La crisi dei giornali

8 09 2010

C’è qualcosa di cui in Italia i media non parlano abbastanza: il terribile calo di vendite dei giornali italiani negli ultimi anni. Nuovo e utile la scorsa settimana riprendeva, fra l’altro, la riflessione fatta qui sulla campagna Fieg «Chi legge, si vede», corredandola con questi dati:

Secondo i dati presentati a fine giugno dall’Osservatorio tecnico Carlo Lombardi, nel 2009 la diffusione dei quotidiani è scesa sotto i 5 milioni di copie giornaliere, cioè ai livelli del 1939. I periodici non vanno meglio. Gli editori hanno un sacco di problemi (non ultimo quello dei resi, oltre il 30% per i quotidiani e oltre il 45% per i periodici) ed è ovvio che siano preoccupati: tanto da varare una campagna per reclutare nuovi lettori [i link sono nel testo originale, i grassetti miei].

È da tempo che volevo cercare dati. Allora ho fatto qualche giro in rete e ho trovato innanzi tutto il Rapporto 2010 sull’industria italiana dei quotidiani dell’Osservatorio Carlo Lombardi). Da cui questa immagine del calo:

Il calo delle vendite dei giornali in Italia

Poi la Relazione del Presidente della Fieg Carlo Malinconico al WAN IFRA ITALIA 2010.

Poi ancora questo articolo su Step 1 «Diffusione “in rosso” per tutti i maggiori quotidiani nazionali. Cala anche la free press» del 27 giugno 2010:

Sono stati diffusi giovedì 24 giugno i dati “Accertamenti diffusione stampa” sull’andamento delle vendite dei quotidiani italiani. Se ne ricava che, tra il marzo 2000 e il marzo 2009 il Corriere della Sera ha perduto il 15% delle copie diffuse (e il 14% in edicola): da 603.000 a 512.000 al giorno. Nello stesso periodo La Repubblica ha subìto una flessione di oltre 53mila copie (-10%,): da 523.000 a meno di 470.000. Il calo in edicola del quotidiano diretto da Ezio Mauro è del 9,5% e la somma dei due principali quotidiani concorrenti è scesa al di sotto di un milione di copie.

Una diminuzione consistente ha fatto registrate anche Il Sole 24 Ore (diffusione -15%): da circa 330.000 a 278.000 copie (edicola -10%). Si è arrestata l’espansione della free press: E Polis è in calo da qualche mese e a marzo ha visto la propria diffusione calare di oltre quarantamila copie: da 482.000 a 438.000. Il Giornale si mantiene a 186mila copie, edicola +1%), l’Unità recupera leggermente (diffusione +8%, edicola +6%): 52.000 copie.

Insomma, c’è lavoro per diverse tesi di laurea.

Per esempio una tesi magistrale che faccia una ricognizione completa sui dati delle vendite, analizzi con taglio semiotico il modo in cui (non) vengono trattati dalla stampa cartacea (mentre sono discussi sul web), e prosegua analizzando le strategie di azione e comunicazione del governo e della Fieg per reagire (si fa per dire) a questa situazione.

Per concordare e impostare il lavoro vieni a ricevimento (ma leggi, prima, i documenti che ho linkato e riguardati almeno: Nuovo e utile: Le persone parlano di cose?, Lipperatura: Parole parole parole, Dis.amb.ig.uando: Chi legge, si vede).





Perché Fini sembra di sinistra (anzi, meglio)

7 09 2010

Ci sono diversi passaggi, nel discorso di Gianfranco Fini a Mirabello, che starebbero bene in bocca a un leader del centrosinistra. Vecchia storia, quella del «compagno Fini», «l’unico a fare vera opposizione», come ripetono sottovoce i delusi del Pd che, anche se non lo voterebbero mai («un erede di Almirante, come si fa?»), restano ad ascoltarlo rapiti.

I motivi per cui Fini sembra di sinistra sono tanti.

Innanzi tutto, l’atto di plateale insubordinazione a Berlusconi, con tutti i dettagli di rito: dito puntato, muso duro, parole ferme.

E poi i temi. Nel discorso di Mirabello Fini ha parlato, fra l’altro:

(1) di lavoro precario, scuola e disoccupazione;

(2) di necessità di investire sulla cultura e sul welfare, un welfare che non si rivolga solo alle categorie disagiate (ammalati, disabili, anziani), ma sia a sostegno della famiglia (e qui io intendo «lavoro delle donne», ma lui purtroppo ha parlato di «famiglie monoreddito»);

(3) di giovani e fiducia nel futuro.

È chiaro: Fini si ispira alla destra tradizionale che condivide, come tutti sanno, questi temi col socialismo tradizionale.

E tuttavia, tornando all’attualità, il punto non sono i temi, ma il modo in cui vengono comunicati. E cioè: anche i leader del Pd (Bersani, Veltroni, Franceschini) parlano di lavoro precario, scuole, welfare, giovani e compagnia bella.

Ma la retorica del Pd è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, siamo con voi perché siamo come voi». Non credibile, detto da anzianotti (di mente, prima che anagrafe), che guadagnano un sacco di soldi al mese e hanno stili di vita totalmente diversi da quelli della gente a cui pretendono di assimilarsi.

La retorica di Fini invece è: «Cari precari, cari giovani, cari disagiati, io sono con voi anche se non sono affatto come voi (per esempio io sto in Parlamento e voi no). Ma vi prometto che mi occuperò di voi come un buon padre di famiglia, perché è giusto farlo e perché sono abbastanza competente e affidabile per farlo».

In altre parole, Fini promette cose, mentre a sinistra si piange e ci si compiange assieme al pubblico. Inoltre, la promessa non suona ipocrita in partenza, perché non si fonda su una falsa assimilazione. Last but not least, è rassicurante, perché è comodo pensare che qualcun altro più capace e potente di noi si occupi di risolvere i nostri problemi. Non male, eh?

Ecco il passaggio «più a sinistra» del discorso di Mirabello:






Il linguaggio oscillatorio di Bersani

6 09 2010

Il linguaggio di Pier Luigi Bersani oscilla, a cadenze ormai regolari, fra questi due estremi: il burocratese e il turpiloquio.

Nei primi mesi dopo la nomina a segretario del Pd, si limitava al burocratese. Il che era in curiosa contraddizione col fatto che Bersani fosse stato presidente della Regione Emilia-Romagna proprio negli anni in cui – dal 1993 al 1996 – questa cominciò a sburocratizzare il suo modo di comunicare con i cittadini.

