Donne e università

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.

10 risposte a “Donne e università

  1. Di bene in meglio…
    Passiamo al Piano C, che sarà spiegato nel prossimo post, vero? :)

  2. L’esclusione sistemica della metà delle intelligenze, delle coscienze e delle forze creative del Paese dal processo di formazione della classe dirigente è una sciagura dalle conseguenze inimmaginabili, una condanna ineluttabile alla marginalità.

  3. Ecco un post che non avrei voluto leggere, ma che è importante aver letto. Nel raggruppamento disciplinare di cui faccio precariamente parte ci sono 24 ordinari e solo 3 sono donne… Per completare il quadro sarebbe interessante aggiungere anche qualche dato rispetto all’età di quei ricercatori, associati e ordinari di cui parli. Mah…

  4. Rowena, ho pure i dati che riguardano l’età… certo. Ma su quelli c’è un altro ragionamento da fare, perché il rischio è sempre quello di cadere nella retorica del giovane… Ci tornerò, sicuro.

    Ciao!

  5. C’è anche da dire questo: la carriera universitaria costringe ad una gavetta, ad uno stato di precariato lungo, più di altri mestieri. Per diventare ricercatori, si devono accumulare pubblicazioni, e per accumulare queste bisogna rincorrere borse di studio, finanziamenti, ecc… che spesso portano la gente, uomini e donne, all’estero, o anche in una città diversa da quella d’origine, per periodi di lunghezza variabile. Ora, un uomo può decidere di seguire questa strada, se ne ha i mezzi, e di pensare a stabilizzare, eventualmente, la propria vita dopo i 30-40 anni. Ma una donna ha un periodo di fertilità più limitato: e io credo che molte donne, visto che comunque la carriera universitaria non è né facile né garantisce un posto, dopo la laurea preferiscano trovarsi un posto sicuro e farsi una famiglia, posto che non se la siano già fatta.

  6. Uhmmm, cara Ipazia, vero quel che dici, ma qualcosa non torna sul «farsi la famiglia» di cui parli: ricordiamo che l’Italia è uno dei paesi europei a natalità più bassa… :-(

    Forse… ehm, tutte le (poche) donne che fanno bimbi sono… mancate ricercatrici? :-)

    E poi… ehm, quali sarebbero, oggi, i «posti sicuri» di cui parli? :-(

    Direi piuttosto che la situazione universitaria rispecchia quella della maggior parte delle carriere italiane che ancora sono ambite per soldi o prestigio. (NB: In università è rimasto un barlume di prestigio – ancora per poco, credo – perché soldi non ce n’è: pochi lo sanno, ma quando diventi ricercatore/trice – magari a 40 anni dopo una vita di studi e pubblicazioni – prendi 1000 euro netti al mese.)

    Il punto è che l’università condivide con altri ambienti il maledetto «soffitto di cristallo», per cui le donne non vanno oltre un certo stadio. Per questo si resta ricercatrici e prof associate più dei maschi: non si sgomita, non ci si trasforma in squali, non si ammazza il vicino, non si urla… dunque non ti considerano. O perlomeno, le donne tendono a fare tutto ciò mooolto meno degli uomini e dunque non fanno carriera. Stop.

    Avrei molti aneddoti da raccontare in proposito…

  7. Lavoro da più di sette anni come “lavoratore in appalto” nell’Università di Bologna: servizi generali (portinerie…laboratori informatici..etc..) e dal mio punto di vista posso confermare in un certo senso quanto affermato da te Giovanna….le donne tendono meno a comportamenti da “squalo” e ciò probabilmente le penalizza…e debbo dire che mi è capitato di vedere litigi e sentire urla tra “baroni” (ovviamente maschi) e le più combattive tra gli “ordinari” donna….
    In generale posso dire che a mio parere l’Università Italiana soffre di carenze fondamentali:
    efficienza nella gestione amministrativa….
    risorse economiche solide…..
    un saluto!

  8. … eccetera, caro Giovanni.
    :-(

  9. Gentile Giovanna, non ho detto questo. Semplicemente, cercavo una radice alla mancanza del ‘nerbo di squalo’ nelle donne alla diversa condizione biologica che le differenzia dai colleghi maschi.
    Ritengo semplicemente che una donna che VOGLIA una famiglia DIFFICILMENTE sceglierà una carriera universitaria. Oppure, sposerà un ordinario. Senza arrivare all’estremo che la donna che fa famiglia sia, necessariamente ed esclusivamente, una ricercatrice mancata. Ma tra tutte le studentesse promettenti che ogni anno si laureano, molte non scelgono la carriera universitaria appunto perché impedirebbe loro di realizzare delle aspirazioni di altro tipo. Per le quali la natura dà a disposizione un tempo limitato.
    A questo si aggiunga il maschilismo presente in ambiente universitario e non solo.
    Quanto ai posti sicuri: chiaramente allo stato attuale di crisi in cui versiamo, nessun posto è realmente sicuro. Ma rincorrere contratti a termine e borse di studio per l’Italia e l’Europa intera fino ai 40 anni non è una condizione favorevole alla famiglia.
    Non mi sembra che queste ragioni escludano quelle che lei ha esposto.
    Poi ci sono donne che scelgono la carriera universitaria a scapito della famiglia. E quelle che si barcamenano per avere entrambe. E queste sono i veri squali. Un saluto.

  10. della serie….

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