Giornalismo partecipativo e università

9 02 2010

Oggi alle ore 17.00, nell’aula A del Dipartimento di Discipline della Comunicazione, discuteremo di modelli, opportunità e prospettive del giornalismo partecipativo, nell’incontro «I media del domani: siamo tutti reporter» organizzato in collaborazione con Unibocultura da Ustation.it, il portale dei media universitari.

Questa è la scaletta (ore 17.00-19.00) (l’evento può anche essere seguito in streaming su Ustation.it).

Saluti iniziali e presentazione: Giovanna Cosenza e Romeo Perrotta

L’esperienza di ”Studenti&Reporter, Giovanna Cosenza, Aldo Balzanelli e Giovanni Egidio (Repubblica Bologna)

Il macro-mondo delle microweb tv italiane, Giampaolo Colletti (Altra Tv)

Il progetto di City Lab Tv, Barbara Bastianelli (Associazione Ilaria Alpi)

Comunicazione e giornalismo: sbocchi professionali e scenari occupazionali, Andrea Cammelli (Almalaurea)

Giornalismo partecipativo nella televisione pubblica: Citizen Report, Federica Cellini (Rai Educational)

Il case history di “Io reporter”, Marcello Presicci (Sky Tg24)

Il giornalismo partecipativo secondo un reporter, Alberto Nerazzini (Report, Rai3).

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Su questi temi puoi ascoltare qui un’intervista che ho rilasciato ieri per Ustation.it:





La tristezza del mondo, vista da una chat

8 02 2010

Comincio con una citazione tratta dal bel libro Eretici digitali (devi leggerlo!) di Massimo Russo e Vittorio Zambardino, a proposito di quanti demonizzano la rete e i nuovi media, facendo di tutta l’erba un fascio (da facebook alle chat, da YouTube ai siti porno):

«Il “male esiste”, come si suol dire, ma il racconto del male non è neutro. Il video che un gruppo di adolescenti italiani pubblica on line per compiacersi delle sevizie inflitte a un compagno di scuola disabile è un documento eccezionale, che solo grazie a uno strumento portentoso di verità e conoscenza è potuto arrivare fino a noi. Eccezionale perché ci fa conoscere un lato marcio e oscuro della nostra esistenza che forse esiste da sempre. E invece no, la risposta sta nella demonizzazione del mezzo; si veda la reazione del ministro di allora, che chiese un “filtro” alla cinese.» (M. Russo, V. Zambardino, Eretici digitali, Milano, Apogeo, p. 9).

Mi scrive Manuele, studente di Semiotica che in questi mesi si trova a Parigi per l’Erasmus. Ha appena scoperto quello che chiama l’«ultimo giocattolino di Internet», Chatroulette.com. E non ci è stato bene. Il pezzo di mondo che Manuele ha visto in questa chat è triste e vuoto. Ma il suo racconto non demonizza la rete, non banalizza né generalizza, e la sua malinconica partecipazione induce a riflettere.

Per questo te lo propongo:

«Per tre giorni a settimana faccio il cameriere in un ristorante italiano per guadagnarmi qualcosa. A fine serata ho convinto il mio datore di lavoro a provare insieme questo giocattolino. È una videochat ad accesso anonimo e privo di iscrizione (quindi “immediatezza” e facile “fruibilità”), che ti connette con un altro utente a caso. Si attacca la webcam e si aspetta che appaia in pochi secondi il nostro nuovo amico.

Se non ci piace basta premere F9 e avanti un altro.

Uno zapping di casi umani. Ci si può parlare se entrambi si ha il microfono, o si può scrivere chattando. La maggioranza (circa 9 su 10) sono maschi, e appena capiscono che sono un maschio pure io, cambiano (“ZAP”). Tra questi, una parte tiene inquadrato il pisello durante l’atto di masturbarsi (“ZAP”). Questa categoria è straordinariamente costante.

Io e il mio capo ci siamo poi imbattuti in due ragazze carine con cui abbiamo inziato a chattare. Erano spagnole e ci hanno detto che erano a caccia di pervertiti. “Why?” gli scriviamo. Ci rispondono che per 3-5 euro tramite PayPal.com (servizio che permette transazioni on-line) avrebbero fatto vedere le tette e fatto qualsiasi altra cosa. Il mio capo scherza e fa vedere un biglietto da 100 euro alla webcam, ci ridiamo sopra e cerchiamo di continuare la conversazione.

Non abbiamo il tempo di scrivere che loro si alzano e ci fanno vedere le tette. Occhi e bocca spalancati da parte nostra. Non per le tette (non ci trovo niente di erotico in un atto così), ma per il gesto. Non potevamo crederci. Lo fanno davvero. Insistiamo con il nostro “Why?”. Rispondono che in questa maniera fanno circa 300 euro a settimana e si possono comprare qualche cosa (“some stuff”).

Le salutiamo e andiamo avanti, tra tizi che ci fanno versi, linguacce, gente in maschera, gente che suona la chitarra, una ragazza che fa una fellatio, finte webcam dove invece ti inviano un filmato porno in loop. Tutti contatti di qualche secondo o microsecondo. Insomma, la giungla e i suoi insetti.

Quando torno a casa voglio fare un altro tentativo. Sto per andare a letto ma provo. Stessa storia, ma questa volta incontro anche diversi gruppi di ragazze che ridono e cambiano dopo qualche istante. Finalmente, dopo forse 100 contatti, trovo due giovani, un ragazzo e una ragazza. Iniziamo a chattare. Sono di New York, in uno studio radio. Parliamo di musica e mi faccio dare qualche nome di band che loro ascoltano e che io non conosco.

