800 milioni per la banda larga? Magari il problema fosse solo quello

10 11 2009

Ho apprezzato molto il commento che ieri Massimo Mantellini ha scritto sul balletto dei giorni scorsi attorno agli 800 milioni di euro che il governo dovrebbe stanziare per portare la banda larga in una parte delle aree italiane in cui ancora non c’è.

Prima il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Gianni Letta dice che quei soldi sono congelati: «Banda larga, nuovo stop. “I soldi alla fine della crisi”» (Repubblica, 5 novembre 2009).

Poi il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, durante l’ultimo Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) chiede a Berlusconi che siano sbloccati e, a quanto dichiara Renato Brunetta, la richiesta viene accolta: «Scajola e l’appunto a Berlusconi: “Con banda larga 50.000 posti”» (Repubblica, 8 novembre 2009).

In realtà, agli atti del Cipe del 6 novembre gli 800 milioni per la banda larga non ci sono, come nota Guido Scorza: «Banda larga? Ma che Cipe dice?»

Problema n° 1: per portare la banda larga in tutta Italia 800 milioni non bastano. Ce ne vogliono almeno 1300.

Problema n° 2, il peggiore: le infrastrutture non risolvono l’arretratezza culturale italiana su Internet, che comporta un uso superficiale e cioè automatico, acritico, passivo della rete anche da parte di chi l’accesso ce l’ha.

Secondo una ricerca commissionata alla Nielsen dall’Osservatorio permanente sui contenuti digitali e presentata a Milano il 18 settembre, quest’uso povero della rete riguarda il 27% della popolazione italiana, all’interno del già magro 55% delle persone che usano Internet.

Per capire meglio cosa vuol dire «uso povero» scarica QUI la presentazione della ricerca.

Per questo sono d’accordo con Mantellini quando dice (grassetti miei):

«Esiste, ed è molto diffusa a tutti i livelli, questa grande semplificazione secondo la quale nel giorno in cui il 100 per cento dei cittadini sarà raggiunto dalla banda larga il problema, ogni problema, sarà definitivamente risolto. Ci crogioliamo dentro le analisi sociologiche sui cosiddetti “nativi digitali”, come a dire, guardate, oggi forse il panorama è cupo ma gli adulti di domani, cresciuti nell’epoca di Internet, avranno altre esigenze ed altre aspettative. Siamo davvero sicuri che sarà così?

Ai tanti entusiasti sostenitori della natività digitale consiglio di entrare qualche volta dentro una università, dove oggi, almeno nei primi anni di corso, abitano ragazzi cresciuti fra posta elettronica e Youtube, a farsi una idea di quale sia il livello di “cultura tecnologica” di questo paese. Ne torneranno a casa con qualche certezza in meno.

I famosi 800 milioni per la larga banda sono soldi importanti e quella del governo Berlusconi è la solita miopia a cui la politica italiana ci ha abituati nell’ultimo decennio. Nulla che non abbiamo già visto, nulla che non fosse lecito aspettarsi. Ma la scelta attendista e polverosa di Gianni Letta sposta in minima parte il gigantesco problema di una nazione che ha per la tecnologia lo stesso amore del gatto per l’acqua.

Abbiamo bisogno di politiche di lungo periodo centrate sulla scuola, sulla alfabetizzazione telematica, abbiamo bisogno di informazioni autentiche sulla utilità di Internet, abbiamo bisogno di incentivi economici che riguardino le famiglie, per spostare l’impasse culturale di quel 50 per cento degli italiani che continua ad acquistare costosi smartphone e non possiede un computer in casa.

Abbiamo bisogno di raccontare la Rete, anche in TV, come la grande opportunità che è. Poi certo abbiamo bisogno anche di una infrastruttura migliore: ma non raccontiamoci che il problema sia tutto lì

Massimo Mantellini, «Contrappunti/Un paese meraviglioso», Punto informatico, 9 novembre 2009.

 





Le veline dell’Ateneo, «Domenica in» e l’identità

23 10 2009

Oggi su Repubblica Bologna è uscito questo mio editoriale:

«Prof, cosa pensa dell’università a “Domenica in?”», mi chiedono gli studenti in questi giorni. Magari non hanno visto la puntata di domenica scorsa (non rientrano nel target), ma gliel’hanno raccontata i nonni. E ci sono rimasti male, nonni e nipoti. Così me la sono fatta mandare e l’ho analizzata: in effetti c’era di che turbarsi.

Non avrei mai voluto tornare sulle cosiddette «veline della Romagna», le quattro ragazze in tutina da superwoman e guanti di gomma con cui, nel luglio scorso, il Polo romagnolo ha pubblicizzato le sedi di Ravenna, Cesena, Forlì e Rimini, entrando in conflitto con il rettore e sollevando polemiche dentro e fuori dall’ateneo. Uno scivolone che speravo fosse dimenticato: non si deve mai usare il corpo (femminile, ma neppure maschile) per pubblicizzare l’università, ma bisogna puntare sull’eccellenza della didattica e della ricerca, e sugli sbocchi professionali.

La mente e non il corpo, insomma: un errore talmente grossolano che l’unica soluzione era dimenticarlo in fretta e guardare avanti.

Invece l’ateneo ci è caduto di nuovo, mandando due suoi rappresentanti nell’“Arena” di Massimo Giletti, una sezione di “Domenica in” di cui basterebbe il nome a capire che bisogna starne lontani. A favore della campagna c’era Giannantonio Mingozzi, vicesindaco di Ravenna e membro del cda universitario; contraria era Paola Monari, prorettore agli studenti. Nulla da dire sui loro interventi: certo volevano il bene dell’ateneo, ognuno con le sue ragioni, e hanno fatto il loro meglio.

Ma il contenitore televisivo se li è ingoiati in un boccone. Tralascio i dettagli della fossa in cui sono scesi. Basta dire che tutti, tranne loro, hanno vinto: dall’agenzia che ha ideato la campagna, per la quale vige il «si parli bene o male, purché si parli», alla studentessa che ha posato in foto perché «vuole fare la modella» e spera nella notorietà televisiva, finanche al conduttore che si è proposto come «assistente» universitario.

