Le campagne per la sicurezza stradale che stigmatizzano i disabili

Se bevi e guidi muori. O forse no

In rete circolano (ancora!) alcune campagne contro gli incidenti stradali  che usano la disabilità come spauracchio (un esempio nell’immagine). Ne avevamo già parlato qui: Si possono fare campagne per la sicurezza stradale senza stigmatizzare i disabili? Nei giorni scorsi mi ha chiesto un parere Redattoresociale.it. Ecco cosa ho scritto:

L’idea di convincere le persone ad adottare stili di vita corretti mentre guidano l’auto (non mandare messaggi al cellulare, fermarsi allo stop, non bere eccetera), facendo leva sulla minaccia della disabilità in caso di incidenti, torna spesso nelle campagne sulla sicurezza stradale. Ricordo ad esempio il servizio «Mettici la testa», prodotto da Rai Educational e Autostrade per l’Italia nel 2008, che usò la testimonianza di Jacqueline Saburido, una ragazza del Texas che fu travolta da un’auto guidata da un ubriaco: il filmato mostrava insistentemente il prima e dopo dell’incidente e Jacqueline svolgeva il ruolo di “chi non vorremmo mai diventare”. Ricordo la campagna 2009 della Regione Valle d’Aosta «Se bevi e guidi muori. O forse no», in cui si vede un uomo sulla sedia a rotelle mentre porta fiori al cimitero. Ricordo infine «Pensa a guidare» lanciata dalla Fondazione Ania nel 2011, che elenca con freddezza gli svantaggi di una vita da disabile (senza un braccio, senza l’uso delle gambe e così via), e conclude: «Rispetta le regole della strada. Eviterai regole più dure a te e agli altri».

L’intenzione di prevenire incidenti stradali è sempre apprezzabile, ma credo si debba evitare di farlo stigmatizzando la disabilità e dandone un’immagine distorta e discriminante, rappresentandola cioè come “punizione” per aver violato le regole e come fonte esclusiva di sofferenza e dipendenza dagli altri. Chi si occupa di disabilità, infatti, sa bene che molti disagi nascono più dalla mancanza di servizi adeguati e dalla non accettazione da parte degli altri che dalla stessa disabilità. Si possono fare campagne sulla sicurezza stradale senza stigmatizzare la disabilità? Credo proprio di sì: basterebbe pensarci e, soprattutto, confrontarsi con chi di disabilità si occupa tutti i giorni.

In questi giorni sono in ferie. Posterò in modo saltuario fino al 20 agosto. Poi riprenderò regolarmente. Buone vacanze!😀

28 risposte a “Le campagne per la sicurezza stradale che stigmatizzano i disabili

  1. Si chiama “approccio negativo” in pubblicità. Mostrare,in maniera molto forte,così può succedere se non usi il prodotto o,in questo caso,se non rispetti delle regole. Purtroppo,per quanto riguarda le campagne sociali, arrivare a tali fini è davvero brutto. La sensibilità delle persone viene colpita troppo ed è percepita come un fastidio. Io mi occupo di pubblicità,la studio e ci vivo a contatto ogni giorno e campagne come queste sono insopportabili persino da immaginare.

  2. bè nessuno “vuole” diventare disabile, tantomeno chi si trova in questa condizione e deve “conviverci”, credo che dirlo non è offensivo..poi è chiaro che una campagna di spot a finalità sociali non debbano stigmatizzare nessuno

  3. Ricordo bene la foto Jacqueline Saburido, per questo mi permetto di puntualizzare che nel suo caso la sua disabilità era quella di vittima dell’irresponsabilità di qualcun altro, non sua, e se non ricordo male la pubblicità insisteva proprio su questo aspetto, cioè sul senso di colpa piuttosto che sulla punizione.
    Come alternativa possibile penso alla campagna di opinione “salvaiciclisti” che parla di numeri e non si è mai sognata di mettere in vetrina i ciclisti falciati dalle auto, anche se vedo che fa molta fatica a far passare il messaggio che le auto assassine non sono guidate da clandestini, ubriachi, drogati o comunque mostri, ma da persone normalissime che magari hanno fretta di arrivare a un appuntamento.

