Chi mi conosce sa che non sopporto di essere salutata con “Salve!”. Il che, purtroppo, in università mi capita regolarmente, perché è così che il/la ventenne medio/a risolve l’incertezza fra darmi del tu (“È una prof, non si può”) e darmi del lei (“È una tipa informale: non mi viene da darle del lei”). È per questo che, nei corridoi come nelle mail, si moltiplicano i “Salve!” (col punto esclamativo, sì).
Quanto sarebbe bello, invece, che l’imbarazzo fosse sciolto scombinando le regole. Un intelligente “Buongiorno Giovanna”, seguito da un educatissimo “tu” – perché il rispetto non passa per forza dal “lei”. O un sorridente “Ciao prof”, che prosegue con un rigoroso “lei”, tanto per dirne un’altra. Ma ci potrebbero essere diverse soluzioni, purché personali e non sciatte.
Perché questo un vero saluto dovrebbe essere (in generale, non solo in università): un momento di attenzione, per quanto fuggevole, specificamente dedicato a una persona, e solo a quella. Troppa fatica?
Sabato scorso, sulla prima pagina di Repubblica, c’era questo articolo di Guido Ceronetti. Non sono l’unica, ad avercela col “Salve!”.
La difficile arte di salutare gli altri
Repubblica, 26 luglio 2008
Caro direttore, il saluto? Dico subito qual è il peggiore. Non c’ è peggior modo di salutare che dire SALVE, parola che, di per sé fredda e sgraziata, viene quasi sempre gettata, più che detta, con svogliatezza e noncuranza: il «salve» esclude ogni possibile amabilità ed è significativo che sia diventato, dopo il «ciao», il saluto italiano più diffuso. Il «salve» degli ambienti giovanili e di lavoro sottintende repulsione per la socialità, indisponibilità al dialogo e all’amicizia, avvertendo: c’è un muro, ci vai a sbattere. Meglio ritrarsi.
Anni fa scendevo talvolta a un albergo romano a tre stelle, al Nomentano, accettabile… Un giorno fu assunto un portiere di giorno che, non ripreso dalla direzione, salutava la clientela, abitualmente, con «salve». Oltre che sgradevolmente infame, il «salve» non può essere seguito da un nome proprio senza sprofondare di più nel brutto, e il portiere ideale, in qualsiasi albergo, è quello che ti dà il buongiorno accompagnato dal nome. Buongiorno signor Tiramazza! Questo fa che il nominato Tiramazza gongoli, e l’albergo, terra dei nessuno, gli è subito reso familiare; molte paure, inerenti all’assurdità del soggiorno in camere di tutti, svaniscono… Per evitare lo sconcertante saluto anonimo di quel portiere caricato a salve, mai più, in quell’albergo romano, ho rimesso piede.
Il miglior saluto è «ciao», in lingua ancora decentemente italiana, lo segua o no il nome. Dall’eco un po’ servile nell’ ètimo (sciavo, schiavo, s’intende: tuo) l’origine è strapersa, e «ciao» ha il colore dell’indipendenza. Il suo uso in lingua corrente è databile, pare, verso 1880: dunque si poteva già salutare con “Ciao Giosuè” il Carducci e con “Ciao Mimile” Émile Zola, come lo chiamava la sua legittima, Alexandrine. Prima del 1922, “Ciao Benito” lo poteva dire chiunque – dopo, via via, sempre meno. Facile, del nobile linguistico, lo scadimento. Ciao è bello a patto che non sia ripetuto: ciao-ciao sfiora già il cadente, è svogliato e denota, pur con le migliori intenzioni, una grande stanchezza. Il ciao ripetuto è dei moribondi, dei grandi malati, potendo è meglio astenersene. Pessimo, da evitare, da reprimere, dilagato come un male infettivo è il ciao a filza di salamini, a mitraglia di guerrigliero, oggi usatissimo nei congedi telefonici, sia di fisso che di cellulare: “ciao ciao ciao ciao ciao…!”. Di solito è affannato, nevrotico, sintomatico di qualche buco nero nascosto o dichiarato.
«Addio» ha cessato di essere un modo di salutare. Era per antonomasia il saluto epistolare, i grandi della lingua terminavano così la lettera di busta sigillata. Adesso sarebbe incongruo, ironico, accolto male. Un suicida, un condannato a morte scrivono, nei loro convulsi messaggi, come saluto supremo, “addio”. La canzone degli anarchici espulsi dalla Svizzera, di Pietro Gori, famosissima, attacca e termina con addio. Dai messaggi lasciati in segreterie telefoniche o digitati nei cellulari “addio” è bandito. O può sussistere come formula di rottura. Nella lingua letteraria, considerato evento in un contesto narrativo, “addio” resta vivo e pregnante. Ma rimanda a Dio, al cui regno appartengono i morti, ed è come se a quel regno si consegnassero i vivi, quelli che oggi stanno camminando di sera lungo la via Karl Johann di Munch o sotto la porta di Brandeburgo, tutti votati Dis Manibus. Rinviare a Dio o agli Dei è, in un certo senso, come già morti salutare i vivi.
