Qualche riflessione post-elezione

7 05 2008

Nei giorni scorsi Stefano Iannaccone di Sferapubblica mi ha chiesto di commentare i recenti risultati elettorali italiani. Queste sono le domande che mi ha fatto Stefano:

1) Molti hanno definito la campagna elettorale 2008 “moscia”, tuttavia gli scontri non sono mancati, specialmente all’interno delle rispettive aree politiche. Berlusconi con Casini, Boselli e Bertinotti con Veltroni. Quanta visibilità hanno ottenuto queste contrapposizioni rispetto al duello Pdl e Pd?

2) L’unico confronto veramente aspro tra le due grandi coalizioni è stato tra Berlusconi e Di Pietro. I toni forti, compresi quelli della Lega, sembra abbiano pagato in termini di consensi…

3) La rimonta del Pd non c’è stata. Per lei qual è stato il motivo, o la serie di motivi, che più ha inciso sul risultato del voto? Quale strategia di comunicazione ha funzionato meglio?

4) In questa breve campagna, Internet è stato “promosso” dai partiti. Alcuni dei quali, come An, Pd e Sa, hanno dedicato momenti specifici creati esclusivamente per il web. È l’inizio di una nuova concezione di campagna elettorale anche in Italia?

5) Le iniziative sul web e i siti creati dai partiti hanno contribuito a intercettare nuovo consenso o piuttosto sono stati una nuova modalità di mobilitazione dei volontari sul territorio? Quale tendenza prevede per il futuro in merito al rapporto tra Internet e dinamiche di voto?

Qui puoi leggere le mie risposte, che Stefano ha riassunto col titolo «La campagna elettorale ha allontanato i cittadini dalla “casta”». Mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi pensieri postelettorali; non è necessario che t’improvvisi politologa o politologo: basta qualche impressione isolata, bastano anche le tue emozioni, purché motivate e rispettose di chi non la pensa come te.

Puoi commentare qui sotto o su Sferapubblica, come preferisci. Grazie!




Acqua pubblica, acqua venduta

16 04 2008

Oggi ho trovato questo video. A quanto pare, è su YouTube da quasi un anno, ma stranamente l’hanno visto in pochi. L’hanno realizzato quelli del Meetup di Napoli.

Magari guardalo più di una volta, è delizioso. E poi smettila di bere acqua in bottiglia: quella del rubinetto è migliore, e se ci metti un filtro è anche più buona.

Provare per credere.

:-)




Lakoff applicato a Veltroni

15 04 2008

Qualche mese fa ho letto il libro di George Lakoff Non pensare all’elefante!, tradotto in italiano da Fusi Orari (Internazionale, 2006). Vi si analizzano i valori e l’ideologia di base dei conservatori e progressisti statunitensi, ma soprattutto il linguaggio e le metafore con cui li esprimono. È un lavoro brillante, senza pesantezze né tecnicismi, che ti consiglio di leggere (o rileggere) proprio ora, perché ti aiuta a inquadrare i recenti risultati elettorali.

In particolare, è illuminante per capire le ragioni della sconfitta di Veltroni e della cosiddetta sinistra radicale. E per cercare nuove soluzioni imparando dall’esperienza. Ecco ad esempio cosa Lakoff suggeriva ai progressisti americani dopo le ultime presidenziali.

«I conservatori non devono necessariamente averla vinta su tutto. Ci sono molte cose che i progressisti possono fare. Per esempio, queste undici:

Primo, riconoscere che i conservatori sono stati bravi e i progressisti hanno perso il treno. Non mi riferisco solo al controllo dei media, anche se è tutt’altro che irrilevante. Sono stati bravi a creare dei frame che riflettono la loro visione del mondo. Dobbiamo ammettere il loro successo e il nostro fallimento. [Per capire l'importanza del frame in una contesa elettorale, leggi il libro, Nota di Giò]

Secondo, ricordarsi di “non pensare all’elefante”. Se accettate il loro linguaggio e i loro frame e vi limitate a controbattere, sarete sempre perdenti perché rafforzerete il loro punto di vista.