  4. Per Paolo1984 e per tutti/e per favore: mettetevi nei panni di un disabile che fa di tutto per vivere una vita normale, fa di tutto per farsi trattare come normale, senza discriminazioni ma anche (e a volte soprattutto) senza pietismi più o meno ipocriti. Ha senso rappresentare la sua condizione come la maxima sfiga? Dai, non è questione di offendere, né di political uncorrectness. È proprio questione di non riuscire a mettersi nei panni degli altri.

    Vi riporto un pezzo comparso due giorni fa sempre su Redattoresociale.it:

    Il signor Paolo, disabile, a lungo ospite del centro protesi Inail di Vigorso (Bologna), non ce la fa a non scandalizzarsi ancora. E con Rinaldo Sacchetti, direttore tecnico ausili e riabilitazione della stessa struttura, lancia un appello: “Incontriamoci, basta con questi messaggi offensivi, i disabili non sono persone dimezzate… E nemmeno degli zombie”. In rete gira infatti da tempo anche quell’altro spot, protagonista la regione Valle d’Aosta, dove la location è un lugubre cimitero di provincia: davanti alla tomba, un giovane in sedia a ruote con un mazzo di fiori in mano. Lo slogan: “Se bevi e guidi, muori. O forse no”. Che conclude: “Tu puoi scegliere. Non bere”. Lui resta disabile, sotto terra c’è la moglie, la figlia, l’amico. Non si sa. Ma certo è chiaro che lui è un morto che parla, un uomo dimezzato, inutile, corroso dai sensi di colpa.
    “Premesso che in un incidente stradale non si diventa disabile solo per colpa, ma ci possono essere mille altre ragioni – spiega trasalendo Sacchetti – siamo stanchi di vedere ancora in giro questo genere di messaggi. Basta andare sul sito dell’Ania per trovarli ancora lì, in bella vista. Sono pubblicità dannose e offensive. Dove si denota una completa ignoranza sul tema della disabilità. Per questo, e per evitare altri obbrobri, è importante incontrare quest’associazione, fargli capire dove sbagliano. Concertare insieme nuovi messaggi, nuove immagini, nuove speranze. In Germania ad esempio…”. Ecco la Germania, gli Usa, i paesi del nord Europa. Lì le cose stanno diversamente, l’immagine e la rappresentazione della persona disabile godono del contributo di altri copywriter, con altri progetti di comunicazione: “In Germania ho visto recentemente un manifesto dove si vedeva una persona alla guida, con una mano telefonava al cellulare, con l’altra beveva una Coca e lo slogan che diceva: ‘Chi sta guidando?’. Ecco, questo mi sembra un modo intelligente di allertare gli automobilisti sui rischi che corrono mentre guidano distrattamente. Ma giocare sull’ignoranza no, non è più possibile. Non è più quella l’immagine che dobbiamo dare della persona disabile”.
    L’appello dell’Inail di Vigorso arriva poche ore dopo la chiacchierata con il signor Paolo, paraplegico, libero professionista, 60.000 chilometri all’anno in auto. Una persona normale, che lavora, che non si sente né uno zombie, né un uomo dimezzato. Ma uno che fatica per limitare per limitare il suo handicap, e ci sta riuscendo: “Chiediamo subito un incontro all’Ania per confrontarci sul tema – conclude Sacchetti – è l’unico modo per non ripetere mai più questi errori”. (mauro sarti)

  5. giovanna, infatti ho detto che una campagna di pubblicità che ha finalità sociali dovrebbe fare in modo che nessuno si senta stigmatizzato per la sua disabilità

  6. Di questi temi (campagne di pubblica utilità), mi occupo da anni. Perciò qui dico solo cose vissute, semplici, confermate:

    Sui pacchetti delle sigarette si legge in modo chiaro e perentorio che cosa può causare il fumo. Tutti sappiamo benissimo che l’eccesso di grassi e zuccheri può innescare gravi malattie o addirittura accorciare le nostre vite. Anni e anni di informazione preventiva non hanno impedito che milioni di cittadini facessero sesso non protetto con partner sconosciuti.

