La sottile differenza di Enel «Milioni di attimi»

Serena mi segnala l’ultima campagna Enel «Milioni di attimi» (agenzia Saatchi & Saatchi), on air in questi giorni, motivando così la scelta:

«Penso possa far parte della schiera di pubblicità virtuose e creative perché i tre protagonisti degli spot sono persone vere e “normali”, che si battono ogni giorno per raggiungere i propri traguardi personali.

Uno spot racconta infatti la storia di un giovane e tenace atleta che riesce a superare infortuni e difficoltà pur di gareggiare con la propria bici, un altro racconta la storia di un padre anziano, dei suoi sacrifici e delle sue rinunce per far studiare il figlio e vederlo laurearsi. L’ultimo spot infine (il mio preferito) ripercorre i momenti più importanti della gravidanza di una giovane donna, concludendosi con l’indimenticabile giorno in cui finalmente partorisce il suo bambino.

Insomma siamo di fronte a gente comune e a storie quotidiane che mi hanno colpita tanto proprio perché sono storie semplici ma incredibilmente vere.»

Ha ragione Serena: la campagna è capace di emozionarci e coinvolgerci, per immedesimazione, negli sforzi quotidiani che quel padre, quel giovane e quella ragazza fanno per portare a termine, con fatica e costanza minuto dopo minuto, il loro obiettivo. Serena però non si rende conto che proprio «il suo spot preferito» le tende un tranello.

Enel Milioni di attimi parto

Infatti gli uomini possono, in questa campagna, indentificarsi in due generazioni (un giovane e un anziano) e due obiettivi ben diversi: uno contemporaneo, legato al corpo e alla disciplina sportiva del Biclycle Motocross (BMX), l’altro, più datato, dell’operaio che punta alla laurea del figlio come riscatto sociale. Per la figura femminile, invece, Enel prevede solo la possibilità di portare a termine una gravidanza.

Intendiamoci: mettere al mondo un bimbo è tanto splendido quanto impegnativo. Ma sarebbe bastato metterci una ragazza, a fare l’atleta o a prendersi la laurea oltre che a partorire, per regalare un po’ di modernità (e varietà) anche alle donne.

Siamo nel 2012, cara Serena, e le donne vivono ben altre storie, oltre al pancione. Che certo in uno spot sta benissimo, non solo perché coinvolge, commuove eccetera, ma perché rappresenta una bellissima realtà. Ma per le donne non è certo l’unica, come sappiamo. E allora perché una pubblicità deve valorizzare solo quella?

La bicicletta BMX:

La laurea:

Il parto:

34 risposte a “La sottile differenza di Enel «Milioni di attimi»

  1. Aspettavo questo post, pero’ io il significato dello spot non l’ho capito. E’ bello, ma cosa ci dice ? Niente. Che in 50 anni insieme abbiamo fatto un sacco di cose. Non e’ paragonabile a quello di PeG ‘thank you mum’, dove la mamma e’ utile ed essenziale per i nostri traguardi. Quale sarebbe il suo significato? A questo punto preferisco quello della conad ‘tanti auguri’, ha piu’ senso.
    Grazie.
    Buon lavoro.
    Marco

  2. io un po ti seguo e un po no. Lo spot P&G è stato criticato perché le mamme facevano sacrifici e i babbi non si vedevano, qui perché i sacrifici li fanno i babbi e non le mamme che invece fanno solo le mamme ma qui va benino e in P&G no…opterei per eliminare le figure umane dagli spot.

  3. Gentile Giovanna,
    io da 5 anni non ho più la tv, per scelta, quindi la mia opinione forse è meno completa. Ma ho 39 anni e due figli piccoli, oltre a una laurea, a un po’ di esperienza di lavoro (precario) e a un minimo di senso critico. Ho visto solo lo spot del parto e della laurea e mi sembra grondino retorica. Per i pubblicitari una donna fa sempre le stesse cose mentre è incinta. Le ho fatte anch’io, ma in più mi rodevo perché mi scadevano i contratti a tempo determinato e tentavo di tenermi aggiornata per un più facile rientro nel mondo del lavoro (inutilmente). Mi sembra che più le aziende sono grandi e storiche e meno si sforzino di andare oltre il bagaglio dell’età, come valore aggiunto per celebrare i loro traguardi.
    E’ una personalissima opinione, nel poco tempo che mi rimane tra casa e famiglia leggo e apprezzo i suoi interventi ma stavolta l’esempio era così vicino alla mia esperienza personale che ho voluto anche lasciare due righe.
    Buon lavoro