C’è da riflettere sull’universale «adiós» castigliano – che ha valore identico a ciao – espressione emblematica di un mondo che aveva (non so se ancora abbia, fra tante demolizioni) un legame indissolubile e una completa familiarità con la morte. La lingua accogliendo a-Diós già nel secolo XV (Corominas Etimologico) lo accompagnava con sii, siate (con Dio, andate con lui, ecc.) in un esplicito affidamento augurale a un deus absconditus delle persone salutate, come corpi viventi da preservare e come anime di disincarnati da salvare. Il fatto che da tempo l’addio neolatino appaia neutro e al di fuori di ogni trascendenza, questa tuttavia, nella profondità d’essenza della parola rinviante a un oltre, rimane sottintesa: apri il bisillabico saluto accomiatante, ed è un giocattolo a molla a rivelarti che cosa in verità significhi dire addio.
- GUIDO CERONETTI
Però per esperienza personale devo dire che non è poi così tanta la gente che pensa che il rispetto non passi per la terza persona, purtroppo.
Io con gli estranei vado di “Buon X” (X = giorno, pomeriggio, sera, notte) e poi tento di calibrare in base al mood della chiacchierata
Buongiorno Giovanna!
Sabato ero in spiaggia con la Repubblica e appena ho letto “Non c’ è peggior modo di salutare che dire SALVE” ho pensato a te…
Mi sono infatti ricordata di un rimbrotto sul “salve” durante una delle tue lezioni.
Credo sia azzeccata l’analisi sul mix formale/informale (+ sfumature intermedie) e imbarazzo derivante. Ma perché ci facciamo tutte queste paranoie e non ci comportiamo con più naturalezza?
Ciao,
Biljana
mi hai illuminato.
e ora mi spiego anche qualche sorriso imbarazzato.
Un simpatico ragazzo romano conosciuto una ventina d’anni fa quando lo salutavano con un “salve” rispondeva: ma che sei ‘no zerbino?
Da allora (ma anche prima di allora) non ho mai salutato con un salve.
anche mia madre mi metteva in guardia ero piccolo sul dire “salve” a una signora o a persone cui si deve formalità e rispetto.
ma io francamente, crescendo, mi sono voluto liberare di questa costrizione che ho sempre trovato ingiustificata.
ancora oggi, sentire una persona di cui ammiro l’intelligenza condannare così duramente il “salve” mi convince sempre di più che tali prese di posizione non sono altro che pretesti passeggeri per lamentarsi di qualche cosa.
è vero che se fossimo in giappone queste cose avrebbero la massima importanza.
ma in giappone è anche molto più diffusa e capillare la consapevolezza di queste usanze, perché inculcata per mezzo dell’educazione sin dalla nascita.
da noi, per contro, non esiste tale rigidezza.
quindi invito ad andarsi a vedere l’etimologia della parola “salve”. è una forma di augurio che vale come saluto generico e che peraltro non contiene in sé nemmeno controindicazioni all’essere usato in fase di commiato.
sinceramente se io fossi un professore riterrei cattiva educazione più essere appellato con il tu che con il “salve”. se io fossi un professore.
Salve! Emm… Buongiorno Giovanna Cosenza!
)
A parte gli scherzi e l’antipatia personale al “Salve” del tutto legittima, non capisco se ci sia anche un motivo più “solido”. L’etimologia ( http://www.etimo.it/?term=salve ) della parola non sembra brutta (era un saluto usato dai latini) ed è persino usato in una preghiera (Salve Regina).
C’è dell’altro?
ciao
nicola.
In effetti il salve è davvero bruttino… (anche se devo ammettere che quando sono stato alle strette l’ho pure usato) e non mi piace che lo usino con me. Internet da questo punto di vista è ottimale perchè certi imbarazzi sono evitati all’inizio (almeno nella maggior parte dei casi, s’intende).
Il mio saluto spesso si riassume in un wuèèèèèèè tra amici. Il Salve lo uso quando chiedo informazioni a perfetti sconosciuti. Di solito i miei ex docenti (ollè!!) li salutavo con la manina e un sorriso più che altro per fargli intendere ‘guarda sto qui da 2 ore per la correzione! Con solo un kinder bueno nello stomaco. Ti prego non mi abbandonare!’. Un saluto a volte è proprio una richiesta d’aiuto.