Dopo qualche minuto ci salutiamo e continuo. Trovo pure un gruppo di ragazzine (16-17 anni) koreane con l’aria divertita, che mi chiedono di dove sono io, e cercano di farmi capire che loro sono di un’isola che si chiama Dokdo, che i giapponesi la rivendicano, che loro sono lì da centinaia di anni e che devo farlo sapere ai miei amici. Saluti e “ZAP”.

All’ennesimo pisello eretto stacco e vado letto. Penso. Rifletto. Meccanismi di significazione, struttura immanente, interpretazione. Vuoto e tristezza. Sesso trasgredire sesso trasgredire sesso trasgredire sesso trasgredire sesso.

Veramente è tutto qua? Cosa ci succede? Un mezzo pericoloso che non serve a niente, ecco tutto. Fatta eccezione per l’isola di Dokdo di cui ora vengo a conoscenza e qualche band metal. Ma ci sono voluti troppi contatti prima di questi.

La brevità della cosa, il richiamo allo zapping televisivo, tutte quelle facce da divano annoiate in cerca di sesso e trasgressione. Ancora un altro mezzo che potrebbe essere usato in tante belle maniere, ma che si riduce a questo. Aumentano i mezzi ma diminuisce la capacità di saperli usare (e non di farsi usare).

Sono confuso e ci sto ancora riflettendo. Penso alla prostituzione di quelle due ragazze. Così semplice e indolore. Così divertente e innocente per loro. Anche se qualche riflessione l’hanno esternata “Maybe we are like whores”. Oh no, non dite così. Togli “maybe”.

Adesso mi scuso con lei. Troppo lungo lo sfogo. Ma le volevo affidare del materiale fresco da prima linea. Devo capire e lei può aiutarmi. Sono in crisi e devo uscirne. Pensi che due settimane fa mi sono pure cancellato da Facebook. La semiotica mi sta dando delle risposte, Marcuse pure. Sento sempre il riverbero di un grido disperato che rimbalza e fa eco tra i corpi della gente.»

Io gli ho già risposto, chiedendogli fra l’altro di pubblicare la sua mail. Tu cosa gli diresti?





Studenti&Reporter 2 – La movida made in Bo

5 02 2010

Mercoledì 3 febbraio è uscita la seconda puntata di Studenti&Reporter, la rubrica quindicinale che ho avviato su Repubblica Bologna con gli studenti della laurea Magistrale in Semiotica.

Facciamo ricerche e inchieste sul territorio bolognese, nell’ottica di un civic journalism con tre anime: gli studenti, i giornalisti professionisti e l’università.

Questa volta abbiamo parlato di Discobus, la navetta notturna che ogni venerdì e sabato accompagna i giovani (e meno giovani) in alcuni club della città. Il servizio, nato dalla collaborazione fra pubblico e privato bolognese, è una risposta al problema del rapporto fra divertimento notturno e sicurezza.

Il clima che ogni venerdì e sabato – da mezzanotte e mezza alle cinque del mattino – si crea su Discobus sembra riportare Bologna indietro negli anni: sotto la guida del cantautore Raul, 47 anni, che imbraccia la chitarra e canta canzoni a richiesta, si fanno cori, si balla e ci sono persone di tutte le età che prendono il bus anche solo per farsi un giro.

L’inchiesta è stata condotta da Aura Tiralongo, dottoranda di Semiotica e tutor della Magistrale.

Ecco il pezzo principale, tratto dalla rassegna stampa di UniboMagazine, il magazine on line dell’Alma Mater.

Discobus, L’altra movida made in Bo

E questo è il box informativo su Discobus, sempre di Aura:

Il Discobus, l’innovativa “navetta notturna sperimentale”, propone una nuova cultura della mobilità, che combina al tempo stesso sicurezza e divertimento. L’iniziativa nasce dalla collaborazione fra Comune di Bologna, ATC e i locali Locomotiv, Kinder Garten, Estragon, Scalo, Link e Sottotetto.

La paternità del servizio è dell’associazione Planimetrie Culturali: «Dopo un primo esperimento nel 2005 – spiega il presidente Werter Albertazzi – abbiamo ripescato dal cassetto il progetto, invitando le realtà della zona San Donato e le istituzioni a unire le forze, per sperimentare un servizio ecologico e sicuro, adatto alle esigenze di giovani e meno giovani. Lo stanziamento di 35 mila euro ci permetterà di continuare fino al 30 maggio, ma l’obiettivo è rendere il Discobus un servizio pubblico permanente, moltiplicando le corse e allestendo a bordo servizi informativi sulle attività culturali della città».

Per prolungare il servizio ben oltre il mese di maggio c’è infatti un tavolo di trattativa aperto fra ATC e Comune di Bologna. Per sostenere l’iniziativa, a inizi gennaio in molti hanno partecipato a una serata di autofinanziamento, che ha portato nelle casse dell’associazione un ricavato di oltre 6 mila euro. «Siamo fiduciosi – prosegue Albertazzi – perché è un riscontro del successo dell’iniziativa».

La navetta, che prevede corse a cadenza oraria, parte alle 00:30 da via Marconi 16 e prosegue su via  Indipendenza (altezza San Pietro). da qui parte i tour tra i migliori locali notturni della movida bolognese. S’inizia dal Locomotiv (via Serlio 25) e a seguire Kinder Garten, Estragon, Scalo San Donato, Link e infine Sottotetto.

Il servizio, previsto per ogni venerdì e sabato, è rigidamente gratuito.

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Trovi qui la presentazione e la prima puntata di Studenti&Reporter:

Studenti&Reporter






Festival delle Città Impresa

4 02 2010

Quest’anno il Festival delle Città Impresa – che si terrà a Rovereto, Schio, Montebelluna-Asolo, Camposampiero, Maniago, Vittorio Veneto, Interland Udinese dal 21 al 25 aprile 2010 – offre agli studenti delle università italiane un programma speciale di partecipazione.

