Studenti analfabeti? Mica soltanto loro

26 11 2009

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale, col titolo «Analfabeti non sono soltanto gli studenti»:

Negli ultimi giorni si è accesa a Bologna la versione locale di una polemica che ricorre periodicamente nel nostro paese: quanto sappiamo scrivere, leggere e far di conto? Il rettore Dionigi ha messo il dito sul fatto che i ragazzi entrano in università in condizioni di «semi-analfabetismo», precisando che non ce l’aveva con le singole scuole, ma con l’intero sistema educativo.

Nonostante la precisazione, alcuni presidi si sono offesi; altri invece gli hanno dato ragione, rincarando pure la dose. Persino gli studenti, intervistati dai giornalisti, si sono divisi fra pro e contro: i contro si sentono migliori di come sono stati  dipinti, i pro individuano negli «altri» (altre facoltà, altre lauree, altri compagni di corso) gli analfabeti del caso.

La buona notizia è che si torni a parlare di un grave problema. Come scriveva tempo fa Tullio De Mauro, «soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea» (Internazionale, 604, 6 marzo 2008).

Questa percentuale nasce da un’indagine comparativa svolta nel 2004-2005 in una dozzina di paesi, europei e non: era il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills) che mirava a verificare la literacy dei paesi partecipanti, ove per literacy si intende un insieme ampio di competenze e abilità di scrittura e comprensione di testi, tabelle e grafici, più alcune capacità elementari di fare conti e risolvere problemi. È in questo senso, dunque, che va intesa l’espressione «semi-analfabetismo» usata dal rettore. Ma il problema non riguarda solo le matricole (né solo le nostre), perché l’indagine fu condotta su accurati campioni della popolazione italiana fra 16 e 65 anni.

Ed ecco dunque la cattiva notizia: a parlare di analfabetismo in ambito locale, si rischia che persone, ruoli e istituzioni si accapiglino per nulla: «È colpa dei prof», «No, è colpa degli studenti»;  «È colpa delle scuole», «No, anche l’università deve fare il mea culpa». Le ragioni della illiteracy italiana sono invece più complesse, sistematiche e ampie di come appaiono nel gioco dello scaricabarile.

Ancora negli anni cinquanta, circa il 50 per cento degli italiani non sapeva distinguere né scrivere le lettere dell’alfabeto (oggi sono solo il 5 per cento). In questo senso i ragazzi di oggi sono mediamente molto più alfabetizzati dei loro padri e nonni. Tuttavia, in poche generazioni si è passati da un’economia basata sull’agricoltura a una industriale e postindustriale, senza che lo sviluppo economico fosse mai affiancato da politiche culturali ed educative – non a destra, ma neppure a sinistra – degne di queste nome. Il che si è sempre tradotto in mancanza di soldi e risorse per scuola e università. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Cosa possono fare Bologna, la sua università e le sue scuole in questo quadro desolante? Chiedere, ottenere e distribuire – equamente e meritoriamente – soldi, soldi e ancora soldi. Pubblici e privati, come e dove si può. Occorrono borse di studio per i ragazzi più meritevoli e le famiglie più bisognose,  soldi per finanziare la ricerca, e ancora soldi per sostenere e incentivare il lavoro di chi fa buona didattica, a scuola come in università. La cattiva notizia è che il contesto nazionale dei finanziamenti all’istruzione è quel che è.

La buona notizia è che il sistema educativo bolognese è in posizione di forza perché sta in alto nelle classifiche nazionali. E una posizione di forza non basta come consolazione, ma è un buon punto di partenza per ottenere risorse.

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Avevamo già parlato dell’indagine ALL in questi post (febbraio 2008):

Letterati allitteranti o allettanti illetterati?

Qualche conclusione dall’indagine ALL





Contro la violenza sulle donne

25 11 2009

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Scendere in piazza sulla questione femminile non basta, per ragioni che ho discusso QUI, ma se la piazza è molto, molto numerosa, aiuta.

Tante forze, istituzioni, associazioni, persone convergeranno nella manifestazione di sabato 28 novembre a Roma, alle ore 14.00, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per adesioni e informazioni: www.torniamoinpiazza.it.

