Apple sì, ma senza esagerare

24 04 2008

Sto passando a Mac: decisione per me epocale. Non è per darmi un tono da graphic designer (giacché tengo un corso a Disegno industriale), ma perché non ne posso più di virus, blocchi, ingolfamenti e resettamenti. Tutti dicono che su Mac non accade (bah, vedremo); inoltre, quando mi hanno proposto Microsoft Vista, ho detto basta.

Però non voglio finire col sopracciglio alzato ogni volta che passa un Pc.

Per questo ti propongo questo divertente articolo di Alex Pareene, editor di Gawker.com, un blog molto sarcastico su gossip e notizie a Manhattan. L’ho trovato tradotto in italiano su Internazionale. Ma lo posto soprattutto come memento per me, casomai mi venisse, un domani, la tentazione di alzare il naso.

Eccolo, copiaincollato da Internazionale, 18/24 aprile 2008, n. 740. Ma leggilo in inglese, che è ancora più carino (Apple fetishists: grow up).

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“Apple fetishists: grow up”, di Alex Pareene (Gawker.com)

Karl Rove ama il suo iPhone. Lo usa in continuazione! Ha anche ammesso di possedere un MacBook Air, un portatile che si distingue per una sola qualità: potete metterlo in una grande busta da lettere. Quel tiranno radiofonico di Rush Limbaugh, invece, ha dovuto chiedere alla Apple di aiutarlo a sistemare il suo nuovo computer.

I profeti preferiti degli americani amano il design sottile e la semplicità dei prodotti Apple. Quei criptofascisti: sono proprio come noi! E questo ci porta a una preghiera: possiamo, per favore, smetterla una volta per tutte con questo falso mito per cui la Apple avrebbe un fascino particolare che la rende un’azienda fichissima?

La Apple è una gigantesca fabbrica di tecnologia. Quindi sta uccidendo il pianeta! I computer, i processori, le batterie e i telefonini sono pieni di veleni, e finiranno tutti sotto terra. Certo, l’azienda di Steve Jobs ha detto che riciclerà il vostro vecchio computer se promettete di comprarne uno nuovo. Da loro, però. E pensare che nel consiglio d’amministrazione c’è Al Gore!

La Apple ha anche lanciato qualche iniziativa aziendale con la parola “verde” nel nome, proprio come la General Electric. Per non parlare del suo negozio online, iTunes, pieno di file protetti per evitare le copie pirata. Oppure della sua abitudine di costringere i blogger che parlano dell’a­zienda a rivelare le loro fonti citandoli in giudizio, e di tutte le altre cazzate con cui attirano l’attenzione dei blog tech-alternativi come Boing Boing.

Feist e la Bauhaus

Ormai i prodotti della Apple sono solo degli accessori: paghi un po’ di più per un portatile senza lettore dvd solo perché c’è il logo e il tuo mouse ha un solo tasto perché Apple pensa che i suoi utenti non siano capaci di usarne due.

Molte cose supertrendy costano più della concorrenza, ma spesso sono decisamente migliori: i Levi’s da duecento dollari sono più robusti di quelli da sessanta. Con i prodotti Apple, invece, spendi di più per un portatile senza porta usb e così lucido da sembrare una piastrella per il bagno.

Bisogna ammettere che il loro sistema operativo è intuitivo ed estremamente semplice da usare. In più ha una bella grafica e spesso funziona. Ecco perché è perfetto per vostra nonna! Preferirà senz’altro usare il Mac invece di provare a installare Firefox su Windows Xp.

Ma queste cose non verrete mai a saperle da qualcuno del reparto marketing della Apple, che sembra adulare solo i consumatori più cosmopoliti. Designer! Fan dell’indie rock! Ragazzi con le sneaker! Questi prodotti sono stati creati per voi, perché Apple pensa che siate degli idioti!

Sono due anni ormai che ce lo dimostrano con quegli stupidi spot “I’m a Mac”. Tu sei un Mac! Tu sei uno sgradevole e insopportabile fighetto! Il pc è uno spirito brillante e un bravo scrittore. Ma porta la cravatta, guarda un po’, e quindi è uno sfigato. La Apple ha insultato la vostra intelligenza fin dall’inizio: ricordate il famoso spot lanciato durante il super bowl del 1984?

È da idioti pensare che sia un gesto ribelle spendere un sacco di soldi per un computer, quando puoi comprarne un altro a meno che funziona altrettanto bene. Almeno hanno abbandonato lo slogan “Think different”: faceva venire voglia di sganciare dal continente l’intera West coast e mandarla alla deriva nell’oceano.