L’iniziativa promuove una riflessione sul rapporto fra l’economia e il territorio e affronta quest’anno il tema «La cultura ci fa ricchi». Premi Nobel, economisti, politici, urbanisti, filosofi e artisti rifletteranno sulle potenzialità della produzione culturale in ogni ambito della vita economica e sociale (questo è il programma).

200 studenti saranno selezionati per partecipare al festival con una borsa di studio che comprende:

  1. vitto e alloggio per 3 giorni in una delle città del festival;
  2. un programma di eventi, conferenze, tavole rotonde presso una delle città ospitanti, a seconda del percorso universitario dello/a studente/ssa;
  3. un tutor di accompagnamento e supporto;
  4. un tavolo di discussione e confronto tra gli studenti ed eventuali docenti, organizzato dal tutor;
  5. la possibilità di pubblicare sul sito web del festival contributi relativi ai temi discussi durante la manifestazione;
  6. un attestato di partecipazione alla fine del programma.

Gli studenti e le studentesse interessati/e possono candidarsi entro il 10 marzo 2010, inviando il loro curriculum vitae e compilando il modulo di partecipazione scaricabile dal sito www.festivaldellecittaimpresa.it.

Per ulteriori informazioni puoi scrivere o telefonare a:

elena.lorenzetto chiocciola nordesteuropa.it

tel. +39.393.2450702

L’occasione potrà offrire, fra l’altro, spunti utili per una tesi di laurea triennale o magistrale.





Roberto copia Roberto

3 02 2010

Nell’ottobre 2008 Roberto Saviano fu minacciato dalla camorra e per questo ricevette moltissime manifestazioni di solidarietà: da una raccolta di firme indetta da alcuni premi Nobel su Repubblica, a una maratona di lettura di Gomorra organizzata prima da Fahrenheit di Radio 3, poi dai cittadini di Casal di Principe.

Mi colpì l’iniziativa degli allievi delle sezioni di grafica pubblicitaria dell’Istituto professionale Mattei di Caserta, i quali, coordinati dal professor Emanuele Abbate, ricostruirono il volto di Roberto componendo assieme le foto di un migliaio di cittadini casertani che decisero di “metterci la faccia”.

Questo manifesto rimase affisso per giorni a Caserta (clic per ingrandire):

In proposito allora scrissi «Mille volti per Saviano», in cui apprezzavo l’iniziativa di Caserta per almeno un paio di motivi. Innanzi tutto perché veniva dagli studenti di una scuola, ma soprattutto perché il manifesto era affisso nel territorio incriminato e le facce erano di persone che vivono in quei luoghi: ci vuole un certo coraggio, per chi vive da quelle parti, a farsi fotografare col rischio di essere riconosciuti.

Oggi, giocando sull’omonimia, Roberto Formigoni copia quell’iniziativa con un manifesto per le elezioni regionali, cui associa lo slogan «Roberto, uno di noi».

Ora, l’idea che i cittadini “mettano la faccia” a sostegno di un candidato ricorre nella comunicazione politica da anni, tanto da essere diventata ormai un’ossessione. Già non ne potevo più a fine 2008, quando scrissi Facce di supporto. Figuriamoci ora.

Ma il problema del caso Formigoni (che ringrazio Laura di avermi segnalato) non è solo la mancanza di originalità. Il problema è la spregiudicatezza con cui, alludendo a Saviano, si confondono situazioni, ragioni e passioni diversissime.

Manifesto Roberto Formigoni





Prendi a cuore la sicurezza

2 02 2010

Il CPTO-IIPLE promuove un concorso per la produzione di uno spot o un video sul tema della sicurezza sul lavoro nel settore edilizio, rivolto a giovani che non abbiano ancora compiuto 30 anni alla scadenza del bando. La durata dello spot deve essere 30 secondi, quella del video non superiore a 2 minuti.

Il concorso è aperto anche agli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Possono partecipare persone sia fisiche sia giuridiche (scuole, associazioni, ecc.). Per partecipare è necessario inviare, compilata e firmata, la documentazione reperibile sul sito del CPTO o presso la segreteria di IIPLE negli orari di apertura al pubblico.

Ai vincitori saranno assegnati:

1° premio: 1.200 euro.

2° premio: 900 euro.

3° premio: 400 euro.

I video – in formato DVD di alta qualità o Mini DV – dovranno essere consegnati a mano o spediti per raccomandata entro e non oltre il 31 Marzo 2010 (non farà fede il timbro postale), a questo indirizzo: CPTO – IIPLE, Concorso “Prendi a cuore la sicurezza”, Via del Gomito 7, 40127 Bologna.

Scarica QUI il bando.





Be stupid

1 02 2010

Dopo l’ennesima segnalazione («Ha visto che forte, prof?»), devo parlarne.

Non trovo né cool, né tanto meno originale la campagna Diesel «BE STUPID» (dell’agenzia londinese Anomaly), una riedizione furbetta della vecchia opposizione fra saputelli criticoni e noiosi (smart), da un lato, e stupidi (stupid) dall’altro, dove gi stupidi sono definiti tali solo dai saputelli, ma in realtà sono i veri ganzi della situazione, perché simpatici, creativi, belli e vestiti Diesel.

Vediamo alcune headline.

«Smart has the plans, stupid has the stories»: il saputello pianifica, lo stupido ha le storie giuste. Ma una buona storia non s’improvvisa, si pianifica. Però la campagna intende anche «storie da vivere», ah già. Peccato che, fra tutte le fantastiche storie possibili, alluda solo a quelle di sesso. Novità, eh?

«Smart listens to the head, stupid listens to the heart» (questa headline accompagna immagini di baci appassionati): il saputello ascolta la testa, lo stupido il cuore. Segui la passione, va’ dove ti porta il cuore. Uh, che originale.

