenza approfondita, i tanti cavalli nascosti sotto il cofano così come la traballante virilità di cui sei insicuro ma che vorresti riconosciuta nella sua inesistente statura, come un nano che sogni di voler esser scelto per una finale NBA; secondo perché devi sborsare una barcata di soldi. Avremmo potuto renderla più bella e acconcia ai criteri del miglior design, ma così facendo l’avremmo condannata all’inaccessibilità per uno come te, che di buono può avere sperabilmente il conto corrente e la follia di comprarla. I nostri visuals sono lì per questo e non mentono, potresti esserci tu in quelle foto e nulla cambierebbe.
    Noi non abbiamo bisogno di sofisticare. Ogni supereroe ha diritto a un alterego ma non tutti gli alterego sono supereroi. Il nostro bolide invece ti promette la felicità di un alterego che è identico a te stesso tranne che per il peso superfluo, alleggerito della zavorra di denaro e cervello.

  6. Ehm, ragazzi… non sono d’accordo.

    Diciamo che mi sento più in linea – mettendoci la tara di un bel po’ di provocazione, da parte sua – con l’ultimo (non il primo!) intervento di Ugo.

    E allora.

    Provocazione per provocazione, beccatevi questa.

    State giudicando macchina e facce con un bel po’ di puzzetta sotto il naso, mi pare. Non vi viene il dubbio di essere occidental-centrici?

    Non dimentichiamo che la campagna è in Costa Rica!

    Chi decide che la macchina è “tamarra”? Che questi personaggi sono “tamarri”? O così sembrano a noi/voi, dall’alto (alto!) di un’estetica pubblicitaria omologata, plastificata e luccicosa?

    Ahiahiahi, mi cascate col sopracciglio alzato? Forse che Leo Burnett Costa Rica vuol fare vendere a Mitsubishi meno auto dando del tamarro ai potenziali clienti dell’auto pubblicizzata?

    😛

  7. Giovanna, non ti perdonerò mai di aver sdoganato finalmente il tamarro che è in me. Domani vado dal concessionario e mi rovino.
    🙂

  8. Forse che Leon Burnett Costa Rica vuol fare vendere a Mitsubishi più auto dando del tamarro ai potenziali clienti dell’auto pubblicizzata?

  9. ciao Giovanna,
    ho una curiosità: secondo te perchè le scritte dei manifesti sono in inglese?
    Il Costa Rica ha come lingua ufficiale lo spagnolo

  10. Giovanna, il tuo argomento è un’arma a doppio taglio: chi ti dice infatti che questi volti che a noi occidental-centrici appaiono imperfetti non rappresentino in verità l’acme estetico imperante in Costa Rica? e che Leon Burnett CR abbia seguito paro paro lo stesso criterio che invece tu combatti? Se tu vuoi occidentalizzare una pubblicità centroamericana come esempio riuscito dell’esibizione di uomini imperfetti allora io sono autorizzata a dirti che sei tu che vuoi vedere in quell’atteggiamento una libertà da cliché che potrebbe non esistere e che solo un occidentale abituato al cliché opposto può malinterpretare.
    Questi volti sono maranza per tutta un’estetica che abbraccia più epoche e più geografie, non solo il sobborgo del paesello sperduto. Anche la Lancer evolution X si porta dietro l’etichetta della macchina maranza, perché non si può pretendere che la tradizione coatta dell’acquirente rallystico sia buttata a mare da un giorno all’altro per non avere pregiudizi. C’è tutta una fenomenologia dell’appassionato di rally più vicina ai calendari soft porno del meccanico che alla donna immortalata da Saudek.

  11. Non credo serva analizzare il mercato del rally per capire che qui si gioca sull’idea popolare che la macchina fica/costosa faccia guadagnare punti all’uomo brutto.
    Punti con chi? Ma con le signore, mi pare ovvio.”Vedranno qualcosa di bello in te”, Loro, le femmine, naturalmente.

