Un video con Wisława Szymborska

28 08 2009

Ho trovato sul sito del Collegio Superiore dell’Università di Bologna i video tratti dall’incontro con Wisława Szymborska del 27 marzo scorso (i dettagli QUI).

Per la gioia di coloro che amano Wisława (ma quel giorno non c’erano), ho scelto quello in cui lei appare più a lungo. Realizzato da TVBook, dura circa 15′. (Trovi gli altri QUI.)

Wisława prende la parola più o meno al minuto 8′40”. La traduzione consecutiva è di Jarosław Mikołajewski, direttore dell’Istituto Polacco di Roma.

Avrei preferito un montaggio più centrato su di lei, ma tant’è. Molti aspetti della sua personalità e dell’atmosfera di quel pomeriggio emergono lo stesso.

Perciò goditi l’eleganza di questa grande donna, dei suoi movimenti e delle sue parole.

PS: dopo che avevo scritto l’articolo, Federica del Server Donne di Bologna ha segnalato che anche loro hanno ripreso l’evento. Non lo sapevo, grazie. :-) Ecco QUI la prima parte e QUI la seconda (dove in effetti la poetessa appare molto più a lungo, con lettura di poesie. Grande! :-D ).






Con molta calma…

20 08 2009

… riprendo i contatti con la rete.

:-D

Ho visto che la discussione è proseguita anche senza di me, specie a commento dei post «A chi giova l’influenza A (o suina, o H1N1)» e «La rivoluzione si fa in rete?».

Ringrazio tutti coloro che vi hanno contribuito (e ancora lo stanno facendo). Spero in autunno di trovare qualche laureando/a, che trasformi in un lavoro di ricerca le preziose indicazioni che avete dato.

Per oggi il caldo vuole una dieta leggera.

Solo una citazione dall’ultimo libro di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità. A prescindere dal romanzo nel suo complesso (che ho trovato meno bello di altre cose di De Luca), questo passaggio riassume un po’ la sua poetica.

E per me è un monito.

«Lo scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell’abbondanza che trabocca oltre lo scrittore.»

(Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 76.)





Consigli per scrivere il curriculum

30 07 2009

Tramite Nuovo e Utile sono arrivata a questa intervista a Paolo Citterio, presidente di Gidp (Associazione Direttori Risorse Umane) su Mio Job di Repubblica:

Intervista a Paolo Citterio, presidente di Gidp

di Federico Pace

Quanto incide la presenza di uno o più errori grammaticali o imperfezioni grafiche nella valutazione di un cv da parte di un selezionatore?
Molti profili di basso livello si cimentano in curricula avventati, senza che nessuno li abbia mai corretti, arrampicandosi su termini anglosassoni di cui non conoscono il significato. Talvolta invece emergono veri errori, con delle doppie che non ci vogliono o con sintassi e tempi sbagliati. Certo se necessito di un buon operaio specializzato, di un attrezzista o di un saldatore non ci bado, ma quando è un impiegato amministrativo le cose cambiano.

E per gli errori di “disattenzione per troppa fretta”?
Succede spesso che gli errori siano dovuti alla fretta di confezionare il cv. Si vede che la sintassi è corretta ma qualche doppia o altri piccoli errori scappano. In questo caso se il cv è interessante, chiamo la persona lo stesso, la intervisto e le domando il motivo di tante imperfezioni. Questi sono gli errori che fanno soprattutto i giovani.

Le è mai successo di trovare errori in figure elevate?
Purtroppo sì. Nella mia lunga carriera di recruiter, prima in Techint dove ho lavorato per 23 anni come Direttore centrale Personale e Organizzazione e oggi come head hunter, mi è capitato di leggere ottimi cv di dirigenti o quadri con imperfezioni letterali.

E allora cosa fa?
Mi stropiccio gli occhi ma convoco ugualmente la persona se nel cv emergono contenuti professionali interessanti e managerialità di livello.

Quanto è importante il curriculum per le assunzioni in Italia? Per quali figure è più determinante?
Il curriculum deve evidenziare competenze, conoscenze e capacità oltre a evidenziare i percorsi di studi all’estero, gli Erasmus e i master. Gli studi all’estero sono di grandissima importanza per le multinazionali che operano in Italia e vanno evidenziati anche i trascorsi estivi a Londra, Parigi o Madrid dove mandiamo a studiare i nostri figli con gravi sacrifici economici. Mi piace poi vedere il numero degli anni necessari per il conseguimento della laurea [N.d.R.: su questo punto avevamo già discusso QUI], oltre a un precisa cronologia degli impieghi passati, dei successi ottenuti e dei motovi che hanno indotto al cambiamento. Il curriculum è importantissimo per il selezionatore, deve riportare con chiarezza i percorsi di studi; gli impieghi e soprattutto contenere il messaggio che si vuole dare a chi ci legge: perché ci reputiamo adatti per quel posto, perché dobbiamo essere preferiti agli altri.