Ma noi non odiamo i Mac. Pensiamo che l’iPhone sia un oggetto per stronzetti che funziona meglio del BlackBerry, abbiamo un iPod e ammettiamo senza alcuna difficoltà che comprare un pc con il sistema operativo Vista è un errore madornale (però se si torna a Windows Xp tutto va bene!).

Ma siamo stufi di chi è convinto che siccome qualche leccapiedi del marketing ha fatto ascoltare al capo la musica di Feist o un designer della Apple ha sentito parlare di Bauhaus, allora la Apple sia un’azienda più creativa e liberale, che so, della Dell. Almeno la Dell non ci tratta come dei cretini.




Il volto della Sicilia

2 04 2008

Lo spot elettorale di Anna Finocchiaro è su YouTube da alcuni giorni, e va in onda sui canali televisivi siciliani da ieri.

Stavolta il problema è nel testo:

“Non importa quanta strada c’è/ e se sarà in salita o in discesa,/ non importa quanto c’è da sudare/ e se ci sarà da camminare./ Quello che importa veramente/ è avere una meta,/ una meta in cui credere,/ per cui vale la pena di spendere una vita./ Noi una meta ce l’abbiamo:/ cambiare il volto della Sicilia.”

Cambia il volto della Sicilia” è lo slogan della campagna, che si regge sulla bellezza ed espressività del volto (letterale) della candidata. Ora, il viso della Finocchiaro, per quanto intenso, può bastare a nutrire lo slogan (forse), ma certo non dà pregnanza alla sfilza di metafore che lei recita nello spot.

Ho sentito parlare la Finocchiaro diverse volte, in comizi e interviste televisive. Come molti siciliani, usa spesso un linguaggio figurato, ma difficilmente le sue metafore sono sbagliate come quelle che il suo staff ci propina in questi giorni: o troppo generiche (cambiare il volto della Sicilia? qualunque candidato non conservatore potrebbe dirlo), o fastidiosamente scontate (il cammino, la salita, il sudore). Per non parlare dell’”avere una meta in cui credere”, che non è una metafora ma un obiettivo che non si nega a nessuno, neppure ai mafiosi purtroppo.

Peccato, lei parla meglio di così.

 




Un’altra parodia che non lo è

28 03 2008

Per continuare le riflessioni di ieri, Ricky mi propone questo video, realizzato per Rosy Bindi da alcuni suoi giovani sostenitori di Pisa, per le primarie del 14 ottobre scorso.

Anche questo sembra una presa in giro della candidata.

Somiglianze strutturali con I’m PD? Differenze?

Vantaggi?

Svantaggi?




Credevo fosse una parodia…

27 03 2008

… invece non lo è, purtroppo. Non ce l’ho con Veltroni, giuro: cerco solo di capire alcuni meccanismi comunicativi. Ma dopo il post di ieri, Chiara mi ha segnalato il video realizzato da “02PD a Milano piace democratico“. Una specia di risposta a “Meno male che Silvio c’è”.

Mi colpisce la buona volontà che ci hanno messo, ma l’effetto è quello di un boomerang, secondo me.

Mi dai una mano a elencare tutto ciò che in questo video si ritorce contro il partito che vorrebbe sostenere? Senza polemiche politiche però. Solo la comunicazione, per favore.

Oppure, se ti piace/ti carica/ti fa venire voglia di stare con loro, dillo tranquillamente, magari specificando qual è l’elemento che più ti cattura. Mi aiuterà a capire.

E mi raccomando: stiamo parlando di comunicazione, non di chi vota cosa. Grazie davvero.




Faccine per auto

13 03 2008

Sull’onda di ciò che l’altro giorno si diceva sugli smileys, ho scoperto in questo blog che una ditta americana (la ThinkGeek di Fairfax, Virginia) vende faccine per auto.

Eeeh?!

Ma sì, hai capito bene: c’è qualcuno, a questo mondo, a cui un un giorno è saltato in mente che ci possano essere persone interessate a comunicare il loro stato d’animo anche fuori dall’abitacolo dell’auto. Ti senti allegra mentre sei al volante e vuoi farlo sapere a chi sta dietro? Bene, non devi far altro che azionare un telecomando, e sul vetro posteriore della tua auto comparirà questo:

driving-emoticon.jpg

Ora, sappiamo bene quanto gli automobilisti siano rabbiosi fra loro. Sappiamo pure (ce lo spiegano gli psicologi) che la tendenza all’aggressitivà dipende, fra l’altro, dalla mancanza di accesso percettivo alle facce degli altri. In altre parole, se non vedo che faccia ha (e fa) chi guida la macchina davanti, non capisco se è giovane, anziano, stanco, triste o allegro; per questo è così facile gridare, suonare il clacson, mandare insulti: è con un’auto che ce la prendiamo, non con una persona.