  4. Ancora una volta si riconferma che quando una pubblicità ha una certa piacevolezza guarda caso non parla del prodotto e anzi l’associazione tra narrazione e oggetto pubblicizzato è quanto più remota possibile.
    Ora, tra i consumatori Enel ci sono giocoforza anch’io, perciò mi sento autorizzato a essere nel target – per una volta che capita. Perciò visto lo spot, penso a Enel e cosa deduco? Che le tre attività narrate sono paurosamente non pertinenti con il tema Energia e non era facile cappellare così tanto. Il lavoratore è una storia di rinunce in cui l’energia elettrica c’entra come il cavolo a merenda con la laurea del figlio; anzi, per farlo laureare l’uomo, rinunciando a voluttuari consumi, di energia ne ha usata meno di quanto avrebbe fatto indulgendovi. Per quanto concerne il parto, che dire? Anche qui si è scelto l’effetto pancia, addirittura letteralmente, con esiti patemici e patetici – tanto da pensare che il trend delle nascite costantemente in calo nel mondo Occidentale debba moltissimo a queste pubblicità. Ma delle tante e strepitose attività umane artificiali, in cui l’energia è davvero essenziale e si trasforma la materia in qualcosa d’altro, il parto è quanto di più essenziale ed energeticamente autonomo che ci sia, caso limite di emancipazione da terzi in cui la mamma è l’incubatrice che fornisce corrente al bambino – ma senza pagare la bolletta. Bontà dell’Enel?
    Taciamo poi dell’esempio del ragazzo in bmx, spot tirato per i capelli fino alla calvizie. A parte una forzata saldatura del telaio per puro pretesto, domandarsi in che modo l’Enel debba partecipare degli allenamenti e del sudore dell’atleta porta a risposte oscure e prego qualche anima buona di darmi suggerimenti.
    Anzi, meglio: illuminarmi.

  5. @giagina, io non parlo di ruoli maschili o femminili nella pubblicita’, ma del fatto che nello spot PeG le mamme facevano sacrifici e aveva senso, l’enel che ha fatto per me? Non capisco che senso collegare i 50 anni di Enel con delle storie di sacrifici e attesa. Quello che volevo dire penso l’abbia detto @ugo, cioe’ le storie non sono pertinenti con il tema energia.

  6. @Giovanna e @Ugo
    Tutti e tre gli spot, ognuno a suo modo, genere per genere e generazione per generazione, eccitano i nostri “geni egoisti”. (Semplifico, va da sé.)
    Magari non tanto i vostri, ma quelli di Serena e miei non poco. :-)

    I nostri geni egoisti (prendendo per buone le tesi sociobiologiche di Richard Dawkins, che io prendo per buone) sono molto rozzi, si interessano poco di correttezza etica e pertinenza semantica o pragmatica. Ma possono tranquillamente associare stimoli (cose che piacciono) e fonte degli stimoli (Enel).

    Come cittadino e consumatore posso anche deplorare, come boss Enel direi che sono soldi ben spesi. ;-)

  7. La comunicazione pubblicitaria è sempre più onirica. Racconta sogni invece che realtà. Abbina immagini evocative ed emozionanti al marchio, ma in modo trasognato. Ah!, la Brand equity!
    Gli spot Enel non ci parlano tanto dei cinquant’anni trascorsi, quanto del presente a venire. Un mondo senza tempo, un presente perpetuo, ricco di emozioni, testimone dell’essenza della vita che vorremmo vivere e alla quale, invece, assistiamo.
    Le mie bollette Enel recitano: per fornitura di energia tot Euro, e non si riesce mai a capire se si tratta di elettricità, di gas o di vitamine: in bolletta non è specificato. Così anche gli spot non dicono nulla di cavi tralicci tubi centrali bollette, collegati al brand per la sola presenza del marcio. Un filmato per tutte le stagioni. Un sogno per non dire della realtà.
    È molto probabile che questo indorare la pillola e raccontare un sogno alla maniera in cui si raccontano i sogni, produca un effetto positivo sui valori della marca evocati nel mio immaginario, oppure finisca insieme alla gallina sul tetto del mugnaio che fa anche il pasticciere e costruisce aeroplani…e anni fa c’era la coda a San Galgano a vedere il mulino bianco dove si fabbricano i biscotti della stessa famiglia di quelli della pasta, di quelli che tagliano il grano con la falce fienaria, perché la falce messoria è molto meno spettacolare… Insomma, il sogno e la menzogna, oppure: il sogno è la menzogna. Oppure è “gli asparagi e l’immortalità dell’anima”.
    Se allo stesso spot Enel si sostituisse il marchio, mettendoci quello del PD, di recente dibattito -chiedo scusa a Giovanna per aver resuscitato gli zombie-, chissà che effetto farebbe? Magari una coerenza maggiore con le idee del partito?

