«Non parlare al microfono!», ovvero l’impotenza della negazione

È molto difficile, per come è fatta la mente umana, cogliere e ricordare quella che chiamo l’impotenza della negazione, che in soldoni significa questo: negare qualcosa, contrastarlo con tutte le forze, dire “no, no e no!” non serve a cancellare ciò che neghi, anzi è vero il contrario, perché ogni no che dici conferma e rinforza quel che vai negando. Lo spiegò bene, in riferimento alla comunicazione politica, il linguista e scienziato cognitivo George Lakoff nel libricino Non pensare all’elefante!, tradotto in italiano da Fusi Orari nel 2006 e purtroppo mai ristampato: se dico “non pensare all’elefante” è chiaro che ti ci faccio pensare, e più ti ordino di non farlo, più l’elefante ti si stampa in testa.

Non pensare all'elefante

È l’errore che ha fatto per anni il centrosinistra italiano con Berlusconi, limitandosi a negarlo e con ciò rinforzandolo. È l’errore che fanno tutti i movimenti No-qualcosa, dai No Global ai No-Tav: hai voglia di contestare e protestare, più dici “no!” e più dai centralità a quel che neghi.

In questi giorni è diventato virale un estratto del programma televisivo Jimmy Kimmel Live!, che va in onda la sera su Abc. Sono andati in giro fermando i passanti per strada con un microfono in mano e dicendo loro: “Non parlare in questo microfono e vinci 10 dollari!”. Semplice, no? Ma guarda cosa è successo:

Questo articolo è uscito oggi anche su Wired.

15 risposte a “«Non parlare al microfono!», ovvero l’impotenza della negazione

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  3. L’ha ribloggato su NataStanca.

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  5. Grazie per quest’articolo: la prossima volta che mi diranno “NON PENSARE ALL’ELEFANTE!”, penserò a quest’articolo e non all’elefante! ;D

  6. Il punto non è non pensare all’elefante ma pensar male dell’elefante. Se hai un avversario è giusto che tu sia indipendente e propositivo ma non ci puoi non pensare…

  7. sbagliato: ci DEVI non pensare.
    Perché mai dovresti pensare al tuo avversario anziché al tuo programma?
    Tutte le metafore calcistiche, pugilistiche, sportive e guerresche alla fine sono solo metafore – non è la realtà.

    Nella realtà della comunicazione, politica o meno, non esistono “avversari”.
    Pensa solo alle parole “pubblico” e “interlocutore” e “portatore non troppo sano di tesi argomentative diverse e non compatibili con le mie da distruggere e calpestare con ogni mezzo anche illecito”.

    Va meglio ora?😀

  8. Ma allora ci devi o non ci devi pensare al tuo avversario? Devi o non devi menzionarlo quando ti rivolgi a terzi nel tentativo di convincerli?

    Dipende, se il tuo interlocutore è seriamente interessato a quanto dici, ti prende sul serio, intende approfondire e “meditare lentamente” i tuoi concetti (think slow), pensare e menzionare l’ avversario (l’ elefante) non solo non danneggia ma puo’ aiutarti a chiarificare le tue posizioni.

    Se invece il tuo interlocutore è superficiale, magari non per colpe specifiche, dedica poco tempo alle tue parole (think fast), ecco allora che pensare troppo all’ avversario potrebbe essere controproducente.

    E’ chiaro che in politica gli interlocutori sono per lo più “superficiali”, o perché ideologizzati (so già tutto quello che conta e non mi faccio fregare) o perché semplicemente razionali (il mio voto in fondo non conta, non farà mai la differenza, e se anche contasse i miei errori non ricadrebbero su di me ma su tutti, quindi informarmi seriamente è fatica sprecata). Di conseguenza, in questo ambito, il consiglio ha un grande valore.

    Tra parentesi, qui forse risiede forse anche uno dei motivi di frustrazione contro cui andavano a sbattere molti utenti amanti della politica italica che frequentano il blog di Giovanna, almeno ai tempi in cui lo frequentavo di più anch’ io: loro non resistevano, avrebbero anche voluto aprire una discussione di “approfondimento” su un certo tema politico menzionato en passant nel post di turno, quando invece l’ elemento “comunicativo” della faccenda, quello su cui si concentrava l’ attenzione del post, richiedeva puntualmente di ragionare sull’ argomento ipotizzando implicitamente un interlocutore “superficiale”. D’ altronde qui risiede il difetto (e forse anche la virtù) delle democrazie: è il “superficiale” a decidere, è con lui che bisogna fare i conti, è con lui che bisogna parlare. Da qui il valore di un consiglio prezioso come quello dell’ elefante.

  9. D’accordo con broncobilly, con due riserve.
    1. Il politico parla per lo più a interlocutori “superficiali”, ma parla anche a una minoranza di “non superficiali” che però contano di più, perché hanno più influenza e più potere. Un vero leader politico deve usare due registri o comunque convincere entrambi. L’analisi della comunicazione politica dovrebbe tenerne conto.
    2. In questo blog ci sono fini analisti della comunicazione “superficiale”, ma anche interlocutori “superficiali”. Questi ultimi non sono nettamente distinti e superati dai “non superficiali” e quindi sono talvolta interessati a capire più a fondo, sia di politica sia di comunicazione politica sia del loro intreccio.
    In questo blog come ovunque.

  10. “distinti e superati” –> leggi “distinti e separati”

  11. Ci tengo a precisare che personalmente mi considero collocato, riguardo a molte questioni, nell’ampia fascia di confine fra “superficiali e “non superficiali”.

  12. Potrei non essere superficiali. E’ che la superficialità a volte è una cortocircuitazione d’emergenza, una difesa dal sovraccarico d’informazioni, dall’iperanalisi. Troppo grandi per i più certe cose. Forse a questo punto contano l’impegno e la sincerità, non un’impossibile, dettagliatissima, visione complessiva

  13. E’ che la superficialità a volte è una cortocircuitazione d’emergenza, una difesa dal sovraccarico d’informazioni, dall’iperanalisi.

    è vero, o forse bisognerebbe distinguere tra “semplificazione” e “superficialità”. Superficialità sa più di atteggiamento generale nei confronti delel cose: semplificazione, invece, può essere – appunto – un modo per affrontare l’impossibile complessità riducendo all’osso la questione. Un esempio? Gli stereotipi: a saperli prendere, tornano utili.

  14. L’ha ribloggato su nopenguinsincaliforniae ha commentato:
    l’uovo di Colombo della comunicazione, grande la Prof Cosenza !

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