Sembra che le persone prestino poca attenzione ai dettagli al momento della compilazione del curriculum. In particolare alle esperienze professionali. Quali sono per un selezionatore gli elementi più importanti sulle precedenti esperienze professionali?
Per il selezionatore gli elementi essenziali, sui quali si ferma subito l’attenzione sono i contenuti professionali, i contributi e successi personali, i riconoscimenti ricevuti all’interno dell’impresa. Per andare nel dettaglio, voglio sapere le date di inizio e di cessazione dei vari rapporti di lavoro e gli incarichi che in dettaglio sono stati ricoperti; gradisco vengano evidenziati i successi e le performance conseguite.

Spesso nei cv i giovani sbagliano. Molti d’altronde hanno anche il problema di non avere esperienze professionali e non sanno cosa scrivere. In questo caso, nel caso di un neolaureato con pochissime o nessun esperienza, su cosa deve puntare un curriculum?
Il neolaureato con poca o nessuna esperienza deve anzitutto evidenziare se ha lavorato durante l’estate (qualsiasi attività), se ha studiato le lingue d’estate, se è stato all’estero per stage o Erasmus. Importanti sono gli eventuali stage svolti presso una o più aziende, che devono essere sempre menzionate per le opportune referenze. Consiglio di evidenziare con cura gli studi conseguiti, i tempi per conseguirli e le attitudini. Tutte queste cose possono dare un quadro preciso di quello che si è si è fatto.

I cv che arrivano alle imprese sono molti e spesso anche non mirati sulla figura. Quali sono le ragioni secondo lei di questo fenomeno?
Vi sono persone, le capisco, che in preda alla frenesia della ricerca dell’impiego rispondono a inserzioni senza avere le caratteristiche professionali richieste. Per loro non venire chiamati è una continua frustrazione, e una perdita di tempo per chi legge i cv. Bisogna quindi farsi aiutare da persone che conoscono il mondo del lavoro e da colleghi dei genitori inseriti nelle aziende.

Molti giovani si lamentano per il fatto di non ricevere alcuna risposta o risposte automatiche alla loro candidatura. Le imprese in questi frangenti come si comportano? Si rendono conto di quanto è importante una risposta tempestiva e personalizzata? Rispondono a tutti o solo ad alcuni?
Le imprese si rendono perfettamente conto di quanto conta, almeno in termini di brand, rispondere alle decine di cv che ricevono ogni giorno nell’area informatica dedicata al job posting o alle inserzioni evidenziate nel sito. Quello che però emerge è che i costi per le risposte sono rilevanti. In genere si sceglie di rispondere solo a candidati che possono comunque essere utili in un secondo momento. L’ideale invece sarebbe rispondere cortesemente a tutti, dotandosi di struttura che inoltra ai destinatari un ringraziamento per le risposte, tanto da non precludersi collaborazioni future, e che comunque conferisce la brand dell’impresa un “alone” di umanità.





L’importanza dell’esempio

28 07 2009

Ho sempre pensato che la grandezza di un intellettuale – scienziato o umanista che sia – si misura dalla capacità di farsi capire da tutti, trovando (almeno) un buon esempio per ogni nozione astratta che concepisce.

Il che vuole dire trovare un’esperienza quotidiana, accessibile alle persone comuni, qualcosa che tutti possano vedere, ascoltare, toccare, o anche solo immaginare di farlo; qualcosa che si possa addirittura annusare o gustare: olfatto e gusto sono i due sensi più trascurati dal pensiero astratto, e un esempio che vi faccia riferimento resta più impresso di altri.

In semiotica (o semiologia) Roland Barthes si distingueva per questa capacità.

Così ad esempio nel 1957 spiegava la nozione di segno come rapporto fra due termini: significante e significato.

La definizione è datata (usa concetti e termini che la successiva riflessione semiotica ha in parte modificato e ulteriormente raffinato), ma i due esempi sono tutt’oggi illuminanti:

«Ricorderò quindi che ogni semiologia postula un rapporto fra due termini, un significante e un significato. Questo rapporto verte su oggetti di ordine differente, e appunto per questo non si tratta mai di una uguaglianza, ma di una equivalenza.

