L’aura

9 05 2008

Non è bastato il successo della cantante L’Aura a impedire alle persone di storpiare la parola “aura” in “aurea”. Ancora oggi mi tocca leggere - in tesi tesine tesacce, ma anche articoli di giornale - che un prodotto è avvolto “da un’aurea di sogno” o un certo personaggio emana un’ “aurea di pace”.

Due giorni fa “La parola del giorno” del Dizionario Zingarelli che mi arriva per mail (per iscriverti anche tu al servizio clicca qui) era “aura”, appunto. Eccola:

àura o †òra (3)
[lat. aura(m), dal gr. áura ‘soffio', di etim. incerta; sec. XIII]
s. f.
1 (raro, lett.) Venticello leggero e piacevole: trovossi al fiume in un boschetto adorno / che lievemente la fresca a. muove (ARIOSTO) | †Vento.
2 (raro, lett.) L’aria che si respira | (est.) Alito, respiro.
3 (fig., lett.) Atmosfera: un’a. di sventura, di pace; un’a. di morte si stendeva sulla città.
4 (fig.) Credito, favore: a. popolare.
5 (med.) Sensazione soggettiva o fenomeno motorio che precede crisi spec. epilettiche caratterizzate da parossismi ricorrenti.
6 (raro, lett.) Effluvio, emanazione | Nell’occultismo, supposta emanazione del corpo umano percepibile dai chiaroveggenti.
|| aurétta, dim.

Niente più errori “dorati”, mi raccomando. [aurea = che ha il colore dell'oro] :-)




Spessatamente

23 04 2008

Nei corsi di scrittura professionale mi capita spesso di dedicare almeno mezz’ora agli avverbi che finiscono in -mente. In realtà sarebbero sufficienti 5 minuti: basterebbe dire che, a meno che non ci siano precise ragioni stilistiche, è meglio dire “prima” invece di “precedentemente”, “perciò” al posto di “conseguentemente”, “più” e non “maggiormente”, “subito” invece di “immediatamente”.

Il problema è che c’è sempre qualcuno che alza la mano: comincia a spiegare che “prima” non equivale a “precedentemente”, “maggiormente” esprime un’abbondanza a cui non può rinunciare, “conseguentemente” implica sforzi logici (sic) che non sognamoci nemmeno di trovare in “perciò”, né tanto meno in “quindi”.

Tu capisci, allora, cosa mi tocca fare: dal semplice ribadire che la parola breve è più incisiva in tutti i casi in cui non abbiamo fondate ragioni linguistico-espressive (come dicevo all’inizio, appunto) per sceglierne una più lunga che sia anche più precisa, più evocativa, più qualcos’altro, al controbattere che “immediatamente” è parola meno immediata di “subito”: è più lenta da scrivere e leggere, ma allora perché impiegare più tempo per significare rapidità?

Se tutti sorridono, bene. Se invece qualcuno resta imbronciato, è perché non sopporta che il suo “maggiormente” del cuore sia vilipeso in pubblico.

In questi casi non mi resta che una mossa: chiamare in causa quel genio di Antonio Albanese e il suo esilarante onorevole Cetto La Qualunque. Che sugli avverbi in -mente (spessatamente, infattamente, purtroppamente…) la sa molto lunga.




Visti da fuori

18 04 2008

Quando viaggio, mi chiedo sempre come mi vedono quelli del luogo. Specie nei paesi poveri: come mi vede un/a cubano/a, brasiliano/a, kenyota, thailandese o quel che vuoi? Come li vede i turisti occidentali che si aggirano bianchicci e molli fra bellezze naturali e capanne?

Male e sempre peggio, concludo inevitabilmente. Male anche quando non siamo turisti per caso, ma viaggiatori benintenzionati e animati dalle migliori motivazioni umanitario-conoscitive. Polli da spennare? Idioti da sposare? Privilegiati di cui prima o poi vendicarsi? Col che, piuttosto che fare quella parte, spesso e (mal)volentieri preferisco starmene a casa.

