Drive the Change

29 12 2009

Fra gli spot più interessanti di quest’anno, c’è senz’altro l’ultimo corto istituzionale di Renault, che persino noi italiani (di solito depressi da pubblicità più scadenti) possiamo ora vedere sui canali televisivi nazionali (dal 26 dicembre al 4 gennaio).

In novembre lo spot ha vinto il Premio Aretê per la Comunicazione Responsabile e, oltre a promuovere l’immagine di una Renault più attenta a valori ambientali, umanitari e sociali, ne anticipa alcune strategie di produzione: dal 2011, infatti, la casa francese introdurrà sul mercato una gamma di auto elettriche Z.E. (cioè a zero emissioni) destinate – ci promettono – alla diffusione di massa.

Perché mi piace?

Non perché presenta le atmosfere nostalgiche e rassicuranti che tipicamente funzionano in periodi di crisi: bambini, bellezze maschili e femminili, ambienti agiati, alternati a squarci sul passato. In questo, non c’è niente di nuovo.

Ma perché usa questi ingredienti per suggerire agli automobilisti occidentali un modo diretto e concreto per liberarsi dal senso di colpa che da anni li affligge: sappiamo che l’auto inquina, ingombra, uccide, ma non riusciamo a smettere di desiderarla e usarla. Non solo perché è utile e comoda, ma perché troppi interessi economici mondiali ci inducono a fare così.

Come liberarci dal senso di colpa? Cominciando già oggi a desiderare le macchine a zero emissioni su cui Renault sta investendo. E nell’attesa, orientandoci su altre auto dello stesso marchio. In questo senso l’operazione è intelligente.

Vale la pena aggiungere, però, che così facendo Renault si prende pure un bell’impegno, perché la critica al vecchio modo di pensare e produrre auto non riguarda solo le aziende concorrenti, ma le sue stesse strategie passate. Ogni sua mossa, da questo momento in poi, sarà bersaglio facile per associazioni di consumatori, ambientalisti, movimenti contropubblicitari e affini.

In questo senso l’operazione è rischiosa.

Drive the Change

Agenzia: Publicis Groupe

Regia: Michel Acerbo (con l’aggiunta di immagini di film-prodotto e spot Renault)

Musica: «Somewhere Only We know», Keane, Universal





Diversamente uguali

28 12 2009

In periodo di festività natalizie fioccano – più che in altri momenti dell’anno – proposte di acquisto equosolidale.

Daniele di Viralmente mi segnala il video «Diversamente uguali», realizzato per promuovere Giftee, un progetto di commercio etico che funziona così: se acquisti un prodotto sul sito (o nei negozi che aderiscono all’iniziativa), Giftee ne regala uno identico (cito dalla presentazione del progetto):

«a un “suo prossimo” più svantaggiato, dando così vita ad un legame ideale con qualcuno di bisognoso in una qualsiasi parte del mondo. [...] L’esatto equivalente (in termini di qualità e numero) di prodotti sarà recapitato a diverse strutture riceventi nelle zone povere del mondo, grazie anche alla preziosa collaborazione di ONLUS certificate che già sostengono in vari modi lo sviluppo di quelle popolazioni.»

Al progetto hanno finora aderito Ai.Bi., ONG GHANDI Africa, CAPSE/ASPE Africa, ALDEAS Agape Sud America, Associazione Famiglia Cabriniana. Dunque è tramite queste onlus che il doppione del dono sarà recapitato.

I regali attualmente in vendita sul sito (da novembre 2009) sono magliette per bambino.

Ora, il video che promuove l’iniziativa è allegro, colorato, e ha un’intenzione comunicativa che potremmo dire «normalizzante», cerca cioè di rappresentare il terzo e quarto mondo in modo da farcelo sentire il più possibile vicino, evitando le consuete immagini di fame, miseria, morte. In questo senso è certamente apprezzabile.

E tuttavia ci vedo un problema. Il video mostra bambini e mamme ai quattro angoli del pianeta, che mi sembrano «diversamente uguali» nel senso che sono tutti ugualmente privilegiati: dei paesi poveri mostra insomma le élite borghesi, che di aiuto non hanno bisogno.