Bisogna a questo punto por mente che contrariamente al linguaggio comune da cui so semplicemente che il significante esprime il significato, in ogni sistema semiologico non ho a che fare con due ma con tre termini differenti; perché quanto io percepisco non è affatto un termine dopo l’altro, ma la correlazione che li unisce: c’è dunque il significante, il significato e il segno, che è il totale associativo dei primi due termini.

Per esempio, un mazzo di rose: gli faccio significare la mia passione. Non c’è, molto semplicemente, un significante e un significato, le rose e la mia passione? Anzi: in verità ci sono soltanto rose “passionalizzate”.

Ma sul piano dell’analisi sono ben tre i termini: perché queste rose cariche di passione si lasciano perfettamente ed esattamente scomporre in rose e passione: le une e l’altra esistevano prima di congiungersi e formare questo terzo oggetto, che è il segno.

Quanto, effettivamente, sul piano vissuto non posso dissociare le rose dal messaggio che portano, tanto sul piano dell’analisi non posso confondere le rose come significanti e le rose come segno: il significante è vuoto, il segno è pieno, è un senso.

Un altro esempio, un sasso nero: posso farlo significare in più modi, è un semplice significante; ma se lo carico di un significato definitivo (condanna a morte, ad esempio, in una votazione anonima), diventerà un segno.»

(Roland Barthes, Mythologies, Seuil, Paris, 1957 (trad. it. di Lidia Lonzi, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 1994, pp. 194-195.)





Gli scrittori e la morte

19 05 2009

A completare la riflessione di una settimana fa sul Narcisismo lettarario, estraggo un altro brano da La pazza di casa di Rosa Montero, con cui mi trovo in sintonia:

«Sappiamo che si scrive contro la morte, ma in realtà mi ha sempre sorpreso e divertito l’ansia di eternità che manifestano tanti scrittori. [...]

Ed è un’ambizione che non interessa soltanto gli imbecilli. Non sono soltanto gli scrittori più vanitosi, egocentrici e insopportabili che sognano di vedere il proprio nome nelle enciclopedie a diletto e giovamento di generazioni future.

Ho amici letterati stupendi, persone magari un po’ narcisiste ma simpaticissime, che sono accecate dal miraggio de posteri. Fanno subito donazioni della loro corrispondenza a qualche biblioteca, ordinano le loro carte con tanto di date e note a margine in previsione dei futuri biografi, strappano le fotografie in cui non si piacciono, scrivono appunti si diari privati che in realtà sembrano fatti apposta per essere letti in pubblico, un giorno…

Mi affascina questa ansia di permanenza, perché la trovo davvero assurda. Il tempo tutto sminuzza, tutto deforma e tutto cancella, e ci sono autori e autrici importantissimi che si sono perduti per sempre nella memoria del mondo.

Per esempio la meravigliosa George Eliot, per me una-uno dei romanzieri più grandi della storia, è praticamente sconosciuta nel mondo ispanico, e in quello anglosassone, dove è divenuta un classico scolastico, non la legge nessuno. E la Eliot può dirsi fortunata, perché in fin dei conti è entrata nel pantheon letterario ufficiale della lingua più potente del pianeta.

Più triste e molto più comune è il caso di quelle migliaia di scrittori e scrittrici di cui ignoriamo il nome perché le tracce della loro vita e opere sono svanite dalla faccia della Terra.

Questo è il destino che attende quasi tutti noi. Aspirare a qualcosa di diverso è semplicemente ridicolo.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 137-139.)





Narcisismo letterario

11 05 2009

Mi sono sempre chiesta perché gli scrittori di narrativa siano in genere affamati di complimenti e si irritino moltissimo se qualcuno li critica. Inoltre, tendono ad affliggere il resto del mondo con insopportabili e continue manifestazioni di narcisismo e autereferenzialità. Soltanto pochi riescono a camuffare questi impulsi. Ma camuffarli non vuol dire che non li provino.

Una analisi del fenomeno si trova ne La pazza di casa, di Rosa Montero:

«Scrivere romanzi è un’attività incredibilmente intima, che ti immerge nel profondo di te stesso e riporta in superficie i tuoi fantasmi occulti. Come fa lo scrittore a non sentirsi fragile, dopo un esibizionismo così esagerato?

A volte penso che pubblicare un romanzo sia come strapparti un pezzo di fegato e posarlo sopra un tavolo davanti al quale passa la gente che commenta spietata: “Ma che brutta frattaglia”, potrebbe dire uno; “Ma guarda che colore orrendo ha, per non parlare della consistenza, è uno schifo”, commenta magari un altro. E tu, che naturalmente ti identifichi con il tuo fegato, ascolti quelle affermazioni e ti senti morire.