    “Per me è la macchina che c’ha che conta, eeeeeh” recitava con maliziosa invidia il giovane Vasco quando lamentava la fuga de “la t….” con “il negro” (Costaricano?) in Colpa d’Alfredo. Siamo sempre lì. Ora però si cerca di vendere al Vasco la macchina del negro, sfruttando proprio la stessa cattiveria, contemporaneamente disinnescandola con humor.

    L’ironia sfrutta comunque il clichè delle donne che vanno con l’uomo con la macchina vistosa. Il che, in fin dei conti, ci riporta alla solita allusione al sesso, allusione che però ammicca, di nuovo, solo agli uomini.

    E allora non capisco perchè questa volta, Giovanna, non hai usato la tua consueta severità a riguardo. Sospetto ti abbia intenerito Beto. 🙂

  12. Giulia, ci ho pensato sai, e in effetti c’è anche quello che dici tu, è chiaro: auto rombante come mezzo magico per attrarre donne stupidamente attratte dal macchinone. E non dall’uomo per quel che è. Tuttavia, l’accostamento all’auto resta in secondo piano (piccolissima, con baseline piccolissimo) rispetto alla headline, che sottolinea la possibilità di essere belli per un dettaglio, in un insieme imperfetto. Ciò che l’affissione impone è la faccia imperfetta, di cui predica che può essere ugualmente bella.

    Inoltre, la mia osservazione è più generale: mi piace l’idea che una maggiore varietà di facce e corpi (non solo belli e ritoccati) siano affissi per strada. Indipendentemente dai singoli ad, di cui poi si può discutere caso per caso.

    Molta strada s’ha da fare…

  13. @Giulia
    Ma hai letto i post precedenti? Ti pare forse che qualcuno non sia partito nella sua critica dalla constatazione che la macchinona ti farà apprezzare da chi vuoi farti apprezzare? Qualcuno pensava forse che le belle labbra, il ricciolo, il sopracciglio e l’occhiata fossero diretti al meccanico di fiducia?
    @Giovanna
    “Tuttavia l’accostamento all’auto resta in secondo piano” è una frase bellissima. Da qui in avanti vorrà dire che guarderò la pubblicità eliminando il prodotto. Chissà cosa ne viene fuori. 🙂

  14. Marcus, inutile che fai lo spiritoso: hai mai sentito parlare di campagne che fagocitano il prodotto? La gente ricorda la campagna e non ricorda il prodotto. Succede, anche se non so nulla di come è recepita in Costa Rica questa campagna.

    In ogni caso, ribadisco: la mia è una riflessione più generale sulla rappresentazione del corpo maschile. E se facce così si moltiplicassero…

    Ma non fatemi scema più di tanto, please.

    Come io non faccio scemo mai nessuno dei commentatori e delle commentatrici, ma ammetto (e a volte concedo) di imparare da tutti.
    Intesi?
    😀

    Riprenderò il discorso. Per ora, passo.

  15. @Marcus
    Calma. Se i post precedenti davano per scontato che si parlasse di donne, non l’ho capito. Certamente non l’hanno esplicitato, mentre secondo me andava esplicitato. Soprattutto ai fini di una discussione sui criteri estetici che regolano la messa in scena degli uomini e delle donne in pubblicità, mi sembra un argomento più rilevante della lunga recensione di Ugo sulla “decima riedizione di una vettura che nel tempo è riuscita a imborghesire ed evolvere”.
    E scusa se non faccio distinzione tra i vostri pensieri, ma mi sembra che siate piuttosto d’accordo.