L’avevamo commentato in questo post:

La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010

Da un certo momento in poi, però, Bersani (o chi per lui) deve aver pensato che bisognava avvicinare il suo linguaggio a quello della «gente». Ottima intenzione. Allora deve aver pensato (lui o chi per lui) che introdurre ogni tanto una parolaccia poteva essere un buon modo. Pessima soluzione.

Ricordi quando, il 22 maggio, chiuse l’Assemblea Nazionale del Pd dicendo che Mariastella Gelmini «rompe i coglioni» agli insegnanti? Ne parlammo qui:

Bersani, il turpiloquio e la Gelmini, 24 maggio 2010

Un altro esempio è di pochi giorni fa, il 2 settembre. Nel discorso di inaugurazione della nuova sede fiorentina del Pd regionale, Bersani ha detto che «il berlusconismo fa regredire la politica alla fogna»:

Il problema, come ho detto in altre occasioni, non è il turpiloquio: le parolacce possono essere usate in politica – anche da chi non ne fa una cifra stilistica – se hanno una funzione e una pregnanza nel contesto in cui sono usate. Se aggiungono impatto emotivo a contenuti precisi.

Ma il turpiloquio di Bersani è una pessima soluzione perché:

(1) Abbassa ulteriormente i toni già infimi della comunicazione politica italiana, che preferisce l’insulto all’argomentazione e alla presentazione pacata di contenuti e programmi.

(2) Non è originale, ma scimmiotta i peggiori trucchetti demagogici di Bossi, Grillo e Di Pietro.

(3) Regala agli avversari più accorti l’opportunità di replicare facendo i signori. Fece un figurone la Gelmini a maggio («Non commento, siamo qui per discutere di cultura e legalità»), e altrettanto hanno fatto qualche giorno fa Bondi («Se un uomo politico come Bersani giunge ad esprimersi con tali sorprendenti parole vuol dire che il Pd ha cessato di esistere politicamente») e Cicchitto («La politica diventa una fogna quando un segretario di partito parla in questo modo»).

(4) Non soppianta, infine, il burocratese ma vi si aggiunge come un corpo estraneo, cioè non trasforma Bersani in un Bossi di sinistra, ma crea un pasticcio comunicativo che disorienta gli elettori.

Non a caso lo stesso Bersani, forse intuendo che qualcosa non va, il giorno dopo l’uscita della «fogna», alla festa nazionale di Alleanza per l’Italia, è tornato indietro: «Ieri forse ho usato una parola un po’ forte, ma si può arrivare a livelli di avvilimento totale». Oscillazione, appunto.

Traduco con parole mie: «Scusate se ogni tanto parlo male, ma sono molto depresso». :-D





La differenza di Wind

3 09 2010

In agosto è andato in onda il nuovo spot istituzionale di Wind – curato dall’agenzia DDB – che si nota per diversi motivi.

Innanzi tutto mancano Aldo, Giovanni e Giacomo, da anni testimonial di Wind. Il che già distingueva Wind fra gli operatori italiani di telefonia mobile: tre uomini bruttini che fanno ridere o almeno sorridere (un certo target), invece di corpi femminili anonimi (vedi la campagna di 3 qui e qui discussa), invece di Belén Rodríguez per Tim (testimonial che si distingue per il corpo), invece della coppia Totti+Blasi per Vodafone (testimonial femmina+maschio, ancora una volta famosi per le qualità fisiche: bellezza+prestanza atletica).

Inoltre, sulle note di Hey, soul sister di Train, Wind ringrazia i 22,78 milioni di clienti che l’hanno scelto, alludendo solo implicitamente ad alcuni servizi.

Nulla di particolarmente originale, beninteso: la retorica del ringraziamento ai clienti è usata spesso dalle aziende per costruire, confermare e rinforzare l’idea di appartenenza a un gruppo sociale («siamo belli, siamo tanti…»), oltre che a un marchio (il che, in un settore in cui nessuno è sicuro che le proprie tariffe telefoniche siano davvero più convenienti di altre, è tutto ciò che conta).

E tuttavia, nel contesto italiano della comunicazione degli operatori di telefonia mobile, pare una stella cometa.





Uno stage a Parigi (pagato) 2

1 09 2010

Ricevo da Bernardo – che si è laureato con me alla magistrale in Semiotica un anno fa – un’offerta di stage presso WinComparator, azienda dove lui stesso oggi lavora grazie a un annuncio che avevo pubblicato in ottobre, su segnalazione di un altro studente.

Sono felice che la rete dei miei studenti (passati e presenti) possa servire concretamente a qualcuno per trovare lavoro. :-D

Ecco l’offerta di oggi:

Nato 2 anni fa, WinComparator è uno start-up che cura un sito web innovativo per l’informazione sportiva e le scommesse sportive in Europa. Multilingue (francese, inglese, spagnolo, tedesco, polacco, italiano, greco, danese, portoghese), il sito prevede uno sviluppo in diversi paesi europei.

WinComparator

WinComparator cerca – con una certa urgenza – collaboratori che in prospettiva possano svolgere il ruolo di SEO Traffic Manager, con questi compiti:

- Approfondimento del mercato locale, e del suo ambiente web.

- Redazione di contenuti sullo sport, pronostici, agenda, ecc.

- Ricerca di partner web (Netlinking) con siti locali.

- Controllo e analisi di campagne d’affiliazione, acquisto di traffico e e-mailing.

- Determinazione del pubblico target, definizione delle sue attese e delle risposte.

- Creazione di report, benchmark, performance di visibilità, audience, ROI.

In concreto, lo/la stagista assisterà un country manager e participerà allo sviluppo del sito a livello internazionale, incrementando la sua notorietà in Italia, in lingua italiana.

Data di inizio dello stage: al più presto possibile.

Sede: Parigi

Durata: minimo 6 mesi.

Remunerazione: convenzione di stage, 443 euro al mese.

Lo stage è particolarmente indicato se te la cavi con la lingua francese, sei appassionato/a di calcio e sport in generale, hai buona familiarità con la rete e in particolare con i social network, i blog e tutto il cosiddetto web 2.0, hai voglia di entrare a far parte di un’équipe giovane e internazionale.

Se pensi che la cosa possa interessarti, manda la tua candidatura (cv + lettera di motivazione) con subject «RH – SEO, Italy» a questo indirizzo:

job chiocciola wincomparator.com

Last but not least: di’ che hai trovato l’annuncio su questo blog! :-)





Hey Baby

31 08 2010

Hey Baby è un videogioco sviluppato da Suyin Looui, una giovane progettista multimediale di origini asiatiche, che lavora fra USA, Regno Unito e Canada. Il gioco è uno sparatutto in prima persona, tecnicamente di basso profilo, che si può giocare gratuitamento sul sito heybabygame.com e fra giugno e luglio ha suscitato un bel po’ di polemiche.