Che senso ha regalare una maglietta a uno di questi bambini che, come i nostri, hanno l’aria di averne già molte? Non dico che le cose stiano davvero così, per come Giftee le organizza, ma comunicativamente appare questo.

Il che non aiuta a costruire la fiducia nel marchio. Specie in un mondo e un periodo (Natale) in cui iniziative del genere si sprecano e i consumatori, disorientati, sempre più spesso si chiedono: «A chi andranno, in realtà, i miei soldi?»





Stay grounded

22 12 2009

La neve e il gelo in Europa ci ricordano di colpo che viaggiare – muoversi rapidamente per centinaia, migliaia di chilometri – non è scontato, ma può essere molto difficile e faticoso, anche pericoloso.

Basta una nevicata a sconvolgere i nostri piani, mostrandoci che non possiamo avere tutto e subito.

È forse utile, quindi, riprendere proprio ora il monito di Do The Green Thing: «Stay Grounded».

E se corressimo meno? O almeno prendessimo meno aerei?

Dice Do The Green Thing:

«A sure-fire way to ruin a good holiday is to top and tail it with a plane ride that dumps huge amounts of CO2 and other greenhouse gases straight into the atmosphere. So stop jetting around and travel in a slower way – but in a better state of mind

E il video ce lo spiega ancora meglio.






Dieci volte master

11 12 2009

Domani comincia la decima edizione del master in Comunicazione, Management e Nuovi Media.

Ringrazio Giacomo Scillia, Communication Manager del master, Paula Cenci, coordinatrice di dipartimento, e tutto lo staff di segreteria, senza i quali nulla avrei potuto.

Un ringraziamento speciale va naturalmente a tutti i docenti del master, di cui posso orgogliosamente vantare credenziali e curricula, e a tutti gli allievi e le allieve – centinaia ormai – che da dieci anni ci seguono.

Fra le tante cose che abbiamo organizzato per festeggiare l’evento, ecco tre clip di presentazione.

Riprese, regia e montaggio di Matteo Turricchia.

Trovi qui ulteriori informazioni sul master.

I luoghi, le persone, le attività

Le testimonianze degli ex allievi


Alcuni momenti di una lezione di Luisa Carrada






Piccole cose di valore non quantificabile

7 12 2009

In questo lunedì di ponte ti propongo un cortometraggio, uscito nel 1999 e pluripremiato, che ho scoperto solo qualche giorno fa grazie a Maria Cristina, mia carissima amica, oltre che responsabile e docente del CESIPc di Padova.

Come mi era potuto sfuggire, in tanti anni?

Non si finisce mai di imparare.

Cast: Gianni Ferreri, Fabrizia Sacchi
Regia: Paolo Genovese, Luca Miniero
Sceneggiatura: Gianni Ferreri, Fabrizia Sacchi
Data di uscita: 1999
Durata: 10′

Trama: Una notte, in una stazione dei carabinieri, un brigadiere raccoglie l’insolita denuncia di una ragazza a cui hanno rubato i sogni.





Il preservativo in agenda

4 12 2009

Come dicevo qualche giorno fa, nonostante i dati sulla diffusione dell’HIV, nel nostro paese si stenta a parlare di preservativo. Altrove le campagne per indurre tutti a usarlo sono martellanti.

In Italia, invece, di preservativo parlano solo le associazioni LGBT. Il che ovviamente va bene, perché l’HIV non è stato ancora debellato neppure nelle comunità gay, che da anni sono le più sensibili alla necessità di usare il preservativo.

Però certe campagne LGBT contengono errori clamorosi. Forse perché progettate da persone già persuase della necessità di usare il preservativo, le campagne LGBT tendono a rivolgersi solo a chi, a sua volta, il preservativo già lo usa, mentre invece bisogna mirare a chi non ne vuole proprio sapere perché… metterlo, che fastidio, e poi non si sente nulla, o perché tanto in Italia l’AIDS non c’è più, o ancora, lo capisco subito, io, se una persona è sana o malata.

A questi incoscienti bisogna mandare messaggi diretti, semplici, chiari. Incluso fargli un po’ paura (ma giusto un po’, perché se gliene fai troppa, rimuovono l’argomento e siamo punto e daccapo).

E invece.

