L’aura

9 05 2008

Non è bastato il successo della cantante L’Aura a impedire alle persone di storpiare la parola “aura” in “aurea”. Ancora oggi mi tocca leggere - in tesi tesine tesacce, ma anche articoli di giornale - che un prodotto è avvolto “da un’aurea di sogno” o un certo personaggio emana un’ “aurea di pace”.

Due giorni fa “La parola del giorno” del Dizionario Zingarelli che mi arriva per mail (per iscriverti anche tu al servizio clicca qui) era “aura”, appunto. Eccola:

àura o †òra (3)
[lat. aura(m), dal gr. áura ‘soffio', di etim. incerta; sec. XIII]
s. f.
1 (raro, lett.) Venticello leggero e piacevole: trovossi al fiume in un boschetto adorno / che lievemente la fresca a. muove (ARIOSTO) | †Vento.
2 (raro, lett.) L’aria che si respira | (est.) Alito, respiro.
3 (fig., lett.) Atmosfera: un’a. di sventura, di pace; un’a. di morte si stendeva sulla città.
4 (fig.) Credito, favore: a. popolare.
5 (med.) Sensazione soggettiva o fenomeno motorio che precede crisi spec. epilettiche caratterizzate da parossismi ricorrenti.
6 (raro, lett.) Effluvio, emanazione | Nell’occultismo, supposta emanazione del corpo umano percepibile dai chiaroveggenti.
|| aurétta, dim.

Niente più errori “dorati”, mi raccomando. [aurea = che ha il colore dell'oro] :-)




Qualche riflessione post-elezione

7 05 2008

Nei giorni scorsi Stefano Iannaccone di Sferapubblica mi ha chiesto di commentare i recenti risultati elettorali italiani. Queste sono le domande che mi ha fatto Stefano:

1) Molti hanno definito la campagna elettorale 2008 “moscia”, tuttavia gli scontri non sono mancati, specialmente all’interno delle rispettive aree politiche. Berlusconi con Casini, Boselli e Bertinotti con Veltroni. Quanta visibilità hanno ottenuto queste contrapposizioni rispetto al duello Pdl e Pd?

2) L’unico confronto veramente aspro tra le due grandi coalizioni è stato tra Berlusconi e Di Pietro. I toni forti, compresi quelli della Lega, sembra abbiano pagato in termini di consensi…

3) La rimonta del Pd non c’è stata. Per lei qual è stato il motivo, o la serie di motivi, che più ha inciso sul risultato del voto? Quale strategia di comunicazione ha funzionato meglio?

4) In questa breve campagna, Internet è stato “promosso” dai partiti. Alcuni dei quali, come An, Pd e Sa, hanno dedicato momenti specifici creati esclusivamente per il web. È l’inizio di una nuova concezione di campagna elettorale anche in Italia?

5) Le iniziative sul web e i siti creati dai partiti hanno contribuito a intercettare nuovo consenso o piuttosto sono stati una nuova modalità di mobilitazione dei volontari sul territorio? Quale tendenza prevede per il futuro in merito al rapporto tra Internet e dinamiche di voto?

Qui puoi leggere le mie risposte, che Stefano ha riassunto col titolo «La campagna elettorale ha allontanato i cittadini dalla “casta”». Mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi pensieri postelettorali; non è necessario che t’improvvisi politologa o politologo: basta qualche impressione isolata, bastano anche le tue emozioni, purché motivate e rispettose di chi non la pensa come te.

Puoi commentare qui sotto o su Sferapubblica, come preferisci. Grazie!




Spreco meno subito

5 05 2008

Ho trovato sul blog di Marco Valenti questo web-cartoon prodotto da AMREF Italia per la campagna “Spreco meno subito”, con Demetrio Albertini testimonial e Fabio Caressa che fa la telecronaca. Sullo stesso blog ho appreso che il 5 e 6 aprile scorso i giocatori di Serie A sono scesi in campo con uno striscione a favore del risparmio idrico. Pregevole iniziativa.