Qualcosa di simile accade nelle mail, le chat, gli sms: non vedendo la faccia altrui è più facile agire d’impulso, con risultati non sempre felici. Le faccine ci aiutano nelle mail? Diamogli lo stesso ruolo in auto, devono aver pensato quelli della ThinkGeek. Per questo non si sono limitati al sorriso, ma hanno ampliato la gamma di faccine, in modo che l’automobilista possa esprimere più stati d’animo, compresi quelli negativi. Ecco qua (fa’ clic per ingrandire):

driving-emoticon-faces.jpg

Al di là del fatto che, fra le faccine, compaiano scritte come IDIOT che, più che sciogliere l’aggressività, non possono che aumentarla, il passaggio dalle mail all’auto introduce una differenza fondamentale. Nelle mail le faccine servono a integrare il significato di parole e frasi, indirizzando chi legge verso una corretta interpretazione del tono emotivo con cui quelle parole e frasi sono state concepite.

In auto gli smileys non accompagnano nessuna espressione verbale, il che comporta che anche un semplice sorriso possa essere interpretato, a seconda della situazione, nei modi più svariati (e addirittura opposti): sorriso + manovra di sorpasso può voler dire “Ti sorpasso, però non te la prendere”, ma anche “Non solo ti sorpasso, ma ti rido pure in faccia”. Peggio ancora le faccine più ambigue, come la strizzatina d’occhio o quella perplessa.

Morale della favola: in totale assenza di parole e in mancanza di un codice rigido (come quello stradale), le faccine significano tutto e il contrario di tutto. Non a caso, dopo aver illustrato il prodotto la ThinkGeek aggiunge:

Note: May not be legal in all states. Check your local laws before use.




Ippolita dixit

11 03 2008

Qualche giorno fa abbiamo discusso se Google News fosse di parte, se cioè selezionasse o meno le notizie in base a qualche valutazione dei loro contenuti. Lo so che di solito leggi i post ma trascuri i commenti, nell’idea che siano meno rilevanti. (A meno che tu non abbia commentato a tua volta, nel qual caso vai a vedere se ci sono reazioni.) Stavolta ti suggerisco di tornare comunque sui commenti: ne vale la pena.

Ma se proprio non ce la fai, ecco come una studiosa del gruppo Ippolita - che di Google, come si dice, ne sa a pacchi (vedi anche questo post) - ecco come riassume per noi la faccenda:

“Se vogliamo capire il fenomeno Google dobbiamo capire come ‘pensa’. Per farcene un’idea dobbiamo ragionare sia in termini squisitamente tecnici, che ricercare la sua identità culturale.

Non credo che il problema sia la ‘credibilità’ di Google. Google risponde a precise regole tecniche e precisi dettami ideologici. È coerente prima di tutto con se stesso, non rispetto a ciò che io o il New York Times pensiamo che sia l’obiettività. Google risponde a un’ idea propria di ciò che è considerabile autorevole.

La vera forza del Colosso di Mountain View sta nell’aver affermato la sua struttura matematica nonché configurazione filosofica come contenitore universale.
Ci rivolgiamo a Google perché implicitamente lo accettiamo come il miglior strumento tecnico e il più neutrale dispensatore di informazioni.

Il modo più lineare di procedere verso un disvelamento dell’oggetto digitale Google è cercare di comprendere come pensa, cosa desidera, come guadagna. Certamente questi elementi saranno fattori determinanti sui risultati che il motore di ricerca ci propone. In fondo Google ci sta solo vendendo un punto di vista, siamo noi ad aspettarci erroneamente che contenga tutto il web (o peggio ancora che debba contenerlo)

Off topic (ma non troppo), consiglio la lettura di Zero Comments. Teoria critica di Internet di Geert Lovink” (firmato: hy di Ippolita).




Il virtuale fa male?

10 03 2008

Il concetto di realtà virtuale si è diffuso negli ambienti informatici americani a partire dagli anni Ottanta e allude alla realtà percettiva costruita dalle apparecchiature elettroniche, che riesce a produrre effetti simili a quelli del normale funzionamento dei sensi. Questa realtà è detta “virtuale” perché non riguarda oggetti reali, ma immagini computerizzate di oggetti.