Guarda il manifesto del Cassero di Bologna. A una rapida occhiata, neppure io – in quanto persona già sensibilizzata – ci avevo fatto caso, ma – come mi ha fatto notare Micol Lavinia – a ben guardare l’immagine è fuorviante, perché induce a pensare che il preservativo possa essere usato un giorno sì e uno no.

Saltuariamente insomma, e non sempre. Come invece devi fare, per non rischiare molte malattie, non solo l’AIDS (clic per ingrandire).

Cassero, Preservativo in agenda





Che cos’è uno stereotipo

2 12 2009

Lunedì 30 novembre, nella sezione «Vocabolario» della trasmissione Fahrenheit di Radio 3 condotta da Loredana Lipperini – che ringrazio per l’ospitalità – ho fatto un breve intervento (7′08”) sulla nozione di stereotipo.

Lo puoi ascoltare in streaming qui:

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/puntate.cfm?Q_TIP_ID=1309

PS: fino a venerdì 4 dicembre, alle 15.45, puoi sentire in diretta su Radio 3 altre «parole del giorno» curate da me.





Ma neppure stavolta parlano di preservativo

1 12 2009

Secondo i dati pubblicati dal Centro Nazionale Aids dell’Istituto Superiore di Sanità in occasione della giornata mondiale contro l’Aids, che ricorre oggi, nell’ultimo anno in Italia ci sono stati circa 4.000 casi di sieropositività e 1.200 di Aids conclamato, e cioè circa 11 persone al giorno sono state infettate dal virus Hiv.

Il 74% dei contagi avviene tramite rapporti sessuali, la maggior parte dei quali sono eterosessuali (nel 1988 il 71% dei contagi dipendevano dall’iniezione di droghe, e nel 1995 era ancora così per il 62,5% dei contagi).

L’età media in cui si diagnostica l’infezione Hiv è 38 anni per gli uomini e 34 per le donne.

Fra le regioni/province in cui è attivo un sistema di sorveglianza delle diagnosi di infezione Hiv (Piemonte, Liguria, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Puglia, Emilia Romagna, Lazio, Bolzano, Trento, Sassari  e Catania), la maggior parte di contagi riguarda le regioni del centro-nord.

Emilia-Romagna e Lazio sono in testa, con 9,5 casi su 100.000 residenti la prima, e 8,7 la seconda, seguiti dalla provincia di Trento con 7,8 e dal Piemonte con 7,3 casi su 100.000.

Con questi numeri e con la stabilizzazione dei contagi che si registra ormai da 10 anni, l’Italia è fra i paesi dell’Europa occidentale con un’incidenza di Hiv medio-alta.

Un ulteriore problema è che la maggior parte delle persone contagiate da Hiv (il 60,2%) scoprono di esserlo solo quando ricevono la diagnosi di Aids conclamato (nel 1996 solo il 20,5% arrivava a saperlo così tardi).

Ecco perché il Ministero della Salute ha deciso di realizzare uno spot che invita le persone fra 35-40 anni a fare il test Hiv.

Un’osservazione, però: con questa scusa le istituzioni sanitarie italiane sono riuscite – per l’ennesima volta – a NON invitare gli uomini – eterosessuali, omosessuali, bisessuali che siano – a usare il preservativo.

E allora lo dico io: il preservativo resta il metodo più semplice ed efficace per prevenire il contagio Hiv. A tutte le età, per tutti i generi sessuali, in tutti i paesi e le situazioni del mondo.

Ecco lo spot appena uscito: regia di Ferzan Ozpetek, protagonista Valerio Mastandrea. Il claim – non molto originale, ma diretto – è «Aids: la sua forza finisce dove comincia la tua».

Ministero della Salute Spot contro l\'Aids

Ministero della Salute Spot contro l\'Aids

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Contro la violenza sulle donne

25 11 2009

Oggi è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Scendere in piazza sulla questione femminile non basta, per ragioni che ho discusso QUI, ma se la piazza è molto, molto numerosa, aiuta.

Tante forze, istituzioni, associazioni, persone convergeranno nella manifestazione di sabato 28 novembre a Roma, alle ore 14.00, da Piazza della Repubblica a Piazza San Giovanni.

Per adesioni e informazioni: www.torniamoinpiazza.it.

