Un sottobosco verde e utile

3 07 2009

È nata Sottobosco.info, testata giornalistica on line che tratta di «Ambiente, lifestyle, eventi verdi dell’Emilia-Romagna».

Sottobosco header

È stata pensata da giovani laureati e laureate in Scienze della Comunicazione, un paio delle quali – Lou e Biljana – conosco e stimo per essere stata loro docente. Mi pare un’iniziativa promettente.

Questa settimana Sottobosco propone «un’inchiesta sui green job, i “mestieri verdi”, per vedere se e come la cura dell’ambiente può creare nuovi posti di lavoro».

Troverai un’intervista a chi già lavora nel settore della sostenibilità, completa di scheda per conoscere più da vicino la Geovest, un’azienda emiliana che, recuperando rifiuti, ha fatto della sostenibilità una missione e un affare.

Il mondo del riciclaggio offre diversi sbocchi professionali: tra gli altri, Sottobosco ha scelto un progetto che coinvolge i detenuti di tre carceri emiliano-romagnoli.

Ma lavoro sostenibile significa anche un mercato più equo e condizioni che favoriscano una buona qualità del lavoro. Per questo si parla di Banca Etica e coworking, un modo nuovo di pensare la condivisione in ufficio.

Chicca finale della settimana: una visita alla mostra «L’uomo contemporaneo nel mondo naturale», a Bologna dal 24 giugno presso la Biblioteca Ecosostenibile di via Ranzani.

Ah, dimenticavo! Se l’ambiente è il tuo pallino, hai esperienza di scrittura giornalistica e vuoi candidarti per collaborare alla testata, contatta Lou, dicendole che vieni dal blog.





If we ran the world

2 07 2009

L’amica Paola mi segnala questa iniziativa statunitense, di cui ha parlato anche Wired, «Yes, We Plan: How Altruism and Advertising Can Change the World», 3 marzo 2009.

L’esperta di marketing Cindy Gallop e lo sviluppatore Wendell Davis stanno realizzando la piattaforma web Ifwerantheworld, ovvero «Se guidassimo il mondo».

Il sito funzionerà così: al tuo arrivo in home, sarai accolto da una pagina di ricerca come quella di Google, con la scritta: «Se guidassi il mondo vorrei…». Dopo i puntini di sospensione, potrai scrivere il tuo auspicio per un mondo migliore. A quel punto, Ifwerantheworld ti proporrà alcune attività elementari, tra cui potrai scegliere quella che puoi/vuoi avviare subito per realizzare il proposito.

Secondo i dati del Center for the Digital Future della University of Southern California, il 75 % degli iscritti a comunità online si fa coinvolgere in iniziative sociali e l’87 % ha iniziato a interessarsi a queste cause solo dopo l’ingresso in una community (fonte: La Repubblica, 7 marzo 2009).

Tuttavia «there is no Google of action», dice Cindy Gallop, «e gli strumenti dei social network come Facebook permettono alle persone di raggrupparsi, ma non di agire». Ifwerantheworld colmerà questa lacuna perché assegnerà ai volonterosi un compito concreto, e farà perno sulla voglia di mettersi in luce agli occhi della comunità: le buone azioni fatte appariranno nel profilo degli utenti, e ognuno potrà documentarle con foto e video.

Inoltre, ogni buona azione sarà organizzata graficamente su una linea che darà in ogni momento la percezione dei progressi verso il raggiungimento dell’obiettivo finale. La comunità sarà coinvolta anche per individuare le grandi cause per cui attivarsi e le fasi in cui scomporle.

Last but not least, Gallop e Davis ci guadagneranno: a quanto capisco, le aziende potranno partecipare al sistema con iscrizioni annuali (da 200 a 10.000 dollari, a seconda della dimensione aziendale), per contribuire alla realizzazione di buone azioni e farsi pubblicità.

In effetti l’iniziativa mette il dito sulla piaga di molte cause on line, specie su Facebook: non basta il clic con cui si entra in un gruppo o si sostiene una causa per muovere il mondo. Per muoverlo davvero, occorre mollare il computer e andarci, nel mondo.

Riuscirà l’impresa Gallop?





The India Tube

1 07 2009

Annalisa si è laureata con me l’anno scorso (tesi su Second Life, che allora andava di moda) ed è andata a vivere (e lavorare!) a Delhi, India.

Con amici e conoscenti, locali e internazionali, Annalisa – blogger di vecchia data – ha da poco aperto The India Tube, un sito fantastico, che così si presenta in home:

Balloon The India Tube

«Part magazine, part community, part media gallery, The India Tube is a space for everything that’s incredible about India. With its daily updates, it’s the directory for the inspiring and the unbelievable, the cutting-edge and the bizarre. Follow the balloon and its daily updates, and let your journey begin.»

Ecco The India Tube :

(1) perfetto per chi vuole organizzare un viaggio in India (ma odia i pacchetti preconfezionati),

(2) stimolante per chi non ci ha mai pensato (vai sul sito e ti viene voglia),

(3) astuto per chi ancora non può permetterselo, perché se leggi The India Tube ogni giorno, finisci per saperne più di chi sta là. E fai un figurone… :-)

Segui la mongolfiera!





Bologna, Firenze, Bari

30 06 2009

Tre città, tre sindaci Pd eletti al ballottaggio: Flavio Delbono, Matteo Renzi, Michele Emiliano.

Tre stili di comunicazione personale molto diversi.

Si vede da come sono scesi in piazza il 22 giugno, per esempio: specie mettendoli a confronto, vengono in mente tante cose.

Un po’ ne avevo già parlato QUI e QUI.

Tu che ne dici?