Per chi parte da Bologna c’è un pullman:
Partenza dall’Autostazione delle Corriere (posteggio 25) alle ore 07.30.
Prezzo: 20 € andata e ritorno.
Puoi prenotare i biglietti presso il Centro delle Donne, via del Piombo 5, tel.051/4299411.

A commentare l’importanza di questa giornata, ho deciso di postare una delle più celebri scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Quella in cui Simone Parondi (interpretato dall’attore Renato Salvatori) – un fratello di Rocco (Alain Delon) – aggredisce e uccide a coltellate Nadia (Annie Girardot), perché lei vuole troncare la loro relazione.

Vale la pena ricordare che Rocco, a sua volta innamorato di Nadia, dopo aver saputo dell’omicidio dallo stesso Simone, alla fine gli offrirà solidarietà e rifugio.

Cosa è cambiato su questo tema fra l’Italia del 1960, che Visconti rappresentava, e quella di oggi?


 





Una donna bellissima

24 11 2009

In questo periodo pullulano in tutta Italia le iniziative e manifestazioni per il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Venerdì sera ero alla Cineteca di Bologna, invitata da Viviana Vignola della Casa delle donne per non subire violenza a una tavola rotonda sul documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi «Il corpo delle donne». Con me c’erano la scrittrice e organizzatrice culturale Chiara Cretella, l’autrice e conduttrice televisiva Syusy Blady, la sociologa Rossella Ghigi e la regista Chiara Idrusa Scrimieri.

Serata intensa, belle persone. Vivace e autentica la discussione, anche col pubblico.

Conosco «Il corpo delle donne» da quando è uscito (se non l’hai ancora visto, fallo subito QUI!).

Non conoscevo invece lo splendido documentario – o «piccolo film», come dicono i titoli di testa – di Chiara Idrusa Scrimieri. Le organizzatrici lo hanno proposto dopo quello di Lorella, perché Amelia, la protagonista, è un antidoto potente contro la morsa di umiliazioni e chirurgia plastica in cui la televisione stritola le donne. Una ventata di vita. Una donna bellissima.

Non anticipo altro. Prenditi 15 minuti di pausa e fatti rapire dall’incanto di Amelia. (scaricato dal sito di cinema moovioole.it, che merita più di una visita).





The Fun Theory

23 11 2009

A fine settembre l’agenzia DDB di Stoccolma ha lanciato per la Volkswagen svedese la campagna The Fun Theory, volta a dimostrare che le persone cambiano più facilmente i comportamenti dannosi per la salute e l’ambiente, se le si stimola al cambiamento facendole divertire. L’obiettivo ultimo è associare al marchio Volkswagen i significati e valori della responsabilità ambientale, per attirare l’attenzione sulle nuove auto ecologiche.

La Fun Theory è stata finora sperimentata in tre situazioni diverse, da cui DDB ha tratto tre video che stanno contagiando viralmente i social network di tutta Europa, a suon di «Troppo bello», «Nice!» e commenti entusiastici in varie lingue. Il che dimostra che la Fun Theory è una idea brillante sia come atto di comunicazione sociale e ambientale (perché in pratica, stando ai dati forniti da DDB, funziona), sia come pubblicità commerciale (perché Volkswagen ne trarrà i benefici del caso).

Fra l’altro, se ti viene una buona idea per ulteriori applicazioni della Fun Theory, puoi inviare QUI la tua proposta: la gara è aperta fino al 15 dicembre e il primo premio ammonta a 2500 euro.

Prima situazione: ai cestini per la spazzatura di un parco pubblico è stato aggiunto un effetto sonoro che si attiva ogni volta che qualcuno vi getta dentro qualcosa.

Seconda situazione: i gradini di una scala nella metropolitana di Stoccolma sono stati trasformati in tasti di pianoforte che suonano quando ci si va sopra, per indurre le persone a salire a piedi, facendo un po’ di moto invece di usare la scala mobile.

Terza situazione: i contenitori per la raccolta differenziata del vetro sono assimilati a un videogioco, in cui si guadagnano punti per ogni bottiglia inserita.





Stage negli enti pubblici: la proposta della Repubblica degli Stagisti

20 11 2009

«Uno stage in un ufficio pubblico dovrebbe valere un tot di punti nei concorsi. In questo modo gli ex tirocinanti di un ente avrebbero un piccolo vantaggio rispetto agli altri partecipanti, qualora si aprisse un bando per assumere personale.»