Da brava femminuccia non so niente di calcio, ma trovo deliziosamente persuasiva la tifoseria che in questo cartone esulta ogni volta che il protagonista fa la mossa giusta. :-)

E allora mi domando: perché i club calcistici non hanno acquistato anche spazi pubblicitari televisivi (con relativo ritorno di immagine) in modo che un lavoro come questo potesse andare in prima serata, invece di circolare solo sul web? Occorrerebbe infatti raggiungere un pubblico di spreconi ben più ampio dei soli utenti Internet.

Se passassero in tv spot come questo, assieme a quelli su auto e profumi, non credi che un po’ alla volta anche le persone meno alfabetizzate e sensibili cambierebbero abitudini? Non è determinismo pubblicitario il mio, casomai idealismo, visto che nessun club probabilmente si sogna di pagare per questo.




Quali film e canzoni ti fanno piangere?

2 05 2008

Non tutti piangono davanti a un film o ascoltando una canzone. Ma soprattutto: non tutti lo ammettono. Eppure ci sono scene, al cinema, e canzoni che, quando passano in radio, ti farebbero automaticamente scendere le lacrime, se tu non fossi lì a trattenerle.

Può sembrare un tema da magazine femminile, ma non lo è. Vorrei avviare un’indagine su quali sono, oggi, i cliché audiovisivi che fanno piangere i 20-something (serietà metodologico-disciplinare garantita). Non intendo film d’essay o canzoni d’autore, non solo quelli. Potrebbe essere la scena di una vecchia commedia americana, il ritornello di una canzonetta di Sanremo, ma anche uno spot pubblicitario. Qualcosa di cui ti vergogni, insomma. Anzi, più te ne vergogni, più cose ci potrà dire sullo stereotipo che incarna.

Ce la fai a confessarlo in un commento a questo post? Se proprio ti vergogni troppo, puoi usare uno pseudonimo diverso dal solito: certo non avrò il tempo di controllare l’IP per risalire a chi sei. In alternativa, scrivimi in privato.

Per dare l’esempio comincio io. Ecco una scena che, per quante volte io l’abbia vista, mi fa sempre piangere: Audrey Hepburn che prima abbandona, poi cerca disperatamente e infine ritrova il gatto sotto la pioggia nel finale di Breakfast at Tiffany’s. :-(

NB per chi fosse interessato/a: sono disponibile per una tesi di laurea sugli stereotipi strappalacrime. Obiettivi della ricerca, metodologia e corpus saranno definiti a ricevimento.




Massimiliano Fuffas pensa a Expo 2015

1 05 2008

Grande Maurizio Crozza, che fa il verso all’architetto-desiger di grido. Ecco il testo della puntata di Crozza Italia, domenica 27 aprile 2008.

Voce off: “Milano, Expo 2015. Glamour, urbanistica griffata, architetture di tendenza, luoghi contraddittori per coniugare funzionalità ed estetica. Come realizzare questo sogno? Lo abbiamo chiesto a Massimiliano Fuffas, architetto, designer, art-creator, life-stylist.”

Fuffas: “Noi pensiamo a una Milano nuova, con molti grattacieli storti, molto a punta, con muri che crescono dal nulla… Ecco noi, noi pensiamo a una Milano che ti sorprenda, soprattutto quando meno te lo aspetti: oggi c’è un’aiuola, domani c’è un muro.”

Voce off: “Il cemento: un materiale antico, assurto a paradigma di mondanità e eleganza.”

Fuffas: “Vogliamo abbastanza togliere, diciamo, questo verde che ci dà un po’ fastidio e valorizzare il cemento, che è anche portabile… molto bene. Facciamo dei vestiti di cemento, dove quando uno si stanca della propria giacca può costruirsi un box.”

Voce off: “L’abito come superficie percorribile, nuances e sfumature di colore per il cemento da indossare. Quali cromatismi avete scelto?”

Fuffas: “Be’ noi siamo partiti da un concetto semplicissimo come il grigio, no? Abbiamo pensato a tre colori base: grigio cemento, grigio lacca, grigio ciliegia.”

Voce off: “Com’è il grigio ciliegia?”

