Chitarra poliglotta

14 05 2008

Grazie a questo post di Luisa Carrada, qualche giorno fa ho scoperto TED: un cilindro magico da cui escono sorprendenti “ideas worth spreading”.

Non conoscevo Vusi Mahlasela, musicista e cantautore sudafricano, importante attivista nella lotta contro l’apartheid. L’ho trovato su TED.

Vusi dà alla sua chitarra una voce umana, mentre lui gorgheggia versi multilingue, ulula, balla, suda, tambureggia. Se non lo conosci, comincia da “Woza” (lo spot finale è dello sponsor di TED: se chiudi il video dopo la standing ovation del pubblico, te lo risparmi).




La palla

13 05 2008

Oggi sul sito del Pangea Day (svoltosi il 10 maggio) ho trovato questa meraviglia. È un video diretto da Orlando Mesquita, regista del Mozambico che dal 1984 ha diretto e prodotto una ventina di cortometraggi, programmi educational e documentari sui gravissimi problemi sociali ed economici del suo paese, devastato da 17 anni di guerra civile (terminata nel 1992), da terribili catastrofi naturali (le inondazioni del 2000 e 2001), e dalla diffusione dell’AIDS: secondo le stime ufficiali, oggi in Mozambico il 16,2% della popolazione tra i 15 e i 49 anni è sieropositiva.

La magia di questo corto sta nella luce e nel sorriso con cui riesce a parlarci di prevenzione dell’AIDS.

Non solo in Mozambico.




Spreco meno subito

5 05 2008

Ho trovato sul blog di Marco Valenti questo web-cartoon prodotto da AMREF Italia per la campagna “Spreco meno subito”, con Demetrio Albertini testimonial e Fabio Caressa che fa la telecronaca. Sullo stesso blog ho appreso che il 5 e 6 aprile scorso i giocatori di Serie A sono scesi in campo con uno striscione a favore del risparmio idrico. Pregevole iniziativa.

Da brava femminuccia non so niente di calcio, ma trovo deliziosamente persuasiva la tifoseria che in questo cartone esulta ogni volta che il protagonista fa la mossa giusta. :-)

E allora mi domando: perché i club calcistici non hanno acquistato anche spazi pubblicitari televisivi (con relativo ritorno di immagine) in modo che un lavoro come questo potesse andare in prima serata, invece di circolare solo sul web? Occorrerebbe infatti raggiungere un pubblico di spreconi ben più ampio dei soli utenti Internet.

Se passassero in tv spot come questo, assieme a quelli su auto e profumi, non credi che un po’ alla volta anche le persone meno alfabetizzate e sensibili cambierebbero abitudini? Non è determinismo pubblicitario il mio, casomai idealismo, visto che nessun club probabilmente si sogna di pagare per questo.




Un puzzle sbagliato

29 04 2008

Erica, laureata qualche mese fa in Scienze della Comunicazione e ora iscritta alla Magistrale in Semiotica, mi segnala uno spot della sezione italiana di Amnesty International sulla difesa dei diritti delle donne, commentandolo così:

«Lo spot mi piace per i primi due minuti e mezzo, ma la fine mi sembra contraddittoria. Le dico cosa per me va e cosa no.

COSA VA

Nel complesso l’idea è carina. Di solito negli spot sono le immagini che colpiscono di più, la musica. Questo filmato invece mi fa soffermare su ciò che viene detto, mi obbliga ad ascoltare, perchè altrimenti non capisco le immagini. La voce off mi aiuta a comprendere cosa vuol dire ogni tassello bianco che cade dal volto della ragazza: il colore dell’incarnato simboleggia la libertà della donna, la sua possibilità di vivere pienamente la vita. Man mano che nel mondo si fanno passi avanti nella difesa di questa libertà, un tassello bianco cade, e la ragazza guadagna più libertà.

Alla fine si capisce che la ragazza liberata dai tasselli bianchi - che rappresenta tutte le donne che si sono emancipate (o i paesi in cui la donna è libera) - è solo una fra tante, come per dire: non è quell’unica ragazza l’obiettivo finale, ci sono moltissime altre donne da liberare, e per raggiungere questo obiettivo c’è ancora molta strada da fare.