Terzo, ricordare che la verità da sola non basta a rendere liberi. Dire la verità sul potere non basta. Bisogna presentare la verità in modo incisivo dal proprio punto di vista.

Quarto, parlare sempre dalla propria prospettiva morale. Le politiche progressiste discendono da valori progressisti. Cercate di chiarire quali sono i vostri valori e usate il linguaggio dei valori. Abbandonate il linguaggio dei politicanti.

Quinto, capire da dove vengono i conservatori. Avere chiara in mente l’etica del padre severo e le sue conseguenze [cfr. il libro, nota di Giò]. Sapere contro che cosa si sta combattendo. Essere in grado di spiegare perché credono in quello in cui credono. Cercare di prevedere quello che diranno.

Sesto, ragionare in modo strategico e trasversale sui problemi. Pensare in termini di grandi obiettivi morali, non di programmi fini a se stessi.

Settimo, pensare alle conseguenze delle proposte. Avviare iniziative che provochino effetti domino progressisti.

Ottavo, ricordare che gli elettori votano per la loro identità e per i loro valori, che non coincidono necessariamente con i loro interessi.

Nono, unirsi! E collaborare! [...] Cercate di mettervi al di sopra della vostra modalità di pensiero e di esprimere i valori condivisi da tutti i progressisti.

Decimo, essere attivi, non reattivi. Giocare all’attacco, non in difesa. Cercate di modificare i frame, ogni giorno, su tutti i problemi. Non limitatevi a dire quello che pensate. Usate i vostri frame, non i loro, perché corrispondono ai valori in cui credete.

Undicesimo, parlare alla base progressista in modo tale da attivare il modello del “genitore premuroso” [cfr. il libro] negli elettori indecisi. Non spostarsi a destra. Lo spostamento a destra è pericoloso per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori attivando il loro modello negli elettori indecisi» (G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, Fusi Orari, 2006, pp. 56-58).

Mentra la sinistra radicale si è mossa trascurando quasi tutti questi suggerimenti, mi pare che Veltroni abbia cercato di seguirne molti, ma ha scordato il secondo, il quinto e l’ultimo. Dimenticanza che gli è stata fatale.




La carne, le carote e il PIL

14 04 2008

Ieri ho visto una splendida puntata di Report, a cura di Michele Buono e Piero Riccardi, intitolata “Buon appetito!”. Ti consiglio di guardarla sul sito della trasmissione, ma se non hai tempo, te ne stralcio alcuni passaggi fondamentali. È un post più lungo del solito, ma ti giuro ne vale la pena.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
È stato calcolato che la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone che si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi che seguissero la dieta degli italiani, ma solo 2,5 miliardi con il regime alimentare degli statunitensi. Questo perché la metà dei cereali che produciamo servono per alimentare gli animali che mangiamo. 820 milioni di persone nel mondo muoiono di fame e altre 800 milioni mangiano come se di pianeti a disposizione ne avessero 5. L’agricoltura industriale e chimica oggi è la causa di un terzo di tutte le emissioni di gas serra che stanno uccidendo il pianeta. Se il nostro futuro e quello della biosfera dipendono da come produciamo e consumiamo quotidianamente cibo, questo carica tutti noi di responsabilità, subito, ora.

[...]