Fuffas: “Un grigio”.

Voce off: “Grigio come?”

Fuffas: “Ciliegia.”

(Scorrono immagini grigio ciliegia).

Fuffas: “Noi vogliamo cercare delle case senza strada… Noi vogliamo… pensiamo che l’asfalto sia dannoso, pensiamo che… noi facciamo delle case.”

Voce off: “… case.”

Fuffas: “Ma non… non ci si può arrivare però.”

Voce off: “E… chi ci vive dentro?”

Fuffas: “Eh, questo è il punto. Stiamo lavorando a questo. Vero Federico? Stiamo lavorando a questo: case irraggiungibili.”

(Riflette pensoso.)

Fuffas: “Vogliamo allargare i confini di questa Italia che ci sta un po’ stretta.”

Voce off: “I confini dell’Italia.”

Fuffas: “Mhm… perché confinare solo con la Svizzera? Perché non confinare con la Norvegia? Creiamo un ponte sospeso tecnologicamente… ma non poggia da nessuna parte il ponte.”

Voce off: “Ah… è sospeso.”

Fuffas: “È sospeso con degli stralli sulla luna… sono, sono… ecco, non so se dal disegno si può capire già: questa è la luna, questa. Qui c’è l’Italia e qui c’è la Norvegia ecco… un ponte sospeso… tecnologicamente si può già fare… abbiamo la tecnologia per poterlo fare.”

Voce off: “E ve lo fanno fare?”

Fuffas: “No no. No, non credo.”

Voce off: “E cosa vi fanno fare?”

Fuffas: “Una panchina a Pavia. Abbiamo fatto già una panchina a Pavia, molto mol… però strallata.”

(Immagini della panchina.)

Fuffas: “Perché devo costruire case… belle per i ricchi e brutte per i poveri?”

Voce off: “Infatti, perché?”

(Fuffas fa una faccia come per dire: “Non mi faccia spiegare l’evidenza…”)

Voce off: “Esiste un’etica per l’architettura?”

Fuffas: “Mhm… che io sappia no.”

:-)

Guarda il video: Crozza Italia, 27 aprile 2008




Un puzzle sbagliato

29 04 2008

Erica, laureata qualche mese fa in Scienze della Comunicazione e ora iscritta alla Magistrale in Semiotica, mi segnala uno spot della sezione italiana di Amnesty International sulla difesa dei diritti delle donne, commentandolo così:

«Lo spot mi piace per i primi due minuti e mezzo, ma la fine mi sembra contraddittoria. Le dico cosa per me va e cosa no.

COSA VA

Nel complesso l’idea è carina. Di solito negli spot sono le immagini che colpiscono di più, la musica. Questo filmato invece mi fa soffermare su ciò che viene detto, mi obbliga ad ascoltare, perchè altrimenti non capisco le immagini. La voce off mi aiuta a comprendere cosa vuol dire ogni tassello bianco che cade dal volto della ragazza: il colore dell’incarnato simboleggia la libertà della donna, la sua possibilità di vivere pienamente la vita. Man mano che nel mondo si fanno passi avanti nella difesa di questa libertà, un tassello bianco cade, e la ragazza guadagna più libertà.

Alla fine si capisce che la ragazza liberata dai tasselli bianchi - che rappresenta tutte le donne che si sono emancipate (o i paesi in cui la donna è libera) - è solo una fra tante, come per dire: non è quell’unica ragazza l’obiettivo finale, ci sono moltissime altre donne da liberare, e per raggiungere questo obiettivo c’è ancora molta strada da fare.

COSA NON VA

Secondo me non funzionano l’immagine finale del puzzle e il claim. Fino a un certo punto, infatti, mi si dice che le donne devono essere libere di indossare la propria pelle, mentre ogni tassello bianco è una violazione dei loro diritti. Alla fine, su ogni tassello appare il nome di una nazione: non male l’idea che i vari tasselli siano i paesi che hanno realizzato le conquiste contro la violenza sulle donne; però non torna la faccenda dei colori: insomma se i tasselli cadono, perchè identificarli con il nome del paese che ha fatto passi avanti nella liberazione delle donne? Così facendo, sembra invece che quel paese non abbia ancora agito in questo senso, visto che fin dall’inizio lo spot mi ha fatto pensare che a ogni tassello bianco corrispondesse una libertà violata. Sarebbe stato meglio usare i colori vivaci (diverse sfumature di rosa e marrone) che stanno sui volti di tutte le donne nel mondo, per rappresentare la difesa dei loro diritti e della loro libertà.