(Io dico che, a guardare i video, viene voglia di trasferirsi a Bari… :-D )

Flavio Delbono (festa in piazza Maggiore, Bologna)


Matteo Renzi (festa in piazza Santissima Annunziata, Firenze)

Michele Emiliano (festa in piazza della Prefettura, Bari)






I miei dubbi su Debora Serracchiani 2

29 06 2009

Avevo già espresso qualche dubbio QUI.

Ma continuo a osservarla speranzosa, perché rispetto i voti che ha ottenuto e gli entusiasmi che suscita.

Eppure il suo discorso all’incontro organizzato dai giovani del PD, il 27 giugno al Lingotto (QUI una sintesi su La Stampa), mi ha delusa un’altra volta. Molto.

Intanto l’esordio: «Alzi la mano chi non ha telefonato o scritto a Debora Serracchiani in questi giorni». Ma come? Si è già montata la testa? O ha bisogno di conferme e cerca l’ovazione con i trucchetti? (E infatti non arriva.)

Ma la delusione peggiore è il vuoto che segue.

Chiede «un modello culturale che sia alternativo a quello della destra», ma si limita a sciorinare tautologie, traducendo l’agognata «alternativa» ora in «rinnovamento», ora in «diversità», senza mai spiegare in cosa tutto ciò consista. (E sempre prendendo la destra come polo negativo di riferimento: il solito – ancora! – elefante di Lakoff.)

Dice «non abbiamo bisogno di un capo, di una figura salvifica, del messia», ma poi chiede che «qualcuno di quelli che c’è… non dico si faccia da parte, ma accetti, si assuma la responsabilità di un patto generazionale e dica: “Vi aiuto a venire qui”».

Non un messia, dunque, ma un padre per le nuove (?) generazioni del PD, che in questo momento Debora simboleggia. Perché i cosiddetti giovani – assicura – «hanno solo bisogno che qualcuno gli dia una mano a crescere», per costruire quello che lei chiama un «partito adulto».

Poveri piccoli. Povero bimbo PD.

Ripete che ci vogliono contenuti, risposte, soluzioni («Vi faccio un appello perché credo che ci stiamo fermando alle persone, ci stiamo fermando alle idee, non stiamo andando ai contenuti, non stiamo andando alle risposte»), ma lei per prima non ne dà. In dieci minuti di discorso.

Sarà perché ha calcolato male i tempi? A un certo punto infatti le dicono di stringere, e lei chiude con un indecoroso: «Volevo dirvi qualcosa che tutti vi aspettate che vi dica, ma evidentemente non ve lo dico oggi.»

Sarà per la prossima volta?






Obama che ascolta

26 06 2009

Sia Barack Obama che la White House hanno un account su Flickr. Ci trovi decine di servizi fotografici su diversi momenti della vita pubblica e (presuntamente) privata di Obama.

Non ce n’è uno fuori posto, casuale, sbagliato. Si nota una grande cura dei dettagli, e un’attenzione spasmodica per la coerenza di ogni foto con l’immagine complessiva del presidente.

Fra le foto più recenti nel profilo della White House, mi hanno colpito queste.

Mostrano Obama assorto e silenzioso. Pare concentrato a capire cosa gli stiano dicendo (e spiegando con le mani) i collaboratori.

È quanto di meglio si possa desiderare da un leader: la capacità di ascoltare gli altri e di lavorare in staff (fa’ clic per ingrandirle).

Obama che ascolta1

Obama che ascolta2

President Barack Obama listens to a point being made in a meeting with senior advisors in the Oval Office, June 9, 2009. (Official White House Photo by Pete Souza)

This official White House photograph is being made available for publication by news organizations and/or for personal use printing by the subject(s) of the photograph. The photograph may not be manipulated in any way or used in materials, advertisements, products, or promotions that in any way suggest approval or endorsement of the President, the First Family, or the White House.





«C’è Delbono a Bologna». E infatti c’è

25 06 2009

Su Repubblica Bologna è uscito oggi questo mio commento, col titolo «Ha perso l’immagine di una città inquietante»:

Per chi lavora nella comunicazione, commentare l’esito delle elezioni bolognesi è fin troppo facile: sono andati al ballottaggio i due candidati che hanno comunicato «di più»; ha vinto chi ha comunicato «meglio».

Nessuna sorpresa, anzi: una conferma ulteriore – se mai ce ne fosse bisogno – che la comunicazione gioca un ruolo imprescindibile anche nella politica locale, come in quella nazionale e internazionale; che oggi le campagne elettorali servono soprattutto a costruire un’immagine credibile dei candidati, e meno a discutere i programmi; una conferma, infine, che alla maggior parte dei cittadini sta bene così, perché il tempo (e la voglia) di approfondire i programmi non ce l’hanno, neppure se si tratta del quartiere in cui vivono.

Ma vediamo in che senso «di più» e «meglio». Spiegare il «di più» è quasi banale: chiunque, girando per Bologna nei mesi scorsi, ha notato che le affissioni, le sedi, le attività a sostegno di Delbono e Cazzola erano molto più numerose di quelle degli altri candidati. Nella comunicazione la quantità conta moltissimo, e d’altra parte è ovvio: se nessuno o pochi ti conoscono, puoi anche avere buone idee e persino una buona immagine, ma non hai speranza.

Riassumere il «meglio» comunicativo per cui ha vinto Delbono non è facile in poco spazio. Dirò solo tre cose. Dopo una falsa partenza, con manifesti non memorabili e discorsi freddi e professorali, Delbono si è affidato a uno dei migliori professionisti di Bologna, Miguel Sal. Anche Cazzola e altri candidati hanno coinvolto bravi professionisti, ma la differenza di Sal è stata netta.