La proposta è stata lanciata da Eleonora Voltolina, direttore della testata giornalistica online La Repubblica degli Stagisti, e Antonino Leone, animatore del blog Cambiamento nelle organizzazioni, durante una trasmissione su Radio Hinterland.

Se l’idea ti piace, puoi sottoscriverla sul Forum della Repubblica degli Stagisti.

Io l’ho fatto.





Bello e impossibile (2)

19 11 2009

In Bello e impossibile ho già notato come i corpi maschili muscolosi e plastificati di molta estetica pubblicitaria non siano in realtà destinati alle donne, ma ai gay. In certi casi il target è duplice (donne + omosessuali), ma in altri le componenti omosessuali (gesti, posture, ruoli, prossemica dei corpi) sono talmente marcate, che le donne davvero non c’entrano.

La tendenza è talmente pervasiva che mi pare ovvia. Eppure (non ho ancora ben capito perché) molte donne si ostinano a illudersi che non sia così. E ogni volta che mi capita di condividere questa ovvietà con amiche, studentesse, conoscenti, immancabilmente registro reazioni di incredulità: volti attoniti e risolini nervosi, come fossi io – troppo incline all’analisi per deformazione professionale – a non volermi abbandonare alle fantasie sul principe azzurro.

Dai primi di novembre il portale danese di e-commerce Fleggaard sbeffeggia questa tendenza (e un po’ anche le donne che ci cascano), con uno spot che mette in scena una manciata di belloni unti e palestrati, e li combina con ruoli e simboli tipici dell’immaginario gay (dal pompiere all’ufficiale in divisa, dall’uccello rapace al dirigibile), in un crescendo trash che culmina con il prodotto pubblicizzato, il detersivo OMO, e il payoff «Lige over graensen», che significa «Appena oltre il confine».

Mi auguro che, vedendo lo spot, anche le più scettiche si convincano. :-)

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere

L’uomo senza paura (o quasi)

 





Meno cd, più concerti (e più cari)

18 11 2009

Mentre in Europa si discutono la dottrina Sarkozy e il pacchetto Telecom contro la pirateria digitale (cioè contro coloro che scaricano musica e audiovisivi col P2P), i dati del mercato mondiale della musica vanno in una direzione piuttosto chiara.

Cito dalla tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Giulia Giapponesi «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», discussa ieri mattina:

«Secondo il report annuale della IFPI, la più importante agenzia di analisi di mercato dell’industria musicale, nel 2008 globalmente le vendite di musica “physical” sono scese del 15,4% [physical sales include: audio formats (singles, LPs, cassettes, Cds, DVD Audio, SACD, MiniDisc) and mudic video formats (DVD, VHS, VCD)].

E anche se le “vendite digitalicontinuano ad aumentare (+24,1%) [digital sales refer to: sales via online and mobile channels and via subscriptions. Income from ad-supported services, mono/polyphonic ringtone income and bundled subscriptions], così come gli introiti provenienti da “performance rights” (+16,2%) [performance rights figures reflect monies received by record companies from collection societies for licenses granted to third parties for the use of sound recordings in music videos in broadcasting (radio and TV), public performance (nightclubs, bars, restaurants, hotels) and certain internet uses], queste crescite non coprono la perdita nel settore “physical”, che fa registrare un calo globale dell’industria musicale dell’8,3%.

I concerti invece vanno bene. Nonostane la crisi economica del 2008 il settore non ha dato segni di recessione. Secondo Billboard.biz l’industria dei concerti ha incassato nel mondo quasi 4 miliardi di dollari, stabilendo il suo record con una crescita di quasi il 13% rispetto all’anno prima.

La crisi si fa sentire poco e soprattutto sul numero di show che globalmente sono scesi del 6%. Nel dettaglio, in Nord America la media del ricavo del box office è salita del 18%, mentre la media di partecipazione agli eventi è salita del 6,3%.

Evidentemente quello che è salito è il prezzo medio dei biglietti. Secondo un articolo del Wall Street Journal, nel 2008 il costo medio per il biglietto di uno dei 100 concerti più grossi dell’anno è di $66,90, con un aumento dell’8% (+$4.83) rispetto al 2007 e superando il doppio della media dei prezzi del 1998.

[...]