Racconta Suyin Looui che l’idea le è venuta dopo essere stata apostrofata sulla metropolitana di New York, per l’ennesima volta, da un uomo che le ha sussurrato «hot ching chong», dove «hot» vuol dire «calda» e «ching chong» è un dispregiativo per definire gli orientali.

Per farla pagare a quell’uomo e agli altri come lui, Suyin Looui ha realizzato Hey Baby, il cui payoff è «Its’ payback time, boys». Protagonista è una donna che cammina in un’ambientazione newyorkese e ammazza senza pietà tutti gli uomini che le rivolgono commenti volgari come «I like your bounce, baby», ma spara anche a quelli che si limitano a dire «I don’t mean any disrespect, but you’re beautiful», «Can I help you, miss?», o «God bless you». Tutti i commenti si trasformano in epitaffi sulla lapide che sorge dopo la morte di colui che li ha pronunciati, e in breve la città si trasforma in un cimitero sanguinolento.

Per inciso: il gioco non permette di sparare alle donne che la protagonista incontra, né agli uomini che passano senza importunarla. Inoltre, permette di risolvere gli incontri non offensivi con un «Thank you, have a great day», e l’uomo se ne va in una nuvola di cuori rosa. Ma dopo un po’ che giochi, finisci per sparare a tutti. Provare per credere.

E così, alcuni uomini si sono sentiti offesi, evidenziando che uno sparatutto al contrario – con un maschio che ammazza le donne che incontra per strada – sarebbe inconcepibile. O hanno trovato inaccettabile equiparare qualunque attenzione maschile a un atto di violenza. Leggi, per tutti, il commento acuto di Seth Schiesel sul New York Times, che – dopo aver ammesso di essersi sentito per un attimo offeso – conclude definendo Hey Baby «not as a game but as a provocative, important work of interactive art as social commentary» («A Woman with the Firepower to Silence Those Street Wolves», June 7, 2010).

Cosa penso di Hey Baby? A fine luglio me lo ha chiesto la redazione di Ustation, che ci ha scritto un articolo («Hey Baby, la vendetta (per gioco) delle donne»).

Ecco l’audio dell’intervista (dura 7’29”):


Ed ecco il trailer di Hey Baby:






Chi legge, si vede

30 08 2010

Il 1 agosto la Fieg (Federazione Italiana Editori di Giornali) ha lanciato una campagna volta a «promuovere – dice il comunicato stampala lettura dei giornali e delle riviste presso tutti i potenziali lettori».

Realizzata dall’agenzia TBWA Italia, la campagna è contraddistinta dalla headline «Chi legge, si vede», durerà fino a fine settembre e comprende due annunci stampa e alcuni radiocomunicati. Poiché sono tornata da pochi giorni in Italia, non ho ancora sentito i radiocomunicati (sul sito Fieg, benché promessi, non compaiono), ma ho visto gli annunci, grazie alla segnalazione di Luca T. e Rita.

Ecco l’annuncio rivolto alle donne (clic per ingrandire):

Fieg “Chi legge, si vede" per donne

E questo è per gli uomini (clic per ingrandire):

Fieg “Chi legge, si vede" per uomini

Luca T. esprime il suo dissenso con queste parole: «Non il primato del sapere, ma quello della vista. Conta ciò che si vede. Conta il pudore, la paura di essere esclusi, non la conoscenza e le sue virtù, premio sì loro stesse. Agghiacciante».

E Rita – pur con toni meno accesi – rincalza: «A me sembra (da non esperta di questo tipo di comunicazione) che la pubblicità non faccia venire molta voglia di leggere (non sto avvertendo un impellente desiderio di uscire di casa e comprarmi un giornale cartaceo) e non riesca a superare la barriera di scarsa empatia e “freddezza intellettuale” nella quale si arenano quasi tutte le pubblicità relative alla lettura che ho visto negli anni».

Concordo con entrambi. E tuttavia non resto «agghiacciata» come Luca, ma mi limito a prendere atto – mestamente – della consueta pochezza di idee che affligge i pubblicitari italiani (e le istituzioni che li pagano) quando cercano di promuovere la lettura (vedi anche la recente campagna «Se mi vuoi bene, regalami un libro»).

Invece di immaginare un modo interessante e nuovo per rendere appetibile la lettura, hanno pigramente preferito far leva sull’unico perno valoriale attorno a cui ruota la società italiana dagli anni ’80: l’apparenza, la visibilità, il conformismo sociale.

Se leggi, la cosa ti si cuce addosso come un vestito alla moda, che tutti apprezzeranno. Altrimenti resti in mutande. Se leggi, sei «in» (tutti chiacchierano e ridono con te), altrimenti sei «out».

A peggiorare ulteriormente le cose, invece di limitarsi alla strategia della seduzione, tipica della pubblicità commerciale («Chi legge, si vede» = «Chi compra questo prodotto diventa bello, buono, ecc.»), TBWA Italia e Fieg l’hanno combinata con quella della minaccia («Se non leggi, finisci in un incubo di esclusione»), tipica delle meno riuscite comunicazioni sociali, che propongono cose da non fare («non fumare, non correre in auto, non drogarti, ecc.») e modelli negativi da non imitare.

Il che spiega perché, come dice Rita, «non sto avvertendo un impellente desiderio di uscire di casa e comprarmi un giornale cartaceo».

Ah… dimenticavo: buona ripresa a tutti! :-D





Il linguaggio di Vendola (3)

2 08 2010

Dopo aver preso in considerazione alcuni aspetti problematici della comunicazione di Vendola (vedi Il linguaggio di Vendola (1) e Il linguaggio di Vendola (2)), cerco di focalizzare quelli che mi sembrano i punti forti non solo del suo linguaggio, ma dei contenuti che esprime.

La sua novità (e forza) principale è quella di introdurre nel discorso politico i temi fondamentali della vita.

Per  dirla con le parole che ha usato nel «discorso della luce» tenuto a Bari il 18 luglio, sono i «temi della comunicazione, della complessità ambientale, del rapporto tra maschile e femminile, della pace e della guerra, della scuola e dell’università, del lavoro che non c’è o del lavoro sporco che c’è, sottoposto a una specie di apnea».

È questa lacuna gravissima della politica italiana che Vendola cerca di colmare: parlare della vita di tutti i giorni delle persone concrete, in carne e ossa, tener conto del fatto che le persone hanno un corpo, provano emozioni, affetti, dolori, amori, ma soprattutto stanno in relazione con altre persone che vivono anche loro emozioni, affetti, dolori.