Ecco come lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez ci restituisce il contrasto fra lo sguardo di un cubano e quello di un “turista incauto e immalinconito” che visita L’Avana:

«Erano le sette di sera, ma il sole era ancora alto e rovente. Camminò piano, e quando fu davanti all’hotel Deauville si fermò a riposare seduto sul muretto. C’era poca gente. Di notte quel posto è pieno di jineteras, finocchi, travestiti, drogati, provinciali che non capiscono niente, segaioli, venditrici di mani, puttanieri che vendono rum e tabacco adulterati e cocaina pura, puttanelle appena importate dalla provincia, musicisti di strada con chitarre e maracas, venditrici di fiori, risciò con i loro conducenti tuttofare, poliziotti, aspiranti all’emigrazione. E ancora donne infelici, vecchie, bambini, i più poveri fra i poveri, la cui unica occupazione consiste nel chiedere instancabilmente l’elemosina.

Quando un turista incauto e immalinconito atterra in mezzo a questa fauna poco aggressiva, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco di merda, fermamente convinto che sia tutta roba buona, originale, e si sente un tipo davvero sveglio e fortunato. A volte nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze, o si mette con uno di quei giovani segaioli. Dopo tante prodezze il nostro turista garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai tropici è meravigliosa e che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua negretta graziosa e compiacente, abbandondando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese. Cade insomma in una trance ipnotico, ed esce dalla realtà» (Pedro Juan Gutiérrez, El Rey de La Habana, 1999, trad. it. Il re dell’Avana, Edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 46-47).




Il font di Barack Obama

8 04 2008

Ti consiglio di leggere il post che ieri Luisa Carrada ha scritto sul font usato in tutta la comunicazione di Barack Obama: il Gotham.

Perfetto: il font, come il commento di Luisa.




Erri De Luca sull’acqua

24 03 2008

È festa. Piove. La giornata dell’acqua è passata, ma i problemi no. Però scommetto che hai ricominciato a lasciare quel rubinetto aperto, porca miseria.

Allora leggi il brano che ha riportato nei commenti Giacomo l’altro giorno: un grande Erri De Luca che parla d’acqua.

Bellissimo, non lo conoscevo. Grazie Giacomo.

“Sta nella nuvola e nel pozzo,
nella neve e nella noce di cocco,
negli occhi e nel fiume,
nell’arcobaleno e nel lago,
nel ghiaccio e nel vapore della pentola sul fuoco,
nella bocca.
È la maggioranza della superficie.
È la maggioranza del corpo.
Una persona è acqua che cammina, dall’acqua di placenta all’acqua del sudario.
In ebraico è plurale, màim, acque.
In francese è una vocale sola, eau, ô.
In greco e in tedesco è neutra.
In russo e nelle latine è femminile.
Dal fondo del pozzo avverte il terremoto.
Fa tremare il ramo scortecciato in mano al rabdomante.
La sua avventura chimica è prodigio, ossigeno più idrogeno,
ad accostarli, esplodono.
Spegne fuoco, anche quello dei vulcani.
Fa il pane, fa la pasta.
È nel bianco e nel rosso dell’uovo. È nella sua buccia.
È nella carta e nel vino, nelle ciliege e nelle comete.
Chi la spreca verrà assetato.
Chi sporca l’acqua verrà sporcato. Secondo Geremia la voce di lod/Dio è chiasso di acque nei cieli. Giusta sarà la sorpresa di chi ascolterà la prima domanda, appena morto:
«Quant’acqua hai versato?».
Ognuno di noi sarà pesato a gocce.”

Erri De Luca, “Notizie sull’acqua”, in Carta Almanacco – Le guerre dell’acqua, anno V n. 10, 2003.




Aldo e le donne

19 03 2008

Aldo Busi (se non ti stanno simpatiche le sue moine pubbliche, non importa: pensalo come scrittore) a volte fotografa il mondo femminile con un disincanto che lascia senza fiato. Al contrario di quanto certuni pensano, non cade nella misoginia, anzi: di solito guarda le donne con tenerezza rabbiosa, come se volesse aiutarle e si sentisse troppo debole, da solo, per farcela. Mi pare un buon esempio - per quanto duro - di superamento degli steccati di cui dicevamo ieri.