Per chi parte da Bologna c’è un pullman:
Partenza dall’Autostazione delle Corriere (posteggio 25) alle ore 07.30.
Prezzo: 20 € andata e ritorno.
Puoi prenotare i biglietti presso il Centro delle Donne, via del Piombo 5, tel.051/4299411.

A commentare l’importanza di questa giornata, ho deciso di postare una delle più celebri scene del film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli (1960). Quella in cui Simone Parondi (interpretato dall’attore Renato Salvatori) – un fratello di Rocco (Alain Delon) – aggredisce e uccide a coltellate Nadia (Annie Girardot), perché lei vuole troncare la loro relazione.

Vale la pena ricordare che Rocco, a sua volta innamorato di Nadia, dopo aver saputo dell’omicidio dallo stesso Simone, alla fine gli offrirà solidarietà e rifugio.

Cosa è cambiato su questo tema fra l’Italia del 1960, che Visconti rappresentava, e quella di oggi?


 





Una donna bellissima

24 11 2009

In questo periodo pullulano in tutta Italia le iniziative e manifestazioni per il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1999.

Venerdì sera ero alla Cineteca di Bologna, invitata da Viviana Vignola della Casa delle donne per non subire violenza a una tavola rotonda sul documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi «Il corpo delle donne». Con me c’erano la scrittrice e organizzatrice culturale Chiara Cretella, l’autrice e conduttrice televisiva Syusy Blady, la sociologa Rossella Ghigi e la regista Chiara Idrusa Scrimieri.

Serata intensa, belle persone. Vivace e autentica la discussione, anche col pubblico.

Conosco «Il corpo delle donne» da quando è uscito (se non l’hai ancora visto, fallo subito QUI!).

Non conoscevo invece lo splendido documentario – o «piccolo film», come dicono i titoli di testa – di Chiara Idrusa Scrimieri. Le organizzatrici lo hanno proposto dopo quello di Lorella, perché Amelia, la protagonista, è un antidoto potente contro la morsa di umiliazioni e chirurgia plastica in cui la televisione stritola le donne. Una ventata di vita. Una donna bellissima.

Non anticipo altro. Prenditi 15 minuti di pausa e fatti rapire dall’incanto di Amelia. (scaricato dal sito di cinema moovioole.it, che merita più di una visita).

Amelia

Amelia

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The Fun Theory

23 11 2009

A fine settembre l’agenzia DDB di Stoccolma ha lanciato per la Volkswagen svedese la campagna The Fun Theory, volta a dimostrare che le persone cambiano più facilmente i comportamenti dannosi per la salute e l’ambiente, se le si stimola al cambiamento facendole divertire. L’obiettivo ultimo è associare al marchio Volkswagen i significati e valori della responsabilità ambientale, per attirare l’attenzione sulle nuove auto ecologiche.

La Fun Theory è stata finora sperimentata in tre situazioni diverse, da cui DDB ha tratto tre video che stanno contagiando viralmente i social network di tutta Europa, a suon di «Troppo bello», «Nice!» e commenti entusiastici in varie lingue. Il che dimostra che la Fun Theory è una idea brillante sia come atto di comunicazione sociale e ambientale (perché in pratica, stando ai dati forniti da DDB, funziona), sia come pubblicità commerciale (perché Volkswagen ne trarrà i benefici del caso).

Fra l’altro, se ti viene una buona idea per ulteriori applicazioni della Fun Theory, puoi inviare QUI la tua proposta: la gara è aperta fino al 15 dicembre e il primo premio ammonta a 2500 euro.

Prima situazione: ai cestini per la spazzatura di un parco pubblico è stato aggiunto un effetto sonoro che si attiva ogni volta che qualcuno vi getta dentro qualcosa.

Seconda situazione: i gradini di una scala nella metropolitana di Stoccolma sono stati trasformati in tasti di pianoforte che suonano quando ci si va sopra, per indurre le persone a salire a piedi, facendo un po’ di moto invece di usare la scala mobile.

Terza situazione: i contenitori per la raccolta differenziata del vetro sono assimilati a un videogioco, in cui si guadagnano punti per ogni bottiglia inserita.