    È semplice: il monito, l’indice alzato, la minaccia soft, il ricatto buonista, non incidono minimamente sui comportamenti umani. L’incoscienza non è sinonimo di non-conoscenza, ma molto più spesso di stupidità e presunzione. E chi se ne frega. Fatti vostri. A me non succede.

    Le campagne sociali hanno solo senso laddove c’è un’autentica carenza di informazione. In tutti gli altri casi (dove il cittadino sa già benissimo che rischi corre – e fa correre agli altri), la pubblicità educativa è completamente inutile. Anzi: in qualche caso, andare “contro”, può addirittura indurre a profilarsi come ribelle, anticonformista, non allineato, persona libera.

    Da quanto ho imparato professionalmente, come insegnante, nella vita personale, le uniche cose che servono a contrastare la messa in pericolo delle nostre vite, sono: 1) L’esempio. 2) La privazione reale e forzata.

    Per “esempio” intendo, ovviamente, i genitori, la famiglia, la scuola. Ma anche lo starsystem, gli eroi, le persone pubbliche che tendiamo a imitare.

    Nel caso dell’abuso dell’alcol nel traffico, la sanzione (anche la più pesante) non basta. Togliere la patente, invece sì.

    Nel “ramo” svizzero delle mie amicizie e parentele, ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare:

    Un batterista che suona con mio nipote – e con vari altri gruppi, in tanti contesti diversi (concerti, registrazioni, turni, feste, session, tournée, pubblicità), – per tre anni ha dovuto farsi accompagnare dagli amici, dai colleghi, dalla fidanzata. Se la polizia l’avesse beccato a guidare il suo furgone, si sarebbe fatto almeno un anno di galera e la patente l’avrebbe persa in via definiva.

    Un vicino di casa di mia sorella, tre volte la settimana, accompagnava sua moglie in ospedale per pesanti e indispensabili sessioni di rieducazione. Siccome un sabato sera, l’avevano beccato con un tasso alcoolico appena al di sopra dei valori tollerati, ora è in attesa della decisione della commissione. È disperato perché per ora il trasporto della moglie lo svolge un servizio privato, a pagamento (che lui non si può più permettere).

    Un mio amico che ai tempi correva in Superbike e che ora fa il meccanico/tuner nella sua splendida officina, è senza patente da oltre un anno. Quando lavora su un motore, una forcella, un ammortizzatore, non può mai verificare di persona come settare o perfezionare le moto dei suoi affezionati amici/clienti. Si deve per forza fidare di un collega – che è come se uno chef facesse assaggiare i suoi intingoli, cotture e fritture da un collega.

    Sono tre storie di tre disperati. Va da sé che per tutta la loro futura vita, prima di bere e poi mettersi di nuovo al volante, ci penseranno mille e una volta. Siccome tutti gli svizzeri conoscono o hanno sentito parlare di storie del genere, le campagne contro l’alcol al volante semplicemente non si vedono più. Se poi la patente viene tolta addirittura a un calciatore, a un cantante, a un politico, a sanzionarli pubblicamente ci pensano per primi i cosiddetti tabloid. Alé. Il lavoro della polizia e dei creativi, lo svolgono molto meglio i gazzettari.

    Ovviamente, queste privazioni forzate non valgono per l’alimentazione dannosa, contro il fumo e le droghe. Lì, i creativi più convincenti si chiamano ancora genitori, fratelli, vicini di casa, maestre di scuola.

  7. Beh ma allora anche la scritta “il fumo uccide” ben in evidenza sui pacchetti di sigarette e da anni, non doveva comparire, se valutata mettendosi nei panni di un malato terminale di cancro ai polmoni causato dal fumo di sigaretta.

  8. Infatti Engy, anche le scritte sui pacchetti di sigarette sono emerite siocchezze. Leggi con attenzione l’interessantissimo commento di Till Neuburg qua sopra.

