Ray-Ban #ItTakesCourage, ovvero: il coraggio della normalità

#ittakescourage

Mi colpisce l’affissione «Open your heart» della campagna #ItTakesCourage di Ray-Ban (fai clic per ingrandire) che in questi giorni tappezza le città italiane. Mi colpisce perché mette in scena una coppia di ragazzi normalissimi e per giunta affettuosi l’uno con l’altra, colti su una spiaggia altrettanto normale, come fosse un’istantanea che potrebbe aver scattato chiunque in un momento qualunque. Non sono in posa, non ammiccano, non è un insopportabile palestrato lui, non è una vamp supertruccata lei, sembrano al contrario due studenti qualunque su una spiaggia vagamente rétro che ricorda atmosfere fra la fine degli anni ’70 e i primi ’80.

Per giunta, invece di farsi la guerra l’un l’altra, invece di mollarsi per preferire la relazione con un marchio o un prodotto, invece di correre ognuno/a verso la propria meta individualistica, invece di stare ognuno/a per conto suo in un ambiente astrattamente estetizzato, alla ricerca – che ne so – della perfezione, dell’estasi o del nulla, come molti cliché pubblicitari da un paio di decenni a questa parte ci propongono ossessivamente, sembrano stare semplicemente bene assieme e paiono addirittura volersi bene, ohibò. Un’eccezione. Una stranezza. La stranezza di una normalità dimenticata.

PS: il resto della campagna, pur coerente con questa immagine, è meno efficace, secondo me, meno degno di nota perché più aderente ai cliché di cui parlavo.

2 risposte a “Ray-Ban #ItTakesCourage, ovvero: il coraggio della normalità

  1. C’è un’altra coppia normale che impazza in tivvù: la famiglia conad.
    Non so se quella povera donna, un po’ sciatta, con un principio di depressione malcelata, sia più vittima o più complice. Senza figli, già con qualche segno del tempo, sposata con un uomo monocorde che pensa solo al suo lavoro idiota, che ciarla e ciarla (ma, se poi vai al conad, ti accorgi che le sue sono solo promesse renzoniche). Povera donna, sino a notte in auto, sola e sotto un diluvio ad attendere l’amato che, con la scusa dei clienti magari è lì nel retrobottega ad ispezionare la merce della cassiera più allegra…
    Insomma, favole. La pubblicità da tempo immemore non ci mostra più la merce ma i consumatori, per questo ci disturba quella specie di imperversante catalogo della venus con il suo acido ialuronico. Meglio le favole con le presunte normalità. Ah, cosa sono quelle macchie lì in fondo, in mezzo ai flutti sotto il molo, forse cadaveri di migranti? Meglio mettere gli occhiali scuri.

  2. noto una cosa molto, molto, molto importante. Un bel “secondo me”, dopo un “meno efficace”. Io vorrei, se potessi, e forse potessi (vedrò se ce la faccio ancora), avere i DATI DI VENDITA oppure (questo sarà più facile averlo per chi cura la campagna ma la catena tra i CTR e l’obiettivo-acquisto sarà un bel casino da districare e quindi da avere da un comune mortale che posso contattare io) relativi alle immagini. Come misuro davvero l’efficacia di una immagine pubblicitaria altrimenti? Non “è degno di nota perché essendo un selfie di due normaloni almeno non vedo quello che non piace a me nella pubblicità” , immagino: ma i dati di vendita. Questo fa la pubblicità, o no?
    Pubblicizzo macchina rossa, vendo macchina rossa.
    Io la prova la faccio sempre: e di solito vince sempre l’istinto animale e l’estetica.
    Io però uso tanto anche le cazzate, l’umorismo: quello va tanto a corredo (immagini didascaliche) di blog, magazine online. Per i concetti normali vanno (non vanno perché io li creo, vanno perché vengono SCELTI) quasi sempre i massimi livelli di fichezza per le donne e per gli uomini. Cliché.

    A me, ad esempio, piaceva tanto la pubblicità della Chateau D’Ax con il tipo quattrocchi … la trovavo simpatica, ben fatta. Ma tutti quelli ai quali ne parlavo erano schifati, infastiditi, cambiavano canale (!!!).

    So’ guud.

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