Innanzi tutto era azzeccato lo slogan. Su «C’è Delbono a Bologna» alcuni hanno storto il naso, considerandolo un giochetto, un’invenzione poco originale. In realtà – come ho già commentato su queste pagine [QUI anche sul blog] – era l’unico slogan non trasferibile ad altri, perché costruito sul cognome del candidato. Inoltre si adattava con poco sforzo alle più svariate situazioni – il buon senso, il buon vivere, le buone relazioni – e si prestava a entrare nei commenti da bar e nelle battute ironiche, a favore o contro che fossero. Entrava in testa, insomma.

Ma l’idea migliore della campagna di Delbono è stata mettere in secondo piano, da un certo momento in poi, il candidato, per proporre ai bolognesi gli stereotipi positivi e nostalgici in cui più amano riconoscersi: la sfoglina, la Ducati, i bravi ragazzi che si laureano, la nonna con la nipotina, l’aperitivo in centro. Una Bologna ricca e paciosa, a cui nessun bolognese più crede, ma che tutti vogliono sentirsi raccontare. Un gioco di specchi vincente per dormire sonni tranquilli.

È un po’ questa la chiave per capire come mai l’attacco personale che Cazzola ha sferrato a Delbono, una settimana prima del ballottaggio, ha danneggiato più l’attaccante che l’attaccato. Non lo dico col senno di poi: i numeri di una vittoria possono essere variamente interpretati, e difatti in questi giorni le interpretazioni si sprecano.

Lo dico perché la vittoria di Delbono era già chiara mesi fa, e lo è stata a maggior ragione dopo il primo turno, se pensiamo al gioco di specchi che la sua campagna ha costruito. Cazzola ha raccontato una Bologna inquietante, fatta di invettive, cazzotti e veleni fra ex fidanzati; Delbono ha raccontato il buon senso e la buona amministrazione, rassicurando i più: come potevano esserci dubbi?

E poi si sa: ai bolognesi piace parlar male della città, ma guai se qualcuno gliela tocca. Cazzola lo ha fatto e mal gliene ha incolto.





Se Sharon Stone avesse le rughe di George Clooney

24 06 2009

Ho trovato sul blog Il corpo delle donne, di Lorella Zanardo, un post che ti rilancio:

«Qualche giorno fa Giampiero, carissimo amico, mi diceva che a suo avviso le donne invecchiano peggio degli uomini. Cercavo di spiegargli che non è così, anzi. Le donne si tengono di più, sono a volte meno pigre, si curano, fanno ginnastica… Non lo convincevo.

Poi ho capito.

Ho capito che quello che lui intendeva stava dentro il suo sguardo.

Noi tutti ci guardiamo l’un l’altro partendo da pre-concetti ben radicati in noi che agiscono a livello subliminale, di cui non ci rendiamo conto e che spesso ci sono stati tramandati da generazioni.

George è nato il 6 maggio 1961.

clooney

Sharon è nata il 10 marzo 1958.

Sharonstone

Sharon Stone ha 51 anni.

È unanimemente giudicata una donna bellissima.

George Clooney ne ha 48.

È unanimemente giudicato un uomo bellissimo.

Possiamo affermare che il mio amico Giampiero ha torto?

Apparentemente sì.

Sharon non ha le rughe naso-labiali profonde.

clooney naso

E non ha nemmeno le rughe profonde di George sulla fronte.

clooney fronte

Qualcuno però potrebbe obbiettare che forse la Stone nella foto sopra non appare al naturale, mentre Clooney sì.

Facciamo dunque un esperimento.

Con Photoshop abbiamo disegnato le rughe di Clooney sul volto di Sharon.

USA/

Com’è Sharon ora?

È ancora bella ?

È meno bella?

Prendiamoci un po’ di tempo per favore…

Come è cambiata la nostra percezione della Stone?

Cosa è cambiato?

Probabilmente la Sharon al naturale, senza ritocchi, è oggi pressappoco così.

Però, come dice Giampiero, se fosse così, vorrebbe dire che invecchia “male”.

George con le sue belle rughe, invece, invecchia bene.

Perché?

Un tempo si sarebbe risposto perche le donne sono fatte per fare figli, perdono di attrattiva quando non sono piu fertili.

Ma ora?

Da anni l’accoppiamento non è più legato unicamente alla riproduzione.

È veramente meno attraente una bella donna con le rughe?

O siamo vittime di un pre-concetto?

Le rughe in un uomo piacciono, si dice, perché comunicano esperienza, vita vissuta, saggezza, protezione.

Anche in una donna.

Il pre-concetto ci impedisce di vedere ciò che probabilmente è già realtà.

Forse è ora di indossare nuovi occhi.»

Lorella Zanardo, Il corpo delle donne





Bologna. La gioia (?) di Delbono

23 06 2009

A Bologna Flavio Delbono, candidato sindaco del Pd, ha vinto al ballottaggio con il 60.7% dei consensi. Il suo rivale Alfredo Cazzola, sostenuto dal Pdl, si è fermato al 39.2%.

A Bologna il Pd è andato meglio che a Firenze (dove Renzi ha vinto con il 59,9%), meglio che a Ferrara (dove Tagliani ha vinto con il 56,82%) e Bari (dove Emiliano ha vinto con il 59,8%).

Buona anche l’affluenza alle urne: il 62,2% a Bologna, di poco superata da Ferrara, con il 62,45%, ma sopra Firenze, ferma al 58,92%, e Bari, al 60,02%.

C’è da stare allegri insomma, specie se si considera la disfatta del Pd sul fronte europeo. Non a caso Repubblica ha intitolato «La gioia di Delbono» le prime parole che il sindaco neoeletto ha rivolto ai cittadini.

Ma a guardare il video gela la schiena: parole lette su un foglio, sguardo basso, faccia scura e mai sorridente. Roba che fa rimpiangere la ben nota freddezza di Cofferati.

