Fuori dalle gabbie, la donna Trans-Age

13 11 2009

Alcuni giorni fa Lorella Zanardo ha scritto un post, intitolato «Gabbie», che ho amato molto. E non potevo non amarlo, visto che da anni parlo di Trans-Age. :-)

(cfr. «La donna Trans-Age», in A. Mascio (a cura di), Visioni di moda, Franco Angeli, Milano, 2008, pp. 74-94, scaricabile da QUI.)

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009 (i grassetti sono miei):

“Un giovane di 31 anni è stato fermato in evidente stato di ubriachezza…”

“A 45 anni i giochi sono ormai fatti: se non hai fatto carriera, difficile che a quest’età tu possa avere ancora chance.”

“Obama è un Presidente giovanissimo: a soli 48 anni…”

“È necessario rinnovare un partito che vede nelle sue fila dirigenti di oltre 50 anni, ormai prossimi alla pensione.”

“A 63 anni Michele Placido diventa papà! Confermando la sua vitalità creativa, presenta al mondo la sua giovane moglie di 23 anni!”

“Cosa cerca Riccardo Scamarcio nella storia con Valeria Golino? Certo una figura materna.”

“Demi Moore e il suo toy boy: il giovane marito di ben 14 anni più giovane…”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei è così giovane… si faccia prima le ossa.”

“La sua è una buona idea, è vero. Ma lei, mi perdoni, ha già una certa età, non vorrei che non sapesse interpretare le esigenze del mercato.”

“Stai bene vestita così, certo che i pantaloni così stretti alla tua età…”

A 30 anni sei ancora un giovane, a 45 è già tardi però per dimostrare di valere: in 15 anni la percezione che la società ha degli individui cambia in modo schizofrenico. Si è considerati troppo giovani fino a più di 30 anni, vecchi dopo i 45.

A 50 anni sei un giovane presidente, ma sei solo un politico attempato, se non hai già raggiunto una leadership conclamata.

A 60 e più anni sei un ganzo se sei uomo e fai un figlio con quella che potrebbe essere tua nipote; ma sei una vecchia carampana, probabile nave scuola ecc., se hai un compagno anche solo di qualche anno più vecchio di te.

Dopo i 40 anni non si va in discoteca, vuoi che ridano di te?

I figli si fanno prima dei 30 anni, se no vuol dire che sei egoista, hai voluto godere di tutto prima di procreare.

Se hai un’ idea vincente e sei troppo giovane, non sei affidabile.

Se hai una buona idea e non sei più tanto giovane… non sei affidabile.

GABBIE

Propongo di liberarcene.

Ne soffriamo tutti, uomini e donne, anche se noi donne subiamo tutte le restrizioni a cui i maschi sono soggetti oltre ad altre, quelle che riguardano l’età e l’estetica. Lacci e lacciuoli che ci immobilizzano. Alcuni riescono a rimanere spiriti indomiti, la maggior parte subisce e si fa docilmente ingabbiare. Basterebbe, anche qui, porre delle semplici domande:

“Perché sono troppo giovane per questo lavoro? Mi ascolti.”

“Perché sono troppo vecchio per questo progetto? Guardi cosa le propongo.”

“Perché non posso andare in discoteca a 50 anni? Sto da dio e quando esco ho tanta di quella energia che riesco a migliorare ciò che mi circonda.”

“Perché non posso proporre un nuovo percorso al mio partito, anche se ho solo 20 anni? Ascoltatemi.”

Poi tutti ammiriamo Louise Bourgeois che a quasi 100 anni scolpisce con una energia pazzesca circondata da giovani allievi. Ieri [31 ottobre 2009, n.d.r.] tutti abbiamo commentato con meraviglia il coraggio di Mahmoud Vahidnia il ragazzino che ha chiesto a Khamenei, Guida Suprema dell’Iran: “Scusi, perché nessuno può criticarla?” Pare che l’artista Marina Abramovic stia un gran bene con suo marito, di 18 anni più giovane di lei. Il miglior interprete delle poesie di Thomas Stearns Eliot fino a qualche anno faceva il manovale; a 48 anni ha letto Eliot e ha cambiato vita. Bill Gates a 20 anni aveva già iniziato a cambiare il mondo.