Ma non basta: il leader parla di tutto ciò mostrando chiaramente le proprie emozioni, i propri affetti e dolori, le proprie debolezze. Il leader si commuove, si agita, suda, ride, si appassiona. È per questo che il linguaggio di Vendola appare autentico: non parla solo di emozioni, ma di volta in volta le mostra senza vergognarsene.

Inoltre Vendola esprime un’emotività e una carnalità che cercano di star fuori – una buona volta – dai binari dalla comunicazione di massa. Fuori dalla perfezione delle immagini pubblicitarie, dal superomismo e dalla competizione a tutti i costi.

Come quando a Lecce, in Piazza Sant’Oronzo il 27 marzo scorso, ha detto:

«Non sono una tragedia le rughe e i capelli bianchi. Noi siamo belli perché siamo pieni di difetti, non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo gracili, perché abbiamo paura, perché ci tremano le gambe, perché abbiamo bisogno di lavoro, non per il potere».

O quando, chiudendo il «discorso della luce» del 18 luglio a Bari, ha detto:

«Noi non dobbiamo anestetizzare il nostro dolore, ma lo dobbiamo usare per capire di più. Il dolore che proviamo deve diventare una lente di ingrandimento per vedere meglio i fenomeni sociali, i fenomeni culturali e i fenomeni politici».

È questa la ricchezza della comunicazione di Vendola. Chiunque – lui o altri – sappia toccare queste corde evitando il burocratese e il politichese, ha ottime chance nel deserto della comunicazione politica italiana.

Se poi dietro alle parole ci fossero programmi innovativi, forze economiche sufficienti a reggere il gioco politico e staff preparati… be’ sarebbe un vero miracolo.

E con questa nota di speranza, ti auguro buone vacanze.

Ci rileggiamo a fine agosto.

:-D





Due stage a Las Palmas de Gran Canaria

29 07 2010

Apprendo dalla collega Pina Lalli della possibilità di due tirocini all’estero, che non prevedono gettone di rimborso spese, ma possono essere presi in considerazione per partecipare al Bando Erasmus Placement, che in genere comporta un contributo di circa 600 euro al mese (la pubblicazione del bando 2010-2011 presso l’Università di Bologna sarà più o meno a fine settembre 2010).

Ecco l’annuncio:

Azienda: Servipublic Canarias S.L., c/ Pintor José Arencibia Gil, nº4, 35001 LAS PALMAS DE GRAN CANARIA, tel.: +34 928 366 230, fax: +34 928 384 206, sito web: www.servipublic.com. È un’agenzia di servizi che dal 1989 si occupa di marketing promozionale e organizzazione eventi.

Contatto: Cristina Pulido Alvarado, direttrice, e-mail: cristina chiocciola servipublic.com.

L’azienda offre due opportunità di stage: (1) Area comunicazione e marketing; (2) Area produzione multimediale.

STAGE 1 – Aree disciplinari: marketing, comunicazione.

Descrizione: Organizzazione di campagne di marketing locale, nazionale e internazionale, campagne pubblicitarie e di promozione di eventi culturali:

- ideazione;

- creazione di un gruppo di lavoro, web mail e web marketing;

- realizzazione: 1. media (carta stampata, radio, televisione), 2. materiali promozionali, 3. risorse umane (selezione del personale, briefing, formazione di un gruppo di lavoro), 4. relazioni pubbliche;

- realizzazione della campagna: analisi dei risultati dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

Durata: Minimo quattro mesi anche se l’ideale sono sei mesi.

Remunerazione: Nessuna.

STAGE 2 – Aree disciplinari: Fotografia, audiovisuale, fonica.

Decrizione: Fotografia (organizzazione di sessioni fotografiche per modelli adulti e bambini; creazione di book, casting virtuali, ecc.).

- TV (spot pubblicitari e programmi);

- video (presentazioni);

- realizzazione e gestione della pagina web (redazione testi, foto, notizie).

Durata: Minimo quattro mesi anche se l’ideale sono sei mesi.

Remunerazione: Nessuna.





Il bavaglio ai blog spiegato in 10 punti

28 07 2010

Nel testo della legge sulle intercettazioni, pur emendato, è rimasta l’estensione ai blog dell’obbligo di rettifica entro 48 ore previsto per la stampa da una legge che risale al 1948, pena multe salate come se i blog fossero testate giornalistiche a tutti gli effetti. Della questione si sono occupati negli ultimi giorni molti blogger, e per protestare contro quello che è stato chiamato il «bavaglio ai blog» ci saranno, fra stasera e domani, diverse iniziative e manifestazioni davanti a Montecitorio.

Per chiarirti le idee sulla questione ti consiglio di leggere, fra gli altri, il blog Scene digitali di Vittorio Zambardino, dal post La rete non merita il bavaglio a oggi, e il post di Luca De Biase del 27 luglio Articolo 1, comma 29: non avere paura. Guardati anche il video di Guido Scorza Il punto: la rete sotto attacco.

Ma il compendio più stringato e completo l’ho trovato ieri sul blog Diritto&Internet dell’avvocato e collega Giusella Finocchiaro, docente di diritto di internet e diritto privato all’Università di Bologna. Giusella tiene questo blog dal luglio 2009 e ti consiglio di seguirlo per avere aggiornamenti giuridicamente ineccepibili, ma nello stesso tempo scritti in modo comprensibile ai non addetti ai lavori, in materia di diritto dell’informatica e di internet.

Ecco il compendio:

DIECI COSE CHE NON SI POSSONO NON SAPERE SULL’OBBLIGO DI RETTIFICA PER I BLOG

«Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.

Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.

10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….

1) Che cos’è il diritto di rettifica?

È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.

In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.

2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?

Nei giornali o in televisione.

3) Quali sono oggi le norme di riferimento?

a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .

b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.

4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?

Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).

5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?

Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.

Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.

6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?

E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.

7) Il blog è un giornale?

No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.

8) Il blogger è un imprenditore?

Non in quanto blogger.

9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?

Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).

10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?

No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.

La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.»





Il linguaggio di Vendola (2)

27 07 2010

Proseguo la riflessione di ieri sul linguaggio di Vendola, e mi concentro su un’altra caratteristica che può diventare un problema se davvero lui vuole, come dice, rivolgersi a tutto il paese e non solo alla Puglia, per «vincere senza paura di perdere».

Vendola usa troppe espressioni e citazioni colte. Inoltre le condisce di burocratese, e lo fa un po’ troppo spesso per riuscire davvero a «parlare a tutti», e cioè anche alle persone economicamente, socialmente e culturalmente più deboli, come dovrebbe fare un leader di sinistra.