Vale la pena ricordare che gli studi sulla comunicazione non verbale mostrano che, nel caso di contraddizioni fra ciò che una persona dice e ciò che manifesta con la faccia e il corpo, gli interlocutori credono molto più alla faccia e al corpo che alle parole. Pare addirittura che i segnali non verbali abbiano in questo senso una efficacia 5 volte superiore a quella del linguaggio verbale.

Spero sia stata l’emozione. O l’amarezza degli ultimi giorni di campagna elettorale – come lo stesso Delbono dice – con il gossip e le allusioni pesanti sulla sua vita personale.

Ma così non si parla ai cittadini che ti hanno appena eletto. Così non si festeggia.





Il secolo dei media

22 06 2009

Ho appena finito di leggere Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie di Peppino Ortoleva, uscito a gennaio per Il Saggiatore. È innanzi tutto un libro di storia, che ricostruisce l’origine novecentesca di due caratteristiche fondamentali del mondo mediatico contemporaneo: la moltiplicazione illimitata degli strumenti di comunicazione, dei messaggi, dei loro emittenti e riceventi, la crescente dipendenza individuale e collettiva dalle reti.

Copertina Il secolo dei media

Ma il libro Peppino è molto di più, perché contiene sorprendenti e acute osservazioni su tantissimi fenomeni odierni, dalla diffusione della pornografia negli ultimi quarant’anni (a cui sono dedicati i tre capitoli centrali, che da soli meritano l’acquisto del libro) al declino del giuramento, dalla passione collettiva per gli sport di massa alla diffusione della musica leggera, che fa da colonna sonora a quasi tutti i momenti della nostra vita, dallo svago al lavoro.

È insomma una lettura imprescindibile per chiunque si occupi di media, nuovi media e comunicazione. Ci tornerò sopra diverse volte, prevedo.

Ti propongo qui uno stralcio sul difficile rapporto che la cultura occidentale intrattiene con quello che Sigmund Freud chiamava il «lavoro del lutto». Un tema delicato e dolente, che tutti tendiamo a dimenticare perché riguarda il principale tabù del nostro mondo: la morte.

«[...] il processo di deritualizzazione dei grandi momenti e passaggi della vita umana, e del cordoglio in particolare, è uno dei frutti più vistosi dell’affermarsi dei modelli individualistici di vita personale e di comunicazione interpersonale.

Tali modelli vietano, in nome dell’imperativo generalizzato della sincerità e dell’«autenticità» individuale, comportamenti troppo rigidamente cerimoniali (come quelli che contraddistinguevano la partecipazione ai riti del lutto di molte persone affettivamente poco coinvolte ma socialmente obbligate alla presenza), ma d’altra parte rendono raro e difficile il crearsi di livelli di affettività sufficientemente intima da consentire una partecipazione personale realmente sincera al lutto se non da parte di pochissimi parenti e amici.

Il risultato è il generale rarefarsi «per imbarazzo» delle comunicazioni verso le persone in lutto proprio nel momento in cui ve ne sarebbe maggiore bisogno, e la necessità di ricorrere, per chi è colpito da questi eventi tragici quanto inevitabili in ogni biografia, o alle competenze acquisite attraverso i media, o alla terapia.»

(Peppino Ortoleva, Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, Il Saggiatore, Milano, 2009, pp. 64-65).

Avrò il piacere di presentare il libro, assieme all’autore e a Roberto Grandi, Elena Lamberti e Guglielmo Pescatore, presso la Libreria Coop Ambasciatori di Bologna, mercoledì 24 giugno alle ore 18.00. Scarica QUI l’invito.





Perché non mi piace il revival di Berlinguer, di Vittorio Zambardino

20 06 2009

Il 12 giugno Vittorio Zambardino ha postato questa nota su Facebook.

La copio e incollo qui, perché mi pare un’opinione molto interessante da condividere e discutere. Inoltre, è basata sulla testimonianza diretta dell’eccellente professionista che è Zambardino. Che preferisce dire cose anche spiacevoli e controcorrente, pur di mantenere lucidità e evitare ipocrisie.

Grazie, Vittorio.

«Ho scritto su Facebook questo “stato”: “Detto da uno che nel Pci di Berlinguer ci è stato e ha lavorato, questo ritorno di mito è privo di ogni fondamento e, come tutti i miti, è “ignorante” dei dati di realtà. Alla larga”.

Giustamente qualcuno che non è d’accordo mi ha chiesto di motivare l’affermazione. In questi giorni ho un po’ il tempo contato, quindi cercherò di dire saltando alcuni passaggi. E magari viene una cosa lunga lo stesso.

Non ho alcun “pentimento” di essere stato nel Pci. Ci sono rimasto 14 anni, è stata di fatto l’esperienza più formativa della mia gioventù. È stata una grande scuola, il Pci. Un giorno dei primi anni ‘80, molto prima di tanti ex di successo, capii di non essere più comunista. Ma non ho fatto di questo una professione. Semplicemente decisi di fare un’altra vita, ho fatto “perfino” e con gioia il giornalista sportivo (se poi sono stato comunista davvero: essere comunisti significava una serie di cose che io, e tantissimi altri della mia generazione, non eravamo… Pajetta era comunista, per dire).

Oggi sento anche dei ragazzi, che allora erano bambini o addirittura non nati, che “rimpiangono” Berlinguer. Chiariamo una cosa, qui per brevità salto tutto il bene che si potrebbe dire di quest’uomo e del partito da lui diretto. Qui mi interessa dire perché secondo me è sbagliato prenderlo oggi a modello di una sinistra da rigenerare. Argomentare perché come padre fondatore non esiste. Ma resta che fu un grande leader. Il problema non è nemmeno personale, il mio interlocutore è il Pci di quegli anni, i miei anni.

