Berlusconi e la credibilità della stampa

16 09 2009

Dal blog di Luca De Biase, un post di ieri (i grassetti sono miei):

«Pew registra in un’interessantissima ricerca un calo significativo nella credibilità dei giornali americani. Il pubblico, insomma, crede meno a quello che legge sui giornali.

Solo il 29% degli americani pensa che i giornali raccontino in fatti come sono, il 60% pensa che siano molto imprecisi. Inoltre, la maggioranza pensa che i giornali siano troppo schierati politicamente e non siano indipendenti dalle pressioni dei poteri economici. Alla luce di questi dati, stupisce meno il calo delle vendite.

Gli americani per lo meno cercano numeri per comprendere meglio le loro impressioni. A noi restano solo le impressioni.»

Ecco, appunto.

Credo sia proprio questa la direzione in cui sta andando la stampa italiana, dopo i colpi e contraccolpi sulla vita pubblica/privata del cavaliere e dei suoi avversari politico-mediatici: perdita di credibilità.

E credo sia questa la strategia comunicativa di fondo della cosiddetta «campagna d’autunno» berlusconiana: più che «imbavagliare» la stampa, «censurarla», «toglierle la libertà di espressione» – come spesso si dice a sinistra – Berlusconi la sta avvolgendo in una cortina fumogena. Tutta: da Repubblica all’Unità (querelate), dal Giornale (più volte smentito) alla stampa internazionale.

Nessuno deve più credere a niente: questo è l’obiettivo.

Sul fatto che ci stia riuscendo non abbiamo dati, come dice Luca De Biase, ma ho l’impressione di sì.

PS1: Ringrazio mio fratello per l’illuminante conversazione in proposito.

PS2: Aggiungo che ho firmato anch’io l’appello di Franco Cordero, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky in difesa di Repubblica, pur percependo l’ambivalenza del gesto conosci-il-gioco-ma-ti-presti-al-gioco.

Poiché in questo momento in Italia nessun gioco alternativo e nessun meta-gioco è possibile, sostenere simbolicamente una parte in gioco – specie se si è in molti a farlo – è comunque rilevante.





Blog, editoria on-line e censura

11 09 2009

Negli ultimi anni in Italia si è spesso dibattuto sull’opportunità di regolamentare il flusso di informazioni che circolano su Internet.

Tipicamente la discussione vede schierati, da un lato, coloro che difendono la libertà di espressione facendo appello all’art. 21 della Costituzione, dall’altro, coloro che sottolineano la necessità di aggiornare la legislazione italiana per fare fronte ai casi di diffamazione o apologia di reato su Internet.

La legge italiana sull’editoria tuttora in vigore è quella n. 47 dell’8 febbraio 1948, che ovviamente non include Internet. Per colmare la mancanza, è stata approvata la legge n. 62 del 7 marzo 2001, che estende la definizione di prodotto editoriale «alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico» (art. 1, comma 1).

Stando a questa definizione, qualunque blog sarebbe un prodotto editoriale, con conseguente obbligo di registrazione al tribunale competente. Ma la situazione è più complessa, perché alle leggi del 1948 e 2001 sono stati aggiunti, negli ultimi anni, il decreto n. 70 del 9 aprile 2003 e diverse proposte di legge, non ancora approvate in forma definitiva.

Il 9 luglio 2009 Giulia Pavani ha discusso una tesi di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, dal titolo «Blog, editoria on-line e censura: un sguardo alla legislazione italiana».

Ho deciso di pubblicarla perché, oltre a essere un lavoro documentato e ben scritto, può essere utile a chi voglia farsi un quadro sintetico e equilibrato della normativa vigente su blog e editoria on-line.

La tesi presenta la normativa vigente e le varie proposte di legge (Levi-Prodi, Cassinelli e emendamento D’Alia del 9 marzo 2009, detto anche «proposta salvablog»); discute inoltre due casi di censura: l’oscuramento di www.accadeinsicilia.net, che risale al 2004 (ma la sentenza definitiva è dell’8 maggio 2008) e quello del blog anonimo www.ilbolscevicostanco.blogspot.com, che risale al 26 maggio 2006. Infine mette a confronto questi casi con il sequestro di due forum dell’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, sequestro dichiarato illegittimo dal Tribunale del Riesame di Catania.

Per saperne di più, scarica da QUI la tesi di Giulia.





A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)

22 07 2009

Il tam tam mediatico sull’influenza A è analogo ad altri casi di allarmismo sanitario negli ultimi anni: mucca pazza, sars, influenza aviaria.

A questo proposito ero d’accordo con Marcello Foa, quando il 25 aprile scorso aveva scritto sul suo blog:

«Nelle ultime 24 ore è scattato l’allarme in Messico per l’influenza suina e i media di tutto il mondo hanno ripreso la notizia con toni drammatici evocando il rischio di un contagio planetario. Sarà, ma gli studi sullo spin mi hanno insegnato a diffidare degli allarmi su improvvise epidemie provocate da malattie misteriose.

Ricordate la Mucca pazza? E quelle immagini angoscianti dei bovini tremanti? All’epoca ci dissero che l’encefalopatia spongiforme bovina,  variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob, avrebbe provocato la morte di migliaia di persone, nonostante l’abbattimento di decine di migliaia di capi. Ma a oggi sono stati registrati 183 casi in tutto il mondo. Le autorità fecero bene a mettere al bando le farine di origine animale, che costringevano degli erbivori a trasformarsi in carnivori; ma l’allarme fu eccessivo.

sars 1

E la Sars? Vi ricordate le immagini dei condimini sigillati, con i medici che vi entravano indossando degli scafandri simili a quelli degli astronauti? Furono pochissime le vittime, ma ci fu panico in tutto il mondo. Oggi il virus pare sia scomparso.