  8. scusatemi: collegati al brand per la sola presenza del marchio.

  9. “Lo spot P&G è stato criticato perché le mamme facevano sacrifici e i babbi non si vedevano, qui perché i sacrifici li fanno i babbi e non le mamme che invece fanno solo le mamme ma qui va benino e in P&G no…opterei per eliminare le figure umane dagli spot.”

    Anch’io ho la stessa perplessità di Giagina, e francamente a una mamma “strumentale” al successo del figlio campione come quella dello spot mamme di P&G, io preferisco una mamma (Enel) che racconta il gesto più comune e grande allo stesso tempo di cui un essere umano (una donna) è capace, dare alla luce una vita. Di fronte a questo mi pare che tutto il resto (sacrifici per la laurea, per lo sport..) passi in secondo piano. Ma questa è solo la mia personale visione della cosa.

    Forse una biker donna avrebbe reso più moderno il soggetto BMX? Forse…

  10. Ugo dici: «Che le tre attività narrate sono paurosamente non pertinenti con il tema Energia e non era facile cappellare così tanto.» Infatti, questo è un problema cruciale di questi spot. E non è un problema da poco, nel senso che io non sto dicendo che la campagna è “fantastica” tranne che per i ruoli assegnati a maschi e femmine. La campagna ha un sacco di problemi, non ultimo i testi banali fino al ridicolo (provate a sentirli e risentirli) e un eccesso di patinatura. Il problema che tu indichi è il più grave e ha ragione Guy Debord quando dice che potrebbe benissimo essere una campagna per un partito politico. :-) O per una banca. O una compagnia di assicurazione (che magari sarebbe più pertinente).

    Ma io ho preferito non occuparmi di questi problemi, per limitarmi a cogliere cosa invece di questa campagna funziona al punto che una studentessa sveglia come Serena (è una studentessa, già) potesse apprezzarla, suggerirmela come buon esempio. Funziona, in questa campagna, la capacità di tirarci dentro emotivamente, per meccanismi forse dicibili con le parole usate da Ben o forse dicibili con altre parole, se qualcuno ne ha voglia. Insomma, la campagna ci frega con le emozioni, al punto che può indurci (senza che ce ne rendiamo conto) a identificazioni antiche e discriminanti per le donne.

    Giagina, Brando, non mi seguite? Nel senso che – suppongo – ora state pensando: «Alla Cosenza non gliene va bene una, mi sa che è ossessionata dalle questioni di gender». Mi pare di sentire risuonare i vostri pensieri nella mia testa. ;-)

    No, vi assicuro, non sono ossessionata. Mi limito a osservare e descrivere. Cosa bastava per fare la differenza? L’ho già detto: metterci una laureanda femmina, per esempio. Perché un padre non può fare sacrifici per far studiare la figlia femmina? Lo fanno in tanti, anche con pochi mezzi culturali. O lasciare un ragazzo lì a laurearsi, e lasciare pure lo spot sulla gravidanza, ma costruire il terzo spot tutto sull’impegno di una giovane donna per una realizzazione professionale: metterci una biologa, una donna medico, una archeologa. Perché no?

    Perché la pubblicità usa stereotipi, mi dice la vostra voce interiore. Certo, ma anche “la biologa” è uno stereotipo, anche “la donna medico” lo è. Mettendoci una biologa col vetrino lo stereotipo farebbe torto a tutte le donne informatiche e ingegnere e avvocate che ci sono, ma sarebbe meglio – non siete d’accordo? – della pura e semplice riduzione della donna al suo ruolo materno.