Tutti hanno vinto qualcosa, tranne l’ateneo e, più in generale, l’università italiana, che la rissa ha dipinto – per amor di polemica e audience – come poco qualificata, minata da conflitti interni, sessista e pronta a strumentalizzare il corpo delle donne.

Ma non sono tornata a parlare di «veline» per mettere il dito nella piaga. Ci sono tornata perché, se un errore simile è stato non solo fatto ma ribadito, vuol dire che ciò che per me è ovvio per altri non lo è. L’ovvietà è questa: chi trascura la comunicazione trascura la propria identità, che senza una comunicazione efficace rimane nascosta o fraintesa. Inoltre, se sei bravo ma non sai dirlo a nessuno, chi capirà che lo sei?

Per due ragioni, allora, la comunicazione dell’ateneo bolognese va curata nei minimi dettagli: perché è complessa, e dunque facile da sbagliare; e perché in ateneo ci sono molte eccellenze – a dispetto di “Domenica in” – e bisogna farle conoscere.

Ma curare la comunicazione non vuol dire affidarla a questa o quell’agenzia, magari abituata alla pubblicità commerciale ma incompetente su temi universitari. Né si possono mandare allo sbaraglio persone che, per quanto preparate nel loro campo, poco o nulla sanno di media e tv. Occorre invece affidare la comunicazione a persone che, dall’interno dell’ateneo, non solo ne condividano storia, valori e obiettivi, ma abbiano le competenze per comunicarli in modo intelligente e mirato, e siano dotati dell’autorità sufficiente perché nulla sfugga alle loro decisioni.

Inclusa quella di non mandare nessuno in tv, se non è il caso.

Repubblica Bologna 23 ottobre 2009.






L’importanza di dire «grazie»

16 10 2009

Grazie a questo post di Luisa Carrada, ho ripescato una conferenza TED del febbraio 2008.

La psicoterapeuta Laura Trice spiega quanto sia importante dire «grazie» per rinsaldare un’amicizia, riparare un legame, fare in modo che gli altri sappiano ciò che significano per noi.

In tutte le occasioni: dalla vita privata a quella pubblica, nello studio come al lavoro.

Sono solo tre minuti: guarda, ascolta e non scordartene più.

(Se hai difficoltà con l’inglese, fa’ clic su «vedi sottotitoli» e scegli «italiano». Se vuoi contribuire anche tu alla traduzione italiana delle conferenze TED, vai a questo post).





«It wasn’t rape rape»

8 10 2009

Ho ascoltato con grandissima perplessità le numerose difese d’ufficio che intellettuali, attori, gente di «cultura e spettacolo», come si dice, hanno fatto di Roman Polanski dopo il suo arresto in Svizzera.

Il regista scappò dagli Stati Uniti in Europa nel 1978, quando fu accusato di aver violentato una ragazzina di 13 anni dopo averla indotta a bere e assumere droghe.

È un’accusa pesantissima. Come fa, per esempio, Whoopi Goldberg a difenderlo con tale sicurezza? Era presente durante i fatti? Conosce la ex ragazzina oggi donna? Ha studiato le carte processuali?

«It wasn’t rape rape», dice per cominciare.

Mi pare il solito processo in tv, invece che in tribunale. Come tanti ne vediamo in Italia.





Il racconto della prospettiva, di Luca De Biase

8 09 2009

Sempre a margine di Frattocchie 2.0, alcune riflessioni che Luca De Biase ha condiviso sabato scorso con Loredana Lipperini e me, così come le ha raccontate ieri sul suo blog (i grassetti sono miei):

Una volta, nel 1989, l’allora semplice imprenditore, il fondatore della Fininvest, mi disse: «Abbiamo cambiato l’Italia mettendo Dallas in tv».

All’inizio degli anni Ottanta, l’Italia era stata l’ipocrisia costruttiva della Dc e la serietà quasi impotente del Pci, era stata l’oscuro territorio della mafia e del terrorismo, era stata il miracolo economico e l’imperinflazione. I socialisti erano solo all’inizio della loro ascesa. Gli ex fascisti non erano nominati quando si parlava dei partiti dell’”arco costituzionale”.

I valori, affermati più che seguiti, riempivano la cultura di tabù. E la revisione dell’immaginario partita da Dallas fu la progressiva distruzione dei tabù. Per aprire la strada a un nuovo insieme di valori, considerati trasversali, non ideologici, universali, per quanto bassi e violenti: sesso, soldi, potere. Valori che dettavano la prospettiva sulla quale ciascuno poteva scommettere.

Il mondo all’inizio degli anni Ottanta andava nella stessa direzione. Reagan e Thatcher davano la linea. La deregolamentazione la metteva in pratica. Il risultato è stato il trentennio che potrebbe essere finito nell’esplosione finanziaria. O forse no. Dipende da quanti soffrono per l’esagerata preponderanza di quei valori trasversali e bassi che sono stati imposti a partire da Dallas.

E dipende dalla possibilità che emerga un nuovo racconto della prospettiva. Basato su valori altrettanto trasversali per l’umanità, ma più umani e visionari, come per esempio felicità, equilibrio ambientale, cosmopolitismo, empatia, intelligenza.

La ricostruzione dell’immaginario, passato per la forse giusta distruzione dei tabù, ma deprivato di slanci costruttivi per il bene comune, è un ineludibile bisogno.

(Luca De Biase, Il racconto della prospettiva)





A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)

22 07 2009

Il tam tam mediatico sull’influenza A è analogo ad altri casi di allarmismo sanitario negli ultimi anni: mucca pazza, sars, influenza aviaria.

A questo proposito ero d’accordo con Marcello Foa, quando il 25 aprile scorso aveva scritto sul suo blog:

«Nelle ultime 24 ore è scattato l’allarme in Messico per l’influenza suina e i media di tutto il mondo hanno ripreso la notizia con toni drammatici evocando il rischio di un contagio planetario. Sarà, ma gli studi sullo spin mi hanno insegnato a diffidare degli allarmi su improvvise epidemie provocate da malattie misteriose.