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Siamo ciò che mangiamo, questo vuol dire che il cibo, oltre ad essere una merce, deve avere anche un senso. L’agricoltura, riportano i testi scolastici, è alla base dell’economia e della vita. Il ciclo completo dell’agricoltura oggi, secondo gli studi della FAO, incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta; tanto per avere un raffronto, i trasporti non legati al settore dell’alimentazione incidono per il 17%. Il settore zootecnico, invece, produce gas serra 296 volte più dannosi del CO2: questo è il letame. L’aumento degli allevamenti è dovuto all’aumento del benessere quindi all’aumento del consumo di carne; questo, nonostante tutti gli studi medici dicano che mangiare troppa carne fa male. Un americano ogni anno ne mangia 122 chili, un italiano 87, un cinese 50, un indiano 4. Bisognerebbe ridistribuirla meglio, ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta. Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno che cresce mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale. Ma la carne è poca cosa rispetto a un sistema di produrre e consumare che sfugge a ogni logica minima di tutela della salute, del pianeta, del portafogli. Possiamo continuare a fregarcene, oppure vedere di cambiare abitudini.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Roma 2 febbraio 2008. Torniamo a casa con la spesa; sono i giorni della merla, il centro dell’inverno, in genere i più freddi dell’anno, ma dalla mia busta tiro fuori di tutto: pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, asparagi, fagiolini verdi, fragole. Insomma sembra di essere in piena estate. Ma ormai siamo abituati, nei supermercati c’è una sola stagione, che dura tutto l’anno. Per legge, tutti gli alimenti hanno le loro etichette, nomi, informazioni, numeri, pesi, ma in genere ciò che osserviamo è la data di scadenza, “scade il…”. Eppure l’etichetta ci può dire molto di più, ad esempio da dove arriva. Questi asparagi infatti vengono dal Perù, dato che in Italia, a gennaio, gli asparagi non possono crescere. Anche i fagiolini verdi sono fuori stagione, e arrivano dal Marocco. Le fragole dalla Spagna. Poi abbiamo trovato pomodori, anche questi fuori stagione, italiani, spagnoli; tra gli italiani c’è questa scatola di ciliegini, che arrivano dalla Sicilia.

PIERO RICCARDI

Dunque fornito per Auchan SpA, Rozzano, Milano, da Alegra Faenza, Ravenna; prodotto e confezionato da Euroagri Italia, a Vittoria, quindi significa che sono stati prodotti a Vittoria, sono andati a finire a Faenza, in Emilia Romagna, a Ravenna, e li abbiamo comprati a Roma.

Ma anche il prezzo ci rivela delle sorprese.

Spinacino: ci sono costati 2 euro e 10 cioè 100 grammi ci sono costati 2 euro e 10 quindi significa 21 euro al chilo.

[...]

PIERO RICCARDI
[...] queste carote costano 8 e 76 al chilo, siamo andati qui vicino a Latina e le carote al produttore vengono pagate 7 centesimi. Come fa ad aumentare così tanto da 7 centesimi alla produzione a 8 e 70 al chilo?

PAOLO BARBERINI - PRESIDENTE FEDERDISTRIBUZIONE
Allora dobbiamo vedere quella che è la base prodotto e quella che è l’aggiunta di servizio, un prodotto di questo tipo ha un servizio insito nel prodotto stesso che è assolutamente enorme, dalla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia [Massaia? Nel 2008 si parla ancora di massaie... Nota di Giò] nell’acquisto, alla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia nel lavaggio, nel tagliarle e nel fare tutti quelli che sono gli atti quotidiani. Adesso purtroppo il tempo è tiranno per cui si preferisce, in alcuni casi, spendere più in servizio che non nel prodotto.

[La quantità di luoghi comuni in questa risposta è direttamente proporzionale all'imbarazzo dell'intervistato. Nota di Giò]

[...]

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
La differenza tra queste carote e questa scatola di carote grattugiate è un gesto. A noi il gesto di grattugiare ci prende qualche istante. Quello che c’è dietro la scatola di carote grattugiate invece sono trasporti, plastica, energia e infine pure lo smaltimento della confezione nel termovalorizzatore. Qual è la logica economica di tutto questo?

Cosenza. Università di Arcavacata. Il professor Dacrema insegna Economia e ha scritto un libro sul PIL, il prodotto interno lordo. E la domanda che gli facciamo è: una carota, un pomodoro sono una merce come le altre?