  16. @Giulia
    Forse la close reading dà un po’ alla testa. Qui abbiamo una pubblicità che deve vendere un’autovettura, non l’affisso progressista dell’emancipazione dei visi normali. Giovanna fa benissimo a fare le sue decostruzioni da new criticism, il sito è suo e sua è la materia. Inoltre nessuno la fa scema e il sottoscritto non fa lo spiritoso, sempre che si riesca a mostrare il nerbo e non solo i sorrisi. Sembrerà strano ma anche noi siamo qui per imparare, mica solo lei 🙂
    Per me uno può anche prendere Cranach e dire che lo infastidiscono queste donne anoressiche che sacrificano una sana femminilità e fanno eco al marketing contemporaneo. Contento lui. Queste si chiamano nevrosi ma è un parere criticabilissimo. Però il testo è centrato sulla vendita di un’auto, non di uno shampoo, quindi è dall’auto che si parte e dal tipo di auto non si può prescindere.
    Inoltre continuate a traccheggiare su punti come prezzo e target che non mi sembrano così irrilevanti da liquidare su due piedi.
    La vettura pubblicizzata non è infatti l’analogo di una Panda, una vettura alla portata di tutti e simpaticamente giovanile. 100 a 1 che Giovanna ha analizzato la pubblicità senza badare al prezzo e al target di riferimento. Altrimenti non sarebbe venuta fuori con considerazioni un po’ frettolose.
    Il Costaricano guadagna mediamente 7400 euro l’anno, la macchina ne costa più di 50000. Fatte le debite proporzioni con l’italiano medio è come se la pubblicità progresso di emancipazione dei visi normali proponesse una vettura da oltre 150000 euro, perché 3 volte è il suo pil procapite.
    Quindi i visi gradassi ma spiritosi non ispirano la tenerezza che si concede al giovane che s’ha da fare. Fanno pena perché vanno valutati come i possessori di un reddito altissimo che ancora più chiaramente fanno un uso internazionalmente tamarro del proprio apparire.
    Giovanna ha tentato di opporre una culturalizzazione del termine tamarro, sbagliando, perché i lettori di un claim e di una headline scritte in inglese vanno valutati per la cultura che hanno presumibilmente assimilato, da Starsky and Hutch a Night rider, da Chuck Norris a Fast and furious.
    Uno che ha quel reddito non va difeso, perché non ha certo molti problemi a ricevere un complimento dal prossimo partner, per quanto finto. Non ha complessi di cui disfarsi per entrare nel mondo, vi è già e possiede già un ruolo potente. I visi esibiti sono perciò doppiamente offensivi perché mi ripetono che se hai soldi puoi essere anche brutto. Giulia, come vedi la macchina conta eccome.

  17. Marcus, “La macchina conta” in effetti è la traduzione del claim. Se non fosse una macchina vistosa (come tutte le macchine rally) e che costa molti soldi questa pubblicità non avrebbe molto senso, ovviamente.

    Comunque non credo proprio che chiunque paghi 46.000 euro per un’auto sia una persona che non ha complessi e ha un ruolo potente nella società. Nemmeno in centro America, dove, fra l’altro, la tradizione machista mette il desiderio di comprarsi un’auto appariscente prima di quello di trovarsi una casa decente e dove gente appena sopra la miseria chiede prestiti per comprarsi un Suv.

    Spero vivamente che Giovanna non sia andata a cercare i dati del prezzo dell’auto perchè per analizzare il target di riferimento basta guardare la pubblicità.
    Marcus, non so come si possa sostenere che Beto, Nacho e Co, sono dei tamarri internazionali. La cultura di Starsky and Hutch, Night rider che citi, non ha mai definito il tamarro come lo intendiamo noi. Persino in italia il “tamarro” non è un concetto condiviso da tutti. Ho diversi amici che tu considereresti “tamarri” per cui il “tamarro” magari sei tu.
    Si può dire quindi che per una parte di italiani (forse, dico forse, con un livello culturale più alto rispetto l’altra parte) il tamarro è una persona che ama esibirsi, in un modo che pare volgare, tipicamente con macchine vistose, cinture bene in vista e particolari gadget della pop culture. E soprattutto il “tamarro” si prende sul serio, non è per niente autoironico, anche se ci fa ridere. Se vuole fare ridere, diventa uno che “fa” il tamarro, come Verdone. Il cantante “Supercafone”, per intenderci, non è un esempio di tamarro perchè è la parodia del tamarro. Ecco quindi che dal nostro punto di vista di italiani pseudo-intellettualmente-superiori è proprio Chuck Norris il tamarro, è Van Damme, è Jennifer Lopez.