«Smart may have the brain, stupid has the balls», dove le palle sono sia metaforiche che letterali, perché significano sia il coraggio che le tette che qualche bella ragazza mette in mostra. Un’ideona mai vista.

«Smart says no, stupid say yes», dove dice sì il giovane che permette all’orso di mangiare nel frigo, e dicono sì alcune ragazze che si abbuffano. Il che potrebbe essere un’incitazione a non cadere in comportamenti anoressici, se non fosse che le ragazze sono magrissime.

Insomma, Diesel valorizza chi non critica, non dice no, non fa programmi rigidi. E fin qui l’inno alla libera espressione di sé potrebbe piacermi. Ma la creatività e la libertà che le immagini rappresentano sono fatte solo di sesso, smorfie, tette e culi (non ci sono pernacchie solo perché non si possono fotografare). Un sistema di valori da «Natale a Miami» che non mi pare gran cosa.

Ti pare che stia facendo io la saputella barbosa?

Allora pensa a quanti piani barbosi stanno dietro a una campagna che ti istiga a farne a meno. È come se dicesse: tu continua a fare smorfie e pernacchie, che io nel frattempo faccio i soldi.

Clic per ingrandire.

Smart critiques, stupid creates

Smart may have the brain, but stupid has the balls

Smart has the plans, stupid ha the stories

Smart say no, stupid says yes

Smart says no, stupid says yes

Smart listens to the head, stupid listens to the heart





Spreaker

29 01 2010

Elena mi segnala la community di Spreaker, una social web radio in cui tutti i contenuti sono prodotti dagli utenti.

Creare uno show o un intero palinsesto su Spreaker è facile, perché:

  1. da una dj console puoi realizzare i tuoi show senza dover scaricare alcun software;
  2. il servizio è completamente gratuito;
  3. gli utenti possono concentrarsi sulla creazione di show di qualità e ognuno è libero di definire un palinsesto personalizzato per aggregare gli show.

Spreaker mi pare interessante perché sposta il paradigma dalla produzione di una radio completa all’essere autori di un singolo show. Inoltre permette di creare qualsiasi tipo di show radiofonico live: audio blog, newscasts, entertainment, talk radio, dirette sportive e quello che ti pare. Anche inventando generi nuovi.

Ma soprattutto è organizzato come una community, perché sono gli utenti a promuovere il proprio show o quello degli amici, oltre che sul sito, anche su facebook e altri social network.

Per ulteriori informazioni puoi scrivere a Elena, community manager di Spreaker:

elena.artico chiocciola spreaker.com

Mi piacerebbe avere notizie e commenti da lettori di questo blog che frequentino la community o comincino a farlo dopo questo post.

Idea per la tesi: dopo almeno un mese di pratica nella community, è possibile venire a ricevimento per concordare una tesi di laurea triennale.





Delbono in tv 2

28 01 2010

A completare il post di ieri, oggi su Repubblica Bologna è uscito un mio editoriale.

(E con questo, per un po’ la smetto su questo tema. Prego chi non vive a Bologna di immaginare quanto sia desolante, qui, la situazione. :-( )

Andare in tv in quel modo peggiora solo la situazione

Martedì sera Flavio Delbono era a “Otto e mezzo”, nella sua prima apparizione televisiva dopo il cosiddetto Cinzia-gate. La sera prima, Gad Lerner aveva annunciato che lunedì prossimo sarà anche a “L’infedele”. Forse sono previste altre apparizioni che non so.

Dal punto di vista comunicativo non è un’idea felicissima, né per il Pd locale né per quello nazionale, che Delbono entri nei palinsesti nazionali con la strategia comunicativa che ho visto in atto da Lilli Gruber.

Innanzi tutto, ha cominciato e concluso l’intervento lamentando come in Italia sia sempre più diffuso il costume di strumentalizzare a fini politici faccende “personali”, per trasformarle in questioni giudiziarie e impedire ai leader di amministrare la cosa pubblica. Ora, l’uscita non è affatto casuale, perché lunedì pomeriggio Delbono aveva detto cose analoghe anche ai giornalisti locali, subito dopo aver annunciato le dimissioni. È lampante lo stile berlusconiano di queste dichiarazioni. Il che non sarebbe in sé un male, dal punto di vista strettamente comunicativo (Berlusconi è un ottimo comunicatore), se non fosse che in questo  caso produce un triplo risultato negativo per il Pd.

Primo, fa un regalo non richiesto (e sicuramente gradito) al centrodestra, che si vede rinforzata da sinistra la posizione che da sempre il Presidente del consiglio tiene sulle sue vicende giudiziarie e personali.

Secondo, riproduce per l’ennesima volta l’errore comunicativo di base che tutti i leader del Pd fanno sempre: se non parlano di Berlusconi esplicitamente, vi alludono implicitamente, imitando tratti fondamentali della sua comunicazione o addirittura riproducendo alcuni suoi contenuti.

Terzo, uno stile smaccatamente berlusconiano in un leader del Pd disorienta la componente “dura e pura” dell’elettorato del partito, componente ancora forte soprattutto in Emilia-Romagna, dove si digerisce a fatica una separazione così netta delle questioni personali ed etiche dalla politica. Questa cattiva digestione, oltre ad addolorare i militanti della vecchia leva e molti giovani (basta leggere le reazioni in rete), contraddice il significati profondi che erano impliciti nell’atto di dimissioni: Delbono aveva dichiarato di dimettersi per il bene della città, e per potersi difendere con più tranquillità se rinviato a giudizio. Non per riapparire il giorno dopo sotto i riflettori della televisione nazionale, con una strategia comunicativa che per giunta porta acqua al mulino degli avversari.

Lo sconcerto che questo cumulo di contraddizioni produce in molti elettori Pd rischia di portar via voti al partito locale. La ribalta nazionale rischia di amplificare il problema anche fuori dall’Emilia-Romagna.