Pesco qua e là dai discorsi degli ultimi mesi: da quelli con cui ha chiuso la campagna elettorale (a Lecce e Bari, fine marzo 2010) a quelli con cui ha festeggiato l’elezione; dai discorsi di apertura e chiusura degli stati generali delle Fabbriche di Nichi (trovi tutto sul suo canale YouTube) a un’intervista rilasciata al Caffè di Corradino Mineo («Sparigliare, che cosa?», Rai News 24, 21 luglio 2010).

Citazioni: dal «camminare domandando» del subcomandante Marcos a diversi passaggi delle sacre scritture; dalla «contraddizione in seno al popolo» di Mao Tse-Tung al «principio speranza di cui parlava Ernst Bloch»; da «Altiero Spinelli, chiuso nel confino di Ventotene» alla necessità di «quella che Pasolini avrebbe chiamato una “mutazione antropologica”».

Dal mio punto di vista andrebbero eliminate le citazioni movimentiste (come il subcomandante Marcos) perché gli alienano gli elettori moderati, e andrebbero semplificate e sdrammatizzate (quando non a loro volta eliminate) quelle troppo dotte (quanti sanno chi era Spinelli? E Bloch?).

Burocratese: comincio qui una lista che, se ascolti bene tutti i discorsi che ho menzionato, puoi continuare tu.

Vendola parla ad esempio di «transazione delle transazioni finanziarie» e di «finanziarizzazione dell’economia»; ma dice anche cose come: «la destra e Tremonti hanno mutato la morfologia di questo paese e chi stava in alto ha visto implementate le proprie azioni», «se la pubblica amministrazione ha una funzione ancillare del sistema di potere, allora…», «bisogna ricostruire una griglia, un’igiene istituzionale».

Infine pone a se stesso e al suo pubblico domande come: «perché la sinistra non è stata in grado di mettere in piedi un dispositivo di linguaggio, un codice, un’utopia?», che non starebbero male in un contesto di riflessione accademica sulla comunicazione politica.

Per non parlare di quando se ne esce con frasi come «dobbiamo inglobare l’efficientamento energetico», che non hanno nulla da invidiare al burocratese di Pier Luigi Bersani (di cui abbiamo parlato in: La doppia negazione di Pier Luigi Bersani, 12 gennaio 2010 ).

Un uso eccessivo di citazioni e espressioni dotte, combinato alle metafore di cui s’è detto ieri, conferisce ai discorsi di Vendola un complessivo tono aulico, che a tratti suona vuoto. Come ben evidenzia Checco Zalone in questa imitazione:





Il linguaggio di Vendola (1)

26 07 2010

Dopo l’elezione di Vendola a presidente della Puglia, le Fabbriche di Nichi si sono rapidamente moltiplicate in tutta Italia (qualcuna anche all’estero), e oggi sono 365 (ma aumentano di ora in ora). Inoltre, come sappiamo, nel discorso di chiusura degli stati generali delle Fabbriche – il 18 luglio a Bari – Vendola si è candidato leader del centrosinistra nazionale.

È dunque in vista di questo obiettivo che vale la pena riflettere sul linguaggio immaginifico con cui Vendola arringa le folle. È proprio quel linguaggio, infatti, che gli ha valso l’appellativo di «poeta». Che per i sostenitori vuol dire «d’animo sensibile», «autentico», «capace di parlare al cuore». Ma per gli avversari significa «parolaio», «poco concreto», «sognatore».

Vendola è «poeta» anzitutto perché usa metafore. Alcune sono talmente vivide che diventano immediatamente slogan, e come tali sono infatti riprese dall’agenzia di comunicazione Proforma, che cura la comunicazione di Vendola. (O viceversa: magari a volte sono loro stessi a suggerirgliele.)

Prendi per esempio il riferimento al vulcano islandese Eyjafjallajökull, per cui le Fabbriche di Nichi (esse stesse una metafora) sono state definite «eruzioni di buona politica».

E prendi l’idea di chiamare il discorso di chiusura degli stati generali «discorso della luce», che viene da questa frase di Vendola:

«dobbiamo essere una lucerna che consente di illuminare gli angoli bui dell’organizazione della vita, noi perdiamo quando ci perdiamo, quando non abbiamo più un fascio di luce che illumina anche ciò che ci impedisce il cammino. Illuminare è costruire insieme l’etica del cammino».

Ma l’abilità di Vendola nel produrre slogan non si avvale solo di metafore. Pensa per esempio a quando incita il pubblico – sempre nel discorso di chiusura – dicendo che bisogna «cercare di vincere senza paura di perdere». O quando ripercorre la vicenda pugliese delle ultime regionali dicendo di aver fatto il «doppio movimento» di «sconfiggere il centrosinistra per sconfiggere il centrodestra».

Insomma, Nichi è una fabbrica di ossimori, chiasmi, inversioni e altre figure retoriche. Che nell’insieme seducono anche chi, magari, non le capisce né ricorda perfettamente. Anzi a volte incantano a maggior ragione per questo: non importa cos’ha detto di preciso, perché resta un’impressione vaga di maestria, di abilità linguistica, che contribuisce a dargli carisma. Com’è bravo lui, come vorrei essere lui...

Ma in vista dell’obiettivo nazionale, mi chiedo: riuscirà Vendola ad affiancare al linguaggio immaginifico una dose sufficiente di proposte concrete? Perché le metafore funzionano per regalare sogni e speranze ai più giovani simpatizzanti di sinistra. O per riaccendere la nostalgia di qualche vecchio compagno, che comunque avrebbe votato a sinistra.

Ma per guadagnare i voti degli elettori del centro-nord che un tempo votavano a sinistra e ora si astengono o votano Lega, ad esempio, ci vogliono parole semplici e pochi fronzoli. Ci vogliono numeri e riferimenti alla vita di tutti i giorni.

Per questi elettori il linguaggio di Vendola ha anche altri problemi, su cui tornerò nei prossimi giorni.

Ma intanto ascolta il «discorso della luce» (Bari 18 luglio 2010):






Lo storytelling di Facebook

23 07 2010

Facebook ha raggiunto 500 milioni di utenti nel mondo. Lo ha annunciato con un video mercoledì 21 luglio lo stesso fondatore Mark Zuckerberg che, nel commentare l’evento, ha detto di essere felice non tanto del numero quanto delle innumerevoli storie che ogni giorno gli arrivano da tutti gli angoli del mondo, a testimoniare l’incidenza di Facebook nella vita delle persone.