Senti cosa scrive:

“Sempre più spesso mi soffermo a osservare come le donne siano manovrate dagli uomini, messe in posa, agghindate, pettinate, strattonate dai loro stessi fantasmi di virilità e di femminilità - dagli stessi fantasmi per entrambi chiamati realtà - che finiscono per concentrarsi nelle donne usate dalla pubblicità. Sono irreali, sembrano non avere altro piacere in testa che il pensiero di piacergli, di farsi comprare e incartare e portare a casa da un cliente. Quegli sguardi, remoti quanto sono ravvicinati i fianchi della loro vita, sembrano di occhi di manzo in scatola che dicono “Adottami, sono già addomesticata dal tuo immaginario, mi conformo appieno e sarò il tuo peluche. Puoi mettermi anche dei sottaceti negli orifizi come contorno e un carillon in bocca”.

Eppure sarebbero esseri umani come me, perfino la Chiesa ha loro riconosciuto un’anima ormai da un paio di secoli, ma non c’è niente da fare, non hanno autonomia, non hanno fantasia, non hanno creatività le donne, su di loro anche la biancheria intima più elaborata e femminile denuncia che né l’hanno creata loro, le donne che la indossano, né messa in vendita loro: loro vi prestano solo il corpo, la marionetta dentro, il vero attaccapanni, e per questo ricevono un cachet, che finisce tutto nella biancheria intima dell’anima aggiunta, ovvero sostituita a quella originale di cui ancora nessuno al mondo sa niente, o in simili automatismi consumistici di un cervello consumato.

Siccome il cachet spesso non basta, suppliscono al resto con furbizia: la miseria che completa la loro definitiva rovina.

Le donne sono in tutto e per tutto i giocattolini animati di una società maschilista e infantile, i suoi animaletti compiacenti: le donne sono i veri animali-angeli da allevare per la macellazione in vista - e a vista.

Le donne nella pubblicità, e persino nella politica, non hanno nulla di umano perché non hanno nulla di veramente politico nemmeno in famiglia.

Osservo le donne condotte al macello per la cavezza del loro fatalismo storico e non mi do pace, non capisco davvero come possano accettare questo destino e collaborare affinché si abbatta su di loro una per una come se fosse una garanzia di vita pienamente vissuta sino al più roseo dei finali.

È un roseo color sangue che colora - che sporca - tutta la società e i suoi progressi, tutti ai danni delle donne, vezzeggiate o sfruttate ma sempre per lo stesso fine: usarle come bestie da soma e come chimere da monta, e poi buttarle via.

Sarei impazzito dal terrore sia se avessi avuto un figlio sia se avessi avuto una figlia, io da solo non ce l’avrei mai fatta a cambiare in loro la solita storia del destino sociale del maschio e della femmina, non avrei potuto dormire la notte al pensiero che mio figlio potesse mai un giorno alzare la mano su una donna e che mia figlia non potesse far altro che parare il colpo, senza restituirlo - e sempre che riceverne uno dall’uomo-per-lei non sia la sua massima, e comune, aspirazione.

Niente rimpianti, Single senza prole: bisogna essere del tutto insensibili per mettere al mondo gente che, per bene che ti vada, o è un uomo o è una donna.”

(Aldo Busi, Manuale del perfetto single, Mondadori, Milano, 2002, pp. 100-102).




Fammi un sorriso

29 02 2008

C’è chi ne abusa. Altri le inseriscono a casaccio. Non manca chi le accusa di corrompere la lingua. Solo pochi riconoscono di non farne a meno, ma tutti le usano continuamente.

Eccole qua: :-) ;-) :-( :-D :-o :-P

Sono le emoticone o smileys o faccine, come vuoi chiamarle. Evitano malintesi, accompagnano una battuta, esprimono un sentimento. Indispensabili in tutte le forme di scrittura che imitano il parlato - chat, mail, sms -, sostituiscono la nostra faccia, il corpo che per iscritto non possiamo mostrare. Eppure quasi nessuno pensa di dover imparare a usarle. Non troppe, né troppo poche, ma in giusta dose: come il sale in cucina.