Ancora: l’influenza aviaria. Esiste dal 1878 e i casi di trasmissione all’uomo sono rarissimi. Eppure il mondo nel 2005 non parlava d’altro; i governi decisero di rendere obbligatorie stock di riserva del Tamiflu, un farmaco in realtà poco efficiente contro la malattia; per la gioia della Roche (su quella vicenda segnalo la splendida inchiesta di Sabrina Giannini, trasmessa nel 2006 da Report).

Ora improvvisamente tutto il mondo parla dell’influenza suina e da Città del Messico arrivano, come da copione, notizie molto allarmanti. Gli Usa sostengono che sia troppo tardi per arignare il virus, l’Europa è in allarme. Si stanno creando tutte le premesse per diffondere una piscosi mondiale. Sarà ingiustificata come le altre? Io dico di sì, con una conseguenza facilmente prevedibile: per un po’ ci si scorderà della crisi economica

Foa ha ripreso l’argomento tre giorni fa:

«La mia tesi sull’influenza suina (vedi i post su questo blog), ovvero che si trattasse di un allarme gonfiato ad arte, ha trovato conferma: nel mondo decine di migliaia di persone sono state contagiate, ma i morti sono poco più di 150. Il virus è tutt’altro che letale. Eppure l’allarmismo continua e ora le compagnie britanniche vogliono bloccare a terra chiunque mostri i sintomi del contagio. Insomma basterà uno starnuto per vedersi rifiutato l’imbarco. Un delirio.

A vantaggio di chi? La scorsa primavera l’allarme era servito a distrarre l’opinione pubblica dalla recessione (paura scaccia paura), ora ho l’impressione che l’interesse sia economico. Quanto guadagneranno le case farmaceutiche? Tantissimo e a finanziare acquisti di vaccini che non serviranno a nulla saranno per lo piu` gli Stati. Questo sì è spreco di denaro pubblico…»

———

Ora, non mi pare che l’influenza suina abbia distolto più di tanto l’attenzione dalla crisi economica.

E non non mi piace il cospirazionismo (in cui però Marcello Foa non cade).

Ma sono ormai chiare, mi sembra, le forze economiche che trarranno vantaggi da questa storia: le multinazionali farmaceutiche.

Lo spiega, per esempio, l’articolo di Maurizio Ricci su Repubblica di oggi: «Virus A, affari d’oro per Big Pharma. Il vaccino vale 10 miliardi di dollari».

Detto questo, toccare la salute delle persone è talmente persuasivo che ormai non ci si può fare più nulla: faremo tutti il vaccino. Perché – nel dubbio – costa poco, e male non fa, ci racconteremo. Perché… se non lo fai e poi capita qualcosa? E d’altra parte, come negare il vaccino al nonno? Al bimbo piccolo? Alla mamma in attesa?

Insomma, hanno un bel dirci, medici e scienziati, che l’influenza A è lieve e passa in pochi giorni (cfr. questa rassegna di articoli su Nature): il vaccino si farà.

Comunicazione batte scienza, al solito.

Idea per una o più tesi di laurea (triennale o magistrale, a seconda del taglio e dell’ampiezza del corpus): analizzare la campagna di comunicazione sull’influenza A. Ti potrai concentrare sui quotidiani nazionali (almeno le due testate più vendute, Repubblica e Il Corriere) o allargare lo sguardo al contesto internazionale (europeo e/o statunitense) e/o altri media (telegiornali, periodici, internet).

Per studenti della magistrale: sarebbe interessante un confronto con le campagne comunicative di casi analoghi (posso mettere a disposizione un paio di tesi di laurea già fatte sull’aviaria).





The India Tube

1 07 2009

Annalisa si è laureata con me l’anno scorso (tesi su Second Life, che allora andava di moda) ed è andata a vivere (e lavorare!) a Delhi, India.

Con amici e conoscenti, locali e internazionali, Annalisa – blogger di vecchia data – ha da poco aperto The India Tube, un sito fantastico, che così si presenta in home:

Balloon The India Tube

«Part magazine, part community, part media gallery, The India Tube is a space for everything that’s incredible about India. With its daily updates, it’s the directory for the inspiring and the unbelievable, the cutting-edge and the bizarre. Follow the balloon and its daily updates, and let your journey begin.»

Ecco The India Tube :

(1) perfetto per chi vuole organizzare un viaggio in India (ma odia i pacchetti preconfezionati),

(2) stimolante per chi non ci ha mai pensato (vai sul sito e ti viene voglia),

(3) astuto per chi ancora non può permetterselo, perché se leggi The India Tube ogni giorno, finisci per saperne più di chi sta là. E fai un figurone… :-)

Segui la mongolfiera!





Nativi o migranti digitali?

25 05 2009

Il 16 aprile scorso ho partecipato al convegno «Analogici o digitali? La sfida delle nuove tecnologie nella relazione scolastica e nella costruzione dell’apprendimento».

