Ma la rete porta anche azioni concrete

Mi sono arrivati due contributi interessanti alle riflessioni di questi giorni su quanto la mobilitazione in rete riesca a produrre azioni e risultati concreti.

Il primo implica una visione più scettica ed è di Elisa, che si laureò con me nel 2005 (se ricordo bene) e ora lavora felicemente da Diennea, dove si occupa soprattutto di marketing on line:

«A maggio sono stata ospite del Festival del Fund Raising (a parlare di email marketing, as usual). È una bellissima manifestazione, se non la conosci te la consiglio.

Insomma alla plenaria finale c’era Bill Toliver che ha portato una case history scioccante su Facebook e il fund raising. Raccontava l’episodio di quella ragazza iraniana Neda, uccisa durante le proteste di due anni fa a Teheran, e che ha fatto il giro del mondo su twitter.

La faccio breve: la pagina realizzata per raccogliere fondi per la sua causa su fb ha raccolto non so quante migliaia di like. Euro raccolti? Zero.

Conosci questo articolo di Malcolm Gladwell sul New Yorker? Molto probabilmente sì, a me è venuto in mente subito: Small Change: Why the revolution will not be tweeted. Uno stralcio:

“In other words, Facebook activism succeeds not by motivating people to make a real sacrifice but by motivating them to do the things that people do when they are not motivated enough to make a real sacrifice”. C’è spazio per diverse tesi di laurea.»

È vero, Elisa, c’è spazio per studiarci su. E infatti lancio la prima proposta: una tesi di laurea magistrale che analizzi diversi casi di uso della rete per cause sociali, vere o simulate che siano. Incluso il caso de I segreti della casta di Montecitorio. Per la selezione del corpus e la metodologia iscriviti a Ricevimento.

Il secondo contributo apre qualche speranza, anche se non riguarda grandi cause sociali, ma community più ristrette, in cui i partecipanti costruiscono in rete una familiarità e affettività reciproca molto vicina all’amicizia reale. Scrive Pierfrancesco:

«Non so se conosci Daveblog: è un blog che parla di tv (ma non solo), e ha costruito da anni una community piuttosto florida. Ieri una persona ha postato un messaggio di addio manifestando l’intenzione di suicidarsi, ma, mettendo insieme le informazioni di cui disponevano, alcune sue amiche sono riuscite a rintracciarla e, in qualche modo, a salvarla. Non so se sia un tema interessante per Disambiguando, ma credo che una cosa del genere in Italia non fosse mai successa (so di gente “salvata” da conoscenti con cui chattava, ma qui si tratta di un contesto diverso).

La vicenda, volendo, ha anche un lato morboso (ammetto che, sapendo già che tutto si era risolto per il meglio, leggendo il thread ha prevalso in me l’aspetto della curiosità e della “tensione narrativa”), però mi sembra un ottimo esempio di come, almeno in certi casi, le relazioni che si costruiscono in anni di discussioni sul web possano essere quasi più intense di quelle intessute nella vita offline (la ragazza sente di potersi confidare sul Daveblog mentre, a quanto dice, le persone intorno a lei non riescono a comprendere la sua sofferenza).»

Credo valga la pena continuare a rifletterci e discuterci sopra.

15 risposte a “Ma la rete porta anche azioni concrete

  1. Io penso sempre a tutta la fatiche che fa sta gente che lavora nel marketing e se ne inventa ogni giorno una nuova pe venne..

    E poi a me che compro solo quello che me serve..

    E godo..

  2. Condivido lo scetticismo del primo caso e anche la possibilità di un intervento concreto del secondo. Credo che la rete sia un ottimo e democratico (o forse anarchico) strumento per la condivisione delle informazioni, ma che di per sè non possa essere un veicolo di “rivoluzioni”. Però poi il pensiero va alle rivolte del Nord Africa, da cui è emerso il fenomeno del tweet. Davvero spunti molto interessanti per una tesi. Ogni commento – compreso il mio – rischia di essere superficiale.

  3. non farei pubblicità alla Diennea…

  4. Interessante l’accostamento con quanto scrive Elisa. Tutto sommato, credo che anche in rete valga la logica del “piccolo gruppo”: per quanto clamorosa, la vicenda di Neda riguarda una persona che non abbiamo mai incontrato e che non avremmo comunque mai conosciuto, mentre la “e…” del Daveblog è qualcuno che, per quanto in un contesto di interazione mediata, per le amiche della community era evidentemente sentita come parte della propria “cerchia” (per usare una metafora alla Google).