Per ricordare quanto siano importanti, di solito mostro questo dialogo. Anna e Marco (i nomi sono fittizi) si amano moltissimo ma vivono in città lontane. Si vedono una volta al mese e usano Internet e il telefono per comunicare ogni giorno. Questo brano proviene da una loro chat, che Anna mi ha regalato:

<Anna> Marco!!!!
<Marco> Anna!
<Anna> MI MANCHI :(
<Marco> anche tu mi manchi =(((
<Anna> si mi manchi anche se sei qui xro’ :(
<Marco> e come?
<Anna> boh
<Marco> boh?
<Anna>siiii ma non lo so ti sento lontano
<Marco> come mi senti lontano?
<Marco> se sono qui
<Anna> si ma non lo so, sei assente, con chi stai parlando oltre me?
<Anna> :’(
<Marco> no daiiiii, NESSUNO
<Marco> Anna
<Marco> be’ anche tu x me sei assente ma forse xché io vorrei vederti fuori da sta chat
<Anna> beh ma sii felice che la chat c’e’
<Anna> pensa se non ci fosse..
<Marco> se non ci fosse non ti avrei conosciuta
<Anna> :)
<Marco> pero lo stesso
<Marco> mi manchi
* Anna fa una carezza a Marco
<Anna> :) pero’ non prendertela dai
<Marco> Anna per cosa dovrei prendermela?
<Marco> xché non ti vedo?
<Marco> non me la prendo, solo mi dispiace
* Anna sospira
<Anna> lo so lo so
<Anna> adesso sono scazzata
<Marco> xché? =((((((
<Anna> xche’ si
<Anna> mi sembra di aver buttato via la serata
<Marco> con me?
<Marco> ancora?
<Marco> =((
<Anna> no non ce l’ho con te dai Marco
<Marco> eh ma sei scazzata uffi
<Marco> ora sono io che te lo chiedo
<Marco> fai un sorriso
<Marco> fammi un sorriso
* Anna abbraccia Marco
<Marco> tvtb
<Marco> non hai fatto il sorriso cmq
<Anna> anche io
<Marco> hihi
<Anna> no
<Marco> fallo
<Anna> non ho voglia
<Marco> daiiiiiii
<Anna> adesso sto abbracciata a te e basta
<Marco> dai dai dai dai
<Anna> ho detto no
<Marco> ok
<Marco> domani cosa fai di bello?




Per le rime

23 02 2008

“Le allitterazioni allettano gli allocchi”, diceva Umberto Eco in una Bustina di Minerva che uso sempre nei corsi di scrittura.

Ma pure dalle rime ti devi guardare, perché sembrano piacevoli anche quando sono stucchevoli. :-)

A meno che tu non sia brava come Dino Campana in questa poesia. Lo so che è stracitata (almeno dopo un paio di film italiani), ma prima o poi dovevo dedicarle un post (oltre al sottotitolo del blog).

La amo da quando andavo a scuola, perché mi sento un po’ così:

Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare

Senti anche tu le onde?




Vivere col punto e virgola

18 02 2008

Nei corsi di scrittura si ripete spesso quanto sia difficile usare il punto e virgola in modo appropriato. Quanto sia meglio, nel dubbio, sostituirlo con un virgola o un punto - a seconda dei casi - e non pensarci più.

Vero, specie per la scrittura professionale, che cerca da anni - non sempre trovandola - la brevità e leggerezza del Web e della posta elettronica: se metti punto invece che punto e virgola, la frase si accorcia, il ritmo si fa più veloce e la lettura più semplice.

Anche in letteratura alcuni ne fanno a meno: trovami un punto e virgola in Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Io non ci sono riuscita; se ce la fai, avvisami. Io stessa mi sono privata del punto e virgola per qualche anno, e vivevo benissimo. Praticavo quello che Bice Mortara Garavelli chiama “estremismo interpuntorio”:

“A volte entra in gioco una sorta di estremismo interpuntorio: si vede nel punto e virgola sempre e soltanto una ‘pausa intermedia’ tra i segni che, graficamente, lo compongono e si pensa, eliminandolo, di azzerare le mezze misure” (B. Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari: Laterza, pp. 67-68).