Il convegno si è svolto presso MEMO (Multicentro Educativo “Sergio Neri”) ed è stato organizzato nell’ambito del Progetto TED, grazie alla spinta propulsiva dell’indomabile Mario Agati, docente di lettere presso il Liceo Carlo Sigonio di Modena, che ho conosciuto tramite il suo blog e ha avuto la gentilezza di invitarmi. :-)

Sono intervenuti, in ordine di parola:

Adriana Querzé, Assessore all’Istruzione del Comune di Modena

Silvia Facchini, Assessore all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Provincia di Modena

Cristina Bertelli, Dirigente Servizio Istruzione e Integrazione dei Sistemi Formativi della Regione Emilia-Romagna

Mario Agati, Redazione TED

Attilia Lavagno, Docente di Inglese, Liceo San Carlo, Modena

Giovanna Morino, Docente di Informatica, ITI Corni, Modena

Quindi una tavola rotonda, coordinata da Silvia Menabue (Dirigente Scolastico IPSIA Corni, Modena), fra Luigi Guerra (Università di Bologna), Augusto Carli (Università di Modena e Reggio Emilia), Roberto Cubelli (Università di Trento) e me medesima.

La discussione è stata interessante, ricca e persino divertente, soprattutto perché il pubblico, composto di docenti, dirigenti e moltissimi studenti delle superiori, si è lasciato coinvolgere volentieri.

Puoi ascoltare QUI il podcast di tutti i contributi.

Ecco il mio primo intervento (circa 16′), in cui smonto la distinzione fra nativi e migranti digitali, stimolo i ragazzi a parlare di Web 2.0, dei suoi vantaggi e rischi, introduco il problema della privacy.

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Punto esclamativo!

5 05 2009

Nei giorni scorsi Luisa Carrada, commentando un articolo del Guardian, ha scritto un bel post sugli usi e abusi del punto esclamativo nei più svariati contesti. Condivido appieno.

Comincia così:

SEGNI DI GIOIA

Anche se mi sento chiamata in causa tra i funless e i fastidious, l’articolo di ieri sul Guardian dedicato al rinascimento del punto esclamativo – The joy of exclamation marks! – è veramente carino.

I pedanti e noiosi sono quelli che non apprezzano il dilagare dei punti esclamativi dappertutto e nelle email in particolare.

Io lo apprezzo, ma mi piace spendermelo quando sono davvero contenta ed entusiasta, non come un intercalare qualunque.

E mi dà francamente fastidio quando qualcuno vuole fare di me un’entusiasta a tutti i costi: Una sorpresa per te! Scarica la tua copia! Iscriviti alla newsletter gratuita!

In barba a tutti i manuali di stile e agli inviti alla sobrietà da parte di grandi scrittori, il punto esclamativo è il prezzemolo di ogni comunicazione online. Perché mai stiamo diventando tutti così sovraeccitati? si chiede nel sottotitolo del pezzo il brillante Stuart Jeffries.

Una risposta la danno l’editorialista del New York Times David Shipley e il caporedattore di Hyperion Books Will Schwalbe nel loro Send: The essential guide to email for office and home: il punto esclamativo aggiunge umanità e calore in una comunicazione solo verbale, altrimenti fredda e distante.

Eppure le persone… Continua a leggere QUI.





L’arte del commento

3 03 2009

Diverse amiche e amici blogger si complimentano spesso con me per la qualità e pacatezza dei commenti di questo blog: «Ma che lettori educati…», «Intelligenti!», «Ma sono tutti così, i tuoi studenti?», «Non ti è mai capitato nessun matto? Nessun flaming?». Ebbene, una fiammata l’ho avuta anch’io; una sola in 14 mesi, però. Poco e niente, mi assicurano. Fortunata? Bah.

Non lo dico per lusingare chi commenta questo blog. Lo dico perché ho appena letto un articolo di David Randall su Internazionale (pescato grazie a Donatella). Randall è senior editor del settimanale londinese Independent on Sunday – e ho avuto, fra l’altro, occasione di ascoltarlo in uno splendido intervento durante il Festival di Internazionale a Ferrara nell’ottobre 2008.

Penso che ciò che lui dice sui lettori delle grandi testate giornalistiche possa essere riferito, in piccolo, anche alla blogosfera. E credo che la «qualità e pacatezza» dei commenti di questo blog possa essere compresa, in molti casi, proprio nei termini di Randall: chi passa di qui aggiunge spesso – per mia fortuna e felicità – nuove informazioni.

Grazie. :-D

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PARLARE CON I LETTORI, di David Randall

Chiediamo ai lettori di mandare informazioni e non di esprimere opinioni

Internazionale 784, 26 febbraio 2009

La Nieman Foundation per il giornalismo dell’Università di Harvard pubblica una rivista trimestrale. Nell’ultimo numero ci sono una serie di appassionati articoli su quello che la stampa può fare per entrare nel futuro digitale. Un’idea sembra aver contagiato tutti: che il giornalismo debba diventare un dialogo, che i quotidiani del futuro debbano essere una conversazione tra giornalisti e lettori, grazie alle reazioni immediate permesse dalla rete.

È una proposta affascinante, ma temo sia frutto di un malinteso. Sia sulla carta stampata sia su internet, i commenti dei lettori sono di due tipi: o sono diretti ai giornalisti o sono scritti per essere pubblicati. Poche persone telefonano in redazione, ma un numero sorprendente di lettori scrive, di solito per raccontare esperienze personali o per criticare.