COSA NON VA

Secondo me non funzionano l’immagine finale del puzzle e il claim. Fino a un certo punto, infatti, mi si dice che le donne devono essere libere di indossare la propria pelle, mentre ogni tassello bianco è una violazione dei loro diritti. Alla fine, su ogni tassello appare il nome di una nazione: non male l’idea che i vari tasselli siano i paesi che hanno realizzato le conquiste contro la violenza sulle donne; però non torna la faccenda dei colori: insomma se i tasselli cadono, perchè identificarli con il nome del paese che ha fatto passi avanti nella liberazione delle donne? Così facendo, sembra invece che quel paese non abbia ancora agito in questo senso, visto che fin dall’inizio lo spot mi ha fatto pensare che a ogni tassello bianco corrispondesse una libertà violata. Sarebbe stato meglio usare i colori vivaci (diverse sfumature di rosa e marrone) che stanno sui volti di tutte le donne nel mondo, per rappresentare la difesa dei loro diritti e della loro libertà.

Anche il claim finale non funziona: “Aiutaci a finire il puzzle”. Ma il puzzle è fatto di tasselli bianchi, e aiutare Amnesty a comporre il puzzle significa violare i diritti, non difenderli. È d’accordo, o sono io che ho travisato?»

Io sono d’accordo con Erica, e tu?




Orgoglio tranquillo

21 04 2008

Quest’anno la campagna affissioni del Bologna Pride (28 giugno 2008 ) è decisamente innovativa. Il grafico Lorenzo “Q” Griffi e l’illustratore Michele Soma hanno ripreso lo stile dei manga giapponesi, disegnando personaggi con volti tondi e occhioni spalancati che hanno chiamato Puraido, traslitterazione della parola katakana che significa “orgoglio”.

Ogni Puraido racconta, sorridendo, la sua storia: abbiamo Mario, 26 anni, che “fino al mese scorso per lo Stato era Maria” e Clara, 28 anni, che “pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna”; abbiamo Giulio, di cui sappiamo solo che ha 25 anni e “vota già al Senato”. L’unico a non sorridere è un innominato Xxxxx, 34 anni, vestito da calciatore della nazionale italiana e “campione nel mondo e negli spogliatoi”: presumibilmente, un calciatore gay che non può dichiarare la sua identità sessuale.

Così Lorenzo “Q” spiega i Puraido: “Ognuno è unico, proprio come nella vita reale. Quello che la campagna cerca di comunicare è che non c’è una divisione netta tra normali e diversi, ma una enorme ‘zona grigia’ che comprende tutti e tutte, anche il tuo cantante pop preferito che per contratto non può dichiararsi, il tuo compagno di banco delle superiori, la potenziale vincitrice del Grande Fratello o la cassiera della Coop sotto casa”.

Mi piacciono, questi Puraido: sono simpatici, sereni, tranquillizzanti. Gradisco meno alcuni stereotipi che, a dispetto delle intenzioni degli autori, restano loro appiccicati: le parole di Clara sono veterofemministe e come tali chiudono il messaggio, invece di aprirlo; Xxxxx dà per scontata l’impossiblità di fare coming out: perché non sognare un calcio in cui ciò sia possibile? Dolcissimo quel Mario che era Maria, ma perché vestirlo da operaio? Non poteva essere un docente, un manager? Un po’ troppo ermetico, infine, il messaggio di Giulio. All’inizio non capisci cosa c’entri il Senato, poi, dopo qualche sforzo, ti viene in mente che il punto è proprio questo: l’orientamento sessuale di Giulio, come quello politico, non è rilevante. Il rischio, però, è che molti non lo capiscano, specie se vanno di fretta come si fa per strada.

Nel complesso, comunque, apprezzo molto questa campagna che cerca, una buona volta, di togliere dalla testa dei bolognesi l’idea malsana che “quelli del gay pride” mangino i bambini. :-)

Da quel che ho capito, infine, sul sito del Bologna Pride ognuno potrà costruirsi il suo Puraido-avatar. Sperabilmente questi personaggi si moltiplicheranno, almeno in rete se non per strada. Mi auguro allora che nascano Puraido di 40, 50, 70 anni, Puraido bancari, giardinieri, medici, infermieri, Puraido nordafricani, neri, veneti, siciliani… Che la normalità dell’essere diversi riguardi tutti i mestieri, insomma, tutte le età, le provenienze, i gusti, le inclinazioni.