Il brutto è che spesso ci infiliamo noi nelle gabbie. E siamo talvolta i peggiori nemici di altri che, dalle gabbie, coraggiosamente provano a evadere.

«Gabbie», di Lorella Zanardo, 1 novembre 2009





Una storia di emoticons

12 11 2009

Ho trovato su TED, tradotta in italiano, questa storia d’amore narrata a colpi di emoticons.

L’autore è Rives, artista multiforme e multimediale statunitense.

Sulle faccine vedi anche:

Fammi un sorriso

Se vuoi contribuire alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post.

 





L’uomo senza paura (o quasi)

11 11 2009

Continuo la ricognizione delle rappresentazioni mediatiche della mascolinità.

Lo spot norvegese (agenzia Try, Oslo) per la nuova Volkswagen Golf Estate mostra le acrobazie del ciclista parkour Danny MacAskill in giro per Lisbona.

Un altro supereroe dalle prestazioni inarrivabili, un altro campione in cerca di sfide estreme.

E tuttavia, appena entra in auto… :-)

«New Volkswagen Golf Estate. Suits every side of you» è il claim.

Il brano musicale si intitola «Austere» ed è di The Joy Formidable.

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale

L’uomo che fa ridere





800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

10 11 2009

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.

 





La comunicazione sull’influenza H1N1

9 11 2009

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):






Maschi e femmine nella letteratura per teens

6 11 2009

È da un po’ che con Loredana Lipperini diciamo che ci vorrebbe una ricerca sulla rappresentazione dei generi sessuali nella letteratura per adolescenti.

Perché?

Spiegava Loredana in un post del 15 ottobre 2009, citando Vanna Vannuccini di Repubblica:

«I livelli della lettura in Italia restano drammaticamente bassi: solo il 44 per cento degli italiani – dai sei anni in su – legge almeno un volume l’anno, più di cinque italiani su dieci non aprono mai un libro.

Ma un filo di speranza viene dai ragazzi (e soprattutto dalle ragazze, che leggono molto di più dei maschi della stessa età). Leggere un libro, entrare in libreria a dare un’occhiata, continua ad avere un significato accanto agli altri comportamenti diffusi tra i giovani come mandare sms, chattare su internet e ascoltare l’ipod.

I ragazzi dai 6 ai 17 anni leggono 13 punti in percentuale più degli adulti, anche se c’è il timore che poi diventino come i loro padri: la percentuale dei lettori, che è del 63,6 tra gli undici e i quattordici anni, scende al 55,8 tra i quindici e i diciassette.»

Detto questo, il problema è che i modelli maschili e femminili e le relazioni fra i generi sessuali che i libri per adolescenti (specie in Italia) raccontano sono spesso analoghi a (o peggiori di) quelli della tanto vituperata televisione e dei magazine di massa.

Generalizzando e semplificando:

(1) per le ragazze, la bella che punta tutto sull’uso spregiudicato di un corpo mozzafiato, come quello dell’eroina di Buio, romanzo di Elena P. Melodia;

(2) per i ragazzi, una inquietante oscillazione fra un principe azzurro tradizionale, un bellone dotato di potere (soldi?) e un picchiatore (si pensi allo Step di Tre metri sopra il cielo).

(3) altri generi sessuali?

Il tema merita più di un approfondimento, a vari livelli e su diversi corpora testuali, italiani e internazionali.