A me capita anche di ricevere due o tre lettere al mese da persone che avrebbero bisogno di essere curate o rinchiuse. Di solito la busta è coperta di nastro adesivo, l’indirizzo è scritto tutto in maiuscole, e il mittente è convinto di essere spiato dalla Cia. Oppure arrivano cose inquietanti come la foto di una sedia vuota, che mi hanno spedito varie volte l’anno scorso.

La maggior parte delle email che ricevo vengono da aziende che cercano di ricavare dei vantaggi da una notizia di cronaca. La proposta più sfacciata l’ho ricevuta l’anno scorso dopo aver scritto un articolo su Josef Fritzl, l’austriaco che aveva tenuto la figlia segregata in cantina per anni. L’ufficio stampa di un’impresa mi ha suggerito di continuare a occuparmi dell’argomento con un articolo sui loro prodotti per la sicurezza personale. Ho cortesemente rifiutato.

Tra le lettere e le email che vengono scritte per essere pubblicate, il 70 per cento è intelligente e ben argomentato, il 20 è poco originale e il restante 10 per cento contiene informazioni sbagliate o è scritto male. Ma la caratteristica che le accomuna, dato che sono firmate, è che sono quasi tutte garbate e civili. Non si può dire la stessa cosa dei commenti scritti nei siti dei giornali e delle riviste. Internet consente alle persone di scrivere in modo aggressivo e irrazionale, ma soprattutto, anonimo.

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo sulla proposta di limitare la vendita dei televisori al plasma perché consumano troppa energia. Splendido, ho pensato. È una buona occasione per dedicare un paio di pagine alle reazioni dei lettori. E poi ho cominciato a leggerle. Non c’erano più di sei commenti utilizzabili: gli altri erano scambi di insulti tra persone che negavano il problema del riscaldamento globale ed ecologisti altrettanto maleducati.

Ho chiesto ai nostri tecnici di scoprire da dove provenivano. Arrivavano quasi tutte dall’Australia e dall’America e, a quanto pare, non cercavano un forum di discussione ma un’arena in cui i monomaniaci di tutto il mondo potevano insultarsi. Suppongo che anche questa sia democrazia, ma una democrazia da idioti. E non è un caso isolato. Nessun giornale inglese, e neanche la Bbc, solleciterebbe mai dei commenti sugli articoli che parlano di Israele: non perché vogliano soffocare il dibattito, ma perché argomenti come questo attirano soprattutto le persone che passano buona parte della loro vita a cercare un posto dove esprimere le loro idee faziose.

Un mese fa l’Independent on Sunday ha pubblicato un articolo del nostro corrispondente da Roma sulla decisione di Benedetto xvi di revocare la scomunica al vescovo inglese che nega l’Olocausto. Appena l’articolo è uscito sul sito, sono arrivati centinaia di messaggi di persone convinte che le camere a gas non siano mai esistite e che sia in corso un complotto sionista per tenere nascosta questa “verità”. E gli altri messaggi accusavano il papa di essere l’Anticristo.

Che fare? L’Independent on Sunday sta sperimentando un sistema in cui i lettori si devono registrare prima di mandare un commento. Sembrava una buona soluzione, e invece abbiamo scoperto che molti di quelli che si sono registrati non sono nostri lettori, ma esaltati che passano la vita a scrivere ai giornali.

Le cose sono andate molto meglio quando abbiamo chiesto ai lettori di mandarci informazioni invece di opinioni. L’anno scorso ho pubblicato due lunghi servizi. Uno era il contrappunto alle squallide liste di persone ricche e famose che spesso ci capita di leggere ed elencava invece cento persone che si sono distinte per il loro altruismo.

L’altra era la lista dei cento segreti meglio custoditi della campagna inglese. In entrambi i casi ho chiesto ai lettori di mandarmi altri suggerimenti, e il risultato è stato diverso dal solito. Abbiamo ricevuto centinaia di proposte intelligenti e originali, e molte sono state usate come base per articoli pubblicati sul giornale nelle settimane successive.

Questo, secondo me, è il modo ideale per usare internet: chiedere ai lettori di contribuire al lavoro dei giornalisti, invece di criticarlo. È un’impresa difficile, ma è meglio che sollecitare semplici commenti. Non è un dialogo con i lettori, ma una collaborazione: e questo secondo me è uno dei segreti per usare bene la rete.

(Internazionale 784, 26 febbraio 2009).





Quando D’Alema aveva la sfera di cristallo

16 12 2008

Ho trovato su Wittgenstein.it un illuminante ritaglio di Blob.

Era il marzo 1999 e D’Alema faceva alcune riflessioni prima del voto per le elezioni europee.

Sembra un’anticipazione di qualcosa a noi ben noto…





Spiritual Seeds

21 11 2008

Donmo è il nick di un prete cattolico appassionato di web e tecnologie informatiche.

Spiritual Seeds è il titolo del suo blog, che ha per sottotitolo «Le religioni e il mondo. Il mondo e le religioni» e affronta temi e problemi del dialogo fra le religioni, dai più disparati punti di vista: sociali, economici, storici, culturali, finanche artistici.

Notevole è l’attenzione che Donmo riserva al marketing e alla comunicazione religiosa. Ebbene sì: anche le religioni, oggi, devono fare i conti con queste competenze, per entrare (e rimanere) in contatto con i fedeli. Il che solleva – è inevitabile – problemi di etica. E anche di questi si occupa Spiritual Seeds.