PIERANGELO DACREMA - ECONOMISTA UNIV. ARCAVACATA – CALABRIA
Noi siamo abituati a parlare di merci e a trattare tutto come una merce, perché tutto ciò che ha un valore economico ha un prezzo, un prezzo espresso dai numeri del denaro, i numeri del denaro sono i numeri del PIL perché il PIL quantifica tutto in termini di prezzi e quindi usa la logica molto banale, se vogliamo, ma molto stringente della matematica elementare del denaro, addizione e sottrazione. Ma il valore, una buona teoria del valore tiene conto del fatto che il valore ha un senso, prima ancora che un prezzo, il prezzo non esprime il senso del valore, non esprime il significato di un bene. Ma questa ossessione della quantità - e il PIL la esprime in modo eccellente -, questa ossessione della quantità ci fa dimenticare che esistono costi di cui il PIL non tiene conto, assolutamente. Ora, i costi sostenuti dalla madre terra da cui sottraiamo evidentemente delle energie per produrre pomodori secondo tecniche produttive che sono criticabili sotto l’aspetto ambientale, e sotto l’aspetto dell’inquinamento, ecco quei costi non provocano una diminuzione del PIL anzi, il paradosso è che, diciamo che nella mente di tutti e in particolare della nostra classe dirigente, l’aumento del PIL è qualcosa da salutare di per sé con favore in modo positivo. Dall’altro lato si tende appunto a dimenticarsi del fatto che un disastro, un incidente stradale provoca un aumento del PIL, la produzione di armi provoca un aumento del PIL, le tante produzioni inquinanti e dannose provocano un aumento del PIL.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Dunque, queste carote in scatola fanno aumentare il PIL, proprio perché producono un costo ambientale, come una petroliera che si spacca. Fa aumentare il PIL perché dovrò ricostruirne un’altra e pure le coste da ripulire, i pesci e gli uccelli imbrattati da curare mi fanno alzare il PIL, e quando siamo in coda sull’autostrada il PIL aumenta perché bruciamo carburante, che inquina. E se l’inquinamento ci fa venire un tumore tanto meglio: malati e ospedali fanno aumentare il PIL. Un incidente fa aumentare il PIL. I prodotti fuori stagione fanno alzare il PIL perché costa di più produrli, perché più fertilizzanti, erbicidi e pesticidi uso, più aumenta il PIL. E pazienza se l’aereo che porta asparagi dal Perù e fagiolini dall’Africa produce CO2, perché si alza il numeretto magico del benessere. E poi i prodotti fuori stagione posso venderli a un prezzo più alto di uno di stagione. È meglio vendere un chilo di fagiolini a gennaio a 4 e 99 al chilo, che un cavolfiore a 0.99, perché anche questo fa aumentare il PIL.




L’uomo dei fatti

9 04 2008

Sul Magazine n.13 del Corriere della sera è uscita un’intervista di Vittorio Zincone a Jacques Séguéla (mi era sfuggita, ma Donmo me l’ha gentilissimamente inviata per mail: grazie!). Séguéla è il celebre pubblicitario francese, noto fra l’altro per aver lavorato con François Mitterand: a lui si deve lo slogan “La force tranquille”, che accompagnò la vittoria di Mitterand nel 1981. Agli studenti interessati a lavorare sulla pubblicità consiglio sempre di leggere i libri di Séguéla, come minimo quelli tradotti in italiano: dall’autobiografico e divertente Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello (Lupetti, 1979) a Hollywood lava più bianco (Lupetti, 1992).

Ma anche quelli interessati alla comunicazione politica non possono prescindere dai lavori di questo guru della pubblicità francese: come minimo Le vertige des urnes (Flammarion, 2000) e il recente La prise de l’Elysée, scritto con Thierry Saussez (Plon, 2007).

Nell’intervista sul Corriere, Séguéla riprende una delle sue celebri regole per la comunicazione politica, “Si vota per un uomo e non per un partito”, criticando su questa base gli attuali manifesti del Popolo della Libertà.