Oggi il concerto non può essere in alcun modo considerato uno strumento promozionale per tirare le vendite degli album, neanche per i grandi artisti. È semmai vero il contrario. [...] Gli artisti che avevano diradato i concerti durante il periodo d’oro dei CD, gli anni ‘90, dall’inizio dell’ultimo decennio hanno ricominciato a fare tournée mondiali.

Un esempio per tutti quello di Madonna, che nel 2001 ritorna sul palco dopo otto anni di assenza con il Drowned World Tour, a seguito del quale ricomincia a fare tour ogni due anni, fino all’ultimo Sticky & Sweet, il tour dal guadagno più alto nella storia, che ha contato 3,5 milioni di spettatori per 85 shows e un incasso totale di 408 milioni di dollari.

Naturalmente i concerti sono sempre stati una parte importante del mercato musicale, ma mai come nel primo decennio del duemila sta crescendo l’industria che li gestisce e organizza.»

(G. Giapponesi, «La distribuzione musicale nell’era del peer-to-peer: il caso dei Radiohead», tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Bologna, a.a. 2008-2009, Sessione II, pp. 46-47).





Lo spot contro l’omofobia della Presidenza del consiglio

16 11 2009

Il 9 novembre è stata presentata a Roma la campagna contro l’omofobia promossa dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del consiglio, e curata dall’agenzia Young & Rubicam Italia.

L’iniziativa – sulla quale sono stati investiti 2 milioni di euro – comprende per ora uno spot (che ho visto) e migliaia di opuscoli informativi (che non ho visto) da inviare alle scuole, ed è stata condivisa anche dalla deputata del Pd Paola Concia e da diverse associazioni LGBT (fra cui Arcigay, Agedo e altre).

In rete però infuria la polemica.

Fra le tante cose che ho letto, condivido buona parte dell’analisi dello spot che Gatto Nero ha fatto su www.gaycampitalia.org (segnalatami da Andrea). La riporto quasi per intero, salvo piccolissimi interventi di editing (i grassetti sono miei):

«Questo spot è mal concepito. Per molte ragioni, che si intrecciano fra loro in un pericoloso effetto domino:

  1. L’ambientazione – La prima cosa che viene da pensare, guardando il video, è: “Che lugubre!”. L’ambulanza, la notte, il suono della sirena all’inizio dello spot; i corridoi (vuoti) dell’ospedale e il rumore della barella, poi; e, per finire, la sala operatoria: buia, buissima. Tutto dà una sensazione di urgenza, claustrofobia, mancanza di alternative.
  2. Gli attori – Ci sono due gruppi distinti di personaggi: i potenziali omofobi (la ragazza malata e il suo partner, a cui potrebbe o non potrebbe “importare” la sessualità di chi la cura) e i potenziali omosessuali. Il casting, in questo caso, mi pare quanto meno bizzarro: i primi sono di bell’aspetto, sia il ragazzo (di cui si coglie solo il profilo) che – soprattutto – la ragazza che ha un bel viso sereno, luminoso; i secondi, invece, sono cupi, nervosi, tesi. In un’escalation: se l’autista ha ancora bei lineamenti, pur nella tensione del ruolo, i personaggi successivi diventano più maturi d’età e dai lineamenti più duri. A questo aspetto si unisce la prossemica: l’infermiera si gira e indossa i guanti; il dottore si gira e fa altrettanto. L’impressione generale, anziché di fiducia, è paradossale: sembrano minacciosi.
  3. Le immagini – Una cosa balza all’occhio: l’omosessualità non viene mai mostrata. È una scelta coerente col messaggio complessivo dello spot, ovvio, che ruota attorno al concetto di “dubbio”. Ma in uno spot che vuole lottare contro l’omofobia si rischia l’incoerenza, trasmettendo indirettamente un messaggio pericoloso: l’omosessualità è qualcosa da nascondere.
  4. Il messaggio che si vuole trasmettere – Che, per inciso, è diverso dal messaggio che lo spettatore percepisce: “Non importa che una persona sia omosessuale o eterosessuale”. Che è diverso dal dire “È sbagliato discriminare gli omosessuali”. Non c’è un giudizio etico che condanni l’omofobia: viene detto, semplicemente, che non importa/è superfluo conoscere la sessualità di una persona quando usufruisci delle sue capacità o funzioni. È un messaggio che si ricollega all’ambientazione ospedaliera, all’urgenza.
  5. Le parole usate per trasmettere il messaggio – La scelta delle parole pronunciate nello spot è  quanto meno superficiale. Del “Non importa”, e della sua mancanza di valutazioni etiche positive/negative, abbiamo già detto. Lo stesso slogan, “Nella vita certe differenze non possono contare”, soffre dello stesso bias. Aggiungendo un altro aspetto, quello del buon viso a cattivo gioco: “nella vita” certe differenze non contano: “puoi anche non pensarla così ma non ti conviene” ricorda, come frase, certe massime disincantate dei vecchi del paese, che consigliano di abbandonare i bei sogni dell’infanzia perché “nella vita non funziona così”. Paradossalmente, di nuovo, sembra che si strizzi l’occhio all’omofobo: hai ragione, per carità, ma nella vita non puoi permetterti di rendere esplicite le tue idee. Un significato rinforzato dalla ripetizione ossessiva della frase “Ti interessa”, durante lo spot.
  6. Il claim – L’errore più grosso, nella scelta delle parole, sta nello slogan “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Il tentativo del pubblicitario è quello di prendere un concetto tipico dell’omofobia (“il diverso”) e rivoltarlo contro l’omofobo. Tentativo non riuscito, perché – e qui si sfiora l’assurdo – usando la frase “non essere tu quello diverso” si conferma la diversità dell’altro. “Non essere TU quello diverso” implica: TU sei quello NORMALE. Anziché neutralizzare il messaggio della diversità, lo si è rafforzato