Anche il claim finale non funziona: “Aiutaci a finire il puzzle”. Ma il puzzle è fatto di tasselli bianchi, e aiutare Amnesty a comporre il puzzle significa violare i diritti, non difenderli. È d’accordo, o sono io che ho travisato?»

Io sono d’accordo con Erica, e tu?




Amore paterno

27 04 2008

In questi giorni ho visto (meglio tardi che mai) Samaria (o Samaritan Girl) di Kim Ki-Duk, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino nel 2004. Come sempre, il regista coreano ci propone un diverso rapporto col tempo: i suoi film sono spesso troppo lenti per le abitudini occidentali, e alla fine abbiamo bisogno di altro tempo non solo per comprenderli, ma per decidere se ci sono piaciuti o meno.

Anche in questo caso, per tutta la durata del film ho oscillato fra stati di trance e repulsione, ma è stata la scena finale a farmi decidere per l’entusiasmo. Una metafora struggente e crudele dell’amore di un padre per la figlia adolescente: le insegna a guidare l’auto disegnando con pietre dipinte di giallo un percorso talmente accidentato che metterebbe in difficoltà anche il pilota più esperto; alla fine, quando capisce che è pronta (”Non hai più bisogno di papà, ora”), la lascia completamente sola per affrontare - solo a sua volta - le conseguenze del sacrificio compiuto per lei.

Non ti mostrerò questa scena, nel caso tu non avessi visto il film. Ma ho trovato in rete un delicatissima sequenza che ben rappresenta il tempo felpato che prelude alla tragedia.




Apple sì, ma senza esagerare

24 04 2008

Sto passando a Mac: decisione per me epocale. Non è per darmi un tono da graphic designer (giacché tengo un corso a Disegno industriale), ma perché non ne posso più di virus, blocchi, ingolfamenti e resettamenti. Tutti dicono che su Mac non accade (bah, vedremo); inoltre, quando mi hanno proposto Microsoft Vista, ho detto basta.

Però non voglio finire col sopracciglio alzato ogni volta che passa un Pc.

Per questo ti propongo questo divertente articolo di Alex Pareene, editor di Gawker.com, un blog molto sarcastico su gossip e notizie a Manhattan. L’ho trovato tradotto in italiano su Internazionale. Ma lo posto soprattutto come memento per me, casomai mi venisse, un domani, la tentazione di alzare il naso.

Eccolo, copiaincollato da Internazionale, 18/24 aprile 2008, n. 740. Ma leggilo in inglese, che è ancora più carino (Apple fetishists: grow up).

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“Apple fetishists: grow up”, di Alex Pareene (Gawker.com)

Karl Rove ama il suo iPhone. Lo usa in continuazione! Ha anche ammesso di possedere un MacBook Air, un portatile che si distingue per una sola qualità: potete metterlo in una grande busta da lettere. Quel tiranno radiofonico di Rush Limbaugh, invece, ha dovuto chiedere alla Apple di aiutarlo a sistemare il suo nuovo computer.

I profeti preferiti degli americani amano il design sottile e la semplicità dei prodotti Apple. Quei criptofascisti: sono proprio come noi! E questo ci porta a una preghiera: possiamo, per favore, smetterla una volta per tutte con questo falso mito per cui la Apple avrebbe un fascino particolare che la rende un’azienda fichissima?

La Apple è una gigantesca fabbrica di tecnologia. Quindi sta uccidendo il pianeta! I computer, i processori, le batterie e i telefonini sono pieni di veleni, e finiranno tutti sotto terra. Certo, l’azienda di Steve Jobs ha detto che riciclerà il vostro vecchio computer se promettete di comprarne uno nuovo. Da loro, però. E pensare che nel consiglio d’amministrazione c’è Al Gore!