Guarda i manifesti ora (puoi fare clic per ingrandirli), e come al solito, se ti va, dimmi che ne pensi.




Visti da fuori

18 04 2008

Quando viaggio, mi chiedo sempre come mi vedono quelli del luogo. Specie nei paesi poveri: come mi vede un/a cubano/a, brasiliano/a, kenyota, thailandese o quel che vuoi? Come li vede i turisti occidentali che si aggirano bianchicci e molli fra bellezze naturali e capanne?

Male e sempre peggio, concludo inevitabilmente. Male anche quando non siamo turisti per caso, ma viaggiatori benintenzionati e animati dalle migliori motivazioni umanitario-conoscitive. Polli da spennare? Idioti da sposare? Privilegiati di cui prima o poi vendicarsi? Col che, piuttosto che fare quella parte, spesso e (mal)volentieri preferisco starmene a casa.

Ecco come lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez ci restituisce il contrasto fra lo sguardo di un cubano e quello di un “turista incauto e immalinconito” che visita L’Avana:

«Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di mani, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.

Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandondando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in una trance ipnotico, ed esce dalla realtà» (Pedro Juan Gutiérrez, El Rey de La Habana, 1999, trad. it. Il re dell’Avana, Edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 46-47).




Acqua pubblica, acqua venduta

16 04 2008

Oggi ho trovato questo video. A quanto pare, è su YouTube da quasi un anno, ma stranamente l’hanno visto in pochi. L’hanno realizzato quelli del Meetup di Napoli.

Magari guardalo più di una volta, è delizioso. E poi smettila di bere acqua in bottiglia: quella del rubinetto è migliore, e se ci metti un filtro è anche più buona.

Provare per credere.

:-)




La carne, le carote e il PIL

14 04 2008

Ieri ho visto una splendida puntata di Report, a cura di Michele Buono e Piero Riccardi, intitolata “Buon appetito!”. Ti consiglio di guardarla sul sito della trasmissione, ma se non hai tempo, te ne stralcio alcuni passaggi fondamentali. È un post più lungo del solito, ma ti giuro ne vale la pena.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
È stato calcolato che la terra potrebbe nutrire 10 miliardi di persone che si alimentassero come gli indiani; 5 miliardi che seguissero la dieta degli italiani, ma solo 2,5 miliardi con il regime alimentare degli statunitensi. Questo perché la metà dei cereali che produciamo servono per alimentare gli animali che mangiamo. 820 milioni di persone nel mondo muoiono di fame e altre 800 milioni mangiano come se di pianeti a disposizione ne avessero 5. L’agricoltura industriale e chimica oggi è la causa di un terzo di tutte le emissioni di gas serra che stanno uccidendo il pianeta. Se il nostro futuro e quello della biosfera dipendono da come produciamo e consumiamo quotidianamente cibo, questo carica tutti noi di responsabilità, subito, ora.

[...]

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Siamo ciò che mangiamo, questo vuol dire che il cibo, oltre ad essere una merce, deve avere anche un senso. L’agricoltura, riportano i testi scolastici, è alla base dell’economia e della vita. Il ciclo completo dell’agricoltura oggi, secondo gli studi della FAO, incide per il 30% sul riscaldamento del pianeta; tanto per avere un raffronto, i trasporti non legati al settore dell’alimentazione incidono per il 17%. Il settore zootecnico, invece, produce gas serra 296 volte più dannosi del CO2: questo è il letame. L’aumento degli allevamenti è dovuto all’aumento del benessere quindi all’aumento del consumo di carne; questo, nonostante tutti gli studi medici dicano che mangiare troppa carne fa male. Un americano ogni anno ne mangia 122 chili, un italiano 87, un cinese 50, un indiano 4. Bisognerebbe ridistribuirla meglio, ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta. Un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno che cresce mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale. Ma la carne è poca cosa rispetto a un sistema di produrre e consumare che sfugge a ogni logica minima di tutela della salute, del pianeta, del portafogli. Possiamo continuare a fregarcene, oppure vedere di cambiare abitudini.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Roma 2 febbraio 2008. Torniamo a casa con la spesa; sono i giorni della merla, il centro dell’inverno, in genere i più freddi dell’anno, ma dalla mia busta tiro fuori di tutto: pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, asparagi, fagiolini verdi, fragole. Insomma sembra di essere in piena estate. Ma ormai siamo abituati, nei supermercati c’è una sola stagione, che dura tutto l’anno. Per legge, tutti gli alimenti hanno le loro etichette, nomi, informazioni, numeri, pesi, ma in genere ciò che osserviamo è la data di scadenza, “scade il…”. Eppure l’etichetta ci può dire molto di più, ad esempio da dove arriva. Questi asparagi infatti vengono dal Perù, dato che in Italia, a gennaio, gli asparagi non possono crescere. Anche i fagiolini verdi sono fuori stagione, e arrivano dal Marocco. Le fragole dalla Spagna. Poi abbiamo trovato pomodori, anche questi fuori stagione, italiani, spagnoli; tra gli italiani c’è questa scatola di ciliegini, che arrivano dalla Sicilia.