Delbono in tv

27 01 2010

Ieri Flavio Delbono era da Lilli Gruber a Otto e mezzo.

Come dicevo, il Pd sbaglia a mandarlo in tv per molte ragioni. Ne dico solo due.

Innanzi tutto non ha una mimica facciale rassicurante (troppo nervoso, sembra abbia qualcosa da nascondere), né adatta a fare simpatia in quel contenitore: non sorride quasi mai, piega la bocca come fosse schifato dall’interlocutore, e si vede all’istante se una domanda lo sorprende, lo mette in difficoltà o se invece se l’aspettava. Si può imparare a esercitare un controllo sui propri muscoli facciali, ma non si fa in pochi giorni. Ieri era lievemente meglio del solito, ma solo lievemente.

Ma oltre alle questioni «di faccia» – che capisco possano fare storcere il naso a coloro che, specie nel centrosinistra, ancora credono che queste cose in politica non contino – ci sono errori fondamentali nei contenuti che Delbono porta in televisione.

Il più grave? Ieri dalla Gruber ha cominciato (e concluso) il suo intervento lamentando il fatto che in Italia sia sempre più diffuso il costume di strumentalizzare a fini politici questioni giudiziarie e personali per impedire ai leader di governo e amministrazione di fare il loro lavoro.

Immagino la soddisfazione e il godimento interiore di Silvio Berlusconi quando ha sentito o gli hanno riferito queste dichiarazioni. Probabilmente neppure lui – che pure queste cose è capacissimo di provocarle ad hoc – si sarebbe immaginato un regalo del genere dai suoi avversari politici.

Puoi vedere la puntata di ieri sul sito di Otto e mezzo. In ogni caso, la posizione di Delbono era più o meno quella espressa il giorno prima ai giornalisti di Repubblica Bologna.

Delbono Video - RepubblicaTv - la Repubblica.it

Delbono Video - RepubblicaTv - la Repubblica.it

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Flavio Delbono: l’epilogo

26 01 2010

Come tutti sanno, ieri pomeriggio Flavio Delbono ha fatto dietrofront rispetto a quanto dichiarato sabato (vedi il post di ieri) e si è dimesso.

A sinistra la mossa è già stata salutata – inevitabilmente – come un chiaro segno di trasparenza e «differenza» del Pd rispetto al Pdl.

Un esempio per tutti la dichiarazione di Romano Prodi, che aveva appoggiato Delbono durante la campagna elettorale: «Il suo è un gesto di grande sensibilità nei confronti di Bologna. [Le sue dimissioni] dimostrano un senso di responsabilità verso la comunità che va al di là dei propri obblighi e delle proprie convenienze. Delbono ha confermato, a differenza di altri, di saper mettere al primo posto il bene comune e non le sue ragioni personali» (Repubblica, 25 gennaio 2010).

Prevedo che dichiarazioni di questo tipo si moltiplicheranno nei prossimi giorni, per rincarare gli attacchi a Berlusconi: laddove questi non si dimette mai, i leader del Pd (da Del Turco a Marrazzo, fino a Delbono) lo fanno subito. Come per dire: noi guardiamo al bene comune e se sbagliamo paghiamo, Berlusconi no.

Purtroppo però non vedo le dimissioni di Delbono come un indice di maggiore trasparenza, né di maggiore attenzione al bene comune, ma come un segno di debolezza del sistema di alleanze economiche, sociali e politiche che lo ha sorretto.

In altre parole, il Pd e la sua rete economico-sociale non hanno né il potere né la cultura per seguire fino in fondo le strategie di tipo berlusconiano che pure, per qualche giorno, Delbono e i suoi avevano tentato. Neppure in Emilia-Romagna, dove il sistema è dominante da molti anni, con scarse o nulle alternative.

Ieri Gad Lerner ha annunciato che Delbono sarà ospite de «L’infedele» la prossima settimana. Spero che non ci vada.

Se il Pd vuole perdere altri voti, non ha che mandarlo in tv. Ma su questo torneremo.





Tristi analogie

25 01 2010

Negli ultimi giorni le vicende di Flavio Delbono, sindaco di Bologna, hanno guadagnato le prime pagine nazionali. I bolognesi ne avrebbero fatto volentieri a meno, visto che è l’ennesimo scandaletto pubblico italiano, con figura femminile mestamente annessa.

Delbono è indagato da un mese per peculato e abuso d’ufficio assieme alla sua ex fidanzata e segretaria Cinzia Cracchi, e da qualche giorno anche per truffa aggravata. In questione sono alcuni viaggi che l’attuale sindaco avrebbe fatto, assieme alla sua ex compagna, ai tempi in cui lui era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna e lei sua segretaria. Viaggi che dovevano essere di lavoro, ma vi fu aggiunta una non chiarita coda di vacanze. Poi c’è di mezzo pure un bancomat che lui diede alla ex fidanzata e altro su cui non mi dilungo.

Come nasce il caso? Dalla Cracchi che, mesi dopo la fine della relazione, durata sette anni, pensa bene di spifferare ad Alfredo Cazzola, avversario politico di Delbono, le presunte stranezze amministrative dell’ex fidanzato. Il quale Cazzola decide di usare politicamente le confessioni della signora, prima in campagna elettorale per le amministrative, ora in campagna per le regionali.

Detto questo, finché la magistratura non avrà fatto chiarezza, vale la presunzione di innocenza. Ma comunque vada a finire, è una storiaccia che fa già tanta tristezza così com’è, per almeno due motivi.

In primo luogo, perché rispecchia lo stato di endemica subalternità delle donne italiane: innanzi tutto economica, quindi sociale e poi, giù giù nel privato, anche affettiva e relazionale.