Ricordate la Mucca pazza? E quelle immagini angoscianti dei bovini tremanti? All’epoca ci dissero che l’encefalopatia spongiforme bovina,  variante del morbo di Creutzfeldt-Jakob, avrebbe provocato la morte di migliaia di persone, nonostante l’abbattimento di decine di migliaia di capi. Ma a oggi sono stati registrati 183 casi in tutto il mondo. Le autorità fecero bene a mettere al bando le farine di origine animale, che costringevano degli erbivori a trasformarsi in carnivori; ma l’allarme fu eccessivo.

sars 1

E la Sars? Vi ricordate le immagini dei condimini sigillati, con i medici che vi entravano indossando degli scafandri simili a quelli degli astronauti? Furono pochissime le vittime, ma ci fu panico in tutto il mondo. Oggi il virus pare sia scomparso.

Ancora: l’influenza aviaria. Esiste dal 1878 e i casi di trasmissione all’uomo sono rarissimi. Eppure il mondo nel 2005 non parlava d’altro; i governi decisero di rendere obbligatorie stock di riserva del Tamiflu, un farmaco in realtà poco efficiente contro la malattia; per la gioia della Roche (su quella vicenda segnalo la splendida inchiesta di Sabrina Giannini, trasmessa nel 2006 da Report).

Ora improvvisamente tutto il mondo parla dell’influenza suina e da Città del Messico arrivano, come da copione, notizie molto allarmanti. Gli Usa sostengono che sia troppo tardi per arignare il virus, l’Europa è in allarme. Si stanno creando tutte le premesse per diffondere una piscosi mondiale. Sarà ingiustificata come le altre? Io dico di sì, con una conseguenza facilmente prevedibile: per un po’ ci si scorderà della crisi economica

Foa ha ripreso l’argomento tre giorni fa:

«La mia tesi sull’influenza suina (vedi i post su questo blog), ovvero che si trattasse di un allarme gonfiato ad arte, ha trovato conferma: nel mondo decine di migliaia di persone sono state contagiate, ma i morti sono poco più di 150. Il virus è tutt’altro che letale. Eppure l’allarmismo continua e ora le compagnie britanniche vogliono bloccare a terra chiunque mostri i sintomi del contagio. Insomma basterà uno starnuto per vedersi rifiutato l’imbarco. Un delirio.

A vantaggio di chi? La scorsa primavera l’allarme era servito a distrarre l’opinione pubblica dalla recessione (paura scaccia paura), ora ho l’impressione che l’interesse sia economico. Quanto guadagneranno le case farmaceutiche? Tantissimo e a finanziare acquisti di vaccini che non serviranno a nulla saranno per lo piu` gli Stati. Questo sì è spreco di denaro pubblico…»

———

Ora, non mi pare che l’influenza suina abbia distolto più di tanto l’attenzione dalla crisi economica.

E non non mi piace il cospirazionismo (in cui però Marcello Foa non cade).

Ma sono ormai chiare, mi sembra, le forze economiche che trarranno vantaggi da questa storia: le multinazionali farmaceutiche.

Lo spiega, per esempio, l’articolo di Maurizio Ricci su Repubblica di oggi: «Virus A, affari d’oro per Big Pharma. Il vaccino vale 10 miliardi di dollari».

Detto questo, toccare la salute delle persone è talmente persuasivo che ormai non ci si può fare più nulla: faremo tutti il vaccino. Perché – nel dubbio – costa poco, e male non fa, ci racconteremo. Perché… se non lo fai e poi capita qualcosa? E d’altra parte, come negare il vaccino al nonno? Al bimbo piccolo? Alla mamma in attesa?

Insomma, hanno un bel dirci, medici e scienziati, che l’influenza A è lieve e passa in pochi giorni (cfr. questa rassegna di articoli su Nature): il vaccino si farà.

Comunicazione batte scienza, al solito.

Idea per una o più tesi di laurea (triennale o magistrale, a seconda del taglio e dell’ampiezza del corpus): analizzare la campagna di comunicazione sull’influenza A. Ti potrai concentrare sui quotidiani nazionali (almeno le due testate più vendute, Repubblica e Il Corriere) o allargare lo sguardo al contesto internazionale (europeo e/o statunitense) e/o altri media (telegiornali, periodici, internet).

Per studenti della magistrale: sarebbe interessante un confronto con le campagne comunicative di casi analoghi (posso mettere a disposizione un paio di tesi di laurea già fatte sull’aviaria).





Donne e università

21 07 2009

L’università italiana è maschilista come il resto della società.

Attualmente i ruoli della docenza universitaria, cui si accede per concorso pubblico, sono tre:

  • ricercatore (il primo gradino della carriera, quello in cui normalmente si è assunti per la prima volta a tempo indeterminato);
  • professore associato (o di seconda fascia);
  • professore ordinario (o di prima fascia).

In questa gerarchia comandano solo i professori ordinari, i cosiddetti «baroni»: decidono concorsi e assunzioni, ottengono e gestiscono soldi, risorse, attrezzature.

In questa gerarchia, le donne occupano soprattutto ruoli subordinati.

Dalle statistiche ufficiali del Ministero dell’Università e della Ricerca sul complesso dei docenti strutturati in tutte le università italiane – aggiornate al 31 gennaio 2008 – risulta che:

  • su 23.571 ricercatori, le donne sono 10.658, cioè il 45,22%;
  • su 18.733 professori associati, solo 6.280 sono donne, e cioè il 33,52%;
  • su 19.625 professori ordinari, solo 3.631 sono donne, e cioè un misero 18,50%.

Nei prossimi anni la cosiddetta «riforma Gelmini» farà entrare in università soprattutto ricercatori, bloccando – non è dato sapere fino a quando – gli avanzamenti di carriera. È facile prevedere, allora, che le donne aumenteranno. E che qualcuno oserà festeggiare la crescita di quote rosa in università.