  9. Se bevi e guidi muori, o forse no. Ed è questo il problema. È che la medicina e le terapie riabilitative hanno fatto notevoli progressi e spesso riescono a salvare dalla morte giovani che diverranno para-tetraplegici costretti su sedia a ruote. Queste persone, i sopravvissuti, costituiscono un intollerabile peso per la società. Da qui lo stigma. Questa “comunicazione” non si spiega in altro modo. O, se confrontata con quanto ci racconta Till Neuburg, si spiega con la differenza fra cattolicesimo e protestantesimo, dato che quest’immagine becera è un concentrato di cattolicesimo romano e illustra l’espiazione della colpa.
    In Italia muoiono, con un trend in rapida crescita, 4 persone al giorno a causa dell’amianto disperso nell’ambiente, soprattutto in aree molto distanti da Casale Monferrato. Altre migliaia –in numero maggiore che per incidenti stradali– muoiono sì per aver bevuto, ma di cirrosi epatica ( E la Valle d’Aosta e tutte le aree alpine dovrebbero ben saperlo). Ancora di più sono le persone anziane che muoiono in incidenti domestici, quelli clandestini che muoiono in nero sul lavoro, i fumatori passivi di sigarette tarantini… Qualcuno ha visto campagne di sensibilizzazione o queste morti è opportuno che passino sotto silenzio?

  10. Cara Giovanna Cosenza,
    sfondi una porta aperta, dato che io sono (purtroppo) una fumatrice.
    Devo ammettere che la prima volta in cui ho visto la scritta IL FUMO UCCIDE, ho un po’ sobbalzato.
    In ogni caso è di sicuro lodevole l’estrema sensibilità che ti ha indotta a scrivere questo post, comunque la si pensi.
    E, disabili o meno, alla fine c’è sempre del paternalismo in questo tipo di campagne (ritorno a quella contro il fumo); paternalismo non so fino a che punto e in che misura efficace.

  11. Letto il commento di Till Neuburg. Azzeccato e condivisibile.
    Tant’è che, dopo il primo sobbalzo, ho continuato a fumare …

  12. Cara @ Engy,
    come ci ha ampiamente resi edotti Donald Woods Winnicott, la sigaretta è un oggetto transizionale, sostituto della mamma e del ciuccio. Domattina, appena sveglia, guardati allo specchio e chiediti: di cosa ho veramente paura? E continua a farlo sin quanto non ti sarai data la risposta, ma quella vera. A quel punto non avrai più necessità di succhiare la tetta –che sei già grandicella– e che il fumo uccide (quel “purtroppo” dice che lo sai e dice anche che non sei libera) lo avrai capito per davvero. Un saluto da uno che però non ha mai fumato…

  13. guydebord,
    eh sì, sono grandicella sì.
    Grazie, ci mediterò🙂

  14. Sigaretta-ciucio-tetta/pene-fellatio/cunnilingus……… alla fine sempre lì si va a parare (cfr Zanardo + boccadirosa paranoica) – Ha ragione la Nappi…😛 DATEL@!!!

  15. Cara Luzy, i contesti umani dove la si da` e si riceve sembrano in effetti posti piuttosto allegri (non fumo :)). Nappi forever, btw.

  16. Che si rischi di diventare disabili per colpa della guida spericolata è sicuramente vero quindi non ci trovo nulla di sbagliato in questa pubblicità. E’ sbagliato, come hai detto nel vecchio post, la campagna che vuol mettere in castigo i disabili: la colpa è delle istituzioni, che lasciano le barriere architettoniche, permettono che i parcheggi riservati a loro vengano occupati da altri ecc. Riguardo a Jaqueline Saburido, che stimo e rispetto per il suo coraggio e la sua forza d’animo, è un’attivista e ci mette la faccia di proposito, per dire a tutti di non mettersi al volante ubriachi perché puoi rovinare la vita del tuo prossimo.