    E nello spot Procter & Gamble cosa avrei voluto? Semplice: dei padri presenti e attivi, l’ho già detto. Ci voleva molto? No. Lo spot avrebbe fatto piangere lo stesso, sarebbe stato sempre bellissimo, ben congegnato e girato, e sarebbe stato meno bastardo con le donne. Invece registro che nel 2012, nell’immaginario pubblicitario più diffuso (specie in Italia, ma anche all’estero, vedi P&G), le donne sono ferme agli anni Sessanta, ecco dove stanno.

  11. Sono d’accordo con Giovanna. E’ sempre la stessa storia, sempre uguale, si parla di uomini che costruiscono il mondo e di donne che sfornano bambini. Fra l’altro nello spot la tizia incinta non si vede mai, per esempio, in ufficio: o a casa o a spasso con il compagno, o al massimo a pitturare i muri (cosa che non è proprio consigliata quando aspetti un bambino). E poi – scusate – perché il compagno resta fuori dalla sala parto?

  12. Sulla linea degli ultimi chiarimenti di Giovanna, bastava inserire, nello spot della partoriente, un indizio che lei ha un bel lavoro, oltre che un bel marito. Ci voleva poco, bastava ambientare il colpo di sonno iniziale in un luogo di lavoro, invece che in un autobus.
    Non è poi così difficile mettere d’accordo “geni egoisti” e “memi beneducati” (alludendo ancora al buon Richard Dawkins de Il gene egoista). :-)

  13. Sono troppo coinvolto (meno di una settimana fa’ ho avuto l’immensa, indescrivibile, incomparabile gioia di ‘vivere’ in sala parto la nascita di mio figlio) e professionalmente troppo “dentro” le questioni di marketing e branding (anche di Enel) per “oggettivare” il mio punto di vista (poche cose sono così “embrayant” come tali esperienze).
    Mi limito, però, ad esprimere il mio tendenziale “dissenso” dalla tua, Giovanna, e dalle diverse analisi (e messa in prospettiva) circa il commercial in questione. Ci si dimentica, per cominciare, la finalità branding (e lo spirito corporate) e il tema (e adv idea) della “energia” de-produttivizzata (chi non l’ha capito, pensa ancora alla “reclame” di prodotto quando questa è chiaramente e fin troppo banalmente una comunicazione istituzionalizzante, di corporate branding). Volendo, poi, darci una “lettura socio-critica” trovo che molti dei commenti, raccolti anche su questo blog, propongano un “femminismo manieristico” veramente molto datato e poco sensibile. Si anela (banalmente) a figure “misogine” della “donna manager” (o comunque percorsi e promesse di realizzazione professionale) come se una simile figura non possa anche essere una mamma felice (o ambire ad esserlo, in una messa in tensione narrativa). Io, per dire, ne conosco diverse. E forse lo è anche la donna raccontata dallo spot. Il suo percorso, del resto, è colto da uno dei possibili punti di vista sull’essere donna, non l’unico (non dimentichiamoci il cocnetto di “attimo” come corrispondente, sul piano temporale, di punti di vista situati sul piano spaziale).
    Penso (da uomo, liberale, laico) che l’esperienza del “parto” e della maternità siano straordinarie e esclusivistiche “esperienze” femminili (partecipate). Ridurre il tutto a “portare a termine una gravidanza”, francamente, mi sembra sbagliato (anche nel senso analitico: si confonde, per essere precisi, valori strumentali e valori di base), paurosamente “maschile” e comunque lontano dal vero e da quell’effetto (patemico) di esperienza (condivisa) e dalla dinamica di “intensificazione” sui quali fanno leva lo spot.
    Poi se vogliamo banalizzare e dire che la rappresentazione della maternità significhi annullare la donna nel suo potenziale (pluriprospettico) professionale (ma anche sociale, politico etc.), allora rischieremo presto di dire che la rappresentazione dell’uccellino di Del Piero nello spot di una nota acqua minerale sia profondamente offensiva circa la virilità maschile (lo si intenda come una “stupida” provocazione).

  14. Caro SF, poiché trovo che lei, dietro i fraseggi e le belle parole di vago ricordo semiotico (“patemico” invece di “emozionale” o “emotivo”, valore d’uso, valore di base e così via) banalizzi sia il mio articolo e commento, sia altri commenti qui dentro, mi permetto di fare altrettanto con il suo, che potrebbe essere sintetizzato in una formula: viva la mamma! :-)

    E aggiungo: se lei intravede del “femminismo manieristico” in me o altri lettori e lettrici, io vedo in lei un altrettanto manieristico “femminismo della differenza”, che santifica (banalizzo, eh, ma pure lei l’ha fatto) le donne in quanto “esclusivisticamente” madri.