(«Gli errori comunicativi dello spot governativo contro l’omofobia», di Gatto Nero, 10 novembre 2009)





Fuori dalle gabbie, la donna Trans-Age

13 11 2009

Alcuni giorni fa Lorella Zanardo ha scritto un post, intitolato «Gabbie», che ho amato molto. E non potevo non amarlo, visto che da anni parlo di Trans-Age. :-)

(cfr. «La donna Trans-Age», in A. Mascio (a cura di), Visioni di moda, Franco Angeli, Milano, 2008, pp. 74-94, scaricabile da QUI.)

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009 (i grassetti sono miei):

“Un giovane di 31 anni è stato fermato in evidente stato di ubriachezza…”

“A 45 anni i giochi sono ormai fatti: se non hai fatto carriera, difficile che a quest’età tu possa avere ancora chance.”

“Obama è un Presidente giovanissimo: a soli 48 anni…”

“È necessario rinnovare un partito che vede nelle sue fila dirigenti di oltre 50 anni, ormai prossimi alla pensione.”

“A 63 anni Michele Placido diventa papà! Confermando la sua vitalità creativa, presenta al mondo la sua giovane moglie di 23 anni!”

“Cosa cerca Riccardo Scamarcio nella storia con Valeria Golino? Certo una figura materna.”

“Demi Moore e il suo toy boy: il giovane marito di ben 14 anni più giovane…”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei è così giovane… si faccia prima le ossa.”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei, mi perdoni, ha già una certa età, non vorrei che non sapesse interpretare le esigenze del mercato.”

“Stai bene vestita così, certo che i pantaloni così stretti alla tua età…”

A 30 anni sei ancora un giovane, a 45 è già tardi però per dimostrare di valere: in 15 anni la percezione che la società ha degli individui cambia in modo schizofrenico. Si è considerati troppo giovani fino a più di 30 anni, vecchi dopo i 45.

A 50 anni sei un giovane presidente, ma sei solo un politico attempato, se non hai già raggiunto una leadership conclamata.

A 60 e più anni sei un ganzo se sei uomo e fai un figlio con quella che potrebbe essere tua nipote; ma sei una vecchia carampana, probabile nave scuola ecc., se hai un compagno anche solo di qualche anno più vecchio di te.

Dopo i 40 anni non si va in discoteca, vuoi che ridano di te?

I figli si fanno prima dei 30 anni, se no vuol dire che sei egoista, hai voluto godere di tutto prima di procreare.

Se hai un’ idea vincente e sei troppo giovane, non sei affidabile.

Se hai una buona idea e non sei più tanto giovane… non sei affidabile.

GABBIE

Propongo di liberarcene.