Testuali parole:

«- Non voglio fare il saccentello, ma… mi cascano le braccia. Siamo tornati alle réclame vecchio stampo.
- Non le piace “Rialzati, Italia”?
- Tecnicamente lo slogan è ineccepibile. Due parole, chiare. È molto di destra. Più di quanto lo sia mai stato Berlusconi. È imperativo, volontaristico, quasi violento. Troppo per questi tempi: oggi la comunicazione di un grande leader deve essere una specie conversazione, coinvolgente. Il contrario di quanto ha fatto il Pdl. L’errore più grave però è l’immagine…
- Qual è il problema?
- È arcaica. Ci sono tre regole della comunicazione politica che sono intangibili.
- La prima?
- Si vota l’uomo, non il partito. E nei manifesti per ora manca la faccia di Berlusconi.
- Il suo staff dice che c’era l’esigenza di far conoscere il Pdl, una nuova alleanza.
- E che c’entra? Si vota comunque l’emozione che ti dà un volto. Per questo la campagna di posizionamento di Veltroni è più azzeccata» (Corriere della Sera Magazine, n.13, 27 marzo 2008, pp. 66-67).

Ora, mentre il resto della opinioni espresse da Séguéla nell’intervista mi trova entusiasticamente d’accordo, questa proprio no. Tralascio ogni ulteriore commento sulla foto di Veltroni, carente proprio perché non dà l’emozione che dovrebbe.

Ma l’assenza del volto di Berlusconi dai manifesti non mi pare affatto un errore, anzi. Trovo che sia perfettamente coerente con il modo in cui, fin dall’inizio di questa tornata elettorale, il leader del centrodestra si è posizionato rispetto al suo principale avversario: Veltroni è un parolaio - dice Berlusconi - uno capace di usare i trucchetti della televisione (”della fiction”, ripete), io no di certo, io mi rifiuto di farlo perché mi occupo di cose serie e problemi concreti. Veltroni è il comunicatore, il venditore di sogni - dice Berlusconi - io l’uomo dei fatti. È su questa stessa base - facci caso - che ora il leader del centrodestra sta motivando il suo rifiuto di partecipare al faccia a faccia televisivo.

Per questo, credo, ha accuratamente evitato di mettere la sua faccia nei manifesti. Il che è un bel paradosso: proprio Berlusconi che nel 1994 fu il primo, in Italia, a introdurre nella comunicazione politica le tecniche pubblicitarie, ora ci racconta di non saper comunicare. Proprio lui, l’uomo delle televisioni, ora rifiuta il faccia a faccia televisivo. Mi pare l’ennesima, e abile, mossa di un ottimo comunicatore.




Il font di Barack Obama

8 04 2008

Ti consiglio di leggere il post che ieri Luisa Carrada ha scritto sul font usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: il Gotham.

Perfetto: il font, come il commento di Luisa.




La sfera di cristallo

7 04 2008

Gli spot televisivi del PD sembrano aver risolto perfettamente i problemi che abbiamo discusso nei giorni scorsi, confrontando lo spot de La Sinistra l’Arcobaleno con quelli di Hillary Clinton. Anche il PD mette in scena le persone comuni, ma evita di farle recitare (non ne sarebbero capaci) e usa il montaggio e la musica per costruire un messaggio adeguato al formato e agli spazi cui è destinato. Per di più, il trucco di alternare testi e foto riduce i costi al minimo, data l’assenza di riprese video.

Anche i testi sembrano intercettare i desideri e le aspirazioni degli elettori ideali del PD: tutti coloro che, scontenti della situazione italiana attuale, sperano in un futuro migliore. E lo sperano con un’intensità tale da sognarlo a occhi aperti, da vederlo come fosse già reale. Ecco le parole dello spot che vedrai fra poco:

“Vedo un paese che smette di sentirsi povero di petrolio/ e si scopre ricchissimo di sole./ Vedo la delinquenza diventare l’unico lavoro precario,/sempre più precario./ Vedo milioni di lavoratori/ uscire la mattina/ e tornare a casa la sera./ Sani e salvi./ Non è così./ Ma può cambiare./ Tutto/ può/ cambiare./ Oggi con il Partito Democratico/ Si può fare.”

L’idea è azzeccata, i testi non troppo generici, il commento musicale rassicurante.

Dal mio punto di vista, queste atmosfere sognanti avrebbero dovuto essere controbilanciate da altri spot che mettessero in evidenza la competenza pratica del leader, la sua concreta capacità di fare, il sapere tecnico. Perché la propensione di Veltroni a far sognare è ormai riconosciuta da tutti, ma la sua credibilità in termini di fare concreto è molto meno forte di quella di Berlusconi.