    Prenda anche la mia come una “stupida provocazione”, naturalmente. E intanto si goda la sua paternità, senza mescolare troppo le carte del coinvolgimento personal/professionale, che le fanno perdere lucidità. :-)

  15. Giovanna,
    non so se sei ossessionata, certo uno dei tuoi temi ricorrenti è quello dell’immagine della donna in pubblicità. L’argomento è importante e i tuoi pensieri sono sempre stimolanti, per questo passo spesso a leggerti.

    E’ che non sempre vedo la pertinenza del tema “gender” rispetto alle campagne di volta in volta in questione. Ad esempio in questa specifica “Enel milioni di attimi” non riconosco “una campagna bastarda” e “donne ferme agli anni Sessanta”.

    Per questo ho chiesto un parere alle donne su twitter. La più tosta mi ha risposto che la campagna “e’discriminante per gli uomini, poverini, che come sempre traggono le più grandi gioie dallo sport”. Come dire che dare la vita non è proprio come fare le piroette in bici.

    Alla faccia dell’immaginario collettivo della donna anni Sessanta….

  16. Giovanna, io non sono una grande appassionata del tema “gender”, ma forse dipende dal fatto che traggo grande soddisfazione nello stirare i calzini e non mi sento affatto stereotipata per questo. :-) Il mio commento era piuttosto ironico…è che non si è mai contenti.

  17. @Sf ha scritto: “Ci si dimentica, per cominciare, la finalità branding (e lo spirito corporate) e il tema (e adv idea) della “energia” de-produttivizzata (chi non l’ha capito, pensa ancora alla “reclame” di prodotto quando questa è chiaramente e fin troppo banalmente una comunicazione istituzionalizzante, di corporate branding)”
    Il tema sarebbe l’energia deproduttivizzata inerentemente a un parto, un ciclocross o una laurea? Ha voglia di farmi sorridere vero? Perché il più fantasioso degli psicoanalisti non la passerebbe nemmeno a livello di associazione libera.

  18. Nello spot del parto è criticabile che manchi un riferimento alla professione della donna? SF suggerisce che no: “forse lo è [donna manager] anche la donna raccontata dallo spot.”
    In effetti, criticare un’omissione è rischioso, in fondo in qualsiasi spot si possono identificare centinaia di omissioni più o meno rilevanti. Ad esempio, è omesso ogni indizio anche riguardo alla professione del neo-padre. Sotto questo aspetto, nello spot del parto c’è parità.

    Resta vera però la constatazione di Giovanna Cosenza: 3 spot, 6 personaggi (contando anche la madre del laureato), 4 maschi e 2 donne: per 3 maschi su 4 si rappresenta il loro lavoro, per 2 donne su 2 no. Dato che solitamente è così, è ragionevole arruolare questi spot nella categoria in cui li arruola il post lievemente critico della titolare del blog.

  19. Io non mi sento offesa da questo spot. Il “volere di più” delle donne non è per forza sempre arrabbiato.
    Semplicemente, come mamma che lavora e che è tante cose (non solo mamma), mi annoio al vederlo. Mi sembra di 50 anni fa, tutto qua. E credo che ci sia molto di più, in una donna, del sudore del parto. Fra l’altro, possiamo anche cominciare a pensare che si possa partorire senza soffrire: santa epidurale nostra ci ha permesso (spesso) di poter dare alla luce dei figli senza dolore, quindi anche quell’immagine di lei tutta sudata e sofferente mi rende tutto un po’ retrò.