Berlinguer non può essere il riferimento di una sinistra vincente e moderna (ma poi che è una sinistra? Non lo so, io voto radicale… ) perché :

1) Non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell’epoca D’Alema alla Fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell’epopea orale.

Il Pci di Berlinguer cercò di evitare fino all’ultimo i referendum su divorzio e aborto e su queste questioni, come su altre, era prudente, cauto, conservatore. Ma ebbe la buona sorte di essere travolto dal movimento delle donne, che lo aiutarono a vincere le sue tentazioni antiche.

2) Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e “popolo” (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la Dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c’era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.

3) Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e “persecutoria”. La sua gestione del sequestro Moro contribuì – ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede – alla morte di quell’uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente “dipietrista” – non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. È una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall’idea che in Italia vi fosse una “reazione”, alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato.

4) Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L’ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di “unità nazionale” era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma ecco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì.

5) Lo confesso, condivido l’analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell’italia post fascista. Non fatevi obnubilare dall’incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari): e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche – e lo dico con grande prudenza – un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l’emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di “pratiche” sostanziali non corrette.

6) Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. È vero che eravamo gente onesta e rigorosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.

Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il Pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il Pci di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che “si dovesse” far così.

Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l’idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.

Da ultimo c’è la questione dei soldi dell’urss, ma non l’ho mai considerata più grave di quanto fosse il fatto che la dc prendesse i soldi degli americani. Era la guerra fredda, continuò fino al muro che cadde. Ma fu grave non rompere prima, fu grave essere così cauti nel denunciare l’urss per quello che era, un regime totalitario e assolutistico, nemico della libertà umana.

E però per me era più grave il carnaio che i giornalisti di sinistra facevano a ogni ondata di assunzioni in rai per aggiudicarsi i favori del partito. Non lo dico con moralismo, avessero assunto me, all’epoca, ci sarei andato. Ma era grave lo stesso.

7) Il Pci di Berlinguer approvò con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Non basta?

Non avevamo le mani pulite. E il fatto che altri facessero bottino più grande del nostro, che fosse ladri in modo sistematico e per fini personali, cosa che da noi era condannata in modo esplicito, non cambiava di molto le cose. Ci faceva solo più ipocriti.

No, Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice.»





La bella solitaria della Schweppes

18 06 2009

Mi scrive Serena, per segnalarmi l’ultima campagna Schweppes:

«Un’ammiccante Nicole Kidman, dopo aver provocato un uomo con l’illusione di un bacio, prosegue per la sua strada, diretta a una dissetante bottiglia di Schweppes. Dopo averla trangugiata in modo neanche troppo elegante, Nicole ci chiede che altro ci aspettassimo da lei. Può essere un modo di ribaltare il ruolo delle donne nelle pubblicità?»

No, Serena.

Il ribaltamento dei ruoli non porta novità. Per dirla in altre parole: se di un concetto proponi il contrario, ti muovi sempre sullo stesso orizzonte semantico. Per cambiare davvero devi costruire un nuovo orizzonte, un’altra coppia di opposti.

Vediamo in dettaglio.

È vero che lo spot, spezzando l’incanto iniziale, ci presenta una ribelle. Ma è pur sempre l’eletta di un harem: l’unica con la pelle chiara, biondissima e bellissima. La più bella di tutte, dunque, che come tutte ha un solo ruolo da giocare: la seduzione di un principe.

E poi, cosa resta a Nicole quando si ribella? La solitudine di una bevuta «inelegante».

Insomma, siamo di fronte all’ennesima negazione di un possibile rapporto fra uomini e donne. Tutti presi da due ossessioni: bellezza e consumo. Tutti soli, sempre a sfidarsi, sempre a lottare gli uni contro le altre (ne avevamo già parlato un anno fa, QUI e QUI).

Triste, no?





Obama e Berlusconi: di che stupirsi?

16 06 2009

«Great to see you, my friend!»: così Barack Obama ha accolto ieri Silvio Berlusconi alla White House, poggiandogli entrambe le mani sulle spalle. Dopo di che, circa due ore di colloquio e conferenza stampa finale.

Non ho apprezzato coloro che, nei giorni scorsi, hanno detto (o fatto intendere) sui media nazionali che Obama fosse maldisposto nei confronti di Berlusconi. Per poi stupirsi, a incontro avvenuto, della tranquillità che ha contraddistinto il cerimoniale; magari tentando di minimizzare l’evento, come oggi hanno fatto alcuni commentatori su Repubblica (qualche esempio QUI).

Non mi è piaciuto nemmeno chi ha letto l’incontro solo nei termini di un guadagno del premier, un successo personale, una fantastica occasione per riprendere smalto dopo il papi-gossip degli ultimi mesi.

Mi sembrano due facce della stessa medaglia: il prodotto dello stesso sguardo miope, troppo concentrato – come spesso accade in Italia – sulla politica interna.

In realtà l’incontro è andato come doveva andare, né meglio né peggio. Non vedo come un comunicatore come Obama avrebbe potuto mostrarsi freddo con Berlusconi: che gli piaccia o meno come persona non è dato sapere, ma soprattutto è irrilevante in politica estera.

A quanto capisco, in questo frangente per Obama l’Italia vuol dire tre cose fondamentali: l’accordo Fiat-Chrysler, un’alleanza che non dia problemi in Afghanistan, un contributo di mediazione con Putin, da cui Obama dovrà presto andare.

Lo spiega lo stesso Obama nella conferenza stampa finale, di cui ti mostro tre estratti, presi da Sky TG 24. È interessante vederli, perché mostrano chiaramente – fra l’altro – che Obama vive la situazione come una tranquilla routine quotidiana.