  5. Mmmh, ora si apre anche una questione etica (se non giuridica): il gestore del blog ha cancellato il post in questione, dopo che qualche giornalista di Leggo frequentatore di Disambiguando ha ripreso la notizia e le ha dato visibilità, pubblicando il testo integrale del messaggio. Credo sia condivisibile la scelta di Davide: passata “l’emergenza”, un eccesso di attenzione potrebbe sembrare un modo per strumentalizzarla. Quello che “interessava” a me, invece, era proprio il grande valore umano che traspariva nella discussione.

    http://www.leggo.it/articolo.php?id=132754

  6. Il daveblog è un gran posto, soprattutto grazie alla qualità dei commentatori. Devo dire però che la faccenda del promesso suicidio – che ho vissuto diciamo in diretta – l’ho trovata un po’ stucchevole ed esagerata, visto che dopo avere postato il drammatico appello la ragazza è rimasta a casa a fare nulla (tanto che stata rintracciata dopo ore e non aveva ingoiato nessuna medicina, anzi ho il sospetto che fosse attaccata al computer a fare in refresh ogni tot minuti per vedere quanta gente si stava mobilitando per lei).
    Rifletterei su come l’informazione possa distorcere le cose (di fatto nessuno ha salvato la vita a nessuno), e anche su come abbiamo tutti bisogno di sentirci un po’ eroi per un giorno: in queste ore sul Daveblog si respira un’aria di estremo eroismo e compiacimento, manco avessero davvero salvato una vita:-/

  7. Ipotesi: anche chi usa facebook o twitter discrimina fra le cause per cui non vale la pena impegnarsi più di tanto, per cui basta un ‘like’, e quelle in cui vale la pena.
    Se le prime sono il 99% e le seconde l’1%, com’è probabile, di casi come quello di Neda se ne troveranno facilmente tanti.
    (Non dico che la vicenda di Neda non fosse drammatica, specialmente per i suoi familiari, amici ed eventuali compagni di lotta. Ma non si prestava facilmente a nulla di socialmente o politicamente importante, almeno in Occidente.)

  8. A S. Donato Milanese, *anche* con l’aiuto della rete, siamo riusciti ad ottenere l’audio dei consigli comunali. Dico “anche”, perché è stato necessario un certo lavoro fuori internet, non indifferente. Eppure, senza internet, non sarebbe successo nulla.

    Mi piacerebbe essere più discutoso sull’esperienza sandonatese, ma ora proprio non riesco a scrivere di più. Se il tema sarà ripreso da Giovanna nei prossimi mesi, magari riesco a buttare giù alcune righe. C’è sicuramente materiale per una tesi di laurea.

  9. Rossella, scusa: cosa intendi? Io non faccio nessuna pubblicità alla Diennea, semplicemente dico che Elisa lavora lì e ci si trova bene. Ho inserito l’informazione sul posto di lavoro per due ragioni:

    (1) perché cerco di diffondere notizie su dove vanno a lavorare negli anni, con soddisfazione, i/le laureati/e in Comunicazione, contro ogni stereotipo che li vuole frustrati e non inseriti nel mondo del lavoro, o inseriti a fare tutt’altro rispetto a ciò che hanno studiato.

    (2) Elisa, in Diennea, si occupa proprio di marketing on line e il suo commento poggia su un’esperienza ormai consolidata proprio nel settore pertinente per le discussioni di questi giorni.

    La chiami «fare pubblicità»? Non ci siamo.

  10. Pierfrancesco: sai che ci pensavo proprio mentre scrivevo il post, stamane? Ora la notizia attirerà attenzioni morbose…

    Grande, la scelta di Daveblog, di cancellare tutto! Evviva. Ha tutto il mio rispetto e tutta la mia stima per averlo fatto. Mille punti a favore della serietà di quel blog.🙂

  11. Ciao, sono quella della prima segnalazione🙂

    volevo aggiungere un’informazione su come Bill Toliver ha chiuso il suo intervento al Festival del Fund Raising, perché l’ho trovato di grande ispirazione. Il senso di quella giornata era questo: anche in rete le persone vanno ingaggiate, cioè devono sentirsi parte attiva della causa, protagoniste. Non basta comunicare.

    Sono d’accordo con Pierfrancesco, il senso di appartenenza è spesso proporzionale alla vicinanza fisica e al grado di relazione. Vale a dire che la rete può potenziare l’effetto di certe dinamiche, ma di fatto non ne cambia la natura.

    Nel caso della raccolta fondi, aprire una pagina su facebook è utile a raggiungere un bacino di persone più ampio, ma evidentemente non le fa donare di più…almeno secondo questa case history (sarebbe interessante individuarne delle altre).

  12. Elcom,
    capisco che tu c’eri e sai tutto. Sei forse l’aspirante suicida?

  13. Ciao.
    Però, dai… Facebook non è la rete. E forse è il posto giusto per promuovere iniziative, ma non per dar loro un esito concreto.
    Ho segnalato di recente alcuni siti che sembrano funzionare. Kiva raccoglie microcredito (dati settimanali -molto confortanti, sembra- in homepage). Sparked raccoglie aiuti di professionisti per buone cause: mi sono iscritta e ho visto molti contributi, diversi di buona qualità.
    E così via, fino ad arrivare alla bella iniziativa di quei geni di Ideo.
    E’ tutto qui: http://www.nuovoeutile.it/ita_fare_cose_buone_con_il_web.html
    E… sarò un’ottimista inguaribile, ma continuo a credere che il web possa offrire a tutti la possibilità di essere cittadini migliori.
    Un caro saluto, e buone vacanze a tutti.

