Nel bene o nel male, purché se ne parli. Come uscirne?

Riprendo questo vecchio post, perché è un argomento su cui continuamente si discute – ancora! – nel mondo della comunicazione, online e offline. E perché quasi ogni giorno qualcuno mi interroga su questo tema.

D I S . A M B . I G U A N D O

Il detto «Nel bene o nel male, purché se ne parli» (e simili) parafrasa un brano de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890): «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about».

Portrait of Oscar Wilde

Da anni è diventato il motto con cui si giustifica la comunicazione più volgare, aggressiva, sguaiata. In pubblicità come in politica, in televisione come sulla stampa e su internet.

È una frase stranota, al punto che vi fanno ricorso non solo i comunicatori di professione, ma tutti quelli che vogliono mostrarsi furbi e disincantati nell’interpretare la comunicazione, quelli che vogliono dar prova di saperla lunghissima: se qualcuno si lamenta di certi eccessi, il sapientone di turno è pronto a replicare: «Ma dove vivi? Non sai che la comunicazione funziona così? Parlino bene o male, purché parlino. Svegliati, baby».

In effetti il detto mette…

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3 risposte a “Nel bene o nel male, purché se ne parli. Come uscirne?

  1. Bisogna cominciare a NON parlare.

  2. Sento ripetere continuamente queste idiozie e quando comincio a chiedere spiegazioni (almeno mi rendo conto se devo affrontare una conversazione costruttiva o meno) questi fenomeni non riconoscono nemmeno la domanda, rispondono senza dare un perché effettivo. E rispondo pure impettiti, convinti di aver detto qualcosa. Ti fanno vedere un video “simpatico” o ti mettono inutili infografiche con cifre e statistiche e ti dicono “ingoiati questa verità, se il mondo va così, va così”. O peggio, ti chiedono appunto dove vivi e che non sai che la comunicazione funziona così. Per accusare di questo ovviamente nessuno si fa forza con statistiche/cifre su cui questi fondano le loro insulse verità, o in generale attraverso un’argomentazione intelligente. È solo che quando fa comodo (o meglio, quando hai il fuoco sotto al c***) il proprio punto di vista magicamente diventa universale per tutti e guai a obiettare. Farà piacere sapere che tra l’altro a Milano, nei corsi magistrali di design della comunicazione del Politecnico di Milano, si insegna a ragionare così quando si progetta e vieni penalizzato se vuoi anche solo provare ad argomentare le tue idee. C’è molto lavoro da fare. E appunto, come dice Giacomo Ghidelli, poco da parlare.

  3. Torno a commentare su questo blog dopo anni, nella speranza di avere il modo e il tempo di dare un qualche seguito a questo “ritorno”.

    Sull’articolo in questione:
    Posto che, personalmente, riconosco da sempre in questa annosissima questione un paradosso molto pericoloso (1- Perché è un mito intramontabile e assolutamente non circumnavigabile con facili contro-strategie 2- Perché è già, in sé, un frame concettuale meta-comunicativo che quindi in questo anticipa i possibili smontaggi e le possibili pazienti e complesse argomentazioni meta-comunicative di risposta di cui si parla nell’articolo), una soluzione, da parte autoriale (ma non sto parlando dell’ambito pubblicitario), ci sarebbe, anche se sempre molto difficile da praticare e spesso molto pericolosa, comunicativamente parlando:

    È l’uso intelligente, strategico e responsabile di contro-narrazioni. Anche qui, non si può che andare caso per caso. In che senso però, genericamente, intendo “contro-narrazioni”? Intendo, per farla breve, di agire comunicativamente accettando il mito “Nel bene o nel male, purché se ne parli” come dato di fatto, così com’è, senza tentare di contrastarlo e facendoci anche una certa pace anche emotiva🙂, usandolo però come una sorta di “cavallo di troia” presso i pubblici (espressione volutamente generica) per veicolare significati o 1- più complessi oppure 2- “di segno” cambiato rispetto a quello che i “significanti” usati appunto come “cavalli di troia” tendenzialmente suggerirebbero.

    Non è semplice per fare operazioni di questo tipo, bisogna avere tanta pazienza, un po’ di “pellaccia” e forse anche un grande cuore. Bisogna crederci, insomma. Bisogna anche accettare il fatto che, in una qualche misura, applicare tali criteri significa fare della guerriglia semiologica.
    Ma, d’altronde, non siamo appena usciti (o forse in realtà ci siamo dentro oggi più che ieri) dalla scorpacciata del “guerrilla marketing”?

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