Per cominciare, cerco una tesi di laurea magistrale. Ulteriori informazioni a ricevimento. Ma prima di venire a trovarmi leggi almeno:

Lipperatura, Invettiva alla vecchia maniera, 12 ottobre 2009

Lipperatura, Perché il libri fanno male (alcuni), 14 ottobre 2009

Lipperatura, Dalla parte dei ragazzini, anche, 15 ottobre 2009





Besos indestructibles

5 11 2009

È così che si intitola lo spot argentino – uscito qualche giorno fa – per pubblicizzare il chewing gum TopLine dell’azienda Arcor, uno dei maggiori produttori di caramelle, biscotti, gelati, cioccolata, non solo nel mercato latinoamericano, ma in tutto il mondo (QUI i dati di BusinessWeek).

L’idea non è chissà che, ma lo spot è simpatico e induce più di un sorriso.

In più, se confrontiamo questa coppia con le guerre fra i sessi che la pubblicità di casa nostra spesso ci impone, il sollievo è assicurato.

Agency: Del Campo Nazca Saatchi & Saatchi

Client: Arcor SA Argentina





10 cose che i social media non possono fare

4 11 2009

Sul blog di B.L Ochman, affermata consulente newyorkese di internet marketing, ho trovato un fantastico decalogo, mirato a sfatare alcune ingenuità che affliggono il chiacchiericcio mediatico (e aziendale e politico) sui social media.

Traduco liberamente (e riassumo) le «10 things social media can’t do» secondo B.L Ochman:

1. Sostituire una strategia di marketing. Una campagna su Twitter o un profilo Facebook per annunciare le migliori offerte settimanali della tua azienda non sono una strategia di marketing.

2. Avere successo se dietro non ci sono manager capaci di entrare in relazione col cliente. I social media richiedono disponibilità ad ascoltare i clienti, a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base al feedback che forniscono.

3. Essere visti come un progetto a breve termine. I social media comportano un impegno di innovazione e sperimentazione a lungo termine.

4. Produrre in fretta risultati significativi e misurabili. Come le PR, il marketing basato sui social media spesso produce i risultati migliori dal secondo e terzo anno in poi, non prima.

5. Essere «fatti in casa». Una campagna di social media va integrata in un piano di marketing più ampio e complesso, che include la pubblicità, internet e le PR. Oggi i migliori esperti di social media hanno almeno 10 anni di esperienza fra forum, blog, e altri ambienti di interazione e produzione di user generated content sul web.

6. Rinfrescare velocemente l’immagine o riparare la reputazione danneggiata di un’azienda. I social media producono risultati veloci solo nel caso di aziende che sono già note e solide fuori da Internet.

7. Essere realizzati senza un budget realistico. Costruire un sito che comprenda interattività, user generated content e magari e-commerce, costa denaro, tempo e risorse, anche se si usano strumenti in parte gratuiti (come WordPress), che vanno comunque integrati in un sito complesso e nelle altre attività di marketing dell’azienda.

8. Garantire automaticamente vendite o influenza. Dopo aver costruito un ambiente di social networking, bisogna sapere come attirare visite e attenzione su quell’ambiente.

9. Essere realizzati da «ragazzini» che conoscono i social media in quanto «nativi digitali». Le aziende che cercano di costruire social media senza consulenti esperti sprecano tempo, denaro e reputazione.

10. Sostituire le PR. Per quanto siano meravigliosi il tuo blog o la tua strategia su Twitter, avrai comunque bisogno di farti conoscere. O finirai come un albero che cade nella foresta e nessuno lo sente.

QUI il post originale di B.L Ochman.

 





Sketch2Photo: dal disegno al fotomontaggio

3 11 2009

Cinque studenti cinesi – della Tsinghua University e della National University of Singapore – stanno sviluppando Sketch2Photo, un software capace di trasformare semplici schizzi in fotomontaggi realistici costruiti a partire da immagini tratte dal web e non coperte da diritto d’autore.

A quanto si capisce dalla demo, l’applicativo dovrebbe funzionare così: disegni in modo anche rudimentale gli oggetti che vorresti vedere nella foto finale, li associ a una espressione verbale utile per la ricerca di immagini pertinenti sul web (cane, uomo, auto, ecc.), li collochi su uno sfondo di massima, e il programma fa il resto. Pare che, nel caso di più immagini, il sistema riesca pure a selezionare la migliore.