  17. Sicuramente come pubblicità non serve a nulla, ma questa?

  18. che rottura Francesca questa pubblicita’ inglese… da che si guida sono i maschi i detentori del primato di incidenti d’auto fatali. Non mi sembra la cosa stia cambiando con l’uso degli SMS, almeno, dovremo aspettare qualche anno per vedere le nuove statistiche. In Italia una simile pubblicita’ susciterebbe riflessioni tipo ” le solite ragazzine oche truccate” etc. Deleteria. E poi il ragazzone che arriva in soccorso. Che palle…

  19. @Alice: sicuramente in Italia susciterebbe queste reazioni comunque a me colpirebbe molto. Sessismo non ne ho visto perché non ho pregiudizi e non sono femminista.

  20. @ Francesca

    scusa se mi intrometto, ma non è che se un* è femminista vede il sessismo dove non c’è.

  21. Buonasera a tutti, di solito seguo il blog da “fantasma”, quando mi capita di avere tempo per farlo.
    A questo post vorrei dire due parole senza prima ostentare i miei titoli di studio o le mie esperienze professionali – tanto – “chiseleinc…”; ma vorrei farlo semplicemente basandomi sulla sensibilità dell’ essere umano che si ritrova davanti questo pseudo agglomerato di banalità fatte a “campagna di (de)sensibilizzazione”.
    A mio modestissimo parere non è questione di soft o non soft (o soft-core?) è questione di porre la condizione di disabile come la peggio cosa che può capitarti se guidi da ubriaco. Almeno non sei morto!!!! O FORSE NO?
    Lo trovo disgustoso. Da ben pensante. Da medio borghese. E anche un po’ da stronzi.
    Non è nemmeno questione di accettare la disabilità, quanto di riconoscere che al mondo esiste la sofferenza, e che la sofferenza e la differenza dallo “standard” o il normale-sano, può colpire chiunque in qualsiasi momento (e non solo dopo un incidente) anche se tutti tendiamo a pensarla diversamente (vedi il pensiero sopra citato da tillneuburg ” tanto a me non capita ” )
    L’immagine del disabile rappresenta tutto questo ed è risultata molto comoda a questo gruppetto di “”””comunicatori”””” de noartri; ha facilitato il loro lavoro creando un’immagine (un po’ six feet under, un po’ mauro petrarca) d’impatto assolutamente negativo (che avrà pur sortito l’effetto desiderato ovvero quello dissuadere alcuni dal bere prima di mettersi alla guida….ma stavolta il fine non giustifica i mezzi.)
    L’approccio negativo, in questo caso, è una totale mancanza di empatia, di umanità
    “È proprio questione di non riuscire a mettersi nei panni degli altri”
    e soprattutto questione di ignoranza. il fatto di avere due gambe funzionanti non fa sì che si possa dire lo stesso del cervello.

    @lo spot che ha postato Francesca lo conosco bene, lo fece vedere anche Giovanna in una delle sue lezioni. A me personalmente ha colpito molto per la scelta di “cosa far vedere” e del “come farlo vedere”: un particolare di un pianto straziante può shockare di più che un disabile al cimitero contornato da frasi ambigue.
    Alice, l’hai detto “In Italia susciterebbe…..” quella reazione lì-
    Lesoliteragazzineochetruccate. Perché una ragazzina non si deve truccare? non può essere un po’ smaliziata? paesiello dei benpensanti. adesso siamo tutte suore art director con un bel cambio Marni nella sporta di tela serigrafata piena di cartelline con le statistiche aggiornate sugli incidenti stradali?
    Almeno, cerchiamo di essere onesti: abbassiamo la cresta e proviamo a tirare fuori quello che c’è di buono nelle nostre teste senza dover polemizzare inutilmente….(faccia di Bruno Vespa indignata che appare all’improvviso)

  22. riporto un attimo il mio intervento sui binari dell’argomento incollando l’ultimo intervento di Simona Lancioni alla precedente riflessione su una possibile non-stigmatizzazione dei disabile nelle campagne sulla guida sicura, una fetta di verità sulla quale riflettere:

    “I servizi e cultura vanno di pari passo. Mi spiego con un esempio.
    La mia associazione si occupa di distrofie muscolari. Nelle forme più gravi la persona che ne è interessata arriva ad avere bisogno di assistenza continua (per alzarsi ed andare a letto, per lavarsi, vestirsi, mangiare, uscire di casa, ecc.). Fino ad oggi l’assistenza è stata affidata (o “scaricata”) quasi interamente sulle famiglie, e qualcuno (spesso una donna) ha dovuto rinunciare a cercare un lavoro, oppure lasciarlo, per fare ciò che lo Stato non garantiva. E’ normale che finché le cose stanno così chi guarda dall’esterno si fa un’idea della condizione di disabilità grave come condizione di rinuncia, limite e passività. Nel 1998 la Legge 162 ha riconosciuto alle persone con handicap grave (nelle Leggi sopravvive ancora il temine handicap) il diritto ad avere dei contributi per finanziare progetti di assistenza personale autogestita, trovare un assistente personale, assumerlo, assicurarlo e garantirsi un margine di autonomia dalla famiglia (e della famiglia). Questa Legge è stata applicata in modo diverso, con tempi diversi, in regioni diverse. Dove ha funzionato abbiamo potuto vedere persone con disabilità grave che studiano o che lavorano senza dover chiedere favori ad amici e parenti. Persone che si sono fatte una famiglia propria. Alcune hanno anche avuto figli. Persone disabili che, pur stando nella propria famiglia, non dipendono da essa, oppure ne dipendono in misura minore. Anche chi guarda dall’esterno non potrà non farsi un’idea diversa della condizione di disabilità, un’idea dove la passività lascia il posto all’autodeterminazione. Vedere questo aiuta a cambiare la cultura anche in coloro che di disabilità non ne sanno nulla. Come può cambiare la cultura se la mancanza di servizi e la negazione dei diritti riduce queste persone e le loro famiglie in stato di bisogno? Se non diamo alle persone con disabilità gli strumenti per vivere in modo diverso e dignitoso neanche l’immagine di queste persone potrà cambiare, e dunque nemmeno la cultura, né i pregiudizi, né i comportamenti discriminatori che spesso ne conseguono.”

    e voi che ne pensate?

  23. @ Elisa
    “(nelle Leggi sopravvive ancora il temine handicap) ”
    Il termine handicap ha origine dalle corse di cavalli, nel “700- “800, nelle contee inglesi. I cavalieri più abili subivano una penalizzazione: eseguire il percorso di gara reggendo il berretto con una mano. Da qui (hand + cap) handicap. Ci sono molte persone che ritengono “handicap” inaccettabile e preferiscono sostituirlo con quel termine repellente, un misto di cinismo, pietismo ed emarginazione che è “diversamente abile” che mette al primo posto la diversità, ma quale… Io che mi occupo di design e insegno design for all, ritengo che handicap esprima bene il fatto che che la penalizzazione, per una persona con disabilità, viene tutta dall’esterno, dalla inadeguatezza della dotazione strumentale (aggiungere, migliorare) e dalle barriere (eliminare, modificare) presenti dappertutto.
    Tanto per fare un po’ di chiarezza terminologica, riporto al fondo una sintesi della classificazione della OMS.
    Aggiungo un elemento di riflessione: quando si verifica un incidente che genera una disabilità motoria all’interno di una coppia, se il disabile è maschio viene accudito dalla compagna per quasi la totalità dei casi (e se non è la moglie è la madre che se ne occupa), se invece la persona paraplegica è la donna, nell’ottanta per cento dei casi viene abbandonata. Il poverino, affranto, non riesce a sopportare così tanta sofferenza e scappa via.

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dal 2001 ha attivato la “Classificazione Internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap” (ICF, International Classification of Functioning, Disability and Health).
    Secondo l’ICF, per menomazione si intende il danno biologico che una persona riporta a seguito di una malattia o di un incidente, a carico di una struttura o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica.
    La disabilità, invece, è l’incapacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana a seguito della menomazione, nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano.
    L’handicap, infine, è lo svantaggio sociale che deriva dall’avere una disabilità, cioè una condizione svantaggio conseguente a una menomazione o a una disabilità che limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale, in relazione all’età, al sesso e ai fattori socioculturali.
    Ad esempio, una persona con una menomazione alla struttura uditiva ha disabilità nella comunicazione, che le comporta handicap nella socialità e nella comunicazione.
    Pertanto anche da una singola menomazione possono insorgere diverse disabilità e molteplici handicap.
    Mentre la menomazione ha carattere permanente, la disabilità dipende dall’attività che il soggetto deve esercitare e l’handicap esprime lo svantaggio che ha nei riguardi di altri individui.