  20. Evidentemente non mi sono espresso bene. Anzi, mi devo essere espresso proprio male (saranno le ore di sonno mancanti dell’esser diventati genitore!), forse con “spocchia” e “superficialità”, e di sicuro il mio pensiero è stato mal interpretato (a forza di “contro-banalizzazioni” si finisce per il non capirsi tanto più in uno spazio, se non pubblico, almeno non-privato come questo).
    Poichè stimo molto la blogger e la comunità dei lettori, visto anche la dura (e, mi si consenta, aspra) “reazione” al mio intervento, mi sento in obbligo di provare ad esprimermi meglio (non sicuro di riuscirci, ma mi si riconosca l’impegno).
    Partiamo da quello non volevo fare: offendere, denigrare né tanto meno (ma neanche per scherzo) “santificare le donne in quanto esclusivamente madri” (assunto che trovo veramente osceno, per rimanere nell’eufemismo).
    Quello che volevo dire è semplicemente che non condivido la lettura del commercial e la valenza data (nella disamina dello spot, nella vita non so e non mi interessa) alla maternità (e al non percepito disancoraggio, per alcuni, dal discorso di prodotto. Ma questa è un’altra storia)
    Credo che la maternità (quella raccontata nello spot ma forse anche più in generale) sia un’esperienza magica e, di fatto, una realizzazione profonda, emotiva e umana, di almeno una parte delle donne (se lo fanno in modo libero, consapevole, intenzionale). In quanto tale, sagacemente rappresentabile in uno spot (istituzionalizzante) dedicato all’esperienzializzazione (partecipata). Ovviamente e, ribadisco, ovviamente questa non esaurisce le potenzialità dell’essere e del fare di una donna. Personalmente (ma sono uno che legge John Stuart Mill, uno dei pochi) lo troverei inaccettabile.
    Vivo e lavoro in un ambiente (uno dei pochi, purtroppo) ricco di donne (di cui molte manager, professionisti, insegnanti, etc. etc) e so molto bene (e tanto meglio di molti) cosa significhi saper “sinterizzare” una molteplicità di ruoli (alcuni assunti, altri imposti, altri voluti, altri casuali) nell’esser donna, la complessità di sfide, le ostilità etc. che si trovano ad affrontare (ma anche a vincere eh, e come pure!)
    Se la maternità non è tutto (e ci mancherebbe francamente), neanche non deve togliere e castrare. Dunque viva la mamma, sì (io non ce l’ho più da anni) in quanto donna (e non w la donna in quanto mamma).

    PS grazie per l’augurio.

  21. @ Ugo. Più che farla sorridere vorrei proporle quello che penso (poi se le vien da ridere faccia pure). Lasci da parte (nella vita anche, son soldi sprecati) le associazioni psicoanalitiche e (più facilmente) l’ancoraggio “figurativo”. Lo spot, anzi gli spot (di Enel ma pure tanti altri) vogliono narrare esperienze per produrre significato. Ecco qui il reparto di ginecologia e di ostetricia, il ciclocross et alia non ci interessano per quello che rappresentano ma come luoghi di investimento semantico e soprattutto “tensivo” della storia che viene raccontata.
    Molte comunicazioni istituzionali, lei sa bene, parlano di altro (anche di molto altro) di quel che fanno (pensi solo alle campagne di social responsability di molte multinazionali) con scopi comunicativi in genere ricononducibili alla valorizzazione d’immagine e al ruolo che l’Impresa vuole assumere per il consumatore. Attraverso l’esperienza raccontata da Enel quel che prende luogo (in modo emotivamente molto carico, ovviamente.. ma è uno spot, non un libro di linguistica) è la realizzazione di un percorso (di senso) con le sue difficoltà (sulle quali da Propp ad oggi si è scritto di tutto) e ricompense. Quel che conta è la messa in tensione, lo sviluppo e la promessa di “presenza” (istituzionalizzante) di Enel, non nel contesto (che vi sia la luce in sala parto francamente…) ma nell’esperienza (nel sentire).

  22. Oramai la divaricazione del senso nella pubblicità commerciale, tra il prodotto e la narrazione, è un fatto acquisito, irrimediabile e a mio avviso non vale neanche più tanto la pena farla oggetto di critiche.
    D’altronde in Italia vantiamo anche una nobile tradizione in questo senso: molti “pezzi” del Carosello erano costruiti proprio su questa struttura concettuale e narrativa, da una parte il “pezzo d’arte”, dall’altra lo spazio per il prodotto. Anzi, questo format era rigidamente imposto in senso normativo. Certo, oggi lo si fa per motivi diversi, però quel precedente intanto c’è stato.
    Secondo me bisognerebbe impegnarsi a fondo nella critica al grande male della comunicazione pubblicitaria, ovvero la tendenza alla riproduzione di stereotipi vecchi, noiosi, ormai marci e soprattutto dannosi.