Ecco l’animazione che gli studenti hanno messo a punto per spiegare il progetto (da questa pagina della Tsinghua University).

A parte gli innumerevoli usi per svago, quali altre applicazioni pensi che il programma potrà avere?






Pregiudizi

2 11 2009

Che cos’è un pregiudizio?

«Si possono dare del pregiudizio diverse definizioni, a seconda del livello di generalità o di specificità che si decide di assumere.

Il massimo livello di generalità corrisponde al significato etimologico, vale a dire giudizio precedente all’esperienza o in assenza di dati empirici, che può intendersi quindi come più o meno errato, orientato in senso favorevole o sfavorevole, riferito tanto a fatti ed eventi quanto a persone o gruppi.

Al massimo livello di specificità, invece, si intende per pregiudizio la tendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che appartengono a un determinato gruppo sociale

(Bruno M. Mazzara, Stereotipi e pregiudizi, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 14)

Nell’accezione più specifica, i pregiudizi sono gabbie mentali che possono comportare gravi conseguenze etiche, sociali, politiche: pensa ai pregiudizi razziali, per esempio, o a quelli contro i meridionali, le donne, gli omosessuali.

Ecco come l’ultimo spot (bellissimo) del quotidiano turco Zaman tratta questo tema.

(Traduzione delle parole finali: «I nostri pregiudizi… i nostri muri invisibili. Non è forse il momento di abbatterli?»)

Agency: Ogilvy & Mather, Istanbul
Client: Zaman Newspaper

 





Un mostro di rifiuti

30 10 2009

In preparazione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, programmata dal 21 al 29 novembre, i paesi stanno avviando diverse iniziative per sensibilizzare le persone a ridurre la mole di rifiuti che generano ogni giorno.

Mi ha colpita la campagna francese, promossa dall’agenzia nazionale per l’ambiente Ademe: il sito www.reduisonsnosdechets.fr (visitalo: è fantastico!), ma soprattutto tre spot costruiti attorno a un gigante animato, bonario ma ingombrante e brutto, che rappresenta l’enorme quantità di rifiuti che ciascuno produce ogni anno (380 kg a persona è il calcolo francese, e gli italiani?).

Trovo l’idea del mostro di rifiuti (realizzato da MPC, che ha firmato anche le animazioni dell’ultimo Harry Potter, per intenderci) davvero azzeccata: il mostro ci accompagna nella vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto. Fa un po’ schifo, ma non possiamo separarcene.

Possiamo però ridurne le dimensioni, e non è difficile: basta cambiare alcune abitudini.

Gli esempi di Ademe:

Usa meno la stampante: in ufficio, in università, a casa.


Compra prodotti con meno imballaggi. Meglio ancora: non imballati.


Trasforma i rifiuti organici in composta per le piante.

Per saperne di più sulle iniziative italiane, questa è la pagina di Legambiente e questo il sito della campagna italiana.





Corpi normali

29 10 2009

All’estero (più che in Italia) la pubblicità riesce a rappresentare il corpo umano anche rispettando la sua normale e bella varietà.

Come nella campagna ideata nel 2007 dall’agenzia TBWA/London per Müller UK, e ancora in circolazione (a quanto segnala una lettrice in questo commento).

Uomini donne bambini giovani meno giovani… alti bassi magri grassi neri bianchi: tutti belli e gioiosi nella loro normalità.

Ma soprattutto, tutti in relazione gli uni con gli altri. Cosa che accade di rado in pubblicità, dove i corpi (perfetti, di plastica, ideali) sono quasi sempre isolati.

Müller Italia, nel frattempo, continua a infliggerci l’incubo di «Fate l’amore con il sapore».





L’uomo che fa ridere

28 10 2009

Lo Zoo di 105 – trasmissione pomeridiana di Radio 105 che non amo per i toni spesso misogini e omofobi, ma che è fra le più ascoltate d’Italia – lancia oggi una campagna su stampa, tv, web e cinema per festeggiare i suoi 10 anni.