    Detto questo non vedo come si possa pensare che un concetto così sfumato, elitario e fors’anche generazionale, sia ugualmente inteso a Portorico come a Roma, a Huston come a Dublino. Semmai più globale potrebbe essere il concetto di “spaccone”, ma non si può certo considerare alla tregua di “tamarro”.

    Il target quindi pùo anche essere il segmento “tamarro”, come lo intendiamo noi, ma è una considerazione che vale per il microcosmo di chi la dice.
    Ti dirò che, vivendo in quel microcosmo, per me la pubblicità non si rivolge a quel target perchè non usa nessuna variente delle solite esche da tamarro tipo la tettona che sbava sul cofano o il testacoda nel fango. Usa invece la parodia del tamarro e magari per questo si rivolge proprio a chi usa con disprezzo la parola “tamarro”.
    Però magari è un esempio di avanguardia della pubblicità per tamarri, chissà. 🙂

    Secondo me qui ci si rivolge semplicemente a un uomo giovane/giovanile, facoltoso o meno, che ride del fatto che Beto, Pepe e Nacho sono molto bruttini e nessuna donna li noterebbe mai. Il claim dice: guarda che bella macchina che abbiamo fatto, riabiliterebbe persino degli sfigati come loro, pensa cosa farebbe con te.

    Per questo penso che i nostri eroi non siano rappresentazioni dell’uomo normale, bensì rappresentazioni dell’uomo sfigato. E il fatto che si siano usati dei fotomodelli in tutto e per tutto “esteticamente normali” per poi sottolineare la loro “sfigataggine” mi farebbe classificare questa pubblicità tra quelle offensive per l’uomo qualunque. In questo sono d’accordo con Marcus.

    E continuo a trovare inutile l’excursus sull’evoluzione del mercato del rally.

  18. Mi sono ripetuta un po’? Aggiungerei, nel caso avessi lasciato qualche vuoto:
    tamarro, tamarro, tamarro, tamarro.
    😉

  19. L’automobile resta uno status symbol, su cresto, credo, non ci piove. Che vuol dire: mi posso permettere di acquistare una macchina così, quindi dispongo di una certa quantità di denaro, quindi oltre ad avere denaro e quindi status sociale ho anche un certo potere. Questa è la premessa maggiore. La premessa minore del mio ragionamento è un’affarmazione di George Orwell che sostiene, un po’ provocatoriamente, ma secondo me con verità, che le donne hanno una sorta di sentimento mistico nei confronti del denaro. Da brave “protestanti” in senso weberiano ritengono che il bene e il male coincida con l’avere o non l’avere denaro (sempre Orwell).

    Da qui la semplice conclusione: è dalla solidarietà tra capitale e gusti femminili che spesso la pubblicità e il capitalismo stesso traggono il proprio fondamento e tutta la loro energia speculativa (in senso economico). Gli uomini (sto volutamente generalizzando) nella scelta della partner non sono vincolati al possesso di denaro quanto le donne, e nemmeno così tanto alla bellezza fisica della partner. Diciamo che sono più “romantici”. Anche se in generale il mercato si fonda di gran lunga sull’alleanza tra uomo dotato di capitale e donna, se poi è carina o bella la donna può ben investire. Come dice nel film wall street un’attrice molto carina “se dio avesse voluto che sposassi un uomo povero non mi avrebbe fatta bella”.

    Servono poco i moralismi, da parte maschile o femminile essi provengono. La mia è una constatazione semplice, al limite del banale, fenomenologica. Il capitalismo e il mercato si basano su regole semplicissime, soldi, sesso, potere. E lo stesso fa la pubblicità. L’ideologia soggiacente alla fine è sempre la stessa, la stanca litania del capitale. D’accordo con Giovanna: si incominci intanto a mettere uomini e donne normali. Ma la pubblicità se volesse essere davvero progressiva e creativa e veicolare un’ideologia alternativa dovrebbe spezzare le alleanze di cui ho parlato. Ma con ciò difficilmente riuscirebbe nello scopo della vendita. In effetti, è il capitalismo, baby…