Lo spot contro l’omofobia della Presidenza del consiglio

16 11 2009

Il 9 novembre è stata presentata a Roma la campagna contro l’omofobia promossa dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del consiglio, e curata dall’agenzia Young & Rubicam Italia.

L’iniziativa – sulla quale sono stati investiti 2 milioni di euro – comprende per ora uno spot (che ho visto) e migliaia di opuscoli informativi (che non ho visto) da inviare alle scuole, ed è stata condivisa anche dalla deputata del Pd Paola Concia e da diverse associazioni LGBT (fra cui Arcigay, Agedo e altre).

In rete però infuria la polemica.

Fra le tante cose che ho letto, condivido buona parte dell’analisi dello spot che Gatto Nero ha fatto su www.gaycampitalia.org (segnalatami da Andrea). La riporto quasi per intero, salvo piccolissimi interventi di editing (i grassetti sono miei):

«Questo spot è mal concepito. Per molte ragioni, che si intrecciano fra loro in un pericoloso effetto domino:

  1. L’ambientazione – La prima cosa che viene da pensare, guardando il video, è: “Che lugubre!”. L’ambulanza, la notte, il suono della sirena all’inizio dello spot; i corridoi (vuoti) dell’ospedale e il rumore della barella, poi; e, per finire, la sala operatoria: buia, buissima. Tutto dà una sensazione di urgenza, claustrofobia, mancanza di alternative.
  2. Gli attori – Ci sono due gruppi distinti di personaggi: i potenziali omofobi (la ragazza malata e il suo partner, a cui potrebbe o non potrebbe “importare” la sessualità di chi la cura) e i potenziali omosessuali. Il casting, in questo caso, mi pare quanto meno bizzarro: i primi sono di bell’aspetto, sia il ragazzo (di cui si coglie solo il profilo) che – soprattutto – la ragazza che ha un bel viso sereno, luminoso; i secondi, invece, sono cupi, nervosi, tesi. In un’escalation: se l’autista ha ancora bei lineamenti, pur nella tensione del ruolo, i personaggi successivi diventano più maturi d’età e dai lineamenti più duri. A questo aspetto si unisce la prossemica: l’infermiera si gira e indossa i guanti; il dottore si gira e fa altrettanto. L’impressione generale, anziché di fiducia, è paradossale: sembrano minacciosi.
  3. Le immagini – Una cosa balza all’occhio: l’omosessualità non viene mai mostrata. È una scelta coerente col messaggio complessivo dello spot, ovvio, che ruota attorno al concetto di “dubbio”. Ma in uno spot che vuole lottare contro l’omofobia si rischia l’incoerenza, trasmettendo indirettamente un messaggio pericoloso: l’omosessualità è qualcosa da nascondere.
  4. Il messaggio che si vuole trasmettere – Che, per inciso, è diverso dal messaggio che lo spettatore percepisce: “Non importa che una persona sia omosessuale o eterosessuale”. Che è diverso dal dire “È sbagliato discriminare gli omosessuali”. Non c’è un giudizio etico che condanni l’omofobia: viene detto, semplicemente, che non importa/è superfluo conoscere la sessualità di una persona quando usufruisci delle sue capacità o funzioni. È un messaggio che si ricollega all’ambientazione ospedaliera, all’urgenza.
  5. Le parole usate per trasmettere il messaggio – La scelta delle parole pronunciate nello spot è  quanto meno superficiale. Del “Non importa”, e della sua mancanza di valutazioni etiche positive/negative, abbiamo già detto. Lo stesso slogan, “Nella vita certe differenze non possono contare”, soffre dello stesso bias. Aggiungendo un altro aspetto, quello del buon viso a cattivo gioco: “nella vita” certe differenze non contano: “puoi anche non pensarla così ma non ti conviene” ricorda, come frase, certe massime disincantate dei vecchi del paese, che consigliano di abbandonare i bei sogni dell’infanzia perché “nella vita non funziona così”. Paradossalmente, di nuovo, sembra che si strizzi l’occhio all’omofobo: hai ragione, per carità, ma nella vita non puoi permetterti di rendere esplicite le tue idee. Un significato rinforzato dalla ripetizione ossessiva della frase “Ti interessa”, durante lo spot.
  6. Il claim – L’errore più grosso, nella scelta delle parole, sta nello slogan “Rifiuta l’omofobia, non essere tu quello diverso”. Il tentativo del pubblicitario è quello di prendere un concetto tipico dell’omofobia (“il diverso”) e rivoltarlo contro l’omofobo. Tentativo non riuscito, perché – e qui si sfiora l’assurdo – usando la frase “non essere tu quello diverso” si conferma la diversità dell’altro. “Non essere TU quello diverso” implica: TU sei quello NORMALE. Anziché neutralizzare il messaggio della diversità, lo si è rafforzato