Io concordo con Biljana sul fatto che il saluto dovrebbe essere qualcosa di spontaneo e naturale, quindi dovrebbe essere preso con più leggerezza: come viene viene, come mi sento in quel momento… (ovviamente con delle eccezioni dettate da situazioni indubbiamente formali).
Confesso che anche a me il “Salve” a volte scappa e sinceramente non l’ho mai trovato particolarmente brutto, forse un po’ freddo, ma non maleducato ne così sgradevole da “sottintendere repulsione per la socialità, indisponibilità al dialogo e all’amicizia”. E comunque non è la prima volta che sento un professore lamentarsene senza però capire quale terribile crimine noi studenti stessimo compiendo con quel semplice atto di saluto.
Perchè… diciamola tutta… non è proprio facile avere a che fare con i professori,
) non si sa mai se la formula scelta sarà quella giusta.
)
Troppo formali e ridondanti, troppo informali e maleducati, troppo prolissi e ripetitivi, troppo concisi, troppo banali… ufff.
Non tutti purtroppo apprezzano chi scombina le regole e allora, se il professore a cui rivolgo la mail non lo conosco, non l’ho mai visto, che faccio?
Scelgo una via di mezzo e incrocio le dita??
Per me è una questione di feeling.
Per esempio io faccio fatica a dare del tu ai professori, anche a quelli che non si fanno problemi.
Perché?
La capacità di discernimento è faticosa?
Beh, non saprei cosa rispondere, ma sono convinto che il modo in cui salutiamo gli altri è una rappresentazione di quello che gli altri sono per noi. Non è solo una questione antropologica quella di voler capire il punto di vista degli altri.
Da un saluto si capiscono un bel pò di cose. Posso salutare la professoressa chiamandola prof, sempre che lei non considera la parola prof una sciatteria. Troppe sicurezze non ci permettono di metterci in duscussione, che può anche fare bene alla salute. Non voglio dire che dobbiamo essere tutti quanti insicuri!
Okey okey… non lo userò più…!
Giovanna, non vorrei apparirti impudente e provo un certo imbarazzo a darti del tu nonostante non sia più da anni un tuo studente. Non ho condiviso l’articolo di Ceronetti per un equivoco di fondo: chi ha mai detto che un saluto non debba essere anonimo e freddino sopratutto quando rivolto ad un professore che per sua natura, e per quanto si sforzi, non può non avere un rapporto asimmetrico con lo studente. Lasciamo che l’incipit per stabilire il canale comunicativo sia sciatto e seriale; così’ facendo ci emanciperemo dal considerare una formula che comunque è di rito come una spia rivelatoria della nostra ricchezza relazionale demandando al dialogo la confutazione della nostra banalità. Una Giovanna smaliziata potrebbe inoltre essere ben più colpita da una provocazione che si mascheri da anonimato, da un “salve” che irriti in prima istanza ma poi dimostri che non è il saluto che conta.
Pensa se uno studente venisse da te e stravolgendo la sintassi invalsa del saluto ti apostrofasse con un “Salve, Vaso con genziana”, tanto per omaggiarti di un tuo anagramma. Sarebbe sfacciato o conformista?
Nessuno che critichi quelli che ti salutano con “saluto” ?!
Ciao a tutti…

Insomma, ho capito che alcuni di voi il “Salve”" proprio non lo vogliono mollare. A costo di accusarmi di snobismo o invitarmi a riguardare la meravigliosa origine etimologica della parola, che ovviamente augura salute e benessere fisico. La sapevo la sapevo… ma quanti fra coloro che strascicano il loro “Salve” si preoccupano dello stato fisico dell’altro? Non ne vogliono davvero sapere neanche quando chiedono: “Come stai?”……….
Alcuni punti:
1) non sono affatto una snob, né voglio esserlo in questo caso. Inoltre, ammetto che c’è “salve” e “salve”: come giustamente sottolinea Ugo, conta anche il modo in cui lo si dice, il comportamente non verbale. E annessi e connessi. Ma tutti i “Salve!” con cui me la prendo sono strascicati-biascicati-a-mezza-bocca-con-occhio-basso-da-pesce-lesso. Invariabilmente. Che, se lo studente-medio lo facesse con l’amico-medio, si beccherebbe di risposta: “Ahò? Ma che c’hai stamane? Te sei svejato cor piede sbajato?”.