I cinque protagonisti del programma – Marco Mazzoli, Fabio Alisei, Paolo Noise, Wender e Pippo Palmieri – si sono fatti fotografare in mutande, ostentando i loro corpi normalmente difettosi in posizioni e con smorfie che fanno il verso ai belloni della pubblicità.

Pur non particolarmente innovativa, perché ripropone il cliché dell’uomo bruttino ma redento dalla capacità di far ridere, la campagna è apprezzabile perché invita comunque a prendere le distanze dai corpi plastificati e photoshoppati.

Una vera novità sarebbe estendere il tono ironico e normalizzante a prodotti e marchi che nulla hanno a che fare con la comicità. Ancor più innovativo sarebbe applicarlo ai corpi femminili.

Questo è l’annuncio stampa (clic per ingrandire):

Lo Zoo di 105

Abbiamo già discusso della rappresentazione del corpo maschile in pubblicità:

L’uomo in ammollo

Bello e impossibile

L’uomo instancabile

L’uomo normale





Il significato delle parole

27 10 2009

Un brillante esempio di intelligenza pubblicitaria nell’ultimo spot di Orange, il marchio con cui France Telecom gestisce la telefonia mobile e l’accesso a internet.

Perfetto anche a fini didattici, perché illustra in modo vivido come il significato delle parole dipenda dal contesto e dall’esperienza (percettiva, individuale, sociale) che lo nutre, al punto da esserne stravolto.

In uno spot, un’intera teoria semantica.

Agency: Publicis Conseil, Paris
Client: Orange
Director: Philippe Andre





La partenza in salita di Pier Luigi Bersani

26 10 2009

Pier Luigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. Qualcuno sperava in un risultato diverso? Io no. Qualcuno si sentiva confortato dal tam tam mediatico degli ultimi giorni, che parlava di un possibile «ribaltone»? Io no.

Il risultato era chiaro dall’inizio, come sempre nelle cosiddette primarie del Pd. E le chiacchiere mediatiche dell’ultim’ora servono solo ad aumentare il numero dei votanti, per dare più forza alla nomina del predestinato.

Anche questo, tipico del Pd.

Il problema fondamentale di Bersani è la comunicazione. (Qualcuno pensava un’altra cosa? :-D ) Anche gli altri due candidati, Dario Franceschini e Ignazio Marino, erano (sono) messi male, con una differenza: non sono capaci, ma ci provano (o hanno l’aria di provarci), mentre Bersani non ci prova nemmeno. È rimasto fermo all’era preberlusconiana. Il che può fare simpatia ai nostalgici pre-Pd, ma non lo aiuterà a costruire un’alternativa all’attuale centro-destra.

Fra l’altro, giusto una settimana fa il centro-destra ha mostrato di essere ben preparato all’avvento di Bersani, scippando al suo linguaggio – e, più in generale, a tutta la sinistra – uno degli ultimi temi di sua proprietà: il posto fisso.

È in quest’ottica che va letta l’unanimità con cui Berlusconi e Tremonti si sono all’improvviso profusi in dichiarazioni sull’importanza del posto fisso, blandamente corretti solo da Emma Marcegaglia. Un titolo a caso, dal Corriere del 20 ottobre: «Berlusconi: Io sto con Tremonti. Posto fisso e partite IVA sono un valore».

Come dire: verrà Bersani? e noi gli freghiamo i temi in anticipo.

Naturalmente il segretario neoeletto fa come se nulla fosse.

Da Repubblica di oggi:

«Pier Luigi Bersani è già attivo di buon’ora nonostante la lunga notte spesa ad attendere i risultati delle primarie. E in un’intervista radiofonica ai microfoni di Cnr, spiega che “il primo gesto da segretario sarà quello di occuparmi del lavoro e della precarietà, poiché credo che abbiamo bisogno di riportare la politica ai fondamentali”» (La Repubblica, 26 ottobre 2009).