In secondo luogo per alcune sorprendenti somiglianze fra come Delbono sta gestendo la comunicazione sulla vicenda e alcune uscite del più recente Berlusconi. Il Berlusconi deteriore, intendo, quello che accusa i colpi e li para in malo modo. Lo aveva notato anche Michele Smargiassi domenica 17 gennaio:

«Il brutto regalo di Natale del gip, proprio perché inatteso, ha rischiato di trascinare il sindaco e i suoi sostenitori verso reazioni di tipo berlusconiano. Scartata appena in tempo la tentazione di attaccare i magistrati (il «perché proprio ora?» che circolava nello staff del sindaco nei giorni di fine anno e alludeva all’imminenza della campagna elettorale), sfiorata quella di invocare il consenso contro il controllo («Su questa vicenda si sono già espressi i cittadini eleggendo Delbono», dichiarò il segretario Pd De Maria), la scelta era stata alla fine di ripiegare su una ostentazione di tranquillità: «il sindaco non ha niente da dire e non parlerà neanche nei prossimi giorni», era diventata la litania dei portavoce» (Michele Smargiassi, Repubblica Bologna, 17 gennaio 2010).

Invece Delbono è uscito dal silenzio. Ma le cautele che una settimana fa Smargiassi metteva nell’accostamento («appena in tempo», «tentazione», «sfiorata») rischiano di cadere («rischiano»: un’altra cautela, mia stavolta, che dipende da come andrà a finire) di fronte all’ennesima somiglianza. Sabato 23 gennaio infatti il sindaco ha dichiarato:

«Non mi dimetto nemmeno se mi rinviano a giudizio».





Urban Spam

21 01 2010

Grazie al libro Invertising, di Paolo Iabichino (vedi anche L’invertising in libreria e università), ho scoperto un video che già nel 2006 denunciava l’invadenza dell’ambient advertsing nei contesti urbani internazionali.

Per chi non lo sapesse, l’ambient advertising «consiste nell’adoperare l’ambiente fisico come mezzo di comunicazione per veicolare messaggi di brand o prodotti in contesti alternativi, in cui vi è un basso affollamento di messaggi pubblicitari» (B. Cova, A. Giordano, M. Pallera, Marketing non-convenzionale, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano 2007, p. 245, citato in P. Iabichino, Invertising, Guerini, Milano 2009, p. 46).

Nel nostro paese non ne siamo ancora così assillati, come testimoniano gli studenti che ogni tanto mi mandano pesantissimi ppt che mettono in sequenza casi celebri di questa tecnica pubblicitaria, mostrandoli come fossero l’ultima geniale trovata.

All’estero invece la tecnica è così nota da aver indotto l’americana PSFK a esprimere l’esasperazione dei cittadini con un video virale, che mi pare utile segnalare ai molti che in Italia non l’hanno visto.

Aspetto con ansia un video che faccia lo stesso con il guerrilla marketing che, a colpi di flash mob, battaglie di cuscini, parate di zombie e danze fintamente collettive, da noi sta invece prendendo piede. Con scarsa creatività, a volte.

Io sono già stufa anche di questo. :-(





Studenti&Reporter

20 01 2010

Parte oggi la prima puntata di una nuova rubrica (per ora quindicinale, poi vedremo) che sto curando, assieme agli studenti della laurea Magistrale in Semiotica, di cui da qualche mese sono presidente, per l’edizione bolognese di Repubblica: «Studenti&Reporter».

Faremo ricerche e inchieste sul territorio bolognese, nell’ottica di un civic journalism con tre anime: gli studenti, i giornalisti professionisti e il mondo accademico. E la mia mediazione. :-)

Questo è il primo articolo, di Marco Salimbeni e Valentina Scattolari:

Il preservativo? No grazie. Le mille scuse dei giovani

E questa è la mia introduzione alla rubrica e alla prima inchiesta, che verte sul non uso del preservativo da parte dei ragazzi. Il resto, su carta.

LA RUBRICA

Studenti&Reporter nasce per sperimentare una nuova forma di collaborazione fra il giornalismo professionale e l’università. Abbiamo messo insieme alcuni studenti della laurea magistrale in Semiotica, una loro docente e la redazione di Repubblica Bologna, per fare ricerche e inchieste sul nostro territorio. Si parla sempre più spesso, oggi, di giornalismo partecipativo, che è il modo in cui i cittadini contribuiscono a diffondere notizie e opinioni, usando la rete e affiancando i professionisti. Si discute spesso, da un lato, della credibilità delle fonti non professionali; dall’altro, dell’importanza sempre maggiore che hanno per l’informazione.

Trovare un equilibrio fra giornalismo tradizionale e apertura alle nuove fonti non è facile. Studenti&Reporter ci proverà, combinando l’entusiasmo dei più giovani, l’esperienza dei professionisti e l’approfondimento accademico.

LA PRIMA INCHIESTA

Per cominciare affrontiamo un tema non abbastanza trattato dai media: la prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale. Secondo gli ultimi dati dellIstituto Superiore di Sanità, nel 2009 in Italia ci sono stati circa nuovi 4000 casi di sieropositività e 1200 di Aids conclamato. Il 74% dei contagi avviene tramite rapporti sessuali, la maggior parte dei quali eterosessuali.

Nel 2009 l’Emilia-Romagna ha istituito un sistema di sorveglianza regionale sulla sieropositività, che include l’acquisizione dei dati 2007 e 2008 provenienti dall’Osservatorio provinciale di Modena e dall’Ausl di Rimini. Fra le regioni e province in cui è attivo il sistema, abbiamo scoperto che purtroppo nel 2008 l’Emilia-Romagna aveva il maggior numero di contagi, con 9,1 casi su 100.000 residenti.