2) Non credo che salutare un prof sia più difficile che salutare chiunque altro. Peraltro, tutti i ventenni medi con cui ne ho parlato in aula hanno sempre ammesso di salutare così anche il vicino di casa, quando non sanno bene come apostrofarlo (il lei? il tu? il voi?…). Stessa risultato per stesso imbarazzo. O forse è più difficile salutare una prof che salutare un prof? Piccola provocazione…
3) Non intendevo stimolare saluti particolarmente originali: in versi, cantati o chissaccome. Oddio, spero che ora non mi arrivino pure quelli…
4) E’ normale che i rituali siano, almeno in parte, vuoti automatismi, ed è giusto così. Ma il problema è: quanto vuoti? Non stiamo un po’ esagerando, col sottovuoto spinto?
5) Ahò, raga, macheccciavete? E’ il caldo che non vi fa cogliere il punto di tutta questa faccenda?
Per concludere: non ho mai tolto il saluto a nessuno per un “Salve!” biascicato o scritto all’inizio di una mail.
Ciao!
Spezzo una lancia a favore del “Salve” quando “salva” (scusate il bisticcio) dall’imbarazzo i miei studenti, soprattutto nelle mail. Lo preferisco alle numerose mail che ricevo in cui non c’è un saluto, una formula di apertura, una firma di chiusura, quelle insomma a cui io sono costretta a rispondere con “Caro studente anonimo…” e che mi trattano come se io fossi una pagina di wikipedia da interrogare per avere informazioni su date di appelli, programmi d’esame etc. Le mie preferite, lo ammetto, sono però quelle che iniziano con un Buongiorno, e magari si chiudono con una faccina sorridente
Davvero bello l’articolo di Ceronetti… e pensare che io uso quasi sempre il “Salve” con i professori, pensavo fosse un modo nè troppo formale, nè troppo informale di salutare… sarà meglio utilizzare allora il “Buongiorno” che uso solitamente in modalità educata!!!
Mi capita di usare il “Ciao” con una prof. che ha dichiarato apertamente di volere il TU, ma sinceramente non mi trovo proprio in ambito universitario a dare del tu.
Io vermanet ehm
io ehm
io lo confesso: adoro il salve ed è vero, mi sembrava che mi cavasse dai casini con i prof. No il tu Dio Salutista è troppo! e che so la tu’ sorella? Io di solito sono per il buongiorno prof, passo al salve e perchè me sta simpatico.
Stava, che adesso sono grandicella e ci ho altri canali espressivi. E’ aumentato il buongiorno.
Ora che ci penso, si dice salve anche perchè ci si sente piccoli. La formalità ha anche un che di paritario.
Dopo mesi che leggo assiduamente articoli e commenti mi sono decisa anch’io a esprimere un’opinione e a lasciare un commento. Ammetto di usare spesso e volentieri “salve” per togliermi dall’imbarazzo quando non so come salutare. Per quel che mi riguarda non dipende solo dalla persona che devo salutare, ma soprattutto dal momento della giornata. Per la mattina e la sera nessun problema ad usare buongiorno e buonasera, ma nelle prime ore del pomeriggio non mi vien proprio da dire “buon pomeriggio”. Non mi sembra che in Italia sia molto usata questa formula, al contrario dell’Inghilterra, dove dopo mezzogiorno si deve assolutamente passare a “good afternoon”. Magari sono poco informata, però nessuno si è mai rivolto a me salutandomi con “buon pomeriggio” oppure si è trattato di un saluto di congedo e forse più un augurio che un saluto. Quindi quando non si può usare il ciao perchè considerato troppo informale, il buon pomeriggio suona strano, come salutare se non con “Salve”? In ogni caso se detto accompagnato magari da un sorriso, non è poi così malvagio. A me ricorda tanto il saluto romano “Ave”.
“Ave Giovanna” ti sembra troppo arcaico?
Forse il fatto di essere anacronistico costringerebbe chi lo usa a un atteggiamento di disinvoltura eccessivo, con un sorriso manifesto che potrebbe tradire una conoscenza che in realtà non c’è e simulare un’intimità d’intesa che non è mai esistita.
Mannaggia!
A saperlo prima!
Io spesso cado nel “salve”!!
E’ che spesso noi studenti non sappiamo mai che dire: al professore simpatico e giovanile ci verrebbe da dare del “tu”! Ma poi ci si sente dare del “lei” da quasi tutti i prof e quindi si cerca una “formalità informale” che viene da esprimere con il “salve”. Che poi anche sentirsi dare del “lei” a 20 anni è brutto. A me, per lo meno, non piace! Tanto il rispetto non passa dalla persona utilizzata!! Dare del nei non implica automaticamente il rispetto!!