Il senso comune ha interiorizzato quest’uso e il termine “virtuale”, in quanto riferito a simulazioni elettroniche, è inteso come illusorio, ingannevole. Per questo di solito ha una connotazione negativa: se qualcosa è virtuale allora dobbiamo starci attenti, perché gli inganni producono delusioni e fanno male. Al contrario, la realtà del mondo sensibile è valorizzata positivamente, in quanto foriera di verità.

Già nel 1995 Pierre Lévy se la prendeva con questa interpretazione negativa del virtuale:
“Generalmente la parola ‘virtuale’ viene utilizzata per significare l’assenza di esistenza pura e semplice, dal momento che la ‘realtà’ implicherebbe una effettività materiale, una presenza tangibile. Ciò che è reale rientrerebbe nell’ordine della presenza concreta (’l'uovo di oggi’), ciò che è virtuale in quello della presenza differita (’la gallina di domani’), o dell’illusione” (Qu’est-ce que le virtuel?, La Découverte, Paris, 1995; trad. it. Il virtuale, Cortina, Milano, 1997, p. 5).

Niente da fare. Tutti continuano a pensare al virtuale come una cosa negativa: un’esperienza fasulla o, peggio, una non esperienza. Alla faccia di tutto il virtuale che ogni giorno viviamo: mail, chat, sms, videogiochi, blog… Tutto nocivo, ingannevole?

Per fortuna esiste un senso più interessante di “virtuale”, collegato alla sua etimologia. La parola proviene dal latino medievale virtualis, derivato a sua volta da virtus, che significava forza, potenza. Nella filosofia scolastica “virtuale” era ciò che esiste in potenza e non in atto (come li intendeva Aristotele): l’albero è virtualmente presente nel seme, nel senso che è già nel seme, ma lo è solo in potenza, non ancora attualizzato. Secondo questa interpretazione, il virtuale non si contrappone al reale, ma all’attuale: virtualità e attualità sono due modi diversi del reale.

Ma la cosa più bella di questo virtuale è che si muove. Il virtuale è il nodo di tendenze e forze che sta dentro a una situazione, un evento, un oggetto qualsiasi e prelude al processo di trasformazione che lo porterà in atto. Questo nodo di tendenze fa già parte dell’entità considerata, anzi ne costituisce uno degli aspetti di maggior rilievo. La ragion d’essere del seme è far crescere l’albero.

E ora prova questo esercizio: ogni volta che un giornalista, un politico, un presentatore parla male del virtuale (realtà, rete o mondo che sia), pensa al seme e all’albero. Improvvisamente le parole del giornalista (politico, presentatore) gireranno a vuoto, e in quel virtuale cominceranno a muoversi, come per magia, potenzialità a cui non avevi mai pensato. Io l’ho fatto. Funziona.




Women in Art

8 03 2008

Patrizia Lo Sciuto ieri mi ha segnalato questo bellissimo video, che non conoscevo. In realtà è molto noto in rete. (Vabbè sono blogger da poco, mi si perdoni.) L’autore è Eggman913, ovvero Philip Scott Johnson, artista digitale di St. Louis, USA.

Mentre le immagini scorrono, Yo-Yo Ma esegue la Sarabanda della Suite per violoncello n. 1 di Bach (BWV 1007).

Trovi qui la lista completa dei ritratti che appaiono nel video.




Google News è di parte?

6 03 2008

Ho ricevuto ieri da Andrea un commento che instilla un dubbio inquietante. Ho provato a fare qualche ricerca su Google News, ma non mi è sembrato di notare la tendenziosità cui Andrea alludeva. Ammetto di avere pochissimo tempo. Ho già ammesso un paio di giorni fa i miei trascorsi di ingenuità su Google e non voglio ricaderci. Dunque ti chiedo di darmi una mano.

Ecco cosa dice Andrea:

“Consiglio di vedere la versione italiana della sezione News di Google: potrebbe dare spunti interessanti per un articolo. Faccio un esempio: se un ex Presidente del Consiglio (facilmente capirete di chi parlo) è assolto in un processo per falso in bilancio perché il governo da lui presieduto ha depenalizzato il reato, la news che ha maggior risalto è quella de Il Giornale, che titola (banalizzo, ma credo che la notizia si possa facilmente ritrovare) “Giustizia è fatta”. Oppure, c’è una crisi tra Colombia da una parte e Venezuela ed Ecuador dall’altra (è cosa di questi giorni), provocata da un’incursione militare dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano: la news che ha più rilevanza su Google (ho appena controllato su Google News Italia) è quella de Il Sole 24 Ore che, chissà perché, titola “Il presidente colombiano: Chavez complice di genocidio”. Uno studio attento forse potrebbe rintracciare sotto questi fenomeni una costante.”