Per questo ha pensato bene di inaugurare uno spazio dove ciascuno può raccontare la sua storia: http://stories.facebook.com/.

Ed ecco applicato anche a Facebook l’ultimo tormentone del marketing: lo storytelling (se non ne sai nulla, leggi il libro di Christian Salmon, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, 2008). A quelli che ancora si ostinano a salutarlo come una novità, ricordo che se ne parla – anche in Italia – almeno da quando, nel 2002, Luisa Carrada segnalava We all love a story: «Non è il titolo di una canzone – spiegava – ma quello di un articolo apparso sul prestigioso sito di web marketing ClickZ. Il tema: la comunicazione di prodotto business-to-business. La raccomandazione: non descrivete i prodotti, ma raccontate come riescono a cambiare la vita quotidiana della gente».

In questo ambiente di Facebook puoi leggere storie come quella di Açil Jerbi, giovane tunisino: «My name is açil im a normal teenager from tunisia. one day i was surfing the internet; i saw a blog of a canadian girl! so it was a love of first sight! its now 2years together; we chat, we like each other, im always dreaming about her and so she does; i became popular in canada and our story is weird; but we never met..i think its an impossible love we are so far away; could it be possible that we got marry one day?».

O quella di Patti Giddy, di Cape Town: «Hearing the news of my son’s death was one of the loneliest moments in my life, but after a few hours, a beautiful outpour of love and wonderful memories were posted on his Facebook page. Through Facebook, our family has been able to draw incredible comfort and consolation. Thank you for making this world a more human place as we share so much of our lives through you».

Ma c’è anche Riccardo Fride, di Dolo, Veneto: «I promoted a fundraising campaign to support Associazione “IL PORTICO” in empowering its theater with disabled people program. FB helped me to spread the voice, gain supporters, finding donors, generate buzz! The result was 2K € and professionals helping this program to develop and grow! One year after there’s one new performance of this incredible performers ready to be shown! Thank you FB! :) ».

Prevedo che prima o poi uscirà un libro con le storie migliori. Ti conviene metterci subito la tua.

Vedi mai ti facesse ottenere i 15 minuti di celebrità di cui parlava Warhol. ;-)





Quando l’imprenditore chiede scusa

21 07 2010

Qualche giorno fa Guido mi ha segnalato che in Sicilia, per pubblicizzare gli impianti della ditta Cauldron Holding, che lavora nel settore delle energie rinnovabili, sono apparsi questi poster (clic per ingrandire):

Cauldron Impianti Poster

Dopo la protesta di molte donne, e in particolare dopo quella dell’associazione Donne in quota (questa è la lettera che avevano scritto), Federico Calderone, titolare della Cauldron, ha mandato una risposta che mostra chiaramente il contesto culturale in cui nascono certe rappresentazioni svilenti. Che al committente (e all’agenzia che le propone) appaiono del tutto «normali» – cioè non più offensive di mille altre – e magari «spiritose».

Non solo nel sud Italia (non pensare che sia solo un problema del sud), ma in tutta la penisola.

Ecco la risposta (i grassetti sono miei):

Spett. Associazione donne in quota,

La presente per rispondere alla Vs comunicazione in merito alla campagna pubblicitaria “scandalo” da voi sotto riportata e rassicurarVi del fatto che i cartelli saranno sostituiti in giornata.

Mi scuso personalmente per il movimento creato dal messaggio, definito da alcuni dei Vs collaboratori indecoroso e sessista, di certo non era una campagna creata per fare scalpore,  se pur vero che contenesse  un messaggio forte, non si discosta tanto dalle migliaia di campagne pubblicitarie propinateci giornalmente da aziende di lingerie o dai media che trasmettono su canali frequentati da bambini messaggi e immagini hot in orari pomeridiani, ma soprattutto essendo un imprenditore che ha avuto la fortuna di operare su territori diversi, Milano, Firenze, Roma, dove la comunicazione è piena di messaggi sarcastici e  coadiuvanti dove una campagna come quella proposta dalla nostra azienda sembrerebbe un messaggio innocente e simpatico e di sicuro stimolo, non mi sarei mai aspettato un riscontro di immagine negativa in questo senso, in una città che si ritiene tanto aperta dove basta fare una passeggiata sul percorso pedonale per vedere donne uomini che di sicuro trasmettono molto meglio la parola “osceno” nei movimenti abbigliamento ecc… e mi chiedo:  anche in quel caso dovremmo tenere i ns bimbi in casa?

Non vuole essere una polemica ne un mezzo di giustificazione, quindi la risposta alla vostra domanda cioè se il prodotto trattato dalla mia azienda poteva essere meglio narrato ovviamente rispondo credo di si… viste le critiche mosse in questo senso, ovviamente ci tengo a sottolineare che abbiamo ricevuto tantissime telefonate e mail di richieste sul nostro prodotto nonché complimenti per la campagna pubblicitaria e questo anche da donne che sicuramente non si sono sentite offese o  disturbate, è importante capire che ne io ne la mia società abbiamo intenzione di far crescere messaggi e o atteggiamenti svilenti per la donna o per l’umanità in genere, all’incontrario appoggiamo in questo senso la crescita di una società consapevole e razionale che non proponga atteggiamenti negativi come esempio per i nostri figli.
Di conseguenza chiedo scusa a nome mio e della Cauldron se il messaggio lanciato dalla società di comunicazione al quale ci siamo rivolti lede in qualche modo lo spirito sopra descritto, aggiusteremo senzaltro il tiro riguardando più e più volte le campagne proposte dalle agenzie di comunicazione,  allo stesso modo mi ritengo però danneggiato da componenti di alcune associazione a cui voi fate riferimento che a differenza della Vs comunicazione che ci è pervenuta e avete lanciato nei vari organi competenti ma con grande onestà e spirito di riflessione anno optato per insulti e ingiurie senza neanche riflettere sul percorso della mia azienda che rappresenta senzaltro un grande esempio di valorizzazione di imprenditoria giovanile in italia e che crea decine di posti di lavoro in loco, e soprattutto senza riflettere sul fatto che da 6 anni a questa parte che operiamo sul territorio mai una delle nostre campagne, gesti o azioni era stata sottoposta a critiche di qualsiasi natura, questo dimostra la nostra buona fede, è sarebbe senzaltro più giusto il dialogo piuttosto che l’aggressione.
Detto questo Vi ringrazio per il vostro appunto e spero che comprendiate la buona fede con il quale si è svolta la campagna.

Calderone Federico.





Non tutti gli stage vengono per nuocere

20 07 2010

Si diceva qualche giorno fa, commentando l’uscita del libro di Eleonora Voltolina La Repubblica degli Stagisti, che oggi in Italia meno di un tirocinio su dieci si trasforma in un contratto.