Ma la realtà sarà diversa: pochi capi con uno stuolo di esecutrici.

Attendo con ansia i prossimi dati.





The India Tube

1 07 2009

Annalisa si è laureata con me l’anno scorso (tesi su Second Life, che allora andava di moda) ed è andata a vivere (e lavorare!) a Delhi, India.

Con amici e conoscenti, locali e internazionali, Annalisa – blogger di vecchia data – ha da poco aperto The India Tube, un sito fantastico, che così si presenta in home:

Balloon The India Tube

«Part magazine, part community, part media gallery, The India Tube is a space for everything that’s incredible about India. With its daily updates, it’s the directory for the inspiring and the unbelievable, the cutting-edge and the bizarre. Follow the balloon and its daily updates, and let your journey begin.»

Ecco The India Tube :

(1) perfetto per chi vuole organizzare un viaggio in India (ma odia i pacchetti preconfezionati),

(2) stimolante per chi non ci ha mai pensato (vai sul sito e ti viene voglia),

(3) astuto per chi ancora non può permetterselo, perché se leggi The India Tube ogni giorno, finisci per saperne più di chi sta là. E fai un figurone… :-)

Segui la mongolfiera!





Perché non mi piace il revival di Berlinguer, di Vittorio Zambardino

20 06 2009

Il 12 giugno Vittorio Zambardino ha postato questa nota su Facebook.

La copio e incollo qui, perché mi pare un’opinione molto interessante da condividere e discutere. Inoltre, è basata sulla testimonianza diretta dell’eccellente professionista che è Zambardino. Che preferisce dire cose anche spiacevoli e controcorrente, pur di mantenere lucidità e evitare ipocrisie.

Grazie, Vittorio.

«Ho scritto su Facebook questo “stato”: “Detto da uno che nel Pci di Berlinguer ci è stato e ha lavorato, questo ritorno di mito è privo di ogni fondamento e, come tutti i miti, è “ignorante” dei dati di realtà. Alla larga”.

Giustamente qualcuno che non è d’accordo mi ha chiesto di motivare l’affermazione. In questi giorni ho un po’ il tempo contato, quindi cercherò di dire saltando alcuni passaggi. E magari viene una cosa lunga lo stesso.

Non ho alcun “pentimento” di essere stato nel Pci. Ci sono rimasto 14 anni, è stata di fatto l’esperienza più formativa della mia gioventù. È stata una grande scuola, il Pci. Un giorno dei primi anni ‘80, molto prima di tanti ex di successo, capii di non essere più comunista. Ma non ho fatto di questo una professione. Semplicemente decisi di fare un’altra vita, ho fatto “perfino” e con gioia il giornalista sportivo (se poi sono stato comunista davvero: essere comunisti significava una serie di cose che io, e tantissimi altri della mia generazione, non eravamo… Pajetta era comunista, per dire).

Oggi sento anche dei ragazzi, che allora erano bambini o addirittura non nati, che “rimpiangono” Berlinguer. Chiariamo una cosa, qui per brevità salto tutto il bene che si potrebbe dire di quest’uomo e del partito da lui diretto. Qui mi interessa dire perché secondo me è sbagliato prenderlo oggi a modello di una sinistra da rigenerare. Argomentare perché come padre fondatore non esiste. Ma resta che fu un grande leader. Il problema non è nemmeno personale, il mio interlocutore è il Pci di quegli anni, i miei anni.

Berlinguer non può essere il riferimento di una sinistra vincente e moderna (ma poi che è una sinistra? Non lo so, io voto radicale… ) perché :

1) Non era laico. Aveva ragione Lucia Annunziata, quando lo scrisse esaltando questo aspetto. Il suo partito era il partito della famiglia e di una considerazione severamente tollerante, occhiuta e infastidita di altri stili di vita. Un giovane dirigente comunista dell’epoca D’Alema alla Fgci ebbe la carriera distrutta perché il suo amante gli fece una pubblica scenata rimasta nell’epopea orale.

Il Pci di Berlinguer cercò di evitare fino all’ultimo i referendum su divorzio e aborto e su queste questioni, come su altre, era prudente, cauto, conservatore. Ma ebbe la buona sorte di essere travolto dal movimento delle donne, che lo aiutarono a vincere le sue tentazioni antiche.

2) Del resto Berlinguer aveva una idea della società italiana nella quale istituzioni e “popolo” (che schifo questa categoria) aderivano perfettamente: per lui i cattolici erano la Dc, le espressioni ufficiali del movimento cattolico, la chiesa. Si dialogava tra forze che rappresentavano pezzi di società. La sua idea della cultura libera, che c’era, non prescindeva dalla presenza delle istituzioni che erano tutto il suo orizzonte.

3) Berlinguer ebbe una idea del terrorismo e degli anni di piombo assolutamente conservatrice e “persecutoria”. La sua gestione del sequestro Moro contribuì – ne sono convinto: in totale rigore morale ma *non* in buona fede – alla morte di quell’uomo. Il senso dello stato dei comunisti era post staliniano, soffocante, legalitario, in questo assolutamente “dipietrista” – non mi stupisce che ex comunisti oggi votino per un signore che secondo me ha una onesta e chiara cultura di destra. È una cultura che li accomuna. Inoltre il compromesso storico partiva dall’idea che in Italia vi fosse una “reazione”, alla cilena, che è versione storica che non mi sento più di condividere. Quel pericolo fu ingrandito, amplificato. E usato.

4) Come vedete, non ho ancora affrontato il cavallo di battaglia che oggi usano i revivalisti di Berlinguer. La questione morale. L’ho fatto perché bisogna arrivarci dal compromesso storico. Quella idea di “unità nazionale” era profondamente antidemocratica, perché pensava di chiudere il sistema politico come una cappa sul paese, prima che lo facessero altre forze. Ma ecco il punto, quella chiusura ci fu. Il disegno non fallì.