Seguo il blog di Donmo da diversi mesi e trovo che sia uno dei più seri, accurati e affidabili che ci sono in rete. Se anni fa mi avessero raccontato che esiste un prete cattolico capace di:

(1) curiosare ogni giorno nelle religioni di tutto il mondo,

(2) trattarle con la stessa passione e serietà che riserva alla propria fede,

(3) raccontarci le sue riflessioni e scoperte con una semplicità e chiarezza degne del giornalismo professionale…

… be’, forse non ci avrei creduto.

Grazie alla rete, ho scoperto che non solo esiste, ma scrive tutti i giorni su Spiritual Seeds.





Pubblicità e stereotipi di genere

14 11 2008

Il 29 maggio scorso Eva-Britt Svensson, vicepresidente svedese della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, presentò una «Relazione sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini». Già altre volte, negli ultimi quindici anni, l’Europarlamento ha denunciato le pratiche pubblicitarie sessiste, senza che ciò abbia portato a nulla. La relazione Svensson, stavolta, è stata approvata dal Parlamento con ampia maggioranza: 504 voti favorevoli, 110 contrari e 22 astensioni.

La Svensson – come ben sintetizza la tesi di laurea di Elisa, discussa martedì scorso – proponeva di:

(1) lanciare campagne di sensibilizzazione sulle immagini degradanti della donna nei media;

(2) istituire organi nazionali per il monitoraggio dei media, con una sezione dedicata alla parità di genere;

(3) eliminare immagini stereotipate e sessiste da videogiochi, testi scolastici e Internet;

(4) evitare che i media usino immagini di modelle troppo magre, optando per rappresentazioni più realistiche del corpo femminile;

(5) far sì che la Commissione Europea e gli stati membri elaborino un «Codice di condotta» per la pubblicità, che preveda il rispetto del principio di parità fra uomini e donne ed eviti gli stereotipi sessisti e le rappresentazioni degradanti di uomini e donne.

Mi domando che conseguenze abbia avuto l’approvazione della rapporto Svensson, visto che – perlomeno in Italia – non se ne sa più nulla. La sua copertura mediatica, fra l’altro, è stata minima: ricordo solo un articolo di Andrea Tarquini su Repubblica, il 6 settembre scorso, peraltro vagamente ironico. Come se di questa iniziativa non ci fosse bisogno.

Silenzio anche nella blogosfera, a parte questo intervento di Loredana Lipperini, molto perplessa (giustamente) sul collega Tarquini che storce il naso; e questo post sul blog Viralmente.

Certo, l’attuazione della proposta Svensson avvierebbe un percorso lungo e tortuoso; certo, alcuni suoi punti sono problematici, altri addirittura utopistici, come l’eliminazione di immagini degradanti da Internet (come si fa…). Ma allora?

La verità è che di queste cose, in Europa, a nessuno frega nulla.

Perciò, nel frattempo, persino la belga Organ Donor Foundation, per convincere le persone a donare gli organi, fa pubblicità con quest’immagine (via Marco Valenti) e l’accompagna con una headline che recita «Becoming a donor is probably your only chance to get inside her». Clicca per ingrandire.

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Agenzia: Duval Guillaume, Bruxelles
Executive Creative Director: Katrien Bottez, Peter Ampe
Creative Director: Katrien Bottez, Peter Ampe
Art Director: Katrien Bottez
Copywriter: Peter Ampe





Colori e significati

13 10 2008

Ogni cultura associa i colori a certi significati: in occidente, ad esempio, il nero significa lutto, mentre nella cultura cinese, è il bianco ad avere questo significato.

Sempre dalle nostre parti, ma cambiando contesto, il nero significa eleganza, classe, raffinatezza. Il rosso è associato all’amore, alla passione, ma anche all’aggressività e al pericolo. Il verde ricorda la natura, ma significa anche invidia o, cambiando ancora tema, speranza. E così via.

Grazie a Verox Brain Blog, ho scoperto Cymbolism, un sito creato da Suffolk Software, società fondata da Mubashar Iqbal, un signore nato in Pakistan, vissuto a Londra, che da dieci anni lavora come web designer fra New York e San Francisco.

In questo sito puoi dire ad esempio a quali colori ti fanno pensare concetti come pioggia, fedeltà, libro. Al viola, all’azzurro, al rosa? Dopo aver espresso il tuo voto, il sistema lo somma alle scelte degli altri, sicché puoi andare a vedere quali sono i colori più spesso associati – dai votanti – a una certa tonalità. Ma puoi fare anche il contrario, procedendo dalle tinte ai loro significati.

Il sito può essere utile a grafici, designer, pubblicitari, perché indica tendenze e riserva qualche sorpresa, da cui magari saltano fuori idee nuove.

Ma può servire anche a studenti di semiotica visiva alle prime armi, che stanno imparando cos’è il simbolismo dei colori. Senza mai dimenticare, però, che le associazioni fra significati e colori cambiano non solo da una cultura all’altra, ma da un contesto all’altro.

Non sono né obiettive né definitive, insomma.





Narrazioni in rete

10 10 2008

Con questo titolo ho appena consegnato a Zanichelli una scheda di una decina di pagine, che sarà inserita nell’antologia per il biennio della scuola superiore I sentieri delle parole, di Roberdo Fedi e Marco Francini, prevista in uscita nel 2009.