L’Italia è uno dei pochissimi paesi europei che non fa quasi nulla per sollecitare le persone eterosessuali a usare il preservativo, che resta il metodo in assoluto più efficace per prevenire non solo il contagio di Hiv, ma tutte le malattie a trasmissione sessuale. L’argomento è infatti confinato al mondo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender), come se solo loro dovessero usarlo. Forse si dà per scontato che questa pratica sia diffusa e normalizzata.

Però ci siamo chiesti: è proprio vero che i bolognesi lo usano? E cosa fanno le istituzioni locali? Per rispondere alla prima domanda siamo partiti dai giovani, intervistando i ragazzi delle scuole secondarie e gli studenti universitari. Per la seconda siamo andati in Regione, in Comune e all’Ausl di Bologna.





Due di picche, tradimento o passione?

19 01 2010

È in onda fino al 31 gennaio e lo sarà ancora dal 14 al 28 febbraio il nuovo spot del cappuccino Nescafé, firmato da McCann Erickson Italia.

Una coppia (bellona lei, più normale lui) si accomoda in poltrona e, tra carezze e sospiri, la temperatura sale finché lei gli chiede: «L’hai portato?». Al che si scopre, naturalmente, che la domanda non riguardava il preservativo, ma il cappuccino.

E lì una versione dello spot si ferma, invitando gli spettatori a scoprire il finale sul sito Nescafé, dove si può vincere un viaggio per due negli States. Altre tre versioni, sul sito e in tv, raccontano come va a finire.

Non sono originali né la scenetta né i finali, che sembrano copiati dalle vignette della Settimana enigmistica. Ma la cosa che meno mi piace è l’implicito: sia nella prima parte che in almeno due finali, si assume che queste cose possano procedere in tutta tranquillità senza preservativo.

Il che conferma la mia impressione su quanto gli italiani siano superficiali rispetto al fatto di usarlo o meno. Talmente superficiali che una pubblicità può dare allegramente per scontato che lo siano.

Prima parte

Primo finale: “Due di picche”

Nescafé cappuccino (2009) 1° finale

Nescafé cappuccino (2009) 1° finale

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Secondo finale: “Tradimento”

Nescafé cappuccino (2009) 2° finale

Nescafé cappuccino (2009) 2° finale

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Terzo finale: “Passione”

Nescafé cappuccino (2009) 3° finale

Nescafé cappuccino (2009) 3° finale

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Berlusconi e la non riduzione delle tasse

18 01 2010

Mercoledì 13 gennaio Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, ha dichiarato che «l’attuale situazione del debito pubblico comporterà, solo di interessi, una spesa di 8 miliardi di euro all’anno. In questa situazione è fuori discussione poter pensare a un taglio delle imposte».

Alcuni commentatori hanno evidenziato, da un lato, la novità della retromarcia nella comunicazione di Berlusconi, dall’altro, il rischio di perdere consensi che comporta.

Sono d’accordo sulla novità, meno sul fatto che possa fargli perdere consensi. O meglio: se riduzione di consensi e malcontento ci saranno (posto che si sappia misurarli e si voglia darne notizia), saranno quelli che normalmente accompagnano chi gestisce una crisi, ma non saranno certo dovuti alla retromarcia, che dal punto di vista comunicativo è impeccabile.

Anche perché il discorso, costruito come quelli che l’amministratore delegato fa all’azienda per comunicare un problema che riguarda tutti, serve a rinforzare l’immagine di «uomo che non mente e non ha nulla da nascondere». Immagine a maggior ragione preziosa nella bufera mediatica in cui Berlusconi sta da oltre un anno.

Questo è il passaggio chiave che la sostiene:

«Lo dico per chiarezza, anche perché, essendosi delineate subito le prime avvisaglie di campagna elettorale, non intendiamo assolutamente, come qualcuno ci ha accusato di voler fare, introdurci in questa campagna elettorale per le elezioni regionali e amministrative con delle promesse di riduzione delle imposte. Tutte le promesse che abbiamo fatto nel passato le abbiamo mantenute. Ricordo che anche all’inizio di questa legislatura, quando è stato possibile, come primo provvedimento abbiamo tolto l’ICI come avevamo promesso. [...] Vedendo e mettendo insieme il consuntivo di 19 mesi di gestione del paese, c’è un elenco – e adesso stiamo facendo una pubblicazione – che è straordinario circa i risultati del nostro lavoro, non solo per le emergenze che ci sono appalesate dalla Campania all’Abruzzo, ma…»

E via con l’elenco.

In sintesi Berlusconi dice: sono uno che mantiene le promesse e parla sempre chiaro, talmente chiaro che, quando non posso mantenerle per ragioni da me indipendenti (come il debito pubblico e la crisi), lo dico apertamente, senza girarci attorno.





L’invertising in libreria e università

15 01 2010

L’invertising è – per Paolo Iabichino, direttore creativo di OgilvyOne – l’inversione di rotta che la pubblicità occidentale sta facendo per fronteggiare la crisi di investimenti e creatività che sta attraversando.

Ne avevamo già parlato a fine agosto nel post La crisi della pubblicità e l’invertising, dove puoi trovare una prima spiegazione. Nel frattempo sono nati il sito Invertising.it e il gruppo facebook. Infine da ieri puoi acquistare il volume in libreria e on line.

Invertising cover

Ho inserito il libro nel programma d’esame del corso magistrale di Semiotica dei consumi, dove lo stesso Iabichino, a febbraio, verrà a raccontarci il suo lavoro. Perciò tornerò sull’argomento varie volte nelle prossime settimane, ma intanto ti suggerisco di leggere due illustri pareri:

Luisa Carrada, Etica e creatività dell’invertising.

Mariella Governo, La pubblicità inquina?





Perché non mi piace l’articolo di Gianni Riotta

14 01 2010

Domenica sul Sole 24 Ore è uscito un fondo del direttore Gianni Riotta dal titolo «Cara, vecchia internet vai sul sito www.verità», che sta scatenando un vivace dibattito sul web e fuori.