5) Lo confesso, condivido l’analisi di Marco Pannella quando dice che i nostri mali di oggi provengono dalla violazione sistematica e perfettamente bipartisan della legalità costituzionale e democratica da parte delle forze politiche dell’italia post fascista. Non fatevi obnubilare dall’incazzatura e pensate per un attimo (è un esercizo che faccio sempre, anche con i peggiori avversari): e se avesse ragione lui, come starebbero le cose? Se usate il concetto di Pannella, molte cose pre e post Berlinguer cominciano a spiegarsi. Anche – e lo dico con grande prudenza – un certo rapporto tra politica e magistratura, non fisiologico di un paese nel quale debba trionfare lo stato di diritto. Sempre: l’emergenza non è democrazia. Un rapporto troppo ravvicinato, che cercava di spostare a favore della sinistra una relazione che negli anni 40 e 50 e 6o era stata a favore della Dc con uguale grado di “pratiche” sostanziali non corrette.

6) Questione morale: no, non eravamo diversi dagli altri. Come diceva Enrico. È vero che eravamo gente onesta e rigorosa, si viveva di poco e di grande moralità pubblica, nani e ballerine non sono mai state il nostro mondo.

Ma il Pci di Berlinguer partecipò sistematicamente alla lottizzazione Rai. Il Pci di Berlinguer (pregherei su questo di non contestarmi perché ho ricordi assai precisi) partecipava, in forma minore di altri e attraverso organismi non immediatamente di partito, del banchetto che la spesa statale aveva avviato nel settore dei lavori pubblici. E sopratttuto il Pci di Berlinguer condivideva quel sistema, la convinzione che “si dovesse” far così.

Cioè il Pci di Berlinguer partecipava alle lottizzazioni nelle università, negli ospedali, negli enti pubblici e condivideva l’idea che i partiti dovessero sedersi a un tavolo e dividersi il potere. Ma ai suoi militanti proponeva altri valori. Una bella doppia morale.

Da ultimo c’è la questione dei soldi dell’urss, ma non l’ho mai considerata più grave di quanto fosse il fatto che la dc prendesse i soldi degli americani. Era la guerra fredda, continuò fino al muro che cadde. Ma fu grave non rompere prima, fu grave essere così cauti nel denunciare l’urss per quello che era, un regime totalitario e assolutistico, nemico della libertà umana.

E però per me era più grave il carnaio che i giornalisti di sinistra facevano a ogni ondata di assunzioni in rai per aggiudicarsi i favori del partito. Non lo dico con moralismo, avessero assunto me, all’epoca, ci sarei andato. Ma era grave lo stesso.

7) Il Pci di Berlinguer approvò con altri la legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Non basta?

Non avevamo le mani pulite. E il fatto che altri facessero bottino più grande del nostro, che fosse ladri in modo sistematico e per fini personali, cosa che da noi era condannata in modo esplicito, non cambiava di molto le cose. Ci faceva solo più ipocriti.

No, Berlinguer non è un buon modello per rigenerare la sinistra, e farla laica forte e riformatrice.»





Bologna, la sinistra, i giovani

21 05 2009

Ieri su Repubblica Bologna è uscito – un po’ scorciato per ragioni di spazio – questo mio articolo, col titolo «Diteci anche cosa la sinistra intende fare per gli studenti»:

Condivido la domanda che Grazia Verasani ha fatto su queste pagine qualche giorno fa: «Perché i politici di sinistra non parlano di cultura?».  Condivido i suoi dubbi e la sua amarezza. Ho letto con attenzione la riposta di Andrea De Maria, ma resto perplessa: mi è parsa più descrittiva del passato che propositiva per il futuro. Staremo a vedere.

Alla domanda di Verasani aggiungo questa: «Perché i politici di sinistra non parlano di studenti?». Attenzione però: è una domanda datata, cioè non riguarda solo queste elezioni, ma mi frulla in testa da almeno dieci anni. E purtroppo mi frulla pure la risposta: «Perché la maggior parte di loro non votano».

Ecco il punto: da anni fra la città e gli studenti c’è un muro. O meglio, alla città gli studenti vanno bene finché pagano affitti salati e consumano piadine, pizze e birra nei pub e nelle osterie. Per il resto, i bolognesi tendono sempre più a guardarli con sospetto e fastidio, associandoli al degrado del centro storico, al disordine e al chiasso notturno. Retorica da docente universitaria? No, economia.

Una ricerca svolta in Ateneo circa un anno fa mostrava che, per mantenersi a Bologna, un fuorisede spende in media più di 1000 euro al mese, di cui oltre 600 se ne vanno in vitto, alloggio e spostamenti per e dentro Bologna. Rispetto al 1998 la spesa era cresciuta del 57%, oltre il doppio dell’inflazione. Nell’ultimo anno è arrivata la crisi e gli affitti sono un po’ calati, dicono le agenzie immobiliari (nulla si sa del nero). Ma con la crisi è diminuita pure la capacità di spesa delle famiglie, e la sostanza oggi non cambia.

Risultato: un calo costante di immatricolazioni che risale – se la memoria non mi tradisce – ai primi anni 2000. Certo, è ingiusto responsabilizzare solo la città: anche l’università deve fare autocritica, e infatti alcune discussioni fra i candidati rettore di questi giorni vertono su questo tema.

Ma perché vorrei che anche i candidati sindaco parlassero di studenti? Perché – lo dice la parola stessa – «studiano», cioè consumano, trasformano, producono cultura: come si fa a non pensare a loro quando si parla (se si parla, come chiede Verasani) di cultura? Inoltre gli studenti che arrivano a Bologna da altre città, italiane o straniere, portano idee e prospettive diverse, che la città dovrebbe sapere accogliere e valorizzare al massimo, per rinnovare le proprie. Infine gli studenti sono al momento la risorsa più preziosa che Bologna ha sotto mano per contrastare l’invecchiamento intellettuale, oltre che anagrafico, della sua popolazione.