E sì…cercherò di abolire i salve!
Io invece amo i salve, adoro i salve! non é segno di lontananza o il volere mantener le distanze.
A me non da nessun fastidio che mi sia dato del tu o del lei, a presindere dai casi, e sarebbe anche più giusto, come succede in molte altre lingue, utilizzare il voi.
Anzi questo segno di rispetto dovrebbe essere subito apprezzato dalla persona che si accinge a colloquiare con noi… perché mai dovrebbe sentirsi offesa?
E’ un dare importanza a colui o colei che si é diretta alla nostra attenzione.
Non mi permetterei mai di dare del tu a un cliente seppur giovane che entra in un negozio, o in risposta a una telefonata…
Peraltro, lascio libera decisione a chiunque, di chiamarmi come gli pare o gli piace!!
Ehi, perchè tanto astio verso il salve? Siamo o non siamo figli dei romani? Serve che ricordi, sebbene la prof già lo sappia, che salve come saluto latino significava più o meno “salute”. In poche parole, “stammi bene!”. Quale augurio più bello e gentile di questo? E non sentite che bel suono ha questa parola? Sarà che sono fissata coll’amore per il latino e il greco…vabbè, comunque sempre meglio salve di ciao. Ciao deriva,(la prof mi scuserà se sembro sapientino versione femminile) da sciao, a sua volta derivante da schiavo. In dialetto veneziano medievale e barocco, significava “sono tuo schiavo”, ovvero “sono al tuo servizio”. Un po’ troppo pesante come saluto, non trovate? Rispetto si, ma addirittura diventare una sorta di “servitore” mi sembra esagerato.
Ad ogni modo, dopo tutti sti latinismi e “venezismi”, viva il Buongiorno! Allegro, solare, chiaro e privo di offese. E così accontentiamo tutti
Cara lufeshir, se avessi letto bene l’articolo di Ceronetti, avresti visto che spiega benissimo già lui l’etimologia di “ciao”… no? Perdonami tu, ma leggere prima di scrivere… ehm.
Di ciao si, avevo visto…ma di salve no. Ho voluto solo ricapitolare, non c’è nulla di male no? Comunque sia ribadisco che buongiorno è davvero radioso e allegro come saluto, trasmette gioia e ti da la carica per iniziare davvero una buona giornata.
Aggiungo una cosa: è bello essere salutati col “ciao” seguito dal proprio nome, no? Rende il saluto preciso, stimola il sorriso di risposta e dimostra una piccola – ma non superflua né banale – attenzione.
Spesso mi capita di incontrare persone al lavoro che conosco ma con cui non ho un rapporto abilitato ad usare il “ciao” e allora le saluto con buongiorno e basta; il resto, sempre con ciao e il loro nome: ricevo molti più sguardi soddisfatti.
Ciao Giovanna!
Credo che ci sia un equivoco di fondo: penso che l’oggetto del contendere dovrebbe essere il modo in cui si pronuncia più che la parola; come giustamente dici, quasi tutti quelli che dicono “salve”, si SENTE che lo dicono solo per levarsi il pensiero, senza alcuna voglia di rispettare chi salutano, ed -aggiungo io- “ergendosi” quasi su un piedistallo… Ripeto, non credo sia brutta la parola, ma il tono e la mimica (spesso inesistente) arroganti o menefreghisti…”tradiscono” spesso maleducazione. Sono convintissimo che sia indicativo che venti o trent’anni fa (da quel che ricordo) non si usasse affatto…
Ciao e complimenti!