Vuoi fare tu lo studio che Andrea suggerisce?

O solo qualche prova per dirmi che ne pensi?




Un vaccino contro Google

4 03 2008

Un libro che dovresti non dico leggere, ma studiare nei minimi dettagli è Luci e ombre di Google del gruppo di ricerca Ippolita (in inglese era più bello, The Dark Side of Google, ma tant’è). È stato pubblicato nel 2007 da Feltrinelli, ma è scaricabile gratuitamente anche dal sito di Ippolita, in una versione quasi identica a quella feltrinelliana.

Ti consiglio di leggerlo immediatamente. Da quando l’ho fatto, la mia vita sul Web è cambiata. Non mi fido più ciecamente di Google come facevo prima. (Tu ti fidi?) Ad esempio, se non trovo qualcosa con Google, non concludo subito che non esiste, ma cerco meglio, cerco altrove. (Tu come fai?) E ho preso l’abitudine di usare anche un paio di meta-motori, come Ixquick e Widowsearch, che sommano e ottimizzano le ricerche di diversi motori. (Li conoscevi?)

Un assaggio del libro di Ippolita ti dà un’idea dell’importanza del loro lavoro:

“Vi sono alcuni segreti attorno al colosso di Mountain View, molti dei quali, come vedrete, sono segreti di Pulcinella. L’alone di leggenda che circonda la tecnologia googoliana è dettato in gran parte dall’assenza di un’istruzione di base, di rudimenti pratici per affrontare culturalmente l’onda lunga della rivoluzione tecnologica. Per esempio, la straordinaria rapidità dei risultati di ricerca è frutto di un’accurata selezione niente affatto trasparente. Infatti, come potrebbero milioni di utenti sfogliare contemporaneamente in ogni istante l’intera base dati di Google se non ci fossero opportuni filtri per restringere l’ambito della ricerca, ad esempio limitandolo ai dati nella loro lingua d’origine? E se esistono filtri creati per garantire una migliore navigazione linguistica, non è lecito supporre che ne esistano molti altri, studiati per indirizzare anche le scelte dei navigatori? Il prodigio di Google è in realtà una tecnologia opaca e secretata dal copyright e accordi di non divulgazione dei suoi ritrovati. La ricerca non è trasparente né democratica come viene spacciato: non potrebbe esserlo sia per motivi tecnici, sia per motivi economici.

Il campo bianco di Google in cui si inseriscono le parole chiave per le ricerche è una porta stretta, un filtro niente affatto trasparente, che controlla e indirizza l’accesso alle informazioni. In quanto mediatore informazionale, un semplice motore di ricerca si fa strumento per la gestione del sapere e si trova quindi in grado di esercitare un potere enorme, diventando un’autorità assoluta in un mondo chiuso. Il modello culturale di Google è dunque espressione diretta di un dominio tecnocratico.

Con questo volume Ippolita intende sottolineare il problema, o meglio l’urgenza sociale di alfabetizzazione e orientamento critico del grande pubblico attorno al tema della gestione delle conoscenze (knowledge management). Internet offre agli utenti straordinarie opportunità di autoformazione, tanto da surclassare persino la formazione universitaria, in particolare in ambiti come la comunicazione e l’ingegneria informatica. Il movimento del Software Libero, come Ippolita ha mostrato nei suoi precedenti lavori, è l’esempio più lampante della necessità di autoformazione continua e della possibilità di autogestione degli strumenti digitali.

Ma esiste un rovescio di questa medaglia, doppiamente negativo: da una parte, lo svilimento della formazione umanistica, che ha nella Rete pochi e male organizzati ambiti di riferimento; dall’altra, il sostanziale collasso cognitivo dell’utente medio. Disorientati dalla ridondanza dei dati disponibili sulla Rete, ci si affida ai punti di riferimento di maggiore visibilità - di cui Google è solo l’esempio più eclatante - senza domandarsi cosa avvenga dietro le quinte; si inseriscono i propri dati con leggerezza, conquistati dal mero utilizzo di servizi decisamente efficaci e, com’è ancora uso in buona parte della Rete, assolutamente gratuiti” (Ippolita, Luci e ombre di Google, p. 5 del documento on line, grassetti miei).