Pubblicitari che cambiano

Quest’anno, in occasione dell’8 marzo, due delle più importanti associazioni di pubblicitari professionisti italiani hanno voluto dare due importanti segnali di  cambiamento.

Mercoledì 7 marzo, alla Mediateca Santa Teresa di Milano, l’ADCI ha celebrato l’ingresso nella Hall of Fame – una sorta di pantheon della creatività e della comunicazione – di Philippe Daverio e Annamaria Testa, la seconda donna dopo Fernanda Pivano che vi sia mai entrata dal 1990, quando la Hall of Fame fu istituita. Due donne su circa 50 eletti sono pochissime (bicchiere mezzo vuoto), ma è buono che Annamaria ora sia lì (bicchiere mezzo pieno).

Ho avuto il piacere di partecipare alla cerimonia: breve, efficace, per niente retorica. Il tema del rispetto della dignità delle donne è stato affrontato da tutti i relatori: non solo dai due nominati, ma anche da Massimo Guastini, presidente dell’ADCI, e Till Neuburg, che moderava l’incontro. Notevole poi che alla cerimonia abbia partecipato anche lo Iap: nella persona del suo segretario Vincenzo Guggino, ha invitato l’ADCI a lavorare assieme per una pubblicità meno stereotipata, più creativa e rispettosa di tutti e in particolar modo delle donne. Non era mai capitato.

Ricordo fra l’altro che nella primavera dell’anno scorso l’ADCI aveva pubblicato un Manifesto deontologico, che andava nella stessa direzione: rileggilo, era davvero ben fatto. Insomma, grazie all’operosità del presidente Massimo Guastini e del Consiglio direttivo dell’ADCI, insediatisi un anno e mezzo fa, qualcosa si sta muovendo, anche se il lavoro per cambiare la pubblicità italiana è ancora lungo e faticoso.

Un secondo segnale viene da TP, l’associazione dei pubblicitari professionisti, che per l’8 marzo ha preparato e diffuso in rete questo manifesto (clic per ingrandire):

TP pubblicitari professionisti 8 marzo

Ci stanno davvero provando: questa è la notizia. Spero insistano. Spero riescano a convincere i loro associati ad andare oltre le dichiarazioni di principio. E spero riescano a contagiare anche i settori meno illuminati e culturalmente avanzati del mondo pubblicitario italiano. Noi come sempre vigileremo.

10 risposte a “Pubblicitari che cambiano

  1. non capisco perché sia colpa degli uomini se ci sono solo 2 donne su 50 hall of famer.
    allora inseriamoci mia madre: è casalinga, ma anche donna. la percentuale sale.
    scusa l’arroganza del commento, ma le quote rosa sono una delle idee più antipatiche che abbia mai sentito dire.
    il merito non ha sesso.

  2. Vero, Andrea. Il merito non ha sesso. Ha sesso, però, la quantità di tempo che oggi si può dedicare per meritarsi ed evidenziare (inter “pares”) il merito. Ha sesso la professione che oggi si può praticare in un contesto familiare in cui maschio e femmina, con le loro necessarie diversità di genere, vivono tempi asimmetrici. Ha sesso il dato per scontato, da alcuni sintetizzato nel leggero termine cliché, che esista un mondo delle donne e un mondo degli uomini, con dignità diversa.
    Non la faccio lunga: anche secondo me l’idea delle quote rosa non è un’idea del miglior mondo possibile. Giacché esiste proprio perché non siamo nel migliore dei mondi possibili, almeno lato donna. Dissento invece -anzi, come te “non capisco”- quando sostieni la ‘colpa degli uomini’, cioè dei maschi, se siamo al 2 su 50 pro maschio nella Hall of Fame: non sarà colpa degli uomini, ma di certo non delle donne. E, dato che maschi e donne, in un certo senso, fondano, in quanto complementari secondo il genere, un universo statisticamente chiuso, bé, credo che non in quell’universo insiemistico ed astratto, quanto nella storia e nel quotidiano vada posta la questione (che non è di “colpa”, semmai di “abito”, come abitudine) della percentuale rosa o blu, scegli tu. Nella storia: per imparare e capirne la genesi; nel quotidiano: per applicare e azionarne la comprensione; nel futuro: per agire con consapevolezza e con un’atteggiamento o un etica, bé, come dire… un po’ meno cliché! Cordialità e a presto.