  23. @SF
    Ma lei ci prende per babbei, lo ammetta. Rilegga queste frasi:
    “[...]Ecco qui il reparto di ginecologia e di ostetricia, il ciclocross et alia non ci interessano per quello che rappresentano ma come luoghi di investimento semantico e soprattutto “tensivo” della storia che viene raccontata. [...]Attraverso l’esperienza raccontata da Enel quel che prende luogo [...] è la realizzazione di un percorso (di senso) con le sue difficoltà [...] e ricompense. Quel che conta è la messa in tensione, lo sviluppo e la promessa di “presenza” (istituzionalizzante) di Enel, non nel contesto (che vi sia la luce in sala parto francamente…) ma nell’esperienza (nel sentire).”

    Luoghi di investimento semantico e tensivo? Percorsi di senso? Promessa di presenza di Enel? Capisco che la messa in tensione sia per lei quel che conta, ma nonostante si parli di energia elettrica qui non c’è alcun voltaggio. Anche volendo straparlare tirando fuori Propp a mo’ di legittimazione del niente, mi spieghi lei quale ruolo attanziale ricopra Enel.
    Su, facciamo i seri che non siamo alla fiera del vaniloquio e questa fraseologia da piazzista semiologico non persuade.

  24. Non possiedo più il facile romanticismo di un tempo. Questi spot non mi dicono nulla perché ci sono elementi che non mi quadrano:
    1. non condivido la bellezza del perdere un dente per imparare a saltare sulla bici
    2. il figlio si è chiaramente laureato in medicina, vista l’età dei due genitori
    3. se la madre pensa che il momento più difficile sia finito con il parto, farebbe meglio a consultarsi coi genitori della laurea

    Domanda seria: quanto avrà influito in questa campagna pro-enel-vicina-a-tutti-noi la controcampagna di Greenpeace “facciamo luce su Enel” (http://www.facciamolucesuenel.org/)? Siamo talmente coinvolti da questi piccoli sforzi quotidiani, piccoli e comuni, che potremmo quasi non credere alla grandezza delle accuse di Greenpeace.
    (ho forzato un po’ la mano?)

  25. Eheh…e poi il salto del ragazzo con la bmx…siam sicuri che stavolta vada bene l’atterraggio?

  26. è l’ennesimo flop di una pubblicità che si autocelebra e si autocita all’insegna di un nonsense ingiustificato in tempi come questi. In tempi di crisi e di profondi cambiamenti, che hanno letteralmente sconvolto la nostra società e il mercato, l’advertising si rifugia ancora in vacui seterotipi.
    Il vecchio dibattito se la pubblicità “does shape society or merely mirror social trends” oramai non ha più senso di esistere direi. Perché non è specchio di nulla se non delle vecchie narrazioni di pubblicitari rimasti ai tempi di Seguelà e non plasma nulla perché la gente si sente lontana anni luce da ed è insensibile rispetto a modelli superati e inadeguati. A parte poche eccezioni assistiamo impotenti a messaggi afoni. Anche la creatività in Italia soffre…. e molto.

  27. Ragazzi, siete uno spasso. Propp, eh? Le favole! Enel questi spot li firma, ci mette il suo nome. Sapete, quella cosa lì dell’enunciante, dell’enunciato e dell’enunciatario… e, dunque, perché viene a raccontarci di biciclette parti lauree sudori tensioni stati d’animo, perché si appropria di questi stati emotivi? Per parlare d’altro? Si parla d’altro per cambiare discorso, distogliere, e in qualche modo mentire.
    E io credo che, in buona e ampia compagnia, questi spot mentono, perché l’energia Enel non è così genuina -seppure nella finzione registica- come quella descritta (vedi la citazione di Greenpeace).
    In quanto al ruolo delle donne, beh, un filmato della manifestazione delle donne e degli uomini ma insieme solo persone, di “Se non ora quando?” qualche febbraio fa, con i gomitoli di lana che volavano nel cielo creando una ragnatela di legami fatta di fili multicolore, di collegamenti anche energetici fra i protagonisti -per una volta- forse sarebbe stato più rappresentativo e con un minimo di relazione.
    Sarà per il fatto che io sono nato settimino, da solo con mia madre, con il dottore che è arrivato due ore dopo, a cose fatte, che le sale parto delle cliniche private (sì, si vede, non è certo un ospedale pubblico) del filmato, con le macchine che fanno biiip (ricordate i Monty Python de Il senso della vita?) mi fanno ridere, poiché si è tecnicizzato uno dei pochi avvenimenti del tutto naturali rimasti. No, non sono stupido, quando è nata mia figlia, e ancor di più la mia nipotina, sarei stato moooolto preoccupato senza le macchine e l’assistenza medica, e però ho questa visone ambivalente, per cui il cuore è la nascita non quello che c’è intorno.
    Abbiamo un’amica che lavora all’Enel, ci ha raccontato di un luogo come tanti altri dove la differenza di genere influenza, e molto, le carriere, i ruoli, i compiti quotidiani.
    Gli spot sono conseguenti (o mentono di conseguenza).