Buongiorno a tutti! Il “salve” sta avvelenando le nostre vite. Lo trovo un saluto decisamente inappropriato e preferisco di gran lunga il ciao o i vari buon-giorno, sera, notte a seconda delle circostanze. Credo poi che in quanto all’etimologia di questo saluto veramente pochi la conoscano e vi facciano caso. Alcuni lo usano al posto di salute se qualcuno sternutisce. Insomma, può essere nato per una nobile causa, ciò è comprovato dal salve di salve regina (se è stato usato per salutare la regina dei cieli, la vergine maria, la creatura più bella di tutto il creato in una preghiera non può essere nato come saluto freddo e privo di calore umano, ma certamente come un saluto reverenziale), ma questa nobile nascita è andata irrimediabilmente persa nel corso del tempo. In realtà però non credo ci sia un reale problema legato solo al saluto ma una generale tendenza del mondo a andare verso una sempre più sconcertante sciattezza. Se non si ferma questa tendenza credo sia impossibile salvare il saluto. Sarebbe come pretendere di vincere una corsa al galoppo con un porco. Esempi di questa tendenza da me sperimentati possono essere ad esempio il fatto che l’anno scorso (frequentavo il primo anno di ingegneria aerospaziale quindi parlo di persone diplomate a una scuola superiore) un mio compagno di corso si rivolge al professore dicendo “scusa”. Capisco che il professore in questione sia una persona molto, come dire, amabile e sempre disposta a dare ascolto a chiunque, ma da questo a considerarlo un proprio pari ne passa e, in secondo luogo, cosa che mi aveva sempre dato un fastidio che però solo quest’anno sono riuscito a riscontrare in qualcun’altro la tendenza a dire “scusi prof” mi sembra veramente sciatta. Quando vado dall’avvocato dico forse “buongiorno avv”? E se riuscirò a laurearmi mi chiameranno “ing”? No grazie. Dobbiamo svegliarci da questa pigrizia del linguaggio e presto. Almeno prima di vedere un disegno di legge presentato con i “ke” i più “+” e i “xkè” perchè in quel momento sarà troppo tardi poichè l’italiano medio di oggi si sente autorizzato a questi scempi quando ne fanno uso politici, avvocati o laureati altolocati. Credo che si debbano correggere le piccole cose, le piccole sciattezze quotidiane per evitare la sciattezza globale. E ciò si può solo ottenere con un’ educazione alla correttezza nelle piccole cose quotidiane, perchè è di un insieme di piccole cose che è fatto questo nostro mondo.
Scusate, quasi dimenticavo, se qualcuno davvero si interessa all’etimologia di “salve”, per uscire dalla massa di persone che usano il salve ma non sanno nemmeno il perchè, e far veramente intendere a chi vi ascolta le vostre intenzioni, potrebbe secondo me sostituirlo con persone più o meno in confidenza, che comunque è necessaria per questo saluto con uno “stammi bene” o un “mi stia bene” nell’accomiatarsi da qualcuno.
Grazie per il contributo Davide. Piacciono anche a me gli «stammi bene» e analoghi, anche se dipendono molto dal modo in cui sono pronunciati (tono di voce, sguardo, stretta di mano, sorriso…), come giustamente osservava anche Silvio.
Salve a tutti, non me ne vogliate…. e salve pure a lei/tu/voi professorè…
Dico io, visto e considerato l’etimo di entrambi i saluti… ciao e salve dico…
Ma perchè ce l’avete tanto con ’sto “salve” ??? Cioè, togliendo da mezzo l’onnipresente e dissennato spirito d’emulazione verso gli Egregi linguisti e gli Affabili galatechi, me la date una spiegazione?
No, perchè cercando un po’ ovunque ho trovato solo attacchi che potrebbero esser considerati motivati, se per motivazione intendessimo:
1. Perchè è brutto.
2. Perchè è scustumato.
3. Perchè io in quell’albergo non ci torno.
4. Perchè chi lo usa tende ad essere brutto.
5. Perchè i fagiani si spaventano e scappano, quindi meglio i pallettoni.
Ah, in secondo luogo, se mi è concesso e se siete arrivati a leggere fin qui, volevo chiederVi:
quanto pesa sul significato di quello che vi si dice l’intonazione della persona che ve lo dice?
Non vi dico di perdonare il sarcasmo chè poi vi offendete magari… =)
Paolo
Ma perchè sostituirlo, ma perchè tutti questi problemi, ma Ceronetti non ha cose più importanti a cui dedicarsi?Ma che è, una parolaccia?
Ma fatemi il piacere!
No, professorè… ma a parte le polemiche…
Io non faccio il linguista, quindi magari certe cose non le capisco…
Ma una risposta ve la chiedo per favore! =)
Me lo togliete sto dubbio?
(ah, la domanda è due post piu sopra…)
Grazie!
=)
Caro ne Pà, ci sono ben 33 commenti a questo post, fra i quali un mio intervento abbastanza articolato.
Non ti ho risposto direttamente un po’ perché la tua mi sembrava più che altro una provocazione; ma soprattutto perché, se rileggi tutta la discussione sopra, trovi più di una risposta a tutti i tuoi dubbi.