Poi, un bel giorno ho visto come usa il punto e virgola Michel Houellebecq e mi sono innamorata. “Voglio fare come lui”, mi sono detta. (Nel punto e virgola, intendo.)

Cito a caso da Piattaforma:

“Mossi qualche passo nel soggiorno, senza peraltro riuscire a scaldarmi; non sopportavo l’idea di andarmi a coricare nel letto di mio padre. Alla fine, dopo esser salito a prendere un cuscino e un paio di coperte, mi sistemai alla bell’e meglio sul divano. Spensi dopo i titoli di coda del Il siluro controverso. La notte era fosca; il silenzio pure.” (M. Houellebecq, Piattaforma, trad. it. Milano: Bompiani, 2001, p. 14).

“Mi abbattei sul letto king-size e mi concessi una lunga sorsata di alcool; poi un’altra” (ivi, p. 89).

(Per imparare anche tu, leggilo tutto.)

Da allora ho ripreso a usare il punto e virgola; e vivo meglio. :-)




Nera come l’ebano, ma con i jeans gialli

14 02 2008

Ti ricordi la riflessione di Zadie Smith sugli stereotipi, di cui parlavamo qualche post fa?

Diceva Zadie che usare uno stereotipo in letteratura “significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità.” (Zadie Smith, “Il fallimento riuscito”, Internazionale 725, 28 dicembre 2007, p. 10).

A me pareva invece che un uso calibrato (difficile, eh!) di alcuni stereotipi è necessario quando si scrive, perché rende più immediata la comprensione di un testo scritto.

Ho riletto da poco Denti bianchi. Tutti sanno che una delle cose più difficili è descrivere qualcosa senza annoiare. Un paesaggio, un oggetto, un personaggio: ne parli un po’ e, zac, la palpebra del lettore cala.

Le descrizioni di Zadie, al contrario, ti restano impresse nella retina come certi colori quando chiudi gli occhi.

Questa è Clara, protagonista di Denti bianchi, nell’istante in cui incontra Archie (che dopo sei settimane sposerà):

“Clara Bowden era bella in tutti i sensi, tranne forse nel senso classico, dato che era di colore. Clara Bowden era meravigliosamente alta, nera come l’ebano e la pelle di zibellino, con i capelli acconciati in una coda di cavallo che puntava in su quando Clara si sentiva fortunata, e in giù quando era depressa. In quel momento era in su. È difficile stabilire se questo fu significativo.

Clara non aveva bisogno di reggiseno - era indipendente persino dalla legge di gravità - indossava un maglioncino che le arrivava sopra la vita, e sotto indossava il proprio ombelico (splendidamente) e sotto ancora jeans gialli molto attillati. In fondo a tutto, scarpe dal tacco alto, marrone chiaro e con il cinturino, e su quelle scarpe lei scese giù per la scala, simile a una visione o, così sembrò a Archie quando si voltò a osservarla, come un purosangue ben addestrato” (Zadie Smith, White Teeth, 2000, trad. it. Mondadori, 2000, p. 32).

Cos’ha fatto Zadie in questo brano se non alternare certi stereotipi visivi (nera come l’ebano… jeans attillati… maglioncino sopra la vita… scese giù per la scala, simile a una visione… come un purosangue ben addestrato) a un modo insolito di combinarli?

La pelle è nera come l’ebano, ma ricorda il pelo dello zibellino; la coda di cavallo è scontata, ma si muove (hai visto mai?) seguendo l’umore; Clara veste come una ragazza qualunque, ma ha il corpo irreale di una pubblicità; indossa jeans che sarebbero banali, se non fosse che sono gialli. Persino le scarpe sono neutre (che tristezza quel beige), salvo che hanno cinturino e tacco alto. E poi scende le scale come Wanda Osiris, che più stereotipo di così si muore.

In poche righe Zadie mette in scena un vivacissimo saliscendi di attese, conferme e sorprese. È per questo che il suo personaggio s’imprime nella nostra testa e non ci molla più.