Peccato poi che lo spot si chiuda con la solita foto di Veltroni con lo sguardo fisso e il sorriso finto. Che certamente non aiuta a costruirlo come leader credibile.




Professionisti in erba

3 04 2008

Lo ammetto, quando tre giorni fa mi chiedevo: “Siamo proprio sicuri che una laureata o un laureato (in Comunicazione o Dams), sufficientemente svegli e opportunamente guidati, non saprebbero confezionare un video che somigli (almeno un po’) a questi?” (mi riferivo ai video della campagna di Hillary Clinton), non avevo tutta la sicurezza che la mia domanda presupponeva.

Cioè: ho molta fiducia nelle capacità di alcuni giovani laureati che conosco, ma la professionalità si acquisisce nel tempo, e con fatica, e non è detto che un giovane, per quanto capace, riesca a raggiungere velocemente un livello professionale adeguato a una campagna di comunicazione politica.

Ma la lettera che mi ha mandato Matteo, 23 anni, laureato pochi mesi fa in Scienze della Comunicazione a Bologna, mi ha tolto ogni dubbio: ragazzi come lui potrebbero costruire prodotti molto migliori di quelli che stiamo vedendo nell’attuale campagna elettorale. Compensando la giovane età con l’ingegno, la mancanza di esperienza con l’osservazione e lo studio, la mancanza di mezzi con la rapidità nel trovare trucchi e soluzioni.

Se solo qualcuno desse loro la possibilità di provarci. Ma la politica italiana, anche quando dice “Si può fare”, in realtà guarda ai soliti noti, troppo vecchi per avere idee nuove, troppo compromessi per cambiare davvero le cose.

«Ciao Giovanna,

ho letto il post e ci ho ragionato un po’ sopra. La grossa differenza che vedo tra l’audiovisivo di comunicazione politica americano e il nostro è che, in un qualche modo, loro riescono sempre a realizzare prodotti coesi e dotati di un passo proprio. In altri termini i loro risultati sono ben confezionati, qua no. Alcune trovate estetiche ricordano altro (guarda come cade la luce nel video del Texas, soprattutto nelle prime inquadrature, e poi a seguire quel modo di trattare in maniera oggettuale il soggetto, mai centrale all’inquadratura e col fondo fuori fuoco… non è una maniera incredibilmente “Dove” di mostrare?), ma si tratta di patine e consistenze che sanno adattarsi a quel particolare discorso. In ogni caso questi video sanciscono subito il proprio essere differenti, senza strane logiche di emulazione rispetto altre tipologie di audiovisivo e messa in scena (come lo spot di Bertinotti, che sembra voler essere un racconto).

Il secondo video è squisitamente americano, col pianoforte che accompagna quegli ambienti così middle (class e west). Non sono molto convinto che la prima clip sia costruita attorno a vere persone comuni, ma chi può dirlo? In ogni caso il livello di manipolazione della realtà è molto più alto, almeno per quanto riguarda il profilmico.

La struttura di tutti e due i lavori è semplice, molto più semplice delle proposte italiane che hai pubblicato nei giorni precedenti. A mio vedere la loro forza sta proprio nell’essere così lineari e curati nei dettagli, sia fotograficamente che in termini di montaggio. Mi verrebbe da fare anche un lungo discorso sui formati, ma è un po’ confuso e te lo risparmio.

Quando facevo i laboratori ai ragazzi delle scuole medie non ho mai permesso di realizzare il fantomatico cortometraggio da dieci minuti, come fanno quasi tutti i laboratori. Imparare a scrivere richiede tempo e allenamento: figuriamoci un linguaggio così complesso come quello dell’audiovisivo, con un rapporto così delicato con l’effetto di realtà, ereditato dalla fotografia e dal cinema.