Berlusconi, invece, appare teso: si agita sulla sedia, si sistema il vestito, fa le smorfie. Tutte cose che davanti a una telecamera non si dovrebbero mai fare.

Il resoconto generale:

L’Afghanistan:

I rapporti con Putin:

Trovi il testo completo della conferenza stampa sul sito della White House QUI.





I miei dubbi su Debora Serracchiani

15 06 2009

Mi piacerebbe che fosse il ciclone che dicono, ma non so. Rivediamola dall’inizio, in quell’Assemblea Nazionale dei circoli PD in cui è esploso il caso Serracchiani.

È stata molto critica, questo è certo. Ma non dimentichiamo che ha cominciato difendendo Veltroni («Io credo che il problema di questo partito non sia stato Walter Veltroni») e ha proseguito omaggiando Franceschini in termini che mi paiono un po’ troppo lusinghieri: «Tu hai un compito difficile perché non sei un volto nuovo [vero], però hai il compito di dare una credibilità nuova a questo partito e ci stai riuscendo alla grande [boom!]».

Inoltre il linguaggio di Debora è più fresco del politichese piddíno medio, ma non se ne libera completamente. È come avesse le briglie tirate, non corre. Non vola.

Dall’incipit del discorso del 21 marzo:

«Io credo che il problema di questo partito non sia stato Walter Veltroni, io credo che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi [qualcuno mi spiega concretamente cos'è?] una leadership che pure nella più ampia discussione e nella più approfondita mediazione [mediate gente, mediate, che il mondo gira senza di voi] che è necessaria in un partito grande come il nostro, però alla fine deve arrivare alla sintesi e la sintesi è mancata [ma se si continua così, continuerà a mancare, ohinoi] [...].

Quindi io chiedo al nostro segretario di dirci convintamente [convintamente? Pare l'onorevole Cetto La Qualunque] che questo cambiamento che abbiamo avvertito da quando ha dato le dimissioni Walter Veltroni non è la paura perché abbiamo toccato il fondo, ma è strategia… la sintesi, la linea politica di sintesi… questo io chiedo al mio segretario.»

Insomma, nel vecchiume di apparato Debora fa primavera, ma fuori?

In ogni caso quelli del PD si sono spaventati, e pure molto. Tanto da mandarla a Bruxelles, in quello che considerano «sbagliatamente» un cimitero di elefanti. Hai voglia a dire no, ma pare il vecchio promoveatur ut amoveatur: stattene buona lì, e non rompere.

A Bruxelles Debora ci va, con un sacco di voti. Ma la prima cosa che scrive su Facebook, quando le dicono che ha vinto ottenendo in Friuli più voti di Berlusconi (73.910 lei, contro 64.286 lui) è: «Una giornata memorabile: merita di essere vissuta se non altro perchè in Friuli Venezia Giulia ho battuto Berlusconi».

Il solito PD ossessionato da Berlusconi. Il solito linguaggio «contro», che non va da nessuna parte.

Nessuno ha spiegato a Debora la «faccenda lakoffiana dell’elefante»: non puoi dire «Non pensare all’elefante» senza che all’istante la gente ci pensi. Non puoi ripetere di continuo che sei contro Berlusconi (come da 15 anni fa la sinistra), senza portare acqua al mulino dell’altro. Ma nessun elefante europeo spiegherà a Debora come vanno queste cose.

Spero che lei sia abbastanza in gamba (e fuori dal coro) per arrivarci da sola.

La prima parte del discorso all’Assemblea dei circoli:

La seconda parte:






Bello e impossibile

12 06 2009

Con l’avvicinarsi dell’estate riprende la campagna D&G per la versione maschile del profumo Light Blue, lanciata nel 2007. Perfetta per le riflessioni sulla rappresentazione del corpo maschile che abbiamo iniziato con «L’uomo in ammollo».

Lo spot è stato girato su un gommone nel mare di Capri. Sole a picco, mare piatto e assoluta solitudine per un bellissimo lui che si china a baciare una bellissima lei, sulle note di «Parlami d’amore Mariù».

Troppo bello per essere vero, e infatti non lo è: all’improvviso ciak! e si scopre che è un film (o uno spot, appunto).

Lui è il modello David Gandy, che in passerella si presenta così:

David Gandy

Moro, muscoloso e depilato, ha persino «il sapor mediorientale» della canzone di Gianna Nannini. Se poi consideriamo che l’annuncio stampa mette in primo piano i suoi attributi sessuali, ne abbiamo abbastanza per dire che a questo corpo tocchi la stessa sorte di quelli femminili del documentario di Lorella Zanardo: ipersessualizzazione, plastica, atrofia cerebrale.

Pari opportunità? Non proprio, visto che è destinato ai gay, non alle donne. Come lo sono tutti i corpi maschili fotografati da Stefano Dolce e Domenico Gabbana, che della loro omosessualità hanno fatto un marchio di fabbrica.

Lo conferma il ciak finale, che toglie realtà alla scena anche per dire: «Donne, non illudetevi: questo corpo non è per voi».

L’annuncio stampa:

Light Blue

Lo spot:






Il più grande politico italiano

11 06 2009

Intendo Crozza, naturalmente.





EuroMediterranean Academy for Young Journalists

9 06 2009

Ricevo da Letizia questa utile segnalazione.

EuroMediterranean Academy for Young Journalists (EMAJ) è un corso di formazione di 10 giorni rivolto a giovani giornalisti europei e di paesi EuroMed, che abbiano al massimo 30 anni e parlino fluent English.

Il corso si concentra sul giornalismo multiculturale e ha come obiettivo formare i partecipanti sui temi relativi alle migrazioni. Dopo il successo della passata edizione, svoltasi l’anno scorso a Amman, in Giordania, quest’anno EMAJ si tiene a Amsterdam.