  20. @Giulia
    Appunto ciò che ho detto e ridetto e che hanno ridetto, se non erro, pure altri prima di me. Comunque non ci siamo per niente con il concetto di “tamarro”. Qui quello che conta è il nucleo semantico comune denominatore di latitudini diverse o termini diversi, come ha sostenuto Mariagiulia. Il burino non sarà il truzzo che non è il maranza, ma tutti partecipano di una serie di caratteristiche parentali. Ciò che hai detto non cambia di un capello l’argomento che per inquadrare questa pubblicità occorre partire dal tipo di macchina, dal suo prezzo e dalla tipologia di appartenenza. Il resto segue.
    Sempre che tu non voglia pensare che i pubblicitari abbiano prodotto materiale allo scopo di far parlare te.

  21. “Detto questo non vedo come si possa pensare che un concetto così sfumato, elitario e fors’anche generazionale, sia ugualmente inteso a Portorico come a Roma, a Huston come a Dublino. […]Ti dirò che, vivendo in quel microcosmo, per me la pubblicità non si rivolge a quel target perchè non usa nessuna variente delle solite esche da tamarro tipo la tettona che sbava sul cofano o il testacoda nel fango. Usa invece la parodia del tamarro e magari per questo si rivolge proprio a chi usa con disprezzo la parola “tamarro”.
    Però magari è un esempio di avanguardia della pubblicità per tamarri, chissà. :)”

    Cara omonima, nel giro di due periodi mi cadi in contraddizione? Prima affermi la relatività indefinibile del concetto di tamarraggine, come se il problema non fosse in realtà che lana caprina, poi però ne usi una versione particolare e, una volta accorta che nella pubblicità non c’è la tettona o il testacoda, passi all’interpretazione di una parodia. Ma dove sarebbe la parodia? La vedete voi, io continuo a non avvertirla. Io ci vedo la semplice messa in scena di persone dal gusto discutibile associate ad una macchina da rally, che è già tutto un programma. Altrimenti i superficiali (o le superficiali) siete voi che non conoscete il fanatismo e i gusti dell’acquirente rallystico. Sebbene sia una donna conosco bene quali pulsioni si nascondano dietro un acquisto così specifico. Quoto Marcus e Ugo.

  22. Velocemente
    @Marcus
    Veramente ti ho criticato in più punti, in un post evidentemente troppo lungo. Mi scuso per la pedanteria e abbandono volentieri la discussione, dati i toni.
    @Mariagiulia
    Prima affermo che il concetto non è universale e poi analizzo la pubblicità dal punto di vista del concetto relativo all’italia. Facendo questo constato come, dal mio punto di vista, i vari Nacho e co. siano per noi la parodia del tamarro. Dove vedo la parodia? Dalle smorfie che sono volutamente comiche, è chiaro. Ripeto, il tamarro originale non ci fa, ci è.
    La contraddizione se c’è, non la vedo. Magari tu ci vedi un…paradosso? 😉
    You quote? Go ahead.

  23. @Giulia
    Ma se ci fa o ci è non è deducibile da una pubblicità che è narrativamente costruita. Nel nostro caso non si avrebbe avuta comunque la possibilità di vedere un vero tamarro. Questi volti fanno il verso a chi fa il tamarro o si propongono come tali? Voi sembrate tanto sicure ma non vi rendete conto che l’arbitrarietà delle vostre analisi è rilevante.

  24. Nel nostro caso, e sempre dal nostro punto di vista relativo, invece di primi piani con smorfia e sguardo in camera, si sarebbero potute usare foto finto-vere di ragazzi brutti, vestiti in modo vistoso. L’impatto sarebbe stato più drammatico, naturalmente. Ma è solo una delle possibilità. E’ ovvio che si ride meglio e a col cuore più leggero davanti a un’evidente parodia, piuttosto che alle spalle di un poveretto.
    Mi rendo benissimo conto che la mia analisi è arbitraria – io la preferisco chiamare “punto di vista” – e non serve che ogni volta ribadisca che sto parlando a nome di me stessa, credo. Poi adesso mi sono anche stufata, quindi saluto tutti.

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