(«Gli errori comunicativi dello spot governativo contro l’omofobia», di Gatto Nero, 10 novembre 2009)

Contro L\'Omofobia del Ministero delle Pari Opportunità Italian

Contro L\'Omofobia del Ministero delle Pari Opportunità Italian

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La comunicazione sull’influenza H1N1

9 11 2009

Fra i peggiori esempi di comunicazione pubblica istituzionale degli ultimi anni, c’è quella sull’influenza H1N1 gestita dal Ministero della Salute.

Confusione e continue contraddizioni hanno caratterizzato le dichiarazioni del viceministro Ferruccio Fazio fin da quando, a fine aprile, si è cominciato a parlare della pandemia (ne abbiamo discusso QUI).

Per ricordare solo le ultime: il 29 ottobre Fazio ha annunciato che «L’Italia con la Spagna è il Paese col maggior numero di casi di influenza A: 380 ogni 100mila abitanti», ma solo il giorno dopo ha ricordato «il carattere leggero di questa influenza, dieci volte meno aggressiva di quella stagionale» (QUI i comunicati stampa del ministero).

È chiaro che, sulla base dei numeri, puoi dire tutto (o quasi) e il contrario di tutto. Ma se lo fai, ottieni due risultati, in alternanza o combinazione: allarmismo (proprio quello che si vorrebbe evitare) e/o sfiducia nelle istituzioni sanitarie (dal viceministro ai medici di base). Non a caso, ora l’Italia oscilla fra il panico ingiustificato (pronto soccorso intasato, telefonate al medico per un nonnulla), e lo scetticismo («io non mi vaccino», «è la solita bufala mediatica» e così via).

Sull’inattendibilità delle dichiarazioni di Fazio ormai proliferano le battute, come testimonia la vignetta di Vauro (clic per ingrandire):

vauro influenza A

A peggiorare la situazione, il ministero ha messo il camice bianco a Topo Gigio e gli ha affidato l’incarico di dare agli italiani le istruzioni su come prevenire il contagio: lavarsi spesso le mani, starnutire in un fazzoletto di carta da gettare subito via, eccetera.

Come dire: il vostro medico è un pupazzo animato. Oppure: il ministero vi tratta, grandi e piccini, come foste bimbi piccoli. O ancora: vi ricordate quant’era bello lo Zecchino d’oro? Pensate a quello e scordate la pandemia.

Ho confrontato lo spot italiano con quello di altri paesi (europei e non): siamo gli unici ad aver fatto una sciocchezza del genere, per giunta sommata alla confusione di Fazio.

Ma prima di mostrare l’esito dell’impietoso confronto, annuncio che cerco tesi di laurea (triennale e/o magistrale) su tre possibili filoni: (1) un’analisi linguistico-semiotica delle dichiarazioni di Ferruccio Fazio; (2) un’analisi comparata di alcuni spot, europei e non; (3) un’analisi comparata di diverse campagne governative per la prevenzione dell’influenza H1N1. Corpus e metodologia saranno definiti a ricevimento.

Lo spot italiano (questo il sito www.fermailvirus.it):

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Lo spot francese (dal sito: www.pandemie-grippale.gouv.fr):

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Lo spot irlandese (dal sito: www.swineflu.ie):

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Infine, per uscire dall’Europa, lo spot canadese (dal sito www.fightflu.ca):

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Un mostro di rifiuti

30 10 2009

In preparazione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, programmata dal 21 al 29 novembre, i paesi stanno avviando diverse iniziative per sensibilizzare le persone a ridurre la mole di rifiuti che generano ogni giorno.