La scadenza del bando, che ti permetterà di partecipare a EMAJ senza pagare il viaggio, il vitto e l’alloggio a Amsterdam per la durata dell’evento, è il 22 giugno 2009.

Scarica da QUI la «Call for participants» e da QUI l’«Application form» che va compilata per concorrere.

Ulteriori informazioni sul sito:

www.emaj2009.org

E se ti restano dubbi, puoi chiedere a Letizia, contattandola su Facebook o lasciando un commento su questo blog per condividere i dubbi con noi.

In bocca al lupo e fammi sapere come va a finire! :-D





L’uomo in ammollo

8 06 2009

Vorrei cominciare una riflessione sulla rappresentazione mediatica del corpo maschile, che sia parallela e complementare rispetto a quanto stiamo facendo su quello femminile. Nella comunicazione si deve sempre lavorare in modo sistemico: per capire un elemento, devi capire il sistema di relazioni in cui è inserito. Per capire un genere, devi capire gli altri.

E allora.

Dal 24 maggio le città italiane sono tappezzate dalla versione contemporanea del celebre «uomo in ammollo» di Bio Presto.

Negli anni ‘70 l’uomo in ammollo era il chitarrista jazz Franco Cerri.

Autoironico, casalingo e rassicurante, Cerri se ne stava beatamente immerso in acqua, tutto vestito in camicia e cravatta, spiegando come la potenza di Bio Presto avrebbe cancellato le terribili macchie di cui era cosparsa la sua camicia.

«Sporco impossibile? Nooo, non esiste sporco impossibile per Bio Presto» era il tormentone della campagna, che durò 15 anni e negli anni ‘80 continuò a mostrarci Cerri che, oltre a stare in acqua, girava per case e supermercati, sempre occupandosi (come una donna!) di lavatrici, detersivi e panni sporchi.

Oggi il testimonial è Umberto Pelizzari, campione mondiale di apnea profonda, e la headline delle affissioni è «Un pulito da record».

La differenza è lampante: negli anni ‘70-’80 Bio Presto rappresentava un uomo piacente ma normale, pronto a mettere da parte le sue abilità di chitarrista per pensare al bucato; oggi ci mostra un recordman dal fisico eccezionale, al cui volto, in realtà segnato da sole e mare, il fotoritocco ha cancellato rughe e imperfezioni, per omologarlo a mille altri belloni da passerella.

Corpo di plastica e prestazioni da supereroe, insomma.

Lo spot del 1977 (ripreso da un frammento di Blob: non badare al Pasolini iniziale e Cossiga finale :-) ):

L’affissione di oggi (per ora non ne ho trovata una più grande):

Un pulito da record





Obama, we love you

5 06 2009

Ho ascoltato con molta attenzione il discorso di Barack Obama all’Università del Cairo. «We love you», gli hanno gridato gli studenti. «Thank you», ha risposto semplicemente. Chi non avrebbe voluto unirsi all’ovazione?

Sappiamo tutti che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e che molti saranno gli ostacoli che Obama incontrerà sulla sua strada. Molti i passi falsi che potrà fare. Tuttavia il discorso era perfetto. Personale, ma storicamente fondato. Ecumenico, ma duro contro il terrorismo e gli estremismi. Equilibrato sulla questione israelo-palestinese. Emozionante.

Stralcio i passaggi che mi hanno colpita di più. (Non sono gli unici, ma l’alternativa era copiare l’intero discorso.)

Il richiamo continuo all’esperienza personale, volto a conferire autenticità al discorso:

«In parte, le mie opinioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre proveniva dal Kenya e aveva una famiglia che per generazioni intere era stata musulmana. Quando ero piccolo ho passato molti anni in Indonesia, e ascoltavo sempre al chiarore delle prime luci dell’alba e al calare delle tenebre la chiamata dell’azaan. Da giovane ho poi prestato servizio in alcune comunità di Chicago presso le quali molte persone trovavano dignità e tranquillità interiore nella loro fede musulmana.»

La battaglia contro gli stereotipi:

«La mia esperienza ispira la mia opinione che un rapporto tra America e Islam deve basarsi su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è. Credo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti battermi contro ogni stereotipo negativo dell’Islam, ovunque esso si manifesti.

Questo stesso principio deve applicarsi però anche alla percezione dell’America da parte dei musulmani: proprio come i musulmani non rientrano tutti in un generico stereotipo, così l’America non rientra in quel generico stereotipo di impero interessato solo al proprio vantaggio.»

Il mondo globalizzato, ovvero siamo tutti nella stessa barca:

«Abbiamo scoperto da poco che quando un sistema finanziario si indebolisce in una nazione, ne soffre la prosperità di tutte; che quando una nuova malattia contagia un uomo solo, tutti gli uomini sono in pericolo; quando una nazione vuole procurarsi una bomba atomica, il rischio di attacchi nucleari si moltiplica per tutte le nazioni; quando violenti estremisti agiscono in una striscia montagnosa lontana, la gente è a rischio anche al di là degli oceani; e quando degli innocenti disarmati sono sterminati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne infangata. Questo significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta.»

La democrazia non si impone:

«So che negli ultimi anni ci sono state molte polemiche su come debba essere incentivata la democrazia e molte di esse sono da rapportare alla guerra in Iraq. Sarò chiaro: nessun sistema di governo può o deve mai essere imposto da una nazione a un’altra. Questo non vuol dire, chiaramente, che il mio impegno nei confronti dei governi che riflettono il volere dei loro popoli è minore. Ciascuna nazione dà vita a questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni del suo popolo: l’America non pretende di sapere che cosa sia meglio per ogni nazione, così come noi non condizionerebbe mai il risultato di elezioni regolari e pacifiche.»