Dal punto di vista comunicativo, cominciare sul terreno predisposto dall’avversario è una partenza in salita.

Spero che Bersani abbia fiato.





Le veline dell’Ateneo, «Domenica in» e l’identità

23 10 2009

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale:

«Prof, cosa pensa dell’università a “Domenica in?”», mi chiedono gli studenti in questi giorni. Magari non hanno visto la puntata di domenica scorsa (non rientrano nel target), ma gliel’hanno raccontata i nonni. E ci sono rimasti male, nonni e nipoti. Così me la sono fatta mandare e l’ho analizzata: in effetti c’era di che turbarsi.

Non avrei mai voluto tornare sulle cosiddette «veline della Romagna», le quattro ragazze in tutina da superwoman e guanti di gomma con cui, nel luglio scorso, il Polo romagnolo ha pubblicizzato le sedi di Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini, entrando in conflitto con il rettore e sollevando polemiche dentro e fuori dall’ateneo. Uno scivolone che speravo fosse dimenticato: non si deve mai usare il corpo (femminile, ma neppure maschile) per pubblicizzare l’università, ma bisogna puntare sull’eccellenza della didattica e della ricerca, e sugli sbocchi professionali.

La mente e non il corpo, insomma: un errore talmente grossolano che l’unica soluzione era dimenticarlo in fretta e guardare avanti.

Invece l’ateneo ci è caduto di nuovo, mandando due suoi rappresentanti nell’“Arena” di Massimo Giletti, una sezione di “Domenica in” di cui basterebbe il nome a capire che bisogna starne lontani. A favore della campagna c’era Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna e membro del cda universitario; contraria era Paola Monari, prorettore agli studenti. Nulla da dire sui loro interventi: certo volevano il bene dell’ateneo, ognuno con le sue ragioni, e hanno fatto il loro meglio.

Ma il contenitore televisivo se li è ingoiati in un boccone. Tralascio i dettagli della fossa in cui sono scesi. Basta dire che tutti, tranne loro, hanno vinto: dall’agenzia che ha ideato la campagna, per la quale vige il «si parli bene o male, purché si parli», alla studentessa che ha posato in foto perché «vuole fare la modella» e spera nella notorietà televisiva, finanche al conduttore che si è proposto come «assistente» universitario.

Tutti hanno vinto qualcosa, tranne l’ateneo e, più in generale, l’università italiana, che la rissa ha dipinto – per amor di polemica e audience – come poco qualificata, minata da conflitti interni, sessista e pronta a strumentalizzare il corpo delle donne.

Ma non sono tornata a parlare di «veline» per mettere il dito nella piaga. Ci sono tornata perché, se un errore simile è stato non solo fatto ma ribadito, vuol dire che ciò che per me è ovvio per altri non lo è. L’ovvietà è questa: chi trascura la comunicazione trascura la propria identità, che senza una comunicazione efficace rimane nascosta o fraintesa. Inoltre, se sei bravo ma non sai dirlo a nessuno, chi capirà che lo sei?

Per due ragioni, allora, la comunicazione dell’ateneo bolognese va curata nei minimi dettagli: perché è complessa, e dunque facile da sbagliare; e perché in ateneo ci sono molte eccellenze – a dispetto di “Domenica in” – e bisogna farle conoscere.

Ma curare la comunicazione non vuol dire affidarla a questa o quell’agenzia, magari abituata alla pubblicità commerciale ma incompetente su temi universitari. Né si possono mandare allo sbaraglio persone che, per quanto preparate nel loro campo, poco o nulla sanno di media e tv. Occorre invece affidare la comunicazione a persone che, dall’interno dell’ateneo, non solo ne condividano storia, valori e obiettivi, ma abbiano le competenze per comunicarli in modo intelligente e mirato, e siano dotati dell’autorità sufficiente perché nulla sfugga alle loro decisioni.

Inclusa quella di non mandare nessuno in tv, se non è il caso.

Repubblica Bologna 23 ottobre 2009.