Ne soffriamo tutti, uomini e donne, anche se noi donne subiamo tutte le restrizioni a cui i maschi sono soggetti oltre ad altre, quelle che riguardano l’età e l’estetica. Lacci e lacciuoli che ci immobilizzano. Alcuni riescono a rimanere spiriti indomiti, la maggior parte subisce e si fa docilmente ingabbiare. Basterebbe, anche qui, porre delle semplici domande:

“Perché sono troppo giovane per questo lavoro? Mi ascolti.”

“Perché sono troppo vecchio per questo progetto? Guardi cosa le propongo.”

“Perché non posso andare in discoteca a 50 anni? Sto da dio e quando esco ho tanta di quella energia che riesco a migliorare ciò che mi circonda.”

“Perché non posso proporre un nuovo percorso al mio partito, anche se ho solo 20 anni? Ascoltatemi.”

Poi tutti ammiriamo Louise Bourgeois che a quasi 100 anni scolpisce con una energia pazzesca circondata da giovani allievi. Ieri [31 ottobre 2009, n.d.r.] tutti abbiamo commentato con meraviglia il coraggio di Mahmoud Vahidnia il ragazzino che ha chiesto a Khamenei, Guida Suprema dell’Iran: “Scusi, perché nessuno può criticarla?” Pare che l’artista Marina Abramovic stia un gran bene con suo marito, di 18 anni più giovane di lei. Il miglior interprete delle poesie di Thomas Stearns Eliot fino a qualche anno faceva il manovale; a 48 anni ha letto Eliot e ha cambiato vita. Bill Gates a 20 anni aveva già iniziato a cambiare il mondo.

Il brutto è che spesso ci infiliamo noi nelle gabbie. E siamo talvolta i peggiori nemici di altri che, dalle gabbie, coraggiosamente provano a evadere.

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009





Una storia di emoticons

12 11 2009

Ho trovato su TED, tradotta in italiano, questa storia d’amore narrata a colpi di emoticons.

L’autore è Rives, artista multiforme e multimediale statunitense.

Sulle faccine vedi anche:

Fammi un sorriso

Se vuoi contribuire alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post.

 





L’uomo senza paura (o quasi)

11 11 2009

Continuo la ricognizione delle rappresentazioni mediatiche della mascolinità.

Lo spot norvegese (agenzia Try, Oslo) per la nuova Volkswagen Golf Estate mostra le acrobazie del ciclista parkour Danny MacAskill in giro per Lisbona.

Un altro supereroe dalle prestazioni inarrivabili, un altro campione in cerca di sfide estreme.

E tuttavia, appena entra in auto… :-)

«New Volkswagen Golf Estate. Suits every side of you» è il claim.

Il brano musicale si intitola «Austere» ed è di The Joy Formidable.

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere





800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

10 11 2009

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.

 





La comunicazione sull’influenza H1N1

9 11 2009

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):






Maschi e femmine nella letteratura per teens

6 11 2009

È da un po’ che con Loredana Lipperini diciamo che ci vorrebbe una ricerca sulla rappresentazione dei generi sessuali nella letteratura per adolescenti.

Perché?

Spiegava Loredana in un post del 15 ottobre 2009, citando Vanna Vannuccini di Repubblica:

«I livelli della lettura in Italia restano drammaticamente bassi: solo il 44 per cento degli italiani – dai sei anni in su – legge almeno un volume l’anno, più di cinque italiani su dieci non aprono mai un libro.

Ma un filo di speranza viene dai ragazzi (e soprattutto dalle ragazze, che leggono molto di più dei maschi della stessa età). Leggere un libro, entrare in libreria a dare un’occhiata, continua ad avere un significato accanto agli altri comportamenti diffusi tra i giovani come mandare sms, chattare su internet e ascoltare l’ipod.

I ragazzi dai 6 ai 17 anni leggono 13 punti in percentuale più degli adulti, anche se c’è il timore che poi diventino come i loro padri: la percentuale dei lettori, che è del 63,6 tra gli undici e i quattordici anni, scende al 55,8 tra i quindici e i diciassette.»

Detto questo, il problema è che i modelli maschili e femminili e le relazioni fra i generi sessuali che i libri per adolescenti (specie in Italia) raccontano sono spesso analoghi a (o peggiori di) quelli della tanto vituperata televisione e dei magazine di massa.