La Apple ha anche lanciato qualche iniziativa aziendale con la parola “verde” nel nome, proprio come la General Electric. Per non parlare del suo negozio online, iTunes, pieno di file protetti per evitare le copie pirata. Oppure della sua abitudine di costringere i blogger che parlano dell’a­zienda a rivelare le loro fonti citandoli in giudizio, e di tutte le altre cazzate con cui attirano l’attenzione dei blog tech-alternativi come Boing Boing.

Feist e la Bauhaus

Ormai i prodotti della Apple sono solo degli accessori: paghi un po’ di più per un portatile senza lettore dvd solo perché c’è il logo e il tuo mouse ha un solo tasto perché Apple pensa che i suoi utenti non siano capaci di usarne due.

Molte cose supertrendy costano più della concorrenza, ma spesso sono decisamente migliori: i Levi’s da duecento dollari sono più robusti di quelli da sessanta. Con i prodotti Apple, invece, spendi di più per un portatile senza porta usb e così lucido da sembrare una piastrella per il bagno.

Bisogna ammettere che il loro sistema operativo è intuitivo ed estremamente semplice da usare. In più ha una bella grafica e spesso funziona. Ecco perché è perfetto per vostra nonna! Preferirà senz’altro usare il Mac invece di provare a installare Firefox su Windows Xp.

Ma queste cose non verrete mai a saperle da qualcuno del reparto marketing della Apple, che sembra adulare solo i consumatori più cosmopoliti. Designer! Fan dell’indie rock! Ragazzi con le sneaker! Questi prodotti sono stati creati per voi, perché Apple pensa che siate degli idioti!

Sono due anni ormai che ce lo dimostrano con quegli stupidi spot “I’m a Mac”. Tu sei un Mac! Tu sei uno sgradevole e insopportabile fighetto! Il pc è uno spirito brillante e un bravo scrittore. Ma porta la cravatta, guarda un po’, e quindi è uno sfigato. La Apple ha insultato la vostra intelligenza fin dall’inizio: ricordate il famoso spot lanciato durante il super bowl del 1984?

È da idioti pensare che sia un gesto ribelle spendere un sacco di soldi per un computer, quando puoi comprarne un altro a meno che funziona altrettanto bene. Almeno hanno abbandonato lo slogan “Think different”: faceva venire voglia di sganciare dal continente l’intera West coast e mandarla alla deriva nell’oceano.

Ma noi non odiamo i Mac. Pensiamo che l’iPhone sia un oggetto per stronzetti che funziona meglio del BlackBerry, abbiamo un iPod e ammettiamo senza alcuna difficoltà che comprare un pc con il sistema operativo Vista è un errore madornale (però se si torna a Windows Xp tutto va bene!).

Ma siamo stufi di chi è convinto che siccome qualche leccapiedi del marketing ha fatto ascoltare al capo la musica di Feist o un designer della Apple ha sentito parlare di Bauhaus, allora la Apple sia un’azienda più creativa e liberale, che so, della Dell. Almeno la Dell non ci tratta come dei cretini.




Spessatamente

23 04 2008

Nei corsi di scrittura professionale mi capita spesso di dedicare almeno mezz’ora agli avverbi che finiscono in -mente. In realtà sarebbero sufficienti 5 minuti: basterebbe dire che, a meno che non ci siano precise ragioni stilistiche, è meglio dire “prima” invece di “precedentemente”, “perciò” al posto di “conseguentemente”, “più” e non “maggiormente”, “subito” invece di “immediatamente”.

Il problema è che c’è sempre qualcuno che alza la mano: comincia a spiegare che “prima” non equivale a “precedentemente”, “maggiormente” esprime un’abbondanza a cui non può rinunciare, “conseguentemente” implica sforzi logici (sic) che non sognamoci nemmeno di trovare in “perciò”, né tanto meno in “quindi”.