  28. E’ la tipica pubblicità per lavarsi l’immagine, in questo caso dallo sporco del carbone che usano per produrre energia elettrica. Tutto il mondo tranne enel ha cambiato rotta verso le rinnovabili. Invece di spendere tutti questi soldi in inutili spot, li utilizzassero per investire nelle energie veramente “green”. E basta col carbone! E’ davvero assurdo che oltre il 40% della loro energia sia prodotta in questo modo!

  29. Tutte le situazioni descritte rimandano ad aspetti della vita reale, non esaustivi certo, ma comunque esistenti..il fatto è che sono edulcorati al massimo come del resto accade in ogni comunicazione commerciale la quale dovendo vendere un marchio per prima cosa, lo deve associare a qualcosa di “positivo”.
    ciò non toglie che un medico donna, un’archeologa ecc..potevano metterla

  30. Io banalmente mi chiedo se per caso la serie non sia affatto terminata qui, ma comprenda anche ulteriori soggetti non ancora visti in TV.
    Siamo sicuri che quella sia l’unica donna contemplata?
    (Per il resto, gli spot – ad eccezione di quello sulla laurea che non ho visto – mi piacciono proprio perché un senso ce lo vedo eccome. Ed ha a che fare con l’energia, per quanto ‘traslata’ da un contesto ad un altro).

  31. Personalmente non ho recepito la ratio della questione femminile. Mi ha colpito quella del padre del laureando che si è fatto un mazzo così, in un mondo ideale dove non esistono le Fornero ad esodarti. E dove nelle fabbriche c’è ancora qualcuno a lavorare…

    Ed il tutto per cosa? per promuovere un gestore di energia, mica un consumo consapevole della stessa!
    Si fosse visto un signore che lasciava la macchina in auto, spegneva il condizionatore e raccontava la fiaba ai nipotini, ci saremmo commossi ugualmente!
    Il tutto è un’opinione personale, ovviamente!!!

  32. ———————————————————————————————–
    farewell orwell | martedì, 26 giugno 2012 alle 10:33 pm |

    Eheh…e poi il salto del ragazzo con la bmx…siam sicuri che stavolta vada bene l’atterraggio?
    ———————————————————————————————–

    Conosco il ragazzo che fa il salto finale dell’ “attimo perfetto”. Non è per nulla lo stato dell’arte dell’ “attimo perfetto” in bmx, cercate “bmx x-games” su youtube… Per lui non è nulla di particolare quel tipo di salto a forza di farlo è un automatismo, mi ha detto che alle riprese lo ha ripetuto più volte solo perchè volevano diverse versioni di inquadratura, luci/ombre e altre robe da registi che non conosco…e l’atterraggio andava sempre bene :)

    Le pubblicità inventano dettagli scenici e romanzano sempre tutto: per esempio i telai non si saldano da soli li vendono già belli che fatti a prezzi competitivi e testati se te lo saldi da te finisci veramente con il dente rotto come nella pubblicità…

  33. beh certo… saldarsi da soli il telaio…roba da ingegneri, a certi livelli!

  34. Quella della laurea e’ la piu’ bella (ma il giudizio dipende da quale si avvicina di piu’ alla propria storia). Dietro ci sara’ la selezione di 3 tra 10 soggetti e avranno preso quei tre che permettevano di raggiungere (e avvicinarsi a) il maggior numero di persone.
    Non c’entra nulla il sessismo.
    Se si fosse laureata la figlia non avrebbe avuto lo stesso messaggio: si sarebbe perso il legame uomo-uomo del padre che vede nel figlio l’uomo che avrebbe voluto essere.

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