Mi ha colpita la campagna francese, promossa dall’agenzia nazionale per l’ambiente Ademe: il sito www.reduisonsnosdechets.fr (visitalo: è fantastico!), ma soprattutto tre spot costruiti attorno a un gigante animato, bonario ma ingombrante e brutto, che rappresenta l’enorme quantità di rifiuti che ciascuno produce ogni anno (380 kg a persona è il calcolo francese, e gli italiani?).

Trovo l’idea del mostro di rifiuti (realizzato da MPC, che ha firmato anche le animazioni dell’ultimo Harry Potter, per intenderci) davvero azzeccata: il mostro ci accompagna nella vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto. Fa un po’ schifo, ma non possiamo separarcene.

Possiamo però ridurne le dimensioni, e non è difficile: basta cambiare alcune abitudini.

Gli esempi di Ademe:

Usa meno la stampante: in ufficio, in università, a casa.

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Compra prodotti con meno imballaggi. Meglio ancora: non imballati.

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Trasforma i rifiuti organici in composta per le piante.

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Per saperne di più sulle iniziative italiane, questa è la pagina di Legambiente e questo il sito della campagna italiana.





Vuoi tradurre le conferenze TED?

9 09 2009

Segnala questa settimana Annamaria Testa su Nuovo e Utile un interessante esperimento di social translation:

«Da qualche mese è online il progetto di sottotitolare le TED conferences in varie lingue. Più di 50 sono già state tradotte in italiano. Può farlo chiunque sia abbastanza fluent (guadagnandosi una scheda su TED). Vogliamo dare una mano?»

Per sapere cos’è TED (Technology Entertainment Design), leggi QUI.





Comunicazione sociale e realismo inglese

3 09 2009

Grazie a Viralmente ho trovato un video inglese, prodotto per dissuadere i giovani dal comportarsi in modo incosciente mentre guidano l’auto, ad esempio scrivendo messaggi sul cellulare: basta un nulla a causare gravissimi incidenti e danni, a sé e agli altri.

Il video (circa 4 minuti) è diretto da Peter Watkins-Hughes, ed è stato interpretato da attori professionisti, insieme alla polizia locale e studenti della Tredegar Comprehensive School di Gwent (in south Wales, a circa 150 miglia da Londra).

È un video molto realistico, e perciò duro: se ti impressiona la vista del sangue, sappi che ce n’è, pur molto meno che in uno splatter o poliziesco medio.

In Inghilterra è stato portato nelle scuole superiori e inserito in un lavoro più ampio (che si intitola COW, dal nome della strada), su cui il regista sta trattando con la BBC. Ma in Italia sarebbe inconcepibile.

Eppure, su certi temi un po’ di durezza insegna tante cose.






Stacca la spina!

31 07 2009

Era da un po’ che non facevo un salto su Do The Green Thing (ne ho già parlato QUI e QUI).

Mi colpiscono sempre la freschezza e la vivacità con cui il sito cerca di stimolare comportamenti e abitudini più rispettose dell’ambiente.

Nel guardare Plug out, mi sono resa conto che ultimamente lo faccio meno. (E la bolletta di casa è un po’ più alta.) Ci starò più attenta (tu lo fai?).

E con questo promemoria, stacco la spina anche in senso metaforico.

:-D

Il blog resta chiuso per ferie fino al 20 agosto.

BUONE VACANZE!

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Un sottobosco verde e utile

3 07 2009

È nata Sottobosco.info, testata giornalistica on line che tratta di «Ambiente, lifestyle, eventi verdi dell’Emilia-Romagna».

Sottobosco header

È stata pensata da giovani laureati e laureate in Scienze della Comunicazione, un paio delle quali – Lou e Biljana – conosco e stimo per essere stata loro docente. Mi pare un’iniziativa promettente.

Questa settimana Sottobosco propone «un’inchiesta sui green job, i “mestieri verdi”, per vedere se e come la cura dell’ambiente può creare nuovi posti di lavoro».

Troverai un’intervista a chi già lavora nel settore della sostenibilità, completa di scheda per conoscere più da vicino la Geovest, un’azienda emiliana che, recuperando rifiuti, ha fatto della sostenibilità una missione e un affare.