E poi diciamola tutta: trascurare gli studenti solo «perché non votano» è doppiamente miope. Innanzi tutto, molti potrebbero prima o poi prendere la residenza (una volta lo si faceva spesso, ma oggi?) e diventare elettori. L’attenzione per gli studenti può dunque essere remunerativa a medio e lungo termine; la disattenzione, penalizzante. In secondo luogo, molti studenti sono già bolognesi. Come si catturano i loro voti? E quelli dei loro amici che studiano altrove e votano a Bologna?

Insomma, la disattenzione per gli studenti è sintomatica di una più generale – e grave – disattenzione per i giovani. Inutile ribadire che una città che non punti sui giovani non guarda al futuro. E allora riformulo la domanda: «Cosa propongono i politici di sinistra ai giovani di questa città?».

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NB: trovi QUI una sintesi dell’indagine socio-economica di cui ho parlato.





I registi fra le macerie

14 04 2009

Nei giorni scorsi in Abruzzo si aggiravano un po’ di registi italiani. A quanto ne so, c’erano Mimmo Calopresti, Francesca Comencini, Ferzan Ozpetec, Michele Placido, Paolo Sorrentino. Di sicuro me ne sfugge qualcuno.

Già si trovano su YouTube i primi risultati del loro girare fra le macerie.

Calopresti accompagna le immagini del disastro con la canzone Perfect Day; Comencini fa parlare le donne di San Gregorio; Sorrentino si sofferma sulla non assegnazione delle tende, dopo che uno ha gridato «sono a sufficienza per tutti, sennò mi tagliate la testa!»; Ozpetec dedica il corto ad Alessandra Cora, una giovane di origini capresi che ha perso la vita nella tragedia; Placido, nel suo duplice ruolo di attore e regista, si fa riprendere mentre raccoglie le testimonianze di alcuni extracomunitari, che hanno scavato con le mani per salvare i compaesani.

Non so. Indipendentemente dalla qualità dei corti – a volte non distinguibili dalle centinaia di riprese giornalistiche di questi giorni – c’è qualcosa che non mi piace.

Documento? Arte? Autopromozione?

Capisco le buone intenzioni e la necessità di testimoniare, ma in questi casi il confine con lo sciacallaggio e l’intrusione nel dolore altrui è così sottile, che tenere qualche videocamera spenta non guasterebbe. O conservare il girato per tempi e storie successive. Perché il dolore ha bisogno di tempo. E di silenzio.

Cito a memoria Erri De Luca che, intervistato dalla Bignardi venerdì scorso, ha detto più o meno: «Durante una tragedia bisognerebbe vietare ai giornalisti di chiedere alla gente: “Cosa provi?”, “Come ti senti?”. Perché se la domanda è abolita, magari aguzzano l’ingegno e gli viene un’idea migliore.»

Anche ai registi bisognerebbe vietarla.

Mimmo Calopresti, «Perfect Day»

Francesca Comencini, «Le donne di San Gregorio»

Ferzan Ozpetec, «Nonostante tutto è Pasqua»

Michele Placido, «Le mani di Osmai»

Paolo Sorrentino, «L’assegnazione delle tende»





Did you know? (Forse non sapevi che…)

27 03 2009

Questa è l’ultima edizione del video «Did you know?» (segnalatomi da Walter) che – con sapiente montaggio – combina numeri e illazioni sul mondo globale e informatizzato.

Creato da Karl Fish e modificato da Scott McLeod e Jeff Brenman, il video è stato usato durante un incontro aziendale di Sony BMG tenuto a Roma nell’ottobre 2008.

Alcuni dati andrebbero già modificati, ma il video è comunque stimolante. Unico problema: il montaggio è rapidissimo e per ragionare analiticamente sulle cifre, e soprattutto sui loro significati, bisogna rivederlo più volte (dura quasi 5 minuti) e prendere appunti.

Ma si può fare un gioco. Guardalo una volta sola e domandati: «Cosa ricordo?», «Che emozioni mi suscita?»

NB: Volendo, puoi trarne una tesi di fine triennio, verificando tutti i dati, aggiornandoli e ricostruendo la strategia retorico-persuasiva che anima il video.






The Italian man who went to Malta

13 03 2009

Riprendo il post di martedì scorso sull’importanza della lingua inglese per vivere e lavorare nel mondo globalizzato, con un video divertente segnalato da Mariù.

Così chiudiamo la settimana con un sorriso.

:-D





Do you speak English?

10 03 2009

Dopo aver rilevato l’ennesima difficoltà dell’ennesimo/a studente/ssa con la lingua inglese, copio e incollo un intervento di Tullio De Mauro sull’Internazionale del 19 febbraio 2009.

Do you speak English?

Il vantaggio dell’inglese come lingua straniera è forte in tutta Europa

Anni fa un volenteroso linguista americano intervistò parecchi italiani. “Sai l’inglese?”, chiedeva. In maggioranza gli risposero candidamente: “No, l’ho studiato a scuola”.

Dal 2001 Eurobarometer censisce le conoscenze di lingue straniere tra gli europei adulti. Nel 2005 sono saliti al 56 per cento quanti conoscono almeno una lingua straniera e al 28 per cento quelli che ne conoscono due. Sono scesi al 44 per cento quelli che non ne conoscono.

Le maggiori percentuali di incompetenti, lasciando da parte irlandesi e britannici (66 e 62 per cento), si trovano tra turchi (67), rumeni (47), spagnoli (44), ungheresi e portoghesi (42), italiani (41). Gli italiani che parlano almeno una lingua straniera dichiarano che l’inglese è quella che usano meglio conversando (29 per cento), seguita dal francese (14 per cento).

Il vantaggio dell’inglese come lingua straniera è forte in tutta Europa, lo usa il 38 per cento, contro il 14 che usa francese o tedesco. Tedesco e russo, con l’allargamento dell’Europa a 25, hanno rafforzato la loro posizione. Quasi la metà di chi sa usare l’inglese lo pratica ormai quotidianamente e con più scioltezza.

Per chi sa lingue straniere la fonte maggiore di apprendimento è dappertutto la scuola: la secondaria superiore per il 59 per cento, la primaria per il 24 per cento. Solo a grande distanza, per ora, seguono internet, spettacoli e studio privato.