A quanto pare (lo racconta Theroux), un giorno Naipaul disse a un intervistatore: “Non posso provare interesse per la gente cui non piace quello che scrivo, perché se non ti piace quello che scrivo mi disprezzi”. È una frase spaventosa nel suo egocentrismo, ma in realtà la capisco… Addirittura credo che si possa provare la tentazione di condividerla, soltanto che ci si corregge, ci si reprime, così come reprimiamo altri impulsi disdicevoli come mettersi le dita nel naso.

Noi scrittori di solito riteniamo che i nostri libri siano migliori di noi, e se qualcuno li disprezza come è possibile che non disprezzi anche te, che sei peggiore delle tue opere? Quando a qualcuno non piacciono i tuoi romanzi, tendi a sentirti rifiutato globalmente come persona.

Perciò Gore Vidal, sempre così lucido e maligno, dice che la migliore lusinga che si possa rivolgere a uno scrittore sia elogiare la sua opera di minore successo. Ecco perché di solito sei stranamente propenso a credere che la gente a cui piace quello che scrivi sia molto intelligente, mentre le persone che mostrano qualche riserva… chi lo sa, magari non sono così sveglie come credevi.

Tutto questo non favorisce la relazione tra scrittori e critici. Nemmeno con quelli bravi, che di certo esistono, anche se sono pochi. Ogni scrittore sogna di incontrare il critico perfetto, quella persona che con rispetto, ammirazione, sensibilità e intelligenza ci segnala gli errori, ci incoraggia affettuosamente e ci esorta a proseguire per il giusto cammino; purtroppo questa creatura singolare appartiene alla leggenda ed è irreale come l’unicorno, ma di sicuro, se anche ci imbattessimo in una persona così, ci sarebbe molto difficile accettare i giudizi negativi.»

(Rosa Montero, La pazza di casa, trad. it. di Michela Finassi Parolo, Milano, Frassinelli, pp. 100-101.)





Punto esclamativo!

5 05 2009

Nei giorni scorsi Luisa Carrada, commentando un articolo del Guardian, ha scritto un bel post sugli usi e abusi del punto esclamativo nei più svariati contesti. Condivido appieno.

Comincia così:

SEGNI DI GIOIA

Anche se mi sento chiamata in causa tra i funless e i fastidious, l’articolo di ieri sul Guardian dedicato al rinascimento del punto esclamativo – The joy of exclamation marks! – è veramente carino.

I pedanti e noiosi sono quelli che non apprezzano il dilagare dei punti esclamativi dappertutto e nelle email in particolare.

Io lo apprezzo, ma mi piace spendermelo quando sono davvero contenta ed entusiasta, non come un intercalare qualunque.

E mi dà francamente fastidio quando qualcuno vuole fare di me un’entusiasta a tutti i costi: Una sorpresa per te! Scarica la tua copia! Iscriviti alla newsletter gratuita!

In barba a tutti i manuali di stile e agli inviti alla sobrietà da parte di grandi scrittori, il punto esclamativo è il prezzemolo di ogni comunicazione online. Perché mai stiamo diventando tutti così sovraeccitati? si chiede nel sottotitolo del pezzo il brillante Stuart Jeffries.

Una risposta la danno l’editorialista del New York Times David Shipley e il caporedattore di Hyperion Books Will Schwalbe nel loro Send: The essential guide to email for office and home: il punto esclamativo aggiunge umanità e calore in una comunicazione solo verbale, altrimenti fredda e distante.

Eppure le persone… Continua a leggere QUI.





Spizzico e il New Italian Epic

27 04 2009

Sul n. 244 della rivista letteraria L’immaginazione (gennaio-febbraio 2009, pp. 6-9, Manni Editori) è uscito un paio di mesi fa il mio primo racconto a stampa.

Ho esitato molto prima di condividerlo in questo spazio. Non sopporto l’esibizione di racconti, diari e romanzi che infesta la blogosfera, e l’ultima cosa che vorrei fare è aggiungermi anch’io.

Alla fine ho deciso di parlarne, perché dietro a questo lavoro c’è una domanda che da tempo mi ossessiona: è possibile trattare temi sociali e politici narrando storie?

La domanda non è certo nuova nella storia della letteratura, ma va più o meno di moda a seconda del periodo. La mia risposta è che oggi non solo è possibile, ma doveroso almeno provarci.

Per tanti motivi, alcuni dei quali sono stati sviscerati nel dibattito sul New Italian Epic (NIE) che ha seguito la diffusione in rete del saggio omonimo di Wu Ming 1, da qualche mese pubblicato da Einaudi (puoi scaricare la prima versione del saggio QUI e ricostruire a ritroso la discussione QUI).