Di cosa parla la scheda? Dei vari i modi in cui oggi, in Italia, si narrano storie su Internet, dai blog personali a quelli collettivi che si occupano di letteratura. Pregi e difetti di queste forme di scrittura. E un occhio al rapporto con l’editoria cartacea.

Casi esemplari: il collettivo Wu Ming, il variopinto mondo delle fan fiction (EFP, Fanfic Italia, Fanfic.it, Immaginifico, Acciofanfiction, lnx.inuyashaportal.it) il blog letterario Nazione Indiana.

Per gentile concessione dell’editore Zanichelli, puoi scaricare la scheda da QUI.





La Repubblica degli Stagisti

2 10 2008

Col suo blog Eleonora Voltolina aiuta studenti e neolaureati a orientarsi nella giungla degli stage.

Non svolge il ruolo di mediazione personale fra aziende e candidati stagisti che sto cercando di assumermi io, ma è una risorsa utilissima, che è on line da settembre 2007 e ha quindi un archivio già pieno di informazioni e suggerimenti preziosi.

Interessante che raccolga e pubblichi resoconti di stage già svolti.

Questo è il link:

http://repubblicadeglistagisti.blogspot.com/





Punteggiatura e ambiente

19 09 2008

Cosa c’entrano queste due cose assieme? Be’, innanzi tutto qui parliamo spesso sia dell’una, che dell’altro.

E poi grazie a Verox Brain Blog, ho trovato questa brillante animazione, minimalista e… interpuntoria: Typolution. Realizzata nel 2006 dal designer grafico Olivier Beaudoin, l’animazione è accompagnata dal brano «Nostrand» del duo newyorkese Ratatat, e ha vinto un sacco di premi, fra cui il «Diploma d’oro» all’Ecodesign 2007 di San Pietroburgo

La scena in cui piovono virgole e punti esclamativi è una delle mie preferite.

A un certo punto però…

E tutto finisce a punti interrogativi. :-(





Sottocultura accademica

26 08 2008

In sociologia e antropologia una sottocultura (o subcultura) è un gruppo di persone che si differenziano dalla cultura più ampia di cui fanno parte, perché sono accomunate da credenze e visioni del mondo, che di solito (ma non necessariamente) ruotano attorno alla stessa etnia, classe sociale, appartenenza di genere, età anagrafica, oppure allo stesso credo religioso o politico.

Una sottocultura si riconosce in simboli, rituali e pratiche (semiotico-linguistiche, estetiche, religiose, politiche, sessuali) che esprimono valori ben distinti da (e a volte contrapposti a) quelli della cultura da cui la sottocultura tende a smarcarsi.

Il senso comune attribuisce al termine “sottocultura” anche un significato dispregiativo, secondo il quale è un «complesso di valori e di modelli culturali degradati, deteriori e massificati, spec. con riferimento a frange marginali della società urbane» (De Mauro Paravia).

Detto questo, ecco cosa Henry Jenkins dice a proposito delle attuali università occidentali, dopo aver definito la «produzione teorica accademica» come una «pratica sottoculturale tra le molte possibili», «dotata di linguaggio, obiettivi e sistemi di circolazione tutti propri»:

«Sicuramente l’accademia possiede preziosi livelli di competenza che sono necessari in una varietà di conversazioni nell’attuale periodo, ma onde diventare mobile, tale competenza deve adottare un linguaggio che non parli soltanto agli altri accademici, ma a un pubblico più ampio. Ciò significa ripensare la retorica accademica. E significa riconoscere l’esistenza di altri tipi di competenza capaci di portare qualcosa al tavolo della conversazione… Il problema è che il mondo accademico si è tagliato fuori da quei dialoghi di cui dovrebbe fare parte.»

(Henry Jenkins, Fans, Bloggers, and Gamers. Exploring Participatory Culture, New York University Press, 2006; trad it. Fan, Bloggers e Videogamers. L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale, Franco Angeli, Milano, 2008, p. 114 e p. 135).

È con la sottocultura accademica che spesso mi arrabbio.





Pittate di scrittura

20 08 2008

Non avevo mai letto niente – l’ignoranza non è mai poca – del mio amico di blog Attilio Del Giudice, noto scrittore, oltre che pittore e filmaker. Molti lo conoscono per Morte di un carabiniere (Minimum Fax, 1998), Citta amara (Minimum Fax, 2000) e Bloody muzzare’ (Leconte, 2004), una trilogia che mette in scena le indagini del commissario De Grada e del brigadiere Capece, con invenzioni linguistiche che lavorano sulla mescolanza fra il dialetto casertano e l’italiano, come Gadda fece col romanesco. Più di recente ha pubblicato La vita incagliata (Leconte, 2006) e Una barchetta di carta (Gaffi, 2008).

Fra una nuotata e l’altra nel canale di Sicilia, in questi giorni mi sono letta Una barchetta di carta. Un libro minuscolo, che poco ti chiede (in termini di ingombro fisico e tempo di lettura) e molto ti dà: se ho contato bene, 11 fra racconti, novelle e ritratti, più un romanzo in miniatura, ripartito in ben 16 microscopici capitoli.

Tutte le storie sono ambientate in Italia, fra gli anni Cinquanta del secolo scorso e il decennio che stiamo vivendo. Dice Attilio nella nota introduttiva:

“Ho immaginato che gli anni, dal 1950 al 2000 e oltre, attraverso i pochi indizi che ero in grado di scorgere, potessero alimentare la materia narrativa delle mie fabule inquiete. In realtà è stato come portare un po’ d’acqua dall’oceano e riempire il catino di casa per avventurarmi in un viaggio. Il viaggio di una barchetta di carta, in un catino, appunto.”