Dopo di che, i gusti sono gusti, naturalmente. E vivo bene anche se mi salutano col “salve”, come dicevo anche sopra…
Ciao!
questa mattina mi è capitato di litigare con un avvocato perchè al telefono ho detto “salve”: sono stato letteralmente aggredito.
credo che al dilà di tutti i commenti che si possano fare, di trattati di etimologia o linguistica, sia meglio un sincero e rispettoso “salve” che un ipocrita “buongiorno carissimo” quando si augurerebbe invece del male alla persona.
con tutti i problemi che ci sono al giorno d’oggi, c’è ancora gente che se la prende se vengono salutati con salve invece di buongiorno.. non ho parole.
tanti saluti
Beh prof, la mia era senz’altro una provocazione, ma mi sono permesso di farla solo dopo aver letto interamente quello che gli altri avevano da dire, altrimenti piu’ che una provocazione avrei fatto la figura “mia”…
La dico tutta: io quassòpra ci sono arrivato cercando di capire come mai, mia madre unitamente ad alcuni miei amici, mi facevano sentire un lanzichenecco quando usavo salutare con il salve.
In pratica cercavo di capire come mai alcune persone arrivano a prendersela a male quando vengono salutati con il “salve” manco fossero stati salutati con una testata attìpo vichingo.
Ah, l’esempio riportato dal simpatico ragazzo del post sopra (Davide) conferma quello che a volte mi è capitato.
Mi aiutate, per favore?
=)
ne Pà, d’accordo, mi ripeto: il “salve”, specie se pronunciato in modo biascicato e strascicato, senza guardare negli occhi, a bassa voce, e con un atteggiamento generale del corpo che indica disattenzione e fretta, è sciatto, impersonale.
Meglio un sorridente “Buongiorno” o “Buonasera”, se dai del lei, detto a testa alta e guardando negli occhi la persona che si incrocia. Meglio “ciao!” se dai del tu, sempre guardando negli occhi a testa alta l’altro/a.
Infine, meglio ancora se, quando incontriamo una persona che conosciamo, personalizziamo il saluto, accompagnandolo con il nome di battesimo di chi incontriamo: “Buongiorno dottor Rossi”, “Buongiorno Luigi”, “Ciao Francesca” e così via.
Per telefono, sarà compito della voce tradurre – con l’intonazione e il ritmo – il piacere di incontrare (anche solo per audio) l’altro/a. Ma occorrerà dosare con attenzione anche le parole che seguono il saluto, visto che per telefono non abbiamo la possibilità di mostrarci affabili con il volto e il corpo.
In sintesi, anche un “Salve!” può funzionare, se però è accompagnato da tutti gli accorgimenti verbali e non verbali che ho appena detto.
Posso dire la mia? Io non sopporto il “ciaociao”, detto così, minuscolo e tutto attaccato, che poi diventa uno sbiascicato “ciaciao”, giusto per far capire bene all’altro che si ha fretta anche se magari è stato mezz’ora a chiaccherarti al cellulare. Ma uno “Ciao” bello pieno, no?
Oh finalmente l’ho detto! Grazie e Ciao.
Grazie mille prof. !!!
=)
Sul termine salve potrei dirvi qualcosa non nota: nel Salento, una zona a sud della Puglia dove sono nato, esiste un paese il cui nome è proprio Salve
Sapete perché il paese ha quel nome? Perché intorno al 300 a.c. (non ricordo con precisione) un centurione romano di nome Salvius assoggettò il Salento a Roma… Vi dico ciò perché mi sembra che la figura del centurione probabilmente è un figura ben associata all’eleganza del termine qui in discussione: salve!
salve è brutto?
io credo nel saluto degli occhi
Cari tutti, sono capitata per caso a leggere questa lunga discussione sul “Salve” e sono sinceramente sorpresa da come certe persone possano essere colpite più o meno negativamente da un saluto…personalmente sono d’accordo con chi ritiene che sia importante lo sguardo, il tono, l’intenzione di un saluto. Nel bene e nel male, spesso basta un’occhiata o un sorriso; e spesso non bastano tante parole. O no? Mi fa piacere, infine, segnalarvi l’esistenza, nel sud del salento, di un comune che si chiama SALVE, e sono convinta che sia uno dei posti più belli del mondo. Ma naturalmente è un giudizio del tutto di parte!!
Capito da queste parti un po’ per caso e molto in ritardo ma, da accanito utilizzatore di “Salve”, non posso non lasciare un commento!
Prima di tutto una precisazione: educazione e rispetto degli altri vogliono che un saluto (qualsiasi esso sia) sia fatto per quanto possibile:
* guardando negli occhi
* con voce chiara
* con volto “amichevole” (la dose dipende dal contesto)
Meglio dunque un qualsiasi saluto x con tutti e tre questi requisiti che un qualsiasi altro saluto y con nessuno dei tre.
Un’altra cosa: la forma ha la sua importanza. Il “salve” è meno formale del “buon giorno”; mi aspetto dunque che il portiere d’albergo mi saluti con il secondo. Se poi unisce anche il mio cognome mi mostra un’attenzione speciale. Faccio notare che all’estero spesso NON usano “buongiorno” ma “buongiorno signore/signora”. La differenza c’è e si sente.