Quando succede, però, è una festa.

A Gaia, per esempio, è andata bene. Magari non sarà il lavoro della sua vita, ma è un primo vero lavoro.

Perciò le ho chiesto di riassumere la sua esperienza su questo blog, con l’idea di incoraggiare i ragazzi che, a furia di sentir parlare di crisi e stage finiti male, rischiano di perdere le speranze.

Ecco cosa ci racconta:

Ogni mattina ci svegliamo, qualcuno legge i giornali, altri guardano i telegiornali, altri ancora ascoltano le news alla radio. I più pigri buttano l’occhio in un negozio vuoto, e tutti arriviamo alle stesse conclusioni: che la vita è difficile e c’è la crisi.

Mi domando allora: come possiamo, oggi, studiare e avere fiducia in un futuro lavorativo senza avere paura?

Per fortuna mi ha aiutata quella che io chiamo una sana incoscienza che arriva al momento giusto…

Ho deciso di fare lo stage facoltativo offerto dal triennio di Scienze della comunicazione per fare un’esperienza, per capire quello che avrei potuto, voluto e dovuto fare un domani. È facile smarrirsi durante le ricerche, ma ho capito che bisogna perseverare con grinta perché ne vale sempre la pena: siamo noi e il nostro futuro a essere in ballo.

Dopo tanti no e tantissimi silenzi ero avvilita, ma ho continuato senza demordere, con sempre più determinazione. Finalmente un’agenzia di marketing e comunicazione mi ha aperto uno spiraglio.

Inizialmente perplessa, mi sono affacciata a un mondo che mi ha riservato molte sorprese. Ogni giorno andavo al lavoro, contenta o triste non ha importanza, ma tutto quello che facevo lo facevo con passione, e quella passione forte per le cose in cui credo e per le mie idee la trasmettevo con tutta me stessa.

Alla fine, quella che doveva essere un’esperienza di pochi mesi è diventata un contratto di lavoro. Sono entrata a far parte di un’agenzia che si occupa di comunicazione a tutto tondo: seguo il cliente dalla creazione di un piano di comunicazione costruito su di lui (posizionamento, target, strategia, media planning) fino alla realizzazione della grafica e dei testi per pagine pubblicitarie, cataloghi, siti internet.

In particolare preparo powerpoint, in cui analizzo e presento ogni cliente in base al suo target ideale, ai suoi competitor, ai suoi punti di forza. Sto facendo anche le prime esperienze come account junior: al seguito del mio titolare incontro i clienti e raccolgo i brief relativi alle loro esigenze. Aiuto inoltre la mia collega che segue l’ufficio stampa nella redazione di comunicati, nei recall dei giornalisti, nella presenza alle fiere internazionali. Contribuisco infine – nel mio piccolo – allo spirito di squadra, sdrammatizzando con qualche battuta al momento giusto. :-)

Quindi ragazzi, non mollate: ci vuole fortuna, sì, ma bisogna soprattutto avere costanza, credere in ciò che si sta dicendo e facendo, credere in noi stessi, ammettendo i nostri limiti e riconoscendo le nostre peculiarità, ma soprattutto mettere passione in ciò che si fa, provare emozioni forti e essere in grado di trasmetterle.

Avere paura dell’incerto è la cosa più normale che possa accadere, di questi tempi, ma se ce l’ho fatta io non vedo perché non dovreste farcela anche voi!





Emergenza caldo, emergenza freddo

19 07 2010

Negli ultimi giorni è rimbalzata sui giornali italiani questa notizia: nel trimestre aprile-giugno 2010 il National Climatic Data Center del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha registrato nel mondo le temperature più alte da quando ha cominciato a raccogliere dati, e cioè dal 1880.

A quanto pare i dati, raccolti sia in terra che in mare, dicono che la temperatura media del mese di giugno 2010 è stata 16,2°C, cioè 0,68°C sopra la media del ventesimo secolo, che è di 15,5°C, mentre la temperatura media sulla terraferma è stata di 1,07°C superiore alle medie dello stesso periodo.

Vedi per esempio questa notizia di Adnkronos/IGN: «Allarme afa: il 2010 è l’anno più caldo mai registrato», 16 luglio 2010, e questo articolo su Repubblica di Luigi Bignami: «I meteorologi: è caldo record. “Giugno più rovente di sempre”», 16 luglio 2010.

Ma come? Abbiamo già superato le temperature del 2003? Sul caldo eccezionale di quell’estate c’è addirittura una voce di Wikipedia: «Ondata di caldo dell’estate 2003».

Inoltre, ricordi che a maggio in Italia si parlava di emergenza pioggia? (vedi per esempio Sky Tg24 «Maltempo: in nord Italia è emergenza pioggia», 12 maggio 2010).

E ricordi che a marzo c’era l’emergenza neve? (vedi per esempio Adnkronos/IGN «Italia paralizzata dal maltempo, neve e bora a Trieste. Crollo all’ospedale di Messina», 10 marzo 2010).

Uhm, qualcosa non torna.

D’accordo, bisogna distinguere le medie mondiali da ciò che accade nei singoli paesi… però.

Continuo a pensare che qualcosa non torni.

:-o

Idea per una tesi (triennale o magistrale a seconda dell’approfondimento): analizzare la costruzione delle emergenze meteorologiche sulle maggiori testate giornalistiche italiane nel 2009-2010, confrontandola con quella di altri anni (ad esempio il 2003) e/o altri paesi, e verificando, per ogni notizia, i dati forniti dalle fonti scientifiche.

Per impostare il lavoro, vieni a ricevimento (a partire da settembre).





La fiction Magic Italy

16 07 2010

PRIMO EPISODIO

Nella notte fra il 7 e l’8 giugno 2009, durante uno speciale notturno del Tg 4 di Emilio Fede dedicato alle elezioni europee, il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla presenta il nuovo logo del turismo italiano, al quale – assicura – ha lavorato Silvio Berlusconi in persona, Magic Italy (clic per ingrandire):

Magic Italy 2009

Piovono le critiche dai grafici di tutta Italia e Brambilla in parte ritratta, sostenendo di aver presentato una versione ancora provvisoria. Il logo viene liberato dagli effetti di luce su fondo scuro, rideclinato su bianco e l’iniziativa va avanti.

SECONDO EPISODIO

A metà luglio 2009 nasce il portale turistico Italia.it, per avviare – si dice – una serie di iniziative di promozione del turismo. Costo complessivo: dieci milioni di euro (vedi il Protocollo d’intesa Brunetta-Brambilla).