Il mondo del riciclaggio offre diversi sbocchi professionali: tra gli altri, Sottobosco ha scelto un progetto che coinvolge i detenuti di tre carceri emiliano-romagnoli.

Ma lavoro sostenibile significa anche un mercato più equo e condizioni che favoriscano una buona qualità del lavoro. Per questo si parla di Banca Etica e coworking, un modo nuovo di pensare la condivisione in ufficio.

Chicca finale della settimana: una visita alla mostra «L’uomo contemporaneo nel mondo naturale», a Bologna dal 24 giugno presso la Biblioteca Ecosostenibile di via Ranzani.

Ah, dimenticavo! Se l’ambiente è il tuo pallino, hai esperienza di scrittura giornalistica e vuoi candidarti per collaborare alla testata, contatta Lou, dicendole che vieni dal blog.





TTTLines: fra noia e proteste

26 05 2009

La compagnia di navigazione TTTLines lo rifà. Nel 2008 aveva promosso la rotta Napoli-Catania con questa affissione (clic per ingrandire tutte le immagini):

Vesuvio ed Etna

Quest’anno ha scelto la headline «Abbiamo le poppe più famose d’Italia» per presentare i fondoschiena seminudi di alcune turiste che prendono un traghetto. Il formato è gigantesco:

Abbiamo le poppe

Niente di nuovo sotto il sole estivo. Nella pubblicità italiana l’uso di seni e sederi femminili, nudi o seminudi, risale almeno ai primi anni Settanta. Solo che oggi è più frequente. Meno frequente è il tentativo, da parte di gruppi e associazioni femminili o femministe, di scagliarsi contro queste immagini con iniziative come quella di Napoli, quartiere Fuorigrotta:

Protesta Abbiamo le poppe

Non facciamoci illusioni. Queste iniziative sono preziose, ma le persone – donne e uomini – che trovano «divertenti», «simpatiche» e «azzeccate» le similitudini di TTTLines sono più numerose di quelle che se ne sentono offese. Basta farsi un giro in rete per constatarlo. Sentire le chiacchiere in autobus.

Perciò coprire le immagini con striscioni e tasselli non basta. Innanzi tutto attira subito l’accusa di moralismo censorio e limitazione della libertà individuale. Quale libertà? Quella di girare in short e minigonne, naturalmente. Già me li immagino, donne e uomini, ragazzine e ragazzini, tutti a scuotere la testa: «Ma sono rimaste indietro? si scandalizzano per un bel culo?». Oppure: «Non capiscono il gioco, l’ironia? non sono capaci di ridere?». Infine l’acidità peggiore: «Le femministe sono invidiose perché non hanno niente di bello da mostrare».

Dunque, come uscire da questa impasse? Credo che alle manifestazioni di protesta vada aggiunto un lavoro minuzioso e attento sulla comunicazione. Su tutti i media, in tutti gli ambienti, tutti i giorni. Il modo migliore per corrodere la comunicazione è usare le sue stesse regole. Specie se si vogliono raggiungere le masse e ottenere risultati duraturi.

Inventiamo campagne di contro-pubblicità, per esempio. Che siano davvero intelligenti e nuove. Originali. Non ripetitive fino alla noia, tutte seni e sederi. Un po’ quello che su altri fronti fanno gli Adbusters, ma in modo meno intellettualistico di loro, più mirato al grande pubblico.

Ancora più facile: inventiamo campagne che giochino sul corpo maschile. E non mi si obietti che la pubblicità già lo fa, perché esibisce pure corpi maschili. Attenzione: i bei ragazzi della pubblicità – comunque meno delle ragazze – alludono spesso al mondo gay. Ma nessuno gioca su quei corpi come fa TTTLines con le donne. Io invece penso a campagne rivolte a tutti, con questo obiettivo: scherzare col corpo maschile, metterlo alla berlina. Come da sempre si fa con quello delle donne.

Ma invertendo i ruoli, una buona volta.

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NB: questo articolo è uscito oggi su www.zeroviolenzadonne.it, nella sezione Controimmagine.





I limiti del cybersex

22 05 2009

Con questo divertente spot – segnalatomi da Aurora – l’olandese InternetSOA mette in evidenza alcuni limiti della ricerca di sesso su Internet.

:-D