Insomma, sulla letteratura la penso un po’ come Wu Ming. E poiché in questo blog, con la scusa di studiare comunicazione, tocco spesso temi politici e sociali, il mio esperimento narrativo va un po’ in quella direzione.

Ma bando alle ciance. Il racconto si intitola «Spizzico» e puoi scaricarlo QUI.





Calvino e l’immaginazione al potere

23 04 2009

Grazie a Nuovo e Utile ho appena scoperto questa intervista a Italo Calvino, tratta dall’Archivio RAI Teche (Tg2, novembre 1983).

Una sola parola per commentarla: profetico.

Questo è il testo:

Nel prossimo millennio, l’umanità sarà ancora capace di fantasia?

Qualche anno fa si diceva: “L’immaginazione al potere”, che sembrava uno slogan molto bello. Poi ripensandoci, il segreto è che l’immaginazione non prenda mai il potere: cioè non diventi parola d’ordine, programma obbligatorio. L’immaginazione, la fantasia, la creatività – di cui tanto si parla – devono contrapporsi a un elemento di routine, di limitatezza, di prevedibilità, che rende la vita vivibile. Guai se c’è solo il prevedibile, ma se tutto è fantasia non si tocca niente, non si realizza niente.
Probabilmente, se abbiamo intorno uno scenario di grigi parallelepipidi, possiamo addobbarlo con bandierine, festoni e ali di farfalle. Se invece abbiamo intorno uno scenario solo di ali di farfalle, non viene fuori niente. Per questo sono un po’ diffidente sul fatto della creatività dato come fine dell’educazione, come principio primo: “Ogni lavoro deve essere creativo!”. No, il lavoro deve essere esatto, metodico, fatto secondo certe regole. E poi è su quello che può nascere la creatività. Altrimenti è una specie di marmellata che non ha sostanza.

In che cosa stiamo sbagliando di più oggi, rispetto al domani?

Nel non valutare quello che è irreversibile e quello che è immodificabile: credo ad esempio che sia difficile pensare che possiamo fare a meno di enormi quantità di energia. Quindi il problema energetico va affrontato realisticamente.
Non dobbiamo farci un mito della natura, che oggi possiamo godere solo perché abbiamo alle spalle una civiltà tecnologica che ci garantisce di tante cose. Quindi la natura che noi oggi godiamo come natura, non l’avremmo goduta come tale se invece fosse stata il nemico con cui batterci, come per i nostri padri, i nostri antenati.

Italo Calvino: tre chiavi, tre talismani per il 2000.

Imparare molte poesie a memoria: da bambini, da giovani, anche da vecchi. Perché fanno compagnia: uno se le ripete mentalmente. Inoltre, lo sviluppo della memoria è molto importante. Anche fare dei calcoli a mano: delle divisioni, delle estrazioni di radici quadrate, delle cose molto complicate.
Combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposto, con delle cose molto precise. Sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all’altro. Certo, goderlo: non dico mica di rinunciare a nulla, anzi. Però sapendo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo può sparire in una nuvola di fumo.

Qui sotto c’è il video. Trovi altre apparizioni di Calvino in televisione QUI.





Prima del viaggio

9 04 2009

Ti regalo un’altra poesia – ancora inedita in Italia – di Wisława Szymborska, che ho rubato durante l’incontro a Bologna.

Per guardare in alto, in questi giorni che la terra ha tradito.

Prima del viaggio

Di lui si dice: spazio.
Facile definirlo con una parola sola,
assai più difficile con molte.

Al tempo stesso vuoto e pieno di ogni cosa?
chiuso ermeticamente, benché aperto,
dato che nulla
può sfuggire a esso?
Dilatato all’infinito?
Ma se è finito,
con cosa, diamine, confina?

Sì, sì, d’accordo. Ma adesso dormi.
È notte e cose più urgenti domani ti aspettano
a pennello per la tua misura definita:
toccare oggetti collocati vicino,
lanciare occhiate a una distanza voluta,
ascoltare voci accessibili all’orecchio.

Be’, e in più questo viaggio da A a B.
Il decollo alle 12.40, ora locale,
e il volo sopra matasse di nuvole locali
lungo una sottile striscia di cielo,
all’infinito una qualunque.

—————

Aggiungo una pittata di Attilio Del Giudice.

Tre e trentadue

tre-e-trentadue





Un’adolescente: Wisława Szymborska

31 03 2009

Mi hanno chiesto di scrivere un post sull’incontro con Wisława Szymborska di venerdì scorso. Non ci riesco, mi sento inadeguata. Wisława è leggera e profonda, arguta e bellissima. Come i suoi versi.