  24. Quoto guydebord qua sopra, ma purtroppo la parola “handicappato” è entrata nel linguaggio più becero come sinonimo di “incapace”, da qui credo l’esigenza di inventarsi una nuova terminologia, che non è la soluzione al problema ovviamente…

    Quanto al video “realistico” sull’incidente automobilistico vorrei far notare che siamo sempre nel campo dell’estetizzazione e spettacolarizzazione dei drammi umani: per intenderci, il cinema ci ha fornito migliaia di sequenze realistiche, dal suicidio alla catastrofe, ma queste non potranno mai sensibilizzare lo spettatore nei riguardi del suo perverso (autodistruttivo) comportamento quotidiano. Il cinema, dunque anche il video, l’immagine, agiscono evolutivamente sull’individuo, sulla sua psiche, sulle coscienze di una collettività, solo quando il contesto in cui vengono proposti è sufficientemente elaborato sul piano dell’indagine dinamico-psicologica, il che non significa stupire, spaventare, sorprendere, toccare la corda emotiva attraverso la spettacolarizzazione appunto, bensì fornire uno spunto di ragionamento, uno “shock” intellettuale, un “imput” intellettuale; lo shock emotivo dell’immagine tende infatti ad essere “rifiutato” dal soggetto “debole” e compreso emotivamente, appunto, solo dal soggetto già coscientemente evoluto (nella fattispecie chi guida distrattamente causando stragi è “psicologicamente debole” poiché non ha attenzione né per sé né per gli altri).

  25. @guydebord … grazie per il tuo intervento, sei stato molto chiaro!
    @lucy quoto. “le parole sono importanti” (e anche il loro significato)

  26. Scusate, non riesco ancora a ruminare in modo placido il riciclaggio degli anglismi pappagallati e trendy. Io non forwardo ma inoltro, non posto ma invio, non digito (peraltro con più dita) ma scrivo… e così qui non quoto – ma confermo in modo convinto le osservazioni semantiche di guydebord sul trasformismo ipocrita, buonista e idiota dei termini che si riferiscono alle persone fisicamente menomate.

    Ma, state tranquilli: i “diversamente abili” sono stati preceduti da parecchi altri avvitamenti linguistici verso il falso, il ridicolo, l’offensivo. Ecco una collanina di perle nerissime da infilare dove di solito Altan deposita i suoi ombrelli:

    vecchio – nonno – anziano – veterano – maturo – terza età – stagione d’argento

    spazzino – netturbino – addetto alla nettezza urbana – operatore ecologico

    negro – nero – africano – vucumprà – immigrato – extracomunitario – straniero – cittadino di origine extranazionale

    serva – domestica – aiutante familiare – colf – donna a ore – guardante – badante – accompagnatrice per anziani con ridotta autonomia motoria

    sarto – modellista – stilista – creativo – designer – star della moda – autore di griffes – ispiratore del made in Italy – volano dell’economia nazionale

    drogato – tossico – tossicodipendente – metadonico – giovane soggetto a deviazioni metaboliche – soggetto facente parte di una comunità di recupero sociale

    ubriacone – alcolizzato – alcolista – etilista – forte bevitore – non disdegna un goccetto di quello buono – sommelier famigliare

    puttana – donna di facili costumi – squillo – callgirl – accompagnatrice – escort

    Insomma, un bel percorso a zigzag, dalle sorgenti del razzismo, dell’ignoranza e della volgarità – fino agli estremi del nulla, del buonismo scemo e del blabla.