Tu capisci, allora, cosa mi tocca fare: dal semplice ribadire che la parola breve è più incisiva in tutti i casi in cui non abbiamo fondate ragioni linguistico-espressive (come dicevo all’inizio, appunto) per sceglierne una più lunga che sia anche più precisa, più evocativa, più qualcos’altro, al controbattere che “immediatamente” è parola meno immediata di “subito”: è più lenta da scrivere e leggere, ma allora perché impiegare più tempo per significare rapidità?

Se tutti sorridono, bene. Se invece qualcuno resta imbronciato, è perché non sopporta che il suo “maggiormente” del cuore sia vilipeso in pubblico.

In questi casi non mi resta che una mossa: chiamare in causa quel genio di Antonio Albanese e il suo esilarante onorevole Cetto La Qualunque. Che sugli avverbi in -mente (spessatamente, infattamente, purtroppamente…) la sa molto lunga.




Orgoglio tranquillo

21 04 2008

Quest’anno la campagna affissioni del Bologna Pride (28 giugno 2008 ) è decisamente innovativa. Il grafico Lorenzo “Q” Griffi e l’illustratore Michele Soma hanno ripreso lo stile dei manga giapponesi, disegnando personaggi con volti tondi e occhioni spalancati che hanno chiamato Puraido, traslitterazione della parola katakana che significa “orgoglio”.

Ogni Puraido racconta, sorridendo, la sua storia: abbiamo Mario, 26 anni, che “fino al mese scorso per lo Stato era Maria” e Clara, 28 anni, che “pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna”; abbiamo Giulio, di cui sappiamo solo che ha 25 anni e “vota già al Senato”. L’unico a non sorridere è un innominato Xxxxx, 34 anni, vestito da calciatore della nazionale italiana e “campione nel mondo e negli spogliatoi”: presumibilmente, un calciatore gay che non può dichiarare la sua identità sessuale.

Così Lorenzo “Q” spiega i Puraido: “Ognuno è unico, proprio come nella vita reale. Quello che la campagna cerca di comunicare è che non c’è una divisione netta tra normali e diversi, ma una enorme ‘zona grigia’ che comprende tutti e tutte, anche il tuo cantante pop preferito che per contratto non può dichiararsi, il tuo compagno di banco delle superiori, la potenziale vincitrice del Grande Fratello o la cassiera della Coop sotto casa”.

Mi piacciono, questi Puraido: sono simpatici, sereni, tranquillizzanti. Gradisco meno alcuni stereotipi che, a dispetto delle intenzioni degli autori, restano loro appiccicati: le parole di Clara sono veterofemministe e come tali chiudono il messaggio, invece di aprirlo; Xxxxx dà per scontata l’impossiblità di fare coming out: perché non sognare un calcio in cui ciò sia possibile? Dolcissimo quel Mario che era Maria, ma perché vestirlo da operaio? Non poteva essere un docente, un manager? Un po’ troppo ermetico, infine, il messaggio di Giulio. All’inizio non capisci cosa c’entri il Senato, poi, dopo qualche sforzo, ti viene in mente che il punto è proprio questo: l’orientamento sessuale di Giulio, come quello politico, non è rilevante. Il rischio, però, è che molti non lo capiscano, specie se vanno di fretta come si fa per strada.

Nel complesso, comunque, apprezzo molto questa campagna che cerca, una buona volta, di togliere dalla testa dei bolognesi l’idea malsana che “quelli del gay pride” mangino i bambini. :-)

Da quel che ho capito, infine, sul sito del Bologna Pride ognuno potrà costruirsi il suo Puraido-avatar. Sperabilmente questi personaggi si moltiplicheranno, almeno in rete se non per strada. Mi auguro allora che nascano Puraido di 40, 50, 70 anni, Puraido bancari, giardinieri, medici, infermieri, Puraido nordafricani, neri, veneti, siciliani… Che la normalità dell’essere diversi riguardi tutti i mestieri, insomma, tutte le età, le provenienze, i gusti, le inclinazioni.

Guarda i manifesti ora (puoi fare clic per ingrandirli), e come al solito, se ti va, dimmi che ne pensi.