Generalizzando e semplificando:

(1) per le ragazze, la bella che punta tutto sull’uso spregiudicato di un corpo mozzafiato, come quello dell’eroina di Buio, romanzo di Elena P. Melodia;

(2) per i ragazzi, una inquietante oscillazione fra un principe azzurro tradizionale, un bellone dotato di potere (soldi?) e un picchiatore (si pensi allo Step di Tre metri sopra il cielo).

(3) altri generi sessuali?

Il tema merita più di un approfondimento, a vari livelli e su diversi corpora testuali, italiani e internazionali.

Per cominciare, cerco una tesi di laurea magistrale. Ulteriori informazioni a ricevimento. Ma prima di venire a trovarmi leggi almeno:

Lipperatura, Invettiva alla vecchia maniera, 12 ottobre 2009

Lipperatura, Perché il libri fanno male (alcuni), 14 ottobre 2009

Lipperatura, Dalla parte dei ragazzini, anche, 15 ottobre 2009





Besos indestructibles

5 11 2009

È così che si intitola lo spot argentino – uscito qualche giorno fa – per pubblicizzare il chewing gum TopLine dell’azienda Arcor, uno dei maggiori produttori di caramelle, biscotti, gelati, cioccolata, non solo nel mercato latinoamericano, ma in tutto il mondo (QUI i dati di BusinessWeek).

L’idea non è chissà che, ma lo spot è simpatico e induce più di un sorriso.

In più, se confrontiamo questa coppia con le guerre fra i sessi che la pubblicità di casa nostra spesso ci impone, il sollievo è assicurato.

Agency: Del Campo Nazca Saatchi & Saatchi

Client: Arcor SA Argentina





10 cose che i social media non possono fare

4 11 2009

Sul blog di B.L Ochman, affermata consulente newyorkese di internet marketing, ho trovato un fantastico decalogo, mirato a sfatare alcune ingenuità che affliggono il chiacchiericcio mediatico (e aziendale e politico) sui social media.

Traduco liberamente (e riassumo) le «10 things social media can’t do» secondo B.L Ochman:

1. Sostituire una strategia di marketing. Una campagna su Twitter o un profilo Facebook per annunciare le migliori offerte settimanali della tua azienda non sono una strategia di marketing.

2. Avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente. I social media richiedono disponibilità ad ascoltare i clienti, a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base al feedback che forniscono.

3. Essere visti come un progetto a breve termine. I social media comportano un impegno di innovazione e sperimentazione a lungo termine.

4. Produrre in fretta risultati significativi e misurabili. Come le PR, il marketing basato sui social media spesso produce i risultati migliori dal secondo e terzo anno in poi, non prima.

5. Essere «fatti in casa». Una campagna di social media va integrata in un piano di marketing più ampio e complesso, che include la pubblicità, internet e le PR. Oggi i migliori esperti di social media hanno almeno 10 anni di esperienza fra forum, blog, e altri ambienti di interazione e produzione di user generated content sul web.

6. Rinfrescare velocemente l’immagine o riparare la reputazione danneggiata di un’azienda. I social media producono risultati veloci solo nel caso di aziende che sono già note e solide fuori da Internet.

7. Essere realizzati senza un budget realistico. Costruire un sito che comprenda interattività, user generated content e magari e-commerce, costa denaro, tempo e risorse, anche se si usano strumenti in parte gratuiti (come WordPress), che vanno comunque integrati in un sito complesso e nelle altre attività di marketing dell’azienda.

8. Garantire automaticamente vendite o influenza. Dopo aver costruito un ambiente di social networking, bisogna sapere come attirare visite e attenzione su quell’ambiente.

9. Essere realizzati da «ragazzini» che conoscono i social media in quanto «nativi digitali». Le aziende che cercano di costruire social media senza consulenti esperti sprecano tempo, denaro e reputazione.

10. Sostituire le PR. Per quanto siano meravigliosi il tuo blog o la tua strategia su Twitter, avrai comunque bisogno di farti conoscere. O finirai come un albero che cade nella foresta e nessuno lo sente.

QUI il post originale di B.L Ochman.