Ho registrato e riascoltato l’incontro, trascritto qualche poesia. Ti regalo questa, ancora inedita in Italia. Uscirà per Adelphi nella raccolta «Qui».

Un’adolescente

Io – un’adolescente?
Se ora, d’improvviso, si presentasse qui,
dovrei salutarla come una persona cara,
benché mi sia estranea e lontana?

Versare una lacrimuccia, baciarla sulla fronte
per la sola ragione
che la nostra data di nascita è la stessa?

Siamo così dissimili
che forse solo le ossa sono le stesse,
la calotta cranica, le orbite oculari.

Perché già gli occhi è come fossero più grandi,
le ciglia più lunghe, la statura più alta
e tutto il corpo è fasciato
dalla pelle liscia, senza un’imperfezione.

In verità ci legano parenti e conoscenti,
ma nel suo mondo di questa cerchia comune
sono quasi tutti vivi,
mentre nel mio quasi nessuno.

Siamo così diverse,
i nostri pensieri e parole così differenti.
Lei sa poco -
ma con un’ostinazione degna di miglior causa.
Io so molto di più -
ma non in modo certo.

Mi mostra delle poesie,
scritte con una grafia nitida, accurata,
con cui io non scrivo più da anni.

Leggo quelle poesie, le leggo.
Be’, forse quest’unica,
se fosse accorciata
e corretta qua e là.
Dal resto non verrà nulla di buono.

La conversazione langue.
Sul suo modesto orologio
il tempo è ancora incerto e costa poco.
Sul mio è molto più caro ed esatto.

Per commiato nulla, un sorriso abbozzato
e nessuna commozione.

Solo quando sparisce
e nella fretta dimentica la sciarpa -

Una sciarpa di pura lana,
a righe colorate,
che nostra madre
ha fatto per lei all’uncinetto.

La conservo ancora.





Wisława Szymborska a Bologna

26 03 2009

Wisława Szymborska, poetessa fra le più amate nel mondo, vincitrice del Nobel per la letteratura nel 1996, sarà a Bologna domani 27 marzo alle ore 17.00 in Aula Magna Santa Lucia (via Castiglione 36) per il Decennale del Collegio Superiore dell’Università di Bologna.

szymborska-da-giovane

Szymborska leggerà, insieme all’attrice Tita Ruggeri, alcune delle poesie che l’hanno resa celebre in tutto il mondo. Ma potremo anche ascoltare, in anteprima italiana, alcuni versi della sua ultima raccolta «Qui», uscita in Polonia nel gennaio 2009; e potremo vedere, in anteprima mondiale, un video con un’intervista inedita della giornalista Katarzyna Kolenda-Zaleska (TVN 24) a Woody Allen, in cui il regista parla di Wisława Szymborska.

Saranno presenti: Paolo Leonardi, direttore del Collegio Superiore, Pietro Marchesani, principale traduttore italiano di letteratura polacca, Jarosław Mikołajewski, direttore dell’Istituto Polacco di Roma, Andrea Ceccherelli, docente di Letteratura Polacca all’Università di Bologna.

Data l’eccezionalità dell’evento, ti consiglio di venire in Aula Magna molto in anticipo, per non restare in piedi o addirittura fuori.

In questo blog ho parlato della Szymborska un paio di volte: quando l’ho scoperta – meglio tardi che mai – (QUI) e quando ho postato la poesia «Scrivere un curriculum» (QUI).

Leggi ora il suo «Contributo alla statistica» (pertinente anche QUI):

Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
- cinquantadue;

insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;

buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;

dotati per la felicità,
- al massimo non più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;

crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
- non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré
prima o poi;

degni di compassione
- novantanove;

mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.

(Wisława Szymborska, da Discorso all’ufficio oggetti smarriti, trad. it. di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano, pp. 146-147.)





I grafici e la Costituzione

6 03 2009

Nei giorni scorsi girava una mail che proponeva (con un certo entusiasmo e attribuendo di volta in volta l’idea a persone diverse) di sostituire il «Lorem ipsum dolor sit amet…» ciceroniano – il testo standard che i grafici italiani inseriscono nelle prove al posto del testo reale – con brani della Costituzione, a questo scopo (stralcio dalla mail):

«Se tutti lo facessero, otterremmo almeno un risultato apprezzabile: professionisti e clienti del mondo della comunicazione dovrebbero leggerselo tutti i giorni e si riapproprierebbero, anche involontariamente, dei pilastri su cui si basa la società civile italiana».