TERZO EPISODIO

Nulla più si sa di queste iniziative (a parte l’esistenza di Italia.it), fino alla presentazione, il 7 luglio 2010, dello spot in cui la voce di Berlusconi invita gli italiani a fare le vacanze in Italia:

QUARTO EPISODIO

In una settimana si moltiplicano le critiche e le polemiche. Su YouTube pullulano le parodie. Ne ho scelte un paio:

QUINTO EPISODIO

Il 15 luglio 2010 BBC News fa un servizio sullo spot Magic Italy, facendo ironia sul protagonismo di Berlusconi, mettendo in rilievo le contraddizioni fra le bellezze di facciata e i problemi del debito pubblico e della manovra finanziaria, menzionando le parodie su YouTube. Il Fatto Quotidiano riprende il servizio e gli mette i sottotitoli in italiano:

SESTO EPISODIO

Gli snob di sinistra, i giornalisti italiani e stranieri, gli intellettuali – come sempre – non capiscono: l’immagine dell’Italia all’estero non c’entra nulla.

Con lo spot Berlusconi si rivolge ai suoi elettori, per rassicurare gli eventuali dubbiosi sul fatto che lui controlla la situazione, che l’Italia è il paese più bello del mondo, che non c’è bisogno di andare lontano per essere felici, che non bisogna ascoltare i gufi che parlano di crisi e problemi, perché sono brutti, vecchi e invidiosi.

È uno spot perfetto per la maggioranza degli italiani.

TO BE CONTINUED…





La Repubblica degli Stagisti

14 07 2010

Dall’eccellente lavoro di inchiesta fatto negli ultimi tre anni attorno al blog, prima, e attorno al sito, poi, della Repubblica degli Stagisti, la giornalista Eleonora Voltolina ha tratto il libro La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, appena uscito da Laterza.

Cover La Repubblica degli Stagisti

In Italia ci sono 400 mila, forse addirittura 500 mila stagisti ogni anno e il numero cresce anno dopo anno con percentuali a due cifre. I ragazzi fanno stage (o tirocini, come si chiamano quelli previsti per obbligo nei curricoli universitari) in multinazionali o microimprese, ditte private o enti pubblici, spesso a titolo gratuito, senza prendere nemmeno un rimborso spese, sperando che lo stage sia una porta d’ingresso per entrare mondo del lavoro.

Ma la speranza è spesso frustrata, perché si calcola che oggi meno di un tirocinio su dieci si trasformi in un contratto.

Tutte fregature? Assolutamente no.

A questo proposito Michel Martone, docente di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss Guido Carli di Roma – citato da Eleonora – distingue tra «stage fisiologici» e «patologici», mettendo nella prima categoria «gli stage utili, fatti durante l’università o appena dopo la laurea: un primo contatto per studenti e neolaureati con il mondo del lavoro» e nella seconda invece «quelli inutili, in cui le aziende prendono giovani uno via l’altro perché hanno bisogno di manovalanza a basso livello, per esempio per fare fotocopie o eseguire compiti semplici e ripetitivi, senza nessuna reale intenzione di formare né di assumere» (La Repubblica degli Stagisti. Come non farsi sfruttare, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 38).

Anche la questione del rimborso spese è relativa: se hai 20 anni, stai frequentando una laurea triennale, sei al primo stage e ti propongono un percorso formativo interessante con sole 250 euro di rimborso al mese, va bene. Se invece hai già preso una laurea specialistica, hai quasi 30 anni, sei al terzo o quarto stage e ancora ti propongono stage gratuiti o rimborsi spese inferiori alle 500 euro mensili, devi dire no.

Per chiarirti le idee – oltre a chiedere informazioni al tuo tutor universitario, per esempio me :-) – ti consiglio di leggere il libro di Eleonora: è un eccellente incrocio tra saggio, inchiesta giornalistica e guida, è scritto in modo scorrevole e mai noioso – nonostante il tema non sia dei più divertenti – e dice tutto quel che c’è da sapere sullo stage, raccogliendo anche le voci di tanti stagisti e ex stagisti che raccontano la loro storia.





Come la BP (non) ha gestito la crisi

13 07 2010

Dopo l’incendio e il crollo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della multinazionale British Petroleum – il 20 aprile scorso nel Golfo del Messico – la BP si è impegnata a rimediare nei fatti al disastro umano, ambientale ed economico che l’incidente ha determinato: il più grave – si stima – di tutta la storia americana.

La gestione della crisi ha impegnato la BP anche sul fronte della comunicazione, con esiti spesso infelici, visto che la società ha fatto errori, è caduta in contraddizione ed è stata colta in fallo diverse volte.

A oggi la fuoriuscita del petrolio non è stata ancora fermata e le proteste contro la BP sono numerose in tutto il mondo.

Idea per una tesi (triennale o magistrale, a seconda dell’approfondimento): analizzare come la BP ha gestito la crisi dal punto di vista comunicativo, applicando strumenti propri della semiotica e degli studi di crisis management, con particolare riguardo alla comunicazione sul web.

Per impostare la tesi, vieni a ricevimento.

Per una prima sintesi degli eventi vedi la voce di Wikipedia.

Per i primi spunti sugli errori di comunicazione della BP, leggi questi articoli e segui i link che propongono:

Annamaria Testa, «Eh, no, dire bene e fare male non vale», 7 maggio 2010.

Mariella Governo, «Il dolore nella marea nera di BP», 19 giugno 2010.

Per cominciare la ricognizione sul web, vedi la sezione del sito «Gulf of Mexico response», il profilo Facebook, l’account Twitter, l’album Flickr e il canale YouTube della BP, dove i manager cercano di parlare agli americani nel modo più diretto possibile, come fa il responsabile delle azioni di risarcimento danni Darryl Willis, in uno dei video più recenti:





Il ciclo delle notizie scientifiche

12 07 2010

Semplificare informazioni specialistiche di qualunque ambito – scientifico e umanistico – per renderle immediatamente comprensibili ai non addetti ai lavori, è compito laborioso e difficile. Per affrontarlo degnamente occorrono anni di studio e pratica.

I giornalisti sono in genere molto bravi a semplificare. Tuttavia, non sono sempre altrettanto bravi a semplificare le informazioni scientifiche senza distorcerle a volte in modo anche grave. Se alle loro deformazioni si aggiungono il passa parola e un pizzico di allarmismo, la frittata è fatta.

A questo proposito ho ricevuto da Micol – che ringrazio – una deliziosa vignetta che illustra «The Science News Cycle», tratta da Phdcomics.com (clic per ingrandire):

The Science News Cycle