 





Sketch2Photo: dal disegno al fotomontaggio

3 11 2009

Cinque studenti cinesi – della Tsinghua University e della National University of Singapore – stanno sviluppando Sketch2Photo, un software capace di trasformare semplici schizzi in fotomontaggi realistici costruiti a partire da immagini tratte dal web e non coperte da diritto d’autore.

A quanto si capisce dalla demo, l’applicativo dovrebbe funzionare così: disegni in modo anche rudimentale gli oggetti che vorresti vedere nella foto finale, li associ a una espressione verbale utile per la ricerca di immagini pertinenti sul web (cane, uomo, auto, ecc.), li collochi su uno sfondo di massima, e il programma fa il resto. Pare che, nel caso di più immagini, il sistema riesca pure a selezionare la migliore.

Ecco l’animazione che gli studenti hanno messo a punto per spiegare il progetto (da questa pagina della Tsinghua University).

A parte gli innumerevoli usi per svago, quali altre applicazioni pensi che il programma potrà avere?






Pregiudizi

2 11 2009

Che cos’è un pregiudizio?

«Si possono dare del pregiudizio diverse definizioni, a seconda del livello di generalità o di specificità che si decide di assumere.

Il massimo livello di generalità corrisponde al significato etimologico, vale a dire giudizio precedente all’esperienza o in assenza di dati empirici, che può intendersi quindi come più o meno errato, orientato in senso favorevole o sfavorevole, riferito tanto a fatti ed eventi quanto a persone o gruppi.

Al massimo livello di specificità, invece, si intende per pregiudizio la tendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che appartengono a un determinato gruppo sociale

(Bruno M. Mazzara, Stereotipi e pregiudizi, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 14)

Nell’accezione più specifica, i pregiudizi sono gabbie mentali che possono comportare gravi conseguenze etiche, sociali, politiche: pensa ai pregiudizi razziali, per esempio, o a quelli contro i meridionali, le donne, gli omosessuali.

Ecco come l’ultimo spot (bellissimo) del quotidiano turco Zaman tratta questo tema.

(Traduzione delle parole finali: «I nostri pregiudizi… i nostri muri invisibili. Non è forse il momento di abbatterli?»)

Agency: Ogilvy & Mather, Istanbul
Client: Zaman Newspaper

 





Un mostro di rifiuti

30 10 2009

In preparazione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, programmata dal 21 al 29 novembre, i paesi stanno avviando diverse iniziative per sensibilizzare le persone a ridurre la mole di rifiuti che generano ogni giorno.

Mi ha colpita la campagna francese, promossa dall’agenzia nazionale per l’ambiente Ademe: il sito www.reduisonsnosdechets.fr (visitalo: è fantastico!), ma soprattutto tre spot costruiti attorno a un gigante animato, bonario ma ingombrante e brutto, che rappresenta l’enorme quantità di rifiuti che ciascuno produce ogni anno (380 kg a persona è il calcolo francese, e gli italiani?).

Trovo l’idea del mostro di rifiuti (realizzato da MPC, che ha firmato anche le animazioni dell’ultimo Harry Potter, per intenderci) davvero azzeccata: il mostro ci accompagna nella vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto. Fa un po’ schifo, ma non possiamo separarcene.

Possiamo però ridurne le dimensioni, e non è difficile: basta cambiare alcune abitudini.

Gli esempi di Ademe:

Usa meno la stampante: in ufficio, in università, a casa.


Compra prodotti con meno imballaggi. Meglio ancora: non imballati.


Trasforma i rifiuti organici in composta per le piante.

Per saperne di più sulle iniziative italiane, questa è la pagina di Legambiente e questo il sito della campagna italiana.





Corpi normali

29 10 2009

All’estero (più che in Italia) la pubblicità riesce a rappresentare il corpo umano anche rispettando la sua normale e bella varietà.

Come nella campagna ideata nel 2007 dall’agenzia TBWA/London per Müller UK, e ancora in circolazione (a quanto segnala una lettrice in questo commento).

Uomini donne bambini giovani meno giovani… alti bassi magri grassi neri bianchi: tutti belli e gioiosi nella loro normalità.

Ma soprattutto, tutti in relazione gli uni con gli altri. Cosa che accade di rado in pubblicità, dove i corpi (perfetti, di plastica, ideali) sono quasi sempre isolati.

Müller Italia, nel frattempo, continua a infliggerci l’incubo di «Fate l’amore con il sapore».