Last but not least, sono decisamente un tipo da cerchi e asticelle pure io. Per onestà e per far capire quanta fatica c’è dietro un lavoro, facevo elaborare in termini generici una trama da un quarto d’ora. Poi ragionavamo su come realizzare il trailer di quel film inesistente. Era un esercizio minimo, da sessanta secondi al massimo, in cui era però necessario confrontarsi con le logiche di un prodotto particolare e una serie di stati emotivi da trasmettere. Un esercizio minimo da due mezze mattinate di ripresa coi ragazzi e alcune sessioni notturne di montaggio.

Detto questo, spero e voglio credere che un manipolo di coraggiosi damsiani e comunicatori, purchè dotati di una concezione intensiva del lavoro, possa riuscire a realizzare un prodotto di questo tipo. Non girando in alta definizione ma con una compatta o poco più, senza un direttore della fotografia ma tenendo d’occhio il contrasto e sfruttando i filtri per la correzione fotografica… Qualcosa di questo tipo ed esteticamente più innocente è possibile, credo. Per scrivere una bella “a” servono gesto e personalità, assieme a un’intimità profonda coi cerchi e le asticelle.

È una risposta segmentata e un po’ appannata, spero non ti richieda un eccesso di principio di carità. Tu che ne dici? Anche su come lavoravo coi ragazzi, se ti sembra sensato.

A presto,

‘matteo»

Mi sembra molto più che sensato, caro Matteo: mi sembra professionale.




Il volto della Sicilia

2 04 2008

Lo spot elettorale di Anna Finocchiaro è su YouTube da alcuni giorni, e va in onda sui canali televisivi siciliani da ieri.

Stavolta il problema è nel testo:

“Non importa quanta strada c’è/ e se sarà in salita o in discesa,/ non importa quanto c’è da sudare/ e se ci sarà da camminare./ Quello che importa veramente/ è avere una meta,/ una meta in cui credere,/ per cui vale la pena di spendere una vita./ Noi una meta ce l’abbiamo:/ cambiare il volto della Sicilia.”

Cambia il volto della Sicilia” è lo slogan della campagna, che si regge sulla bellezza ed espressività del volto (letterale) della candidata. Ora, il viso della Finocchiaro, per quanto intenso, può bastare a nutrire lo slogan (forse), ma certo non dà pregnanza alla sfilza di metafore che lei recita nello spot.

Ho sentito parlare la Finocchiaro diverse volte, in comizi e interviste televisive. Come molti siciliani, usa spesso un linguaggio figurato, ma difficilmente le sue metafore sono sbagliate come quelle che il suo staff ci propina in questi giorni: o troppo generiche (cambiare il volto della Sicilia? qualunque candidato non conservatore potrebbe dirlo), o fastidiosamente scontate (il cammino, la salita, il sudore). Per non parlare dell’”avere una meta in cui credere”, che non è una metafora ma un obiettivo che non si nega a nessuno, neppure ai mafiosi purtroppo.

Peccato, lei parla meglio di così.

 




Ordinary People

31 03 2008

Gli spot che abbiamo visto in questi giorni davano voce alla “gente comune” per sostenere questo o quel partito. I risultati sono a volte comici, a volte artificiosi.

Eppure bastano una voce off che reciti un testo ben scritto, la giusta musica in sottofondo, un montaggio veloce, per redimere l’incapacità di recitare (o cantare o ballare) dei non professionisti che vengono coinvolti.

Sono andata a guardarmi un po’ di spot di Hillary Clinton. Com’era prevedibile, alcuni mettono in scena gente comune. Ma l’effetto - ora ne vedrai due - è ben diverso. Forse potrai spiegarlo con la solita mancanza (italiana) e abbondanza (americana) di soldi.

Ma produrre un video per YouTube ormai costa poco. Siamo proprio sicuri che una laureata o un laureato (in Comunicazione o Dams), sufficientemente svegli e opportunamente guidati, non saprebbero confezionare un video che somigli (almeno un po’) a questi? Adattandolo al contesto italiano e al messaggio elettorale, intendiamoci.

Night Shift

One candidate has put forth an American family agenda to make things easier for people who work so hard.

One of a Million

Women across Texas are standing up and speaking out for Hillary. On March 4, make sure you vote AND caucus for her!