PIERO RICCARDI

Dunque fornito per Auchan SpA, Rozzano, Milano, da Alegra Faenza, Ravenna; prodotto e confezionato da Euroagri Italia, a Vittoria, quindi significa che sono stati prodotti a Vittoria, sono andati a finire a Faenza, in Emilia Romagna, a Ravenna, e li abbiamo comprati a Roma.

Ma anche il prezzo ci rivela delle sorprese.

Spinacino: ci sono costati 2 euro e 10 cioè 100 grammi ci sono costati 2 euro e 10 quindi significa 21 euro al chilo.

[...]

PIERO RICCARDI
[...] queste carote costano 8 e 76 al chilo, siamo andati qui vicino a Latina e le carote al produttore vengono pagate 7 centesimi. Come fa ad aumentare così tanto da 7 centesimi alla produzione a 8 e 70 al chilo?

PAOLO BARBERINI - PRESIDENTE FEDERDISTRIBUZIONE
Allora dobbiamo vedere quella che è la base prodotto e quella che è l’aggiunta di servizio, un prodotto di questo tipo ha un servizio insito nel prodotto stesso che è assolutamente enorme, dalla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia [Massaia? Nel 2008 si parla ancora di massaie... Nota di Giò] nell’acquisto, alla quantità di tempo che non fa spendere alla massaia nel lavaggio, nel tagliarle e nel fare tutti quelli che sono gli atti quotidiani. Adesso purtroppo il tempo è tiranno per cui si preferisce, in alcuni casi, spendere più in servizio che non nel prodotto.

[La quantità di luoghi comuni in questa risposta è direttamente proporzionale all'imbarazzo dell'intervistato. Nota di Giò]

[...]

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
La differenza tra queste carote e questa scatola di carote grattugiate è un gesto. A noi il gesto di grattugiare ci prende qualche istante. Quello che c’è dietro la scatola di carote grattugiate invece sono trasporti, plastica, energia e infine pure lo smaltimento della confezione nel termovalorizzatore. Qual è la logica economica di tutto questo?

Cosenza. Università di Arcavacata. Il professor Dacrema insegna Economia e ha scritto un libro sul PIL, il prodotto interno lordo. E la domanda che gli facciamo è: una carota, un pomodoro sono una merce come le altre?

PIERANGELO DACREMA - ECONOMISTA UNIV. ARCAVACATA – CALABRIA
Noi siamo abituati a parlare di merci e a trattare tutto come una merce, perché tutto ciò che ha un valore economico ha un prezzo, un prezzo espresso dai numeri del denaro, i numeri del denaro sono i numeri del PIL perché il PIL quantifica tutto in termini di prezzi e quindi usa la logica molto banale, se vogliamo, ma molto stringente della matematica elementare del denaro, addizione e sottrazione. Ma il valore, una buona teoria del valore tiene conto del fatto che il valore ha un senso, prima ancora che un prezzo, il prezzo non esprime il senso del valore, non esprime il significato di un bene. Ma questa ossessione della quantità - e il PIL la esprime in modo eccellente -, questa ossessione della quantità ci fa dimenticare che esistono costi di cui il PIL non tiene conto, assolutamente. Ora, i costi sostenuti dalla madre terra da cui sottraiamo evidentemente delle energie per produrre pomodori secondo tecniche produttive che sono criticabili sotto l’aspetto ambientale, e sotto l’aspetto dell’inquinamento, ecco quei costi non provocano una diminuzione del PIL anzi, il paradosso è che, diciamo che nella mente di tutti e in particolare della nostra classe dirigente, l’aumento del PIL è qualcosa da salutare di per sé con favore in modo positivo. Dall’altro lato si tende appunto a dimenticarsi del fatto che un disastro, un incidente stradale provoca un aumento del PIL, la produzione di armi provoca un aumento del PIL, le tante produzioni inquinanti e dannose provocano un aumento del PIL.