In proposito ho sentito i pareri più disparati, ma la risposta definitiva mi pare quella che Annamaria Testa ha dato questa settimana sul suo Nuovo e Utile, intitolandola Di buone intenzioni.

Grazie Annamaria!

«Con il titolo I designer salvano la Costituzione gira in Rete la proposta di sostituire il finto testo Lorem Ipsum, quello che serve ai grafici per fare le loro prove, con brani tratti dalla Costituzione. Il Lorem Ipsum è diffuso: c’è perfino un Lipsum generator multilingue. Senza contare i 7 milioni e mezzo di risultati su Google (solo 54.000 per l’incipit della nostra Costituzione). L’intenzione di promuovere la conoscenza della Costituzione è ottima. Ma… ma nella pratica il Lorem Ipsum viene tagliato e incollato dove serve. Trattato alla stessa maniera, l’articolo 3 potrebbe, per esempio, uscire così:
ADINI HANNO PARI
Gnità eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di reli condi. Repubblica rimuovere gli ostacoli di orciale, che, limitando e l’egua dei cittadini, impediscono il svilu. Repubblica rimuovere gli.

Napolitano dice “Teniamocela stretta, la Costituzione”. Sì, certo: ma tutta intera.»

(Annamaria Testa su Nuovo e Utile)





La luna è girata strana

2 03 2009

Durante il weekend ho letto La luna è girata strana (Zandegù Editore, 2008), romanzo di viaggio del giovane esordiente Simone Rossi. Conosco da tempo Simone (doppiamente laureatosi con me: alla triennale in Comunicazione e alla specialistica in Discipline Semiotiche, giusto due anni fa) e ho sempre apprezzato la sua scrittura: fantasiosa e lieve, ironica ma affettuosa, mai compiaciuta. Qui Simone racconta l’incanto e la durezza dell’Etiopia che ha vissuto per un mese, fra febbraio e marzo 2007.

Ho scelto questo brano perché – oltre a darti un’idea del romanzo – ti fa riflettere sull’ambiguità di qualunque viaggio in Africa che non si trasformi in una scelta radicale: vai per vedere e capire, magari aiutare, ma resti imbrigliato fra cliché turistici, sensi di colpa e coscienza della propria inutilità.

«Il cortiletto dei bambini disabili mi leva il respiro, e ci metto tre secondi a perdere la mia schizzinoseria: ne prendo in braccio uno che è una specie di fontana di bava, ha tre denti in bocca ed è capace solo di ripetere Hello! Hello! Hello! Lo sollevo in aria e lo lancio, come faceva con me il mio papà: eeee oppalalà! Non l’avessi mai fatto: fanno la fila. Passo dieci minuti a sollevare bambini al cielo, sentendomi contemporaneamente San Francesco e un gran coglione perché io poi da qui ci uscirò, e dieci minuti di volavola non sono un granché rispetto al culo che si fanno Angelo e le suore.

Ecco, arriva la prima lezione: la povertà, le malattie, la miseria, d’accordo, tutte cose orribili che bisogna vedere per rendersi conto di quanto siamo fortunati eccetera. Ma quello che ti mena allo stomaco è il lavoro di Angelo e delle suore, al confronto dei quali è facilissimo sentirsi piccoli e poco produttivi. È la radicalità di una scelta, la potenza irrazionale di una fede, l’abbandono totale nelle mani di Qualcosa di gigantesco che ci fa capaci dell’impossibile: io non so se ne sarei capace. Mi voglio troppo bene.

Poi mi ricordo di un mio amico che prima di partire mi diceva che bisogna innanzitutto amare se stessi se si vuole dare amore agli altri, e un po’ mi sento giustificato, ma poi mi dico che è solo una giustificazione, e in definitiva non so da che parte stare. Angelo, le suore, padre Bernardo, mi sembrano strumenti muti, troppo muti. Risuonatori, casse armoniche: loro ci mettono il loro vuoto, il loro niente. Non suonano, si fanno suonare. Però fanno una musica della Madonna. Ma non sono interpreti di quella musica, non ci mettono stile: esiste un modo, per fare del bene, una misura dei gesti che è tutto sommato standard, come il giro di accordi del blues o la distanza degli armonici su una corda tesa. E loro ci si uniformano.

Nel bene e nel male, certa gente è tutta uguale. Non è semplicismo, è la presa di coscienza dell’esistenza di un popolo, di un gregge: i missionari si somigliano tutti, come si somigliano tutti i violini, oh Signore fa’ di me uno strumento della tua pace. Strumento. Ci rinunciano proprio a proclamarsi esecutori, non è quello il loro mestiere. Gli applausi se li prende il violinista, mica il violino, che torna buono buono nella custodia.