    Per chi avesse voglia di addentrarsi nel glossario del conformismo cialtrone, già qualche anno fa avevo inserito un inquietante elenco di lemmi neo-idioti (che sicuramente andrebbe aggiornato, ma francamente i trendisti mi appassionano sempre meno)
    in uno straordinario sito fondato e seguito da uno dei rari pubblicitari colti, Giancarlo Livraghi:
    http://web.mclink.it/MC8216/m/virus.htm

    Per ottenere che i bambini si lavino i denti, non appoggino il gomito sul tavolo, non interrompano chi parla, si mettano a studiare, non tirino la coda ai gatti, non buttino i quattrini, non guardino con insistenza una persona fisicamente menomata… non basta che queste raccomandazioni vengano pronunciate una sola o poche volte. Bisogna dirglielo ripetutamente, per tempo prolungato e, questo è il punto, prima ancora il genitore deve dare l’esempio. Sottolineo il verbo “dare” che in questo contesto assume un significato particolarmente forte e positivo.

    Solo così – con un’insistenza ossessiva – si può sperare che prima o poi, i telespettatori siano influenzati da uno spot per agire in modo sensato, civile, verso gli altri e sé stessi. Però, alzare l’indice ammonendo, predicando, minacciando, non servirebbe comunque a nulla. Bisogna mostrare dei fatti, come succede qui in una campagna che promuove l’uso delle cinture di sicurezza:

    Ma anche questi fatti, reali, semplici, convincenti, non bastano mai. Ancora una volta, insisto sull’energia moltiplicatrice dell’esempio, degli opinion leader da emulare. Se, per esempio, i cittadini vedessero ripetutamente delle auto blu con dentro degli uomini del potere (non importa se pubblico o privato) a circolare entro i 50km all’ora in mezzo alle città, allora quei fatidici 50km diventerebbero pian piano un riferimento non solo da emulare, ma addirittura di status. Pensa te.

    Un altro esempio, non virtuale, ma positivo e addirittura attuale: il campione mondiale in carica della MotoGP, Jorge Lorenzo, porta un casco disegnato da Anna Vives, una giovane artista spagnola con sindrome down. Durante la cerimonia di premiazione al Gran Premio di Catalunya l’hanno visto milioni di telespettatori in tutto il mondo festeggiare abbracciato alla sua eccezionale fan:
    http://www.twowheelsblog.com/galleria/jorge-lorenzo-2013-catalunya/5

    Un pensiero e un gesto hanno avuto il valore di mille campagne di pubblicità.

    L’esatto esempio contrario l’aveva “dato” quell’orrenda demo di spocchia e di griffes, di nome Anna Finocchiaro, quando la senatrice ex-comunista si faceva spingere il suo carrello all’Ikea dai suoi altrettanto orrendi gorilla – strapagati da tutti noi. Ecco, se questa ignobile parassita “istituzionale” mi spiegasse p.e. in uno spot cosa è giusto fare, dire, attuare per qualsiasi obiettivo o contesto sociale, non solo non le crederei una sola parola, ma la manderei senza pensarci né su né giù un solo secondo, nel suo schifoso sottoscala chiamato in modo paradossale intese extraextraextralarge.

  27. è interessante come sempre ciò che scrive luzy però non credo che il cinema (che non è una campagna di spot a finalità sociali) abbia il dovere primario di “sensibilizzare” verso qualcosa..ma non vorrei andare ot

  28. Davvero, Till Neuburg: essere “quotato” mi sembra proprio una specie d’insulto, non tanto rivolto a me ma alla lingua e all’onestà delle parole.
    Poi capisco le consuetudini moderniste che si insinuano (ma Bruno Latour ci ha spiegato che non siamo mai stati moderni), la fretta e la voglia di sintesi e mille altre irragionevoli ragioni, ma ho avuto anch’io la stessa reazione e ti ringrazio per aver detto per me, molto meglio, ciò che anch’io penso.
    Avevo già apprezzato il tuo repertorio sul sito di Livraghi e, accidenti,
    di almeno tre dei lemmi ne ho ogni tanto fatto uso perverso🙂 .

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