Non ho commentato – se non brevissimamente su Facebook – perché non volevo contribuire a una discussione che speravo si spegnesse presto, il più presto possibile. Speravo, ma le mie speranze son state deluse. Perciò non riesco a tacere.

Perché non mi piace?

Perché è il classico articolo furbetto: tutti sanno che, a parlare di Internet, gli italiani – che hanno una cultura di rete ancora molto scarsa e come tale intrisa di pregiudizi – si dividono in apocalittici e integrati. Basta schierarsi da una parte per urtare automaticamente la suscettibilità dell’altra e attirare l’attenzione su di sé. Semplice, no?

Riotta in realtà sostiene di non essere né apocalittico né integrato, e simula una posizione equilibrata:

«Avendo creduto – e credendo – nella potenza sociale, culturale, economica e creativa della rete, e avendo a lungo scocciato colleghi e amici sulle sue virtù [...], è giusto che oggi mi faccia carico del dilemma: come è possibile riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione (i siti e i Tersite che denunciano, a destra e a sinistra, in Italia e negli Usa, chi non è d’accordo con loro come «venduto» non sono «informazione»)?»

Invece il pezzo è chiaramento apocalittico, per molte ragioni, fra cui l’occhiello «Il declino del web» (… signora mia, dove andremo a finire?) e il titolo, che manda internet al sito www.verità presupponendo che la rete contenga solo menzogne. E poi ci sono affermazioni come questa:

«Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia

E questa:

«Il compito non è immane, ma è urgente. Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza.»

Chi decide cosa è diamante e cosa coccio? Chi definisce i «canoni» di serenità, autorevolezza, vivacità, onestà, libertà e tutte le altre meraviglie?

In altre parole, chi gestisce i contenuti del sito www.verità?

Insomma, poiché nel nostro paese la diffusione di internet è purtroppo molto limitata e la diffidenza degli italiani verso la rete ancora alta, una posizione del genere porta inevitabilmente acqua al mulino dei politici che vorrebbero distinguere i diamanti dai cocci di bottiglia a colpi di leggi che limitino, controllino e censurino la circolazione di informazioni sul web, i social network e via dicendo.

In questo concordo con lo splendido commento di Vittorio Zambardino, a cui lo stesso Riotta ha dato una risposta che però continua a non convincermi.

Non credo Riotta volesse davvero implicare queste cose. Credo volesse solo – banalmente – sollevare un polverone. Ma questi sono gli impliciti del suo pezzo, che lui voglia o no.

Dal direttore di una testata importante come Il Sole 24 Ore, che fra l’altro manda in edicola e in rete un gioiellino come Nòva, non me l’aspettavo.





La doppia negazione di Pier Luigi Bersani

12 01 2010

Dal 1993 al 1996 – prima di entrare nel governo Prodi come ministro dell’Industria – Pier Luigi Bersani fu presidente della Regione Emilia-Romagna.

Proprio in quegli anni la Regione cominciava – come molti enti pubblici in Italia – il faticoso percorso di semplificazione del linguaggio burocratico cui avevano dato impulso, a fine anni ‘80, i lavori di Tullio De Mauro (per approfondimenti cfr. questa sezione del Mestiere di scrivere).

Entro la fine degli anni ‘90 l’Emilia-Romagna semplificò radicalmente il suo modo di comunicare con i cittadini (almeno nei documenti scritti). Per esempio il portale Ermes fu interamente riscritto, secondo linee guida pubblicate sullo stesso sito.

Insomma, pur essendoci ancora spazio per migliorare, da allora l’Emilia-Romagna ha fatto molto per liberarsi dal burocratese, e ha cominciato a farlo proprio quando la governava Bersani.

Non altrettanto posso dire di Bersani, purtroppo. Gli esempi sono mille, parto da questo.

Nelle linee guida della Regione si legge:

«La doppia negazione è un modo contorto di affermare qualcosa: in pratica si vuole affermare una cosa attraverso la negazione del contrario. Esempio:

invece di
Non si accettano moduli non compilati in ogni loro parte

è meglio
Si accettano solo moduli compilati in ogni loro parte.»

E Bersani? Intervistato sui fatti di Rosarno, la sua prima reazione è stata:

«Mi spiace molto [= non mi piace] che il ministro degli interni non abbia perso l’occasione anche stavolta di fare lo scaricabarile sulla famosa immigrazione clandestina [e Bersani cosa sta facendo?]. Io vorrei ricordargli che viviamo da anni in vigenza [in vigenza!] di una legge che si chiama Bossi-Fini [sicuro che tutti sappiano cos'è?]».

Mi scuso per la pedanteria dell’analisi ma, data la gravità dei fatti, ho trovato che commentarla con uno scaricabarile impastato di burocratese sia stato particolarmente indecente.

Idea per una tesi di laurea triennale: analizzare il linguaggio di Bersani in base agli studi sulla semplificazione del burocratese. Ulteriori informazioni a ricevimento.





L’orrore di Rosarno

11 01 2010

Se ne parla solo ora, per i fatti della settimana scorsa, ma da anni ogni inverno migliaia di migranti si riversano nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, per lavorare come braccianti alla raccolta degli agrumi.

Il 90% di loro vive in condizioni disumane.

Alla ex cartiera, una fabbrica dismessa nel comune di San Ferdinando, vivono circa 700 persone in una baraccopoli fatta con il cartone. Sono sfruttati e sottopagati, costretti a condizioni di semischiavitù e degrado, da ‘ndrangheta e caporalato.

Il documentario «La città di cartone» di Gianluigi Lopes (trovato su Redattore Sociale grazie ad Angelo) raccontava già nel 2008 l’agghiacciante realtà di questa terra.

Cosa ne penso? Questo (da RaiNews 24, 8 gennaio 2010):