La libertà di religione:

«Il quinto argomento che vorrei affrontassimo tutti insieme è la libertà di religione: l’Islam è fiera della propria tradizione di tolleranza, constatabile nella storia dell’Andalusia e di Cordoba ai tempi dell’Inquisizione. Da bambino in Indonesia ho visto io stesso che i cristiani erano liberi di esercitare la loro pratica religiosa in un paese a stragrande maggioranza musulmana. È questo lo spirito che deve animarci anche oggi: gli uomini di tutti i paesi devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione, la loro anima, il loro cuore. La tolleranza è fondamentale perché la religione possa crescere, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.

In alcuni musulmani c’è la preoccupante tendenza a quantificare la propria fede in misura proporzionale al respingimento di tutte le altre.»

I diritti delle donne:

«Il sesto problema di cui vorrei ci occupassimo tutti insieme riguarda le donne e i diritti delle donne: si discute molto di questo e per quanto mi riguarda respingo l’opinione di chi in Occidente pensa che se una donna sceglie di velarsi i capelli sia in qualche modo “meno uguale”.

So tuttavia con certezza che negare alle donne la possibilità di istruirsi significa sicuramente privare le donne di uguaglianza: non è casuale che i Paesi nei quali le donne possono studiare hanno maggiori probabilità di essere prosperi.

Su questo punto non vorrei ci fossero dubbi: la questione dell’eguaglianza delle donne non concerne l’Islam, tanto è vero che in Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia e in altri paesi a maggioranza musulmana hanno eletto al governo una donna. Ma la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua anche nella quotidianità americana e in altri Paesi di tutto il mondo.

Le nostre figlie possono dare alle nostre società un contributo uguale a quello dei nostri figli, e la nostra comune ricchezza si avvantaggerà consentendo a tutti gli esseri umani, uomini o donne che siano, di raggiungere il loro potenziale umano. Non penso che una donna per essere considerata uguale a un uomo debba prendere le medesime decisioni, e rispetto tutte le donne che nel mondo scelgono di vivere assolvendo ai loro compiti tradizionali. In ogni caso questa dovrebbe essere sempre e comunque una loro scelta.

Gli Stati Uniti si assoceranno a qualsiasi paese a maggioranza musulmana che intenda sostenere il diritto delle bambine ad accedere all’istruzione, e voglia aiutare le giovani a cercarsi o crearsi un’occupazione tramite il microcredito,che tanto aiuta a realizzare i propri sogni.»

L’appello finale ai giovani, contro gli scettici e gli “ancorati al passato”:

«Molte persone – musulmane e non musulmane – mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio: alcune sono impazienti di fomentare le divisioni, e intralciare in ogni modo il progresso. Alcune lasciano capire che è tutto inutile perché siamo predestinati a non andare d’accordo, e le civiltà sono predestinate a scontrarsi. Molte altre sono semplicemente scettiche, dubitano che un cambiamento possa mai aver luogo.

Ci sono paura e diffidenza: se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, di sicuro non potremo mai fare passi avanti. Lo voglio dire con particolare chiarezza ai giovani di ogni religione e di ogni Paese: voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare il mondo

QUI la traduzione del Sole 24 Ore, da cui ho tratto i vari passaggi.

QUI la traduzione e il testo originale riportati da Repubblica.

QUI il video del discorso sul sito della White House.





La campagna per le amministrative di Bari

3 06 2009

Da tempo volevo segnalare la campagna del sindaco di Bari Michele Emiliano, che in Italia si distingue per la capacità di coinvolgere i giovani e per l’uso adeguato e intelligente di Internet (finalmente!).

Non posso quindi che accogliere volentieri le riflessioni e la proposta di Giorgio, che mi scrive:

«Da frequente lettore del suo blog e da studente di semiotica a Bologna, vorrei segnalarle il sito del sindaco di Bari, e candidato sindaco, Michele Emiliano:

http://www.micheleemiliano.it/

Non so se lo ha già visto (credo di sì). Già a un primo sguardo si nota un gigantesco lavoro creativo da parte dell’Emilab. Ricordo a proposito un’analisi, presentata a un convegno a Imperia, di Francesca De Ruggieri [N.d.R.: Università di Bari, sede di Taranto] – articolo pubblicato su E/C [N.d.R.: puoi scaricare QUI il pdf] – in cui si prendevano in considerazione i tratti innovativi della campagna elettorale di Michele Emiliano nel 2004. Credo che possa essere una cosa interessante per una proposta di tesina triennale (o anche tesi specialistica) – visto che Bologna, e credo anche il Dipartimento di Comunicazione, pullula di studenti che provengono dal Sud, nonché dalla Puglia (come me) – o anche solo come segnalazione sul blog.

La sfida elettorale a Bari è tra l’attuale sindaco (Michele Emiliano) e colui che è stato sindaco nei due mandati precedenti (Simeone Di Cagno Abbrescia). Questo dato è stato ampiamente sfruttato negli spot elettorali per Emiliano, soprattutto in quello intitolato “Trailer: Il sindaco parte seconda”, dove Di Cagno Abbrescia è “il nemico che è tornato”. È inoltre possibile un confronto con il sito di Di Cagno Abbrescia:

http://www.simeonesindaco.it/

per valutare le differenze (faccio notare ad esempio lo stile di scrittura nei testi di quest’ultimo sito, che si contrappone all’uso del linguaggio popolare, con marcati tratti dialettali, nel sito di Emiliano: sembra l’opposizione “freddo vs caldo”).

Non mi dilungo oltre. Spero che la cosa possa in qualche modo interessare.
(PS: a scanso di equivoci, non sono un membro di Emilab!).»