Per finire, sul “salve”. Non lo uso con gli amici stretti (credo) ma con altre persone lo trovo molto utile e comodo. Implica una certa confidenza ma non eccessiva; è meno ‘forte’ di “buon giorno”. Un esempio: a un collega a cui ho dato il “buon giorno” due ore prima e poi non ho più visto né sentito cosa do? “buon giorno” di nuovo, “buon pomeriggio”, “ciao”? Secondo me “SALVE”!
Ciao!
Voglio anch’io dire la mia, parafrasando un po’: il “ciao”, specie se pronunciato in modo biascicato e strascicato, senza guardare negli occhi, a bassa voce, e con un atteggiamento generale del corpo che indica disattenzione e fretta, è sciatto, eccessivamente personale.
Meglio un sorridente “Salve”, detto a testa alta e guardando negli occhi la persona che si incrocia. Meglio ancora se, quando incontriamo una persona che conosciamo, personalizziamo il saluto, accompagnandolo con il nome di battesimo di chi incontriamo: “Dottor Rossi, salve!”, “Salve, Luigi”, “Francesca, salve!” e così via.
Ho esagerato?
Ritengo che il “SALVE” trovi collocazione adeguata qualora si voglia salutare una persona verso la quale non si nutrono particolari forme di simpatia o laddove non sussista un qualsivoglia tipo di rapporto di amicizia o di relazione personale. pertanto ritengo che il “SALVE” possa essere usato con i semplici conoscenti.
Prepongo che utilizzo pochissimo se non mai il “Salve”, e uso sempre il “buongiorno”, spesso anche con gli amici.
Ma non e’ la prima volta che sento portare avanti questo discorso, e vorrei dire la mia, ancorche’ in ritardo.
Ritenere che la comunicazione umana si esaurisca nella semplice parola e’ assurdamente limitativo. La comunicazione e’ fatta anche (o soprattutto) di toni, di espressioni, di sguardi.
Per questo si preferisce discutere certe cose “de visu”, dato che il telefono o la forma scritta ci privano di componenti importantissime della comunicazione.
Non e’ certo un “Salve” che e’ sgarbato. Lo e’ semmai il *modo* in cui viene trasmesso. Dunque, no, non ho assolutamente nulla contro il “Salve”, il “Ciao ciao” o che altro. Un “salve” pronunciato con un sorriso, in tono vivace, fissando negli occhi con uno sguardo amichevole vale mille volte un “buongiorno” spento e atono con uno sguardo da funerale.
Non solo: la lingua evolve, e cambiano gli usi.
L’aderenza alla forma classica anche quando essa non rispecchia piu’ la realta’ sociale in cui si vive il quotidiano e’ uno sterile esercizio in futilita’.
Trovo l’articolo citato un espressione di vuoto formalismo fine a se stesso che, a mio personalissimo parere, sa anche un po’ troppo di spocchia e di elitarismo.
Infine, trovo un po’ ipocrita, ancorche’ certo aderente alla realta’ e societa’ in cui viviamo, che in un mondo e un’epoca in cui ci si riempie la bocca con parole come “uguaglianza” e “pari dignita’” ci si impunti poi tanto su un formalismo volto a distinguere bene le differenze di rango e importanza delle persone.
Sono distinzioni radicate nella nostra cultura, lo so, in cui esistono circostanze specifiche in cui dare del “lei” e del “tu”, eppure credo che noi italiani badiamo un po’ troppo alla forma, e decisamente troppo poco alla sostanza.
Il “lei” il “buongiorno” rispetto al “ciao” e al “tu” sono solo una formalizzazione della deferenza dovuta, ma non e’ certo attraverso questi che passa il rispetto di cui molti han parlato. E sottolineo la differenza tra “deferenza” e “rispetto”, dato che la prima e’ dovuta, mentre il secondo va guadagnato.
E il rispetto si esprime e si manifesta in ben altre forme, come dicevo.
Sicuramente complicata l’arte del saluto, e riflettendoci, riconosco che uso spontaneamente “salve” per superare l’imbarazzo o perché saluto distrattamente qualcuno..e lavorando in una portineria universitaria…purtroppo capita…
Nel mio paese d’origine, almeno fino a quando ci ho vissuto ( cioè più di dieci anni fa, e nel frattempo il dialetto del posto ha subito una lieve evoluzione) il saluto da preferire nei confronti di persone anziane, o di sconosciuti in genere, era “salute” e debbo ammettere che mia madre, lo usa ancora qualche volta….