  3. @Andrea
    Io la penso come te più o meno come te per quanto riguarda le quote rosa, anche se in realtà ci sarebbe dietro tutto un discorso piuttosto complesso che esula da questa mia risposta (e che mi fa essere invece a favore, in alcune realtà e con alcuni presupposti).
    In questo caso non è una questione di quote rosa: 2 su 50 è una percentuale talmente esigua che, se paragonata con la ben maggiore probabilità puramente statistica di presenza femminile in una hall of fame di figure creative, o dobbiamo accettare che si tratti di un singolare caso (certo bisogna ammettere anche questa possibilità) oppure è uno di quei casi che ci spinge a riflettere su tante cose che riguardano le mancate “quote rosa della mentalità”. Secoli e secoli di storia iper-maschilista ci hanno reso “geneticamente” ciechi di fronte a certe evidenze. Se ci si sta attenti le si nota ogni giorno e da tutte le parti…

  4. Cioè, mi stai dicendo che tutte le segnalazioni che faccio da tre anni allo Iap senza perdere quasi un colpo stanno dando i loro frutti? accidenti, quanto mi sento in gamba:-)

    Immagino sia anche inevitabile perché queste segnalazioni da un paio d’ anni vengono appunto concertate tra gruppi di conoscenti che si segnalano le pubblicità offensive e rendono più semplice anche la segnalazione. Immagino che quel paio di chili di e-mail di segnalazione e protesta al giorno che ricevono stiano diventando tutte insieme la classica goccia che scava la pietra.

  5. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  6. @Andrea: “il merito non ha sesso.”

    questo e’ un mito che persiste. Ci sono tante donne che sono piu’ brave degli uomini che vanno loro avanti. Vengono semplicemente ignorate. Per fare un esempio personale io produco tre volte il mio collega eppure quando entriamo in una stanza e’ lui che viene messo in cattedra e io vengo messa nella non invidiabile posizione di dover additare il fatto che “a dire il vero il lavoro l’ho fatto io” e cara grazia che ho imparato non solo a fare questo ma anche a disseminare il mio lavoro. Nonostante questo le offerte di progetti arrivano a lui, non a me.

    Le quote rosa sono li per contrastare questo bias indegno. Non per mettere per non premiare uomini veramente meritevoli.

  7. @mammamsterdam:il “paio di chili” di e-mail allo Iap, o di segnalazioni fatte usando il modulo nel loro sito, ammontano in realtà a una sessantina al mese, non corrispondondenti a sessanta réclame diverse. Lo so perché l’ho chiesto a loro, che hanno aggiunto che sono in aumento: Il maggior numero di segnalazioni basate sul sessimo è stato 180 nel 2011, mentre l’anno prima 103. Il gruppo FB di donne e uomini che ho fondato fa mail bombing, oltre a campagne come il PRAISE&SHAME, cioè Lode e Vergogna, indirizzando alternativamente elogio o condanna a ditte e a pubblicitari oltre che allo Iap. L’Associazione TP il 14 marzo patrocinerà un convegno sul tema a Castellammare di Stabia (NA). Sì, qualcosa si muove, e sono certa che se le 60 segnalazioni diventeranno il triplo accadrà quello che è avvenuto in Paesi come Inghilterra e Svezia, dove il movimento di opinione ha costretto le ditte ad eliminare gli spot offensivi della dignità della donna ( e di riflesso anche dell’uomo). Vi invito a dare uno sguardo al mio gruppo, che è
    http://www.facebook.com/home.php?sk=group#!/home.php?sk=group_139046259478883&ap=1

  8. @ Alessandra: personalmente sono favorevole alle quote rosa. Però secondo me le donne devono ANCHE rendersi conto che SPESSO restano indietro semplicemente perché gli uomini si autopromuovono di più, sono più determinati nel superare gli ostacoli, si scoraggiano di meno di fronte ai no (maiuscolo per enfasi).

    Ci sono professioni molto difficili e frustranti, come fare il venditore, in cui le donne per capacità di contatto umano e sociale potrebbero essere agevolate (e infatti le venditrici donne, quando ci sono, sono bravissime) ma che le donne fuggono come la peste, perché sono professioni TROPPO frustranti: un venditore bravo riceve almeno 3-5 NO per ogni vendita che riesce a concludere. E si può dire quel che si vuole, il settore delle vendite è molto meritocratico: con rare eccezioni, nella maggior parte delle aziende chi vende di più va più avanti di altri e guadagna di più.

  9. Andrea, mi chiedo dove vivi. Se il merito non ha sesso, non dovrebbe avercelo neppure il de-merito. E, invece, accade normalmente che fra due persone di pari merito si promuova quello di sesso maschile. Facendo così dell’appartenenza al genere femminile un demerito. Accade normalmente che si metta il maschietto nella condizione di emergere, perché non ha figli da accudire, non resta incinto, non deve uscire per correre a preparare la cena. Nel mondo del lavoro le donne lavorano di più e, se messe nella condizione di farlo, spesso lavorano meglio e rendono di più. È vero che, fra le donne, emergono più facilmente quelle che hanno