L’indicazione di studiare due lingue straniere fin dalle elementari, introdotta in Italia nel 2001, è stata ora abrogata. Protestano l’associazione di insegnanti Lend e gli istituti stranieri di cultura.

Internazionale 783, 19 febbraio 2009

E tu come sei messo/a?

Cosa hai fatto, cosa stai facendo e cosa farai per il tuo inglese?





Ingiustizie anagrafiche

27 02 2009

Perché ancora oggi, se una donna sta assieme a un uomo più giovane di lei (molto, poco, quanto?), si sente in dovere di chiedere scusa al mondo (se non deve nascondere la relazione), mentre per gli uomini il problema non si pone?

Perché si tende a pensare che colei che fa questa scelta sia in preda a un attacco di follia, e non nel pieno delle sue facoltà mentali?

Perché in questi casi ci si domanda ossessivamente qual è il limite di differenza accettabile (10, 12, 15… 20?), mentre da sempre gli uomini sposano ragazze di cui potrebbero essere padri o nonni?

E non mi si dica che il punto è la fecondità femminile: nei paesi ricchi anche le coppie anagraficamente più equilibrate non fanno figli. O ne fanno uno al massimo.

Guarda l’ultima uscita di Valeria Golino: pur avendo solo 14 anni più del monoespressivo Riccardo Scamarcio, si autorappresenta come fuori di testa (non legge più, passa il suo tempo a fotografarlo) e, pur consolandosi al pensiero che altre attrici facciano come lei, denuncia come esagerata la nuova relazione di Madonna (lei 50, lui 22).

Sembra gossip d’alto bordo, ma non cascarci: il problema è serio e riguarda tutte le comuni mortali.






Tv razzista

20 02 2009

La notizia che il New York Post, il tabloid di Rupert Murdoch, abbia pubblicato una vignetta che assimila il presidente Barack Obama a uno scimpanzé ha giustamente fatto scandalo negli Stati Uniti e nel mondo. D’altra parte, sapevamo tutti che il razzismo diffuso nella società statunitense, cacciato via dalla porta dopo l’elezione di Obama, sarebbe prima o poi rientrato dalla finestra. Né ci sorprende il fatto che la prima finestra sia stata aperta dal New York Post, noto per contendersi con il Daily News il primato di chi le spara più grosse (alla faccia di ogni mitologia sul giornalismo anglosassone).

Anche gli italiani non sono immuni da razzismo. Anzi, da questo punto di vista negli ultimi tempi – da quando cioè i flussi migratori verso il nostro paese sono cresciuti – sono persino un po’ peggiorati. E sapevamo pure questo.

Tuttavia, quando ho visto il modo in cui il TG1 ha trattato la notizia, sono saltata lo stesso sulla sedia. Che la nostra Tv generalista sia veicolo di porcherie è cosa detta e ripetuta. Ma il razzismo silenzioso e infido che passa dall’aver inserito un tema serissimo nel contesto ludico di un pettegolezzo sui sosia di Obama e pasa pure dal sorriso accomodante della conduttrice (come si trattasse di ragazzate)… be’ mi ha davvero sorpresa. Neppure il New York Post era arrivato a parlare di sosia.

Non so a te: a me questa roba fa schifo.






Miriam Mafai e gli errori di Benedetto XVI

6 02 2009

Ho trovato su YouTube questa intervista di Corrado Augias a Miriam Mafai, andata in onda ieri durante la trasmissione «Le storie. Diario italiano», su Rai 3 ogni giorno alle 12.45 (la tv generalista italiana trasmette le cose migliori quando nessuno può vederle, ovvio).

A parte uno scivolone iniziale (quando afferma di essere stata incuriosita dal caso Englaro innanzi tutto perché era una «così bella ragazza» :-o ), tutto ciò che Mafai dice sui gravissimi errori comunicativi (e politici) dell’attuale pontefice – dal caso Englaro alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani – mi pare equilibrato e condivisibile.

Incluso lo stupore (com’è possibile che Benedetto XVI «dotto, teologo eccetera» faccia errori di tale portata?) e la conclusione: così facendo, il papa finirà per alimentare nuove forme di anticlericalismo.

Porta pazienza per la lunghezza (10 minuti) e guarda l’intervista fino in fondo. Ne vale la pena.





La nuova Eva

28 01 2009

Avevo promesso che avrei postato i pochi capitoli che meritano di Nouvelles Mythologies, aggiornamento corale (a cura di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore del Nouvel Observateur) di Mythologies di Roland Barthes.

Ecco – con grassetti miei e un’omissione – il capitolo di Pascal Bruckner, scrittore, filosofo dei «nouveaux philosophes», sessantottino deluso (così lo definisce la scheda biografica).

Sono d’accordo su tutta la prima parte. Sono però meno ottimista di Bruckner nelle conclusioni: per «giocare con i luoghi comuni», per manifestare la «singolarità interiore» che lui – nonostante tutto – attribuisce alla nuova Eva, per essere davvero libere insomma, occorrono una coscienza delle regole e una freddezza che forse si trovano nello star system. Forse.

Ma i milioni di ragazze che seguono quegli esempi? Controllano il gioco o ne sono controllate?

«Un tempo alla borghese e alla puttana si attribuivano ruoli ben definiti: alla prima correttezza e convenienza, all’altra volgarità e pacchianeria. Questa distinzione ormai non regge più; la scollacciata può essere raffinata e sobria, e l’elegante spendere una fortuna per vestirsi da “svergognata”. Vediamo quindi, ormai da anni, mogli inappuntabili, gran dame e brave ragazze che, da Rio a Mumbai, da Malaga a Stoccolma, mostrano il corpo, strizzano il seno e il sedere, fanno uscire le mutande dai pantaloni, insomma, ostentano un atteggiamento da pornostar con una naturalezza disarmante.