Non so, è un discorso complicato. Durante il viaggio di ritorno ho un magone che mai, e pensieri che non condivido come diceva non mi ricordo chi. Sbattocchio la testa contro il finestrino per colpa della buche, e mi gratto il pizzetto in continuazione.»

(Simone Rossi, La luna è girata strana, Zandegù Editore, Torino, 2008, pp. 32-33).





Proposta di modifica

13 02 2009

Non ho mai amato il giorno di San Valentino: consumistica parata di cuori rossi e pupazzi rosa – ma inadeguate parole.

Però è da mesi che volevo postare questi versi di Erri De Luca. Siccome parlano d’amore, è arrivato il momento: con un giorno d’anticipo, per darti il tempo di ricopiarli. Vedi mai ti ispirassero qualcosa.

Pregasi citare la fonte con serietà. :-)

Proposta di modifica

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,

con cui sostituisco il verbo innamorare

perché succede questo: che risente il corpo,

mi commuove una musica, passa corrente sotto i

polpastrelli,

un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,

in fondo all’osso sacro scodinzola una coda che s’è

persa.

Mi sono innaturato: è più leale.

M’innaturo di te quando t’abbraccio.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, p. 24).

Dedicato all’amore mio, perché mi fa sentire come dice Erri. Ancora, dopo più di quattro anni.





Assenza giustificata

31 01 2009

Anche se il mio nome dice «non esigo vacanza»;-)   sparisco qualche giorno.

Ci rileggiamo martedì.





Per oggi solo un link

27 01 2009

A uno degli ultimi post di Luisa Carrada.

Imperdibile.

E con un titolo promettente: Obamania.

PS. Idea per una tesi specialistica o di dottorato: un’analisi linguistico-semiotica dei discorsi inaugurali dei 44 presidenti degli Stati Uniti, a partire dal sito linkato da Luisa (tesi difficile, per giovani tosti che conoscano bene l’American English e la storia degli USA).





Prontuario per il brindisi di capodanno

31 12 2008

Auguri!

:-)

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, pp. 13-14).

Un augurio mio speciale alla persona che mi ha regalato questo libro, perché entrambi sentiamo «senza spazio e senza tempo».

E per finire, ho scelto questa pittata di Attilio del Giudice.

Oltre la contingenza

oltre-la-contingenza






Consiglio

30 12 2008

L’anno scorso cominciavo il blog (e finivo l’anno) con questi versi di Eric Fried.

Volendo sfumare anche il 2008 in versi, scelgo Erri De Luca. Nella raccolta L’ospite incallito, pubblicata quest’anno da Einaudi, ho trovato questa meraviglia. È un’indicazione di scrittura, ma anche di vita.

Consiglio

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.

Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta

nell’evitare.

Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,

punta al bordo, costeggia,

il lanciatore di coltelli tocca da lontano,

l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di

mancarlo.

(Erri De Luca, L’ospite incallito, Einaudi, Torino, 2008, p. 23.)





La separazione del maschio

17 12 2008

Alti e bassi nel romanzo di Francesco Piccolo La separazione del maschio, appena finito di leggere.

Non mi entusiasma lo stereotipo che il libro propone: maschio eterosessuale italiano, borghese, sposato con moglie che ama e dotato di bimba che va alle elementari (Caos calmo ?); ma anche poligamo, sessuomane e privo di sensi di colpa. Pare fatto apposta – lo stereotipo – per suscitare polemiche: quelli a favore diranno: «Il libro rappresenta la cruda verità, per questo è difficile digerirlo»; quelli contro: «Ma io non sono fatto così, i maschi non sono così!» (uomini), oppure: «Il mio uomo non è così, orrore!» (donne).

D’altra parte, negli stereotipi qualcosa di vero si trova sempre. Ma anche no. Per questo l’idea di costruire un intero romanzo attorno a uno stereotipo è un po’ furbetta, come osservava Loredana Lipperini un mese fa. Specie se lo stereotipo include scene di sesso. ;-)

Ma Francesco Piccolo è abile scrittore e fine osservatore di umanità italica, come ben si capiva dal reportage narrativo L’Italia spensierata. E allora redime il protagonista con riflessioni, dolcezze, malinconie e verità per nulla scontate. Dettagli che valgono la lettura del libro.

Prendi questo passaggio sulla bellezza:

«Sono convinto [...] che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così.»

(F. Piccolo, La separazione del maschio, Torino, Einaudi, 2008, p. 185)