  14. Annamaria: Facebook non è la rete, siamo d’accordo. Infatti ho scritto questo post proprio per insistere nel dare una visione positiva e differenziata della rete.

    In rete c’è il bello e il brutto, come fuori dalla rete. Come nella vita.🙂

    Peraltro anche dentro Facebook (che viaggia ormai verso il miliardo di utenti, su due miliardi di navigatori internet totali nel mondo) c’è il bello e il brutto, il buono e cattivo. Dunque farei attenzione a dire “Facebook” non è la rete, perché sembra implicare che Fb sia “cattivo” e la “rete” fuori da Fb “buona”. Poco senso ha ormai parlare di “Facebook” e “rete” in generale.

    E, come sottolineava Ben, anche dentro Fb le persone fanno le cose più disparate, distinguono le cause e le azioni che vengono loro proposte, e si mobilitano o no a seconda delle loro distinzioni.
    Ciao!

  15. Gentile Giovanna et all.,

    punto uno: salvare la vita di qualcuno mi semrba positivo, può capitare di farlo per strada, può capitare di farlo “in rete”. In questo caso sembra essere successo in rete. Da li a trarre conclusioni aristoteliche “la rete salva le persone” a “la rete non serve a nulla” ci passa una bella differenza.
    Se vi ricordate quando apparvero i primi telefonini (si chiamavano cosi’ quelli che oggi voi chiamate smartphone), non era difficile trovare notizie sui giornali “salvato/-a grazie al telefonino…” con storie una più assurda dell’altra. Bene alleluja.
    In conclusione al momento non ci sono evidenze o indicazioni nemmeno di natura statistica (e lo dico come dato di fatto) che indichino in maniera inequivocabile che con la rete si salvano più aspiranti suicidi che con un telefono o bussando alla porta del vicino.

    e qui passo al punto 2. La gestione delle aspettative.
    La rete è un mezzo, ma come ogni mezzo di comunicazione “nuovo” (c’ha +30 anni oramai…), essa modifica (e qui si ci sono evidenze scientifiche solide), sia il modo di comunicare, che il modo in cui il nostro cervello percepisce le informazione, le asembla, le elabora e, soprattutto, le ricorda, ergo come comunichiamo (un altro punto per McLuhan).

    punto 3; le azioni concrete non le fa “la rete” (che è un mezzo), ma le persone che la popolano (così come non ci sono città “belle” e città “cattive”). Ergo il valore delle iniziative sulla rete che funzionano è spesso proporzionale al valore delle persone che ci sono dietro (oltre che naturalmente della quantità di soldi e sforzi di marketing e promozione che ci metto dietro e che sono altrettanto se non più, importanti…).

    Sulla realtà Italiana con casi concreti di come è cambiata la comunicazione c’è l’ottimo libro di IABICHINO (uno dei “creativi” dell’Ogilvy in Italia) che si intitola: “INVERTISING” che consiglio a chi fa comunicazione, in Italia e non (http://www.invertising.it/).
    Qui si, faccio pubblicità (apertamente) ma è perchè invece di parlare di episodi, è più utile, credo, parlare di trend e di esempi concreti. Li ce ne sono tanti.
    Per esempio un altra iniziativa che segnalo (e di cui faccio parte), sono i “Green Geek”, che in un quartiere periferico di Milano, partendo dall’idea di fare una “festa di quartiere” (la festa dell’Ortica), sono passati poi al fare una delle reti wi-fi “free” più interessanti in Italia. (http://gwifi.it/). Utilizzando la rete (soprattutto i social media), si sono rotti gli schemi e si è iniziato a dire apertamente che se non c’è la rete e l’accesso ad internet, è difficile fare democrazia. Oggi i Green Geek contano +100 iscritti in tutt’Italia e stiamo facendo “lobby” locale affinchè siano i Comuni stessi a portare il wi-fi (e la rete) la dove altrimenti gli operatori commerciali non andrebbero. Da li sono nate altre iniziative su Facebook come ” #pisapiasentilamia ” che durante la campagna elettorale a Milano hanno avuto un peso e continuano ad averlo. Le persone di Pisapia effettivamente leggono i suggerimenti su FB e si sono messi in ascolto.

    Insomma, amio avviso, il problema quando si parla di iniziative “in rete” che non funzionano è che la “rilevanza” è importante, e spesso chi “idea” queste iniziative, se ne scorda (anche se si chiama Bil).

    A&G
    Filippo Z

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