Uno stage a Parigi (pagato)

21 10 2009

Antonio, studente della magistrale in Semiotica che si trova a Parigi in Erasmus, mi segnala che un’azienda per cui ha lavorato cerca stagisti.

A quanto pare, pagano il lavoro in modo sorprendentemente equo.

Questo è l’annuncio:

Wincomparator.com è un sito web che unisce l’informazione sportiva al gioco online. Presente a livello internazionale (inglese, spagnolo, polacco, tedesco, italiano e francese), il sito estende i suoi servizi in diversi paesi d’Europa.

L’azienda offre stage convenzionati (con l’università di provenienza) di almeno 6 mesi, per giovani che siano interessati a formarsi come redattori di contenuti sportivi on line.

Attività previste:

  1. redazione, integrazione e aggiornamento dei contenuti del sito per la versione italiana,
  2. affiancamento di personale esperto nella promozione del servizio e nel marketing online.

Sede: Parigi.

Profilo richiesto:

Lo stage è particolarmente indicato per giovani:

  1. entusiasti, creativi e propositivi,
  2. appassionati di calcio e sport in generale,
  3. appassionati di internet ed esperti nell’uso di social network, blog, ecc.,
  4. desiderosi di lavorare in un gruppo internazionale,
  5. che siano di madrelingua italiana, ma parlino bene anche il francese,
  6. che siano capaci di organizzare il proprio lavoro con autonomia, rigore e senso di responsabilità.

Se pensi di avere questi requisiti, puoi inviare la tua candidatura (cv + mail di motivazione con subject: «IT – Rédacteur Contenus Sports») all’indirizzo:

job chiocciola wincomparator.com

Fammi sapere come va, se va e soprattutto… se ti pagano davvero!

:-D





Risposte stereotipate per spot stereotipati

20 10 2009

Quando ai pubblicitari si chiede qualcosa come «Perché vi ostinate a riprodurre stereotipi e non fate sforzi di maggiore originalità e varietà?», spesso la risposta è a sua volta stereotipata: o negano il problema («stereotipi? dove?») o se la prendono con il mercato e il cliente («dobbiamo vendere, il mercato/cliente vuole questo»).

È successo anche per lo spot Calzedonia, che abbiamo commentato qualche giorno fa. Il mio punto non era l’uso dell’inno, ma la polemica che ne è nata e, soprattutto, la tristezza scontata degli standard femminili che lo spot ci propina.

Fabio Muzzio, direttore di Spot and Web, ha fatto a Micaela Trani (art director) e Antonio Gigliotti (copywriter) dell’agenzia Saatchi & Saatchi, ideatori della campagna, questa domanda (fra le altre):

«C’è chi ha sottolineato che le donne protagoniste rispondono comunque a canoni pubblicitari e poco della vita di tutti i giorni…

La famosa ragazza della porta accanto poi, vai a vedere bene, c’ha sempre i brufoli e i capelli sporchi… Ci sono dei settori merceologici in cui bisogna rispettare dei canoni estetici per vendere. La pubblicità è sempre un po’ aspirazionale. E comunque le donne che abbiamo scelto d’accordo col cliente sono certo belle ma di una bellezza vera e naturale.»

Come volevasi dimostrare.

Ma il punto non è mostrare «brufoli e capelli sporchi». Perché si cadrebbe in un altro stereotipo: di bruttezza e sciatteria, stavolta. E allora ripeto: in pubblicità gli stereotipi sono necessari – e lo sappiamo –, ma possono comunque essere moltiplicati in modo giocoso, interessante, vario. Non per rappresentare la realtà (nessun consumatore, nessuna consumatrice crede che la pubblicità faccia vedere il mondo reale, non siamo così sciocchi), ma per offrire più modelli «aspirazionali», più canoni di bellezza, più ideali di successo e felicità. Non sempre e soltanto uno.

Altrimenti, dove sta la creatività?

Leggi QUI tutta l’intervista.