È il trionfo della troietta: con gli attributi esposti fino all’esagerazione, questa si impone nel momento in cui il macho, che mette in mostra i suoi simboli fallici, è in declino. La parola stessa, con le sue implicazioni peggiorative e vagamente scatologiche, testimonia della nostra ambivalenza al riguardo di questo fenomeno: come se un po’ della riprovazione tradizionalmente riservata alle prostitute si fosse trasferita sulle loro parodie mondane. Ce l’abbiamo con loro per il fatto di attrarci con tanta facilità, e tuttavia non riusciamo a staccare gli occhi dalle loro grazie in bella mostra.

È paradossale che le donne, dopo aver conquistato l’indipendenza, si autorappresentino così, come oggetti puramente erotici. Il diktat dell’esplicito comporta in primo luogo la fine dell’intimità: occorre mostrare il proprio pedigree libidinoso in pubblico. Come se oggi il peggior nemico non fosse il puritanesimo, ma l’anonimato, come se le persone fossero pronte a tutto pur di avere un’esistenza sociale: a spogliarsi moralmente in televisione, e realmente nella vita quotidiana. La sessualità non è stata tanto liberata, quanto piuttosto integrata tra le norme di valutazione degli individui. Perché per chi lo porta quell’abbigliamento significa soprattutto: sto al passo, per quanto riguarda le promesse erotiche non mi troverete impreparata.

La troietta mette insieme il modello dell’adolescente e dell’adescatrice: gioventù ed esperienza. Sottintende prodezze erotiche, illimitata distribuzione di piacere. Qualche anno fa un settimanale femminile titolava in copertina: «Sei una porca?». Lo stupore non veniva soltanto da questo titolo provocante, ma anche dalle risposte date dalle redattrici del giornale in questione: ognuna di loro rivendicava con fierezza quella definizione, si rappresentava come l’ultima delle prostitute, la regina delle bagasce, la vacca assoluta.

Dobbiamo ammetterlo: il sesso è diventato l’ultima forma di snobismo alla quale occorre cedere, pena l’esclusione sociale. L’internazionale delle troiette possiede le sue icone: Britney Spears, Paris Hilton, ragazzine scollacciate e portatrici di una sottocultura della femminilità aggressiva.

L’uniforme, evidentemente, inganna, ed è fonte di infiniti malintesi. Sbaglieremmo a pensare che le nostre compagne siano improvvisamente preda dei furori di una Messalina. Così come le donne di un tempo in crinolina, garza e corsetto non erano tanto oneste quanto parevano, quelle di oggi, accessoriate, insalsicciate, siliconate, non sono poi tanto infoiate quanto sembrano. L’impudicizia non sempre è sinonimo di ragazza facile, è un gioco con gli emblemi della volgarità.

Si tratta soprattutto di attirare l’attenzione del principe azzurro: ai suoi soliti attributi, Cenerentola aggiunge il tanga sul didietro, il reggiseno sporgente, la canottiera sopra l’ombelico e il pantalone aderentissimo. Rispetto a sua madre, deve offrire qualcosa di più: l’abilità amorosa, ovvero una infinita scienza del godimento.

[...]

Tuttavia, la troietta resta un enigma: è talmente ligia alle regole della moda, da essere sospettabile di trasgressione. Talmente offerta, abbandonata, da diventare inaccessibile. Comunica in modo troppo vistoso perché il messaggio non ne risulti oscurato. La sua ostentata provocazione somiglia a uno sbeffeggiamento dei pregiudizi, riproposti e fatti a pezzi nello stesso tempo. Come se si riappropriasse dello stereotipo della donna oggetto, dell’animale da letto, trasformandolo in un segno del potere, e non più di sottomissione.

«Volete ridurmi ai miei organi sessuali? Lo faccio da me, ma con una tale sovrabbondanza di accessori, di maschere, che vi sarà impossibile riconoscere in me le vostre fantasie.» Gioca con i luoghi comuni, e fa del suo corpo una sorta di teatro nel quale essi fioriscono e muoiono.

Più si adegua al conformismo generale, più manifesta una singolarità interiore. L’indecenza non è meno enigmatica della castità. Imbacuccata o nuda, la donna resta indecifrabile.

E se questa strategia dell’eccesso fosse una possibile strada verso la libertà, un modo per sovrapporre le maschere, per moltiplicare le identità?

Sotto il tanga della troietta, batte pur sempre un cuore.»

(«La nuova Eva» di Pascal Bruckner, in Nouvelles Mythologies, sous la diréction de J. Garcin, Seuil, Paris, 2007, trad. it. di Maria Cristina Maiocchi, Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart, ISBN Edizioni, 2008, pp. 40-43).





Quando D’Alema aveva la sfera di cristallo

16 12 2008

Ho trovato su Wittgenstein.it un illuminante ritaglio di Blob.

Era il marzo 1999 e D’Alema faceva alcune riflessioni prima del voto per le elezioni europee.

Sembra un’anticipazione di qualcosa a noi ben noto…





A Manhattan gli afro-americani sono un accessorio di tendenza

10 12 2008

Leggo su Gawker, magazine di gossip newyorkese, questa notizia di ieri:

«Now that Obama has been elected, a tipster [se non lo sai, è un introdotto che spiffera informazioni riservate] inside a PR firm tells us, clients are demanding “an increased number of African Americans added to the guest list” at their holiday parties. In the spirit of hope! The email can’t really be “verified,” but appears genuine and is just too important not to share. This firm has even assembled an official internal “Diversified Holiday Guest List,” in which they rank the top 10 acceptable black socialite attendees, in order of desirability. Uh… yes we can?»

Segue la lista dei primi 10 afro-americani che andranno a ruba nei vari parties a Manhattan per le prossime feste. Li trovi, in ordine di desiderabilità decrescente, QUI.

Ma non è una novità! Che le persone di colore belle, ricche ed eleganti siano un ornamento gradito negli ambienti upper class è vero fin da Josephine Baker. Il che non implica aver superato pregiudizi razzisti, anzi.

Ne parlavamo anche nel post del 19 giugno scorso “Obama, la bellezza, la danza”.