In realtà ti immergi in quel catino e nuoti in mare aperto. E nuotando nuotando, ti vengono pensieri, ricordi e fantasie. A volte ti scopri a sorridere come una scema. Oppure senti gli occhi bruciare, credi sia l’acqua salata ma ti accorgi che è una lacrima.

E nuotando nuotando, incontri pesci che hanno i colori delle Pittate d’ogni giorno. Una pittata apre gli anni Cinquanta:

“C’era un prete col basco e una bicicletta. Il prete pedalava come un pazzo su un filo, a cento metri d’altezza o, almeno, così sembrava a lui, tanta era l’ansia. In realtà, correva lungo una strada asfaltata di fresco e il suo bel profilo si specchiava, con rapidi flash, nelle finestre sbarrate dei pianoterra di giallastri caseggiati per civili abitazioni, che l’Istituto Case Popolari doveva assegnare, spulciando da una lunghissima lista di senzatetto.” (p. 3)

Il ritratto de “La fachira” non è di quelli che si scordano:

“Nonostante l’età – diceva – mi mantengo agile e snella, perché sono moderata: un tè senza zucchero al mattino e un solo pasto al giorno alle sette di sera”. In realtà era spaventosamente magra e, per questo, le mie sorelline e io la chiamavamo la fachira.” (p. 12)

Con un’altra pittata comincia il romanzo piccolo piccolo, ambientato negli anni Novanta, che s’intitola “Lo scrittore e la realtà”:

“Quando Riccardo comprò quella casa di pietre, rude come una torre saracena, lontana dalle giungle d’asfalto e anche (almeno un mezzo chilometro) dall’unica stradina asfaltata dell’isola, gli parve di realizzare un desiderio che, nemmeno, sapeva di avere.” (p. 71)

Però non devi credere che le pittate di Attilio stiano ferme a non fare niente. Si muovono moltissimo, invece. Guarda come l’“Autistico” diventa tale:

“- Statti zitto, che ne sai tu! – Così dicevano. Me lo dicevano sempre. Effettivamente che ne sapevo io, ma a starmi zitto non me ne teneva, per questo decisi di andare a parlare da solo nella mia stanza.” (p. 31)

E che dire delle “Varianti del Male”, interpretate da Paco negli anni Ottanta?

“Paco nel suo campo era il migliore. Un artista s’era detto. Il suo campo, la professione che sin da ragazzo aveva esercitato con indiscutibile successo, era l’assassinio. Non per sé, per i fatti della sua vita, ma per altrui committenza.” (p. 55)

Accadono cose strane nel catino di Attilio.





Holidays with Forest Love

2 08 2008

Sono in partenza per il mare, da dove posterò qualcosina ogni tanto, giusto per non perdere l’abitudine.

Sul blog di Marco Valenti ho trovato l’ultimo video di Greenpeace, che mi pare adatto per augurarti buone vacanze. Fra il serio e il faceto, come sempre.

;-)

Ciao!





Il Romanzo Totale

31 07 2008

Navigando alla ricerca di narrazioni collettive in rete (devo scrivere un articolo su questo argomento entro settembre), ho scoperto il Romanzo Totale 2008, a cura di : Kai Zen : (in questo giorni segnalato anche su Nuovo e Utile).

Il primo Romanzo Totale nacque per un’iniziativa di Wu Ming, Paolo Bernardi e Andrea Pagani, che portò alla scrittura collettiva di un racconto sul portale internet Xaiel e alla pubblicazione cartacea del libro «Ti chiamerò Russell» – Romanzo Totale 2002 (Bacchilega Editore, Imola) – nel febbraio del 2003. Nacque così l’ensemble narrativo : Kai Zen :.

Dopo quella prima esperienza, varie presentazioni, incontri con il pubblico, i componenti dell’ensemble narrativo decisero di scrivere un loro romanzo, dal titolo «La Strategia dell’Ariete». Nel rispetto della filosofia del Romanzo Totale, : Kai Zen : ha sempre mantenuto il contatto con una comunità di lettori, critici, editor e altri scrittori che si sono uniti al progetto, sviluppato su www.kaizenlab.it.

Nel febbraio del 2004 : Kai Zen : ha lavorato, in collaborazione con Amnesiac Arts, alla stesura del Romanzo Totale «La potenza di Eymerich», basato sul personaggio creato da Valerio Evangelisti e che ha visto la partecipazione, oltre allo stesso Evangelisti, di Wu Ming 5.

Nel 2005, con il patrocinio e la collaborazione della Provincia Autonoma di Bolzano, ha realizzato il Romanzo Totale «Spauracch, pubblicato da Bacchilega Editore nello stesso anno. Nel 2007, «La Strategia dell’Ariete» è uscita, dopo anni di scrittura e ricerche, da Mondadori.

Oggi : Kai Zen : è formato da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani.

Tutto il materiale prodotto da : Kai Zen : è pubblicato e diffuso in COPYLEFT con licenza Creative Commons.