Non basta mandare cv per trovare lavoro

19 10 2009

Da tempo aspettavo questo post di Luisa Carrada. Più volte lei e io ne abbiamo parlato, condividendo la stessa impressione su ciò che accade a un/a giovane neolaureato/a in campo umanistico che cerchi lavoro. Perché anche a Luisa, come a me, molti chiedono spesso perché, pur avendo inviato molti curricula, non ricevono risposte interessanti o, peggio, non ne ricevono alcuna.

Intanto bisogna capire cosa vuol dire «molti».

10 curricula non sono «molti». E neppure 20 lo sono: bisogna averne mandati dai 100 in su, come spiega anche Annamaria Testa su Nuovo e utile, nella sezione «Apri un’impresa/trova lavoro».

Ma ragionare solo in termini quantitativi è limitativo. Necessario ma non sufficiente.

Il cuore della posizione di Luisa – che condivido appieno – è un confronto fra gli anni ‘80, quando non c’era internet e il mercato del lavoro era tutto diverso, e oggi (i grassetti sono miei):

«[...] trovare lavoro nel campo della comunicazione è sempre stato molto difficile, anche per noi che eravamo tanti di meno. Io ho passato i miei quattro anni di Lettere nella piena consapevolezza che forse avrei fatto qualche altra cosa per vivere, perché i concorsi nei beni culturali non si facevano da anni e per anni dopo la mia laurea non si sono fatti.

Una volta laureata, ho fatto il giro delle direzioni comunicazione delle grandi aziende parastatali romane. Ne sono sempre uscita con un sacco di complimenti per il mio curriculum e… un pezzo di carta (giuro!) con l’organigramma interno e il partito e la corrente vicino a ogni nome. Così era più facile arrivarci, mi dicevano convinti di avermi fatto un gran favore. Non c’era da disperarsi? E infatti io spesso mi disperavo.

Però non c’era ancora internet, con tutte le sue opportunità ma anche con le sue false illusioni.

Qualche tempo fa un ragazzo mi ha scritto di non farcela più a stare dietro a un pc a mandare curricula.

Ecco, quello che la mia generazione non ha potuto fare era proprio starsene dietro a un pc. Molti di noi – anche le persone timidissime come me – sono state costrette a uscire allo scoperto, a chiedere, a bussare, a presentarsi. Non ho mai mandato un curriculum a una direzione del personale, ho sempre chiamato prima per chiedere chi fosse la persona giusta e poi era a quella persona che scrivevo. E poi magari telefonavo anche.

Non ho mai dato la mia disponibilità a scrivere e a collaborare senza mandare un pezzo, un articolo, una bozza di progetto. Non ti potevi nascondere dietro i master. Potevi solo presentare i tuoi testi o le tue idee. Qualcuno non mi ha mai risposto, ma parecchi sì.

Non voglio fare la vecchia zia – e per questo ho esitato tanto prima di scrivere questo post –, però forse ogni tanto bisognerebbe almeno provare a fare come se internet non ci fosse. E avere il coraggio di andare a bussare direttamente a qualche porta.

Sono convinta che, in mezzo a tanta virtualità, faccia, grinta, personalità e idee contino anche più di prima.

Oppure su internet starci e viverci davvero. Per realizzare le nostre idee direttamente senza chiedere niente a nessuno…» continua a leggere QUI.





L’importanza di dire «grazie»

16 10 2009

Grazie a questo post di Luisa Carrada, ho ripescato una conferenza TED del febbraio 2008.

La psicoterapeuta Laura Trice spiega quanto sia importante dire «grazie» per rinsaldare un’amicizia, riparare un legame, fare in modo che gli altri sappiano ciò che significano per noi.

In tutte le occasioni: dalla vita privata a quella pubblica, nello studio come al lavoro.

Sono solo tre minuti: guarda, ascolta e non scordartene più.

(Se hai difficoltà con l’inglese, fa’ clic su «vedi sottotitoli» e scegli «italiano». Se vuoi contribuire anche tu alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post).