PIERO RICCARDI FUORI CAMPO
Dunque, queste carote in scatola fanno aumentare il PIL, proprio perché producono un costo ambientale, come una petroliera che si spacca. Fa aumentare il PIL perché dovrò ricostruirne un’altra e pure le coste da ripulire, i pesci e gli uccelli imbrattati da curare mi fanno alzare il PIL, e quando siamo in coda sull’autostrada il PIL aumenta perché bruciamo carburante, che inquina. E se l’inquinamento ci fa venire un tumore tanto meglio: malati e ospedali fanno aumentare il PIL. Un incidente fa aumentare il PIL. I prodotti fuori stagione fanno alzare il PIL perché costa di più produrli, perché più fertilizzanti, erbicidi e pesticidi uso, più aumenta il PIL. E pazienza se l’aereo che porta asparagi dal Perù e fagiolini dall’Africa produce CO2, perché si alza il numeretto magico del benessere. E poi i prodotti fuori stagione posso venderli a un prezzo più alto di uno di stagione. È meglio vendere un chilo di fagiolini a gennaio a 4 e 99 al chilo, che un cavolfiore a 0.99, perché anche questo fa aumentare il PIL.




In Italia lo stipendio medio di una donna…

12 04 2008

… è la metà di quello di un uomo.

Ma non basta.

In Italia, il 79% dei posti di lavoro manageriali è riservato agli uomini.

Con queste frasi si concludono i due magnifici spot contro la discriminazione delle donne, che stanno andando in onda dall’8 marzo su La7 e MTV.

Li ho trovati su YouTube grazie al prezioso blog di Marco Valenti sulla comunicazione sociale, che da oggi includo nel mio blogroll permanente.

Agenzia: Saatchi & Saatchi.
Creativi: Francesca Risolo (arti director) Laura Palombi (copywriter).

Finalmente un po’ di comunicazione sociale ben fatta, ti pare?




Erri De Luca sull’acqua

24 03 2008

È festa. Piove. La giornata dell’acqua è passata, ma i problemi no. Però scommetto che hai ricominciato a lasciare quel rubinetto aperto, porca miseria.

Allora leggi il brano che ha riportato nei commenti Giacomo l’altro giorno: un grande Erri De Luca che parla d’acqua.

Bellissimo, non lo conoscevo. Grazie Giacomo.

“Sta nella nuvola e nel pozzo,
nella neve e nella noce di cocco,
negli occhi e nel fiume,
nell’arcobaleno e nel lago,
nel ghiaccio e nel vapore della pentola sul fuoco,
nella bocca.
È la maggioranza della superficie.
È la maggioranza del corpo.
Una persona è acqua che cammina, dall’acqua di placenta all’acqua del sudario.
In ebraico è plurale, màim, acque.
In francese è una vocale sola, eau, ô.
In greco e in tedesco è neutra.
In russo e nelle latine è femminile.
Dal fondo del pozzo avverte il terremoto.
Fa tremare il ramo scortecciato in mano al rabdomante.
La sua avventura chimica è prodigio, ossigeno più idrogeno,
ad accostarli, esplodono.
Spegne fuoco, anche quello dei vulcani.
Fa il pane, fa la pasta.
È nel bianco e nel rosso dell’uovo. È nella sua buccia.
È nella carta e nel vino, nelle ciliege e nelle comete.
Chi la spreca verrà assetato.
Chi sporca l’acqua verrà sporcato. Secondo Geremia la voce di lod/Dio è chiasso di acque nei cieli. Giusta sarà la sorpresa di chi ascolterà la prima domanda, appena morto:
«Quant’acqua hai versato?».
Ognuno di noi sarà pesato a gocce.”

Erri De Luca, “Notizie sull’acqua”, in Carta Almanacco – Le guerre dell’acqua, anno V n. 10, 2003.