La Banca d’Italia e le donne

23 07 2008

Su segnalazione di Loredana Lipperini, ripesco un articolo di Elena Polidori, apparso ieri su Repubblica, che tocca un problema di cui avevo già parlato in questo post: in tutti i paesi del mondo c’è una stretta correlazione fra alto grado di diseguaglianza fra i sessi e scarso sviluppo economico (vedi il report annuale del World Economic Forum).

Né l’articolo né l’argomento hanno avuto il rilievo e l’attenzione che meriterebbero.

«Miracolo donna. Secondo uno studio della Banca d’Italia, una possibilità di risollevare l’economia italiana dalla fiacchezza che l’affligge sta – starebbe – nell’effettiva parità tra maschi e femmine sul mercato del lavoro. Almeno sulla carta. Se questo accadesse, obiettivo ancora assai lontano, ovvero se il tasso di occupazione femminile salisse al livello di quello maschile, il Paese avrebbe una discreta fetta di ricchezza in più.

Per restare solo nella sfera economica, che non è certo l’unica: il Pil, dunque il benessere, (a produttività invariata) crescerebbe addirittura del 17,5%, cioè circa 260 miliardi di euro. Un vero e proprio “tesoro” che vale come una valanga di pluristangate o migliaia di lotterie di Capodanno.

Per avere un’idea più concreta: grosso modo è come tutto il “sommerso”. Ben 60 volte il taglio dell’Ici deciso dal governo. Quasi la metà di quel che s’è bruciato in tutte le Borse europee il 1 luglio scorso. Circa 1.400 volte gli aiuti che adesso l’Italia non vuole dare più ai paesi in via di sviluppo. Un miracolo, appunto.

Donna ausiliatrice, per così dire. Capace di fare da “stampella” all’economia malata, ma anche da straordinario volano per l’occupazione stessa. Con la parità, secondo lo scenario elaborato dall’economista Roberta Zizza, di colpo ci sarebbero quasi 5 milioni di occupate in più, per altro ben spalmate tra il Nord e il Sud, senza più le due Italie che esistono oggi. Un calcolo ancora più semplice dice che ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi – dall’assistenza agli anziani e ai bambini, fino alle attività domestiche vere e proprie – prima non retribuiti perché gravavano sulle spalle della neo-assunta. «Effetto moltiplicatore», lo chiamano gli esperti.

Una soluzione di genere ai guai nazionali, insomma. E sarebbe un prodigio, anche senza arrivare al bilanciamento perfetto, se solo le donne riuscissero a risalire la china, fino ad un più onorevole tasso di occupazione del 60%. Ecco, pure in questo caso i benefici per il Pil sarebbero di tutto rispetto: più 9,2%. Non andrebbe male neppure se il pareggio avvenisse all´interno dell´universo femminile, con le occupate del sud balzate ai livelli nordici del 55,3%: più 5,8% del Pil.

Ma finché il miracolo non si realizza, il tasso di occupazione delle donne italiane resta tra i più bassi d’Europa, superiore solo a Malta: appena il 46,6%, contro il 70 degli uomini. Come se non bastasse, le femmine, costrette a dividersi tra casa e ufficio, pur essendo meno presenti sul mercato del lavoro, finiscono per sgobbare ogni giorno ben 75 minuti in più dei maschi, un record europeo. Hanno una retribuzione più bassa e percorsi di carriera più lenta. Sono pochissime le dirigenti: solo il 17% ha responsabilità di supervisione contro il 26 degli uomini e il divario rimane intatto nel tempo. «Bassa partecipazione e segregazione», nel linguaggio tecnico. Ecco, questa è la realtà, oggi, secondo dati 2007, denunciata di recente dallo stesso governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi.»

Elena Polidori, La Repubblica, 22 luglio 2008.





Media e italiano medio

22 07 2008

«[...] Le abitudini televisive, fatte di manipolazioni gergali e di italiano tecnologico para-anglosassone, influiscono molto, troppo sul linguaggio comune. Lo scrittore fatica. E fatica anche il romanzo che deve conciliare comprensibilità e invenzione, adesione alla realtà linguistica del paese e intervento critico sul sempre più povero codice comune. [...]

Spesso nella conversazione si inseriscono pezzi di pubblicità, frasi intere di canzoni. Termini derivati da film stranieri e da slogan della moda si trovano, quando uno meno se lo aspetta, nel linguaggio comune, trasformati in segnali di scambio, codici verbali.

Altre volte sono i gruppi sociali meno prestigiosi che prendono in prestito formule dai mestieri invidiati e così abbiamo il medichese, il sindacalese, il politichese, lo psicoanalitichese e via di seguito.

Mi piacerebbe proporre a chi usa questi gerghi di provare a cantare il loro detestabile politichese ad esempio con un tempo di rap. Nel rap le parole vengono fuori come lampi dalle nuvole, tutte legate elettricamente le une alle altre. È un modo di cantare basato sul ritmo e non sulla melodia, un ritmo rapidissimo in cui le parole si incastrano l’una nell’altra. Tante pesantezze inutili sparirebbero subito. E uno sarebbe costretto alla concisione e alla chiarezza verbale.»

(Dacia Maraini, Amata scrittura. Laboratorio di analisi letture proposte conversazioni, BUR, Milano, 2000, pp. 114-115.)

Aggiungo che, da quando c’è il Web 2.0, oltre ai media anche i nuovi media ci si mettono, nell’appiattire l’italiano comune. E penso soprattutto alla logorrea di certe zone della blogosfera.

Bella, la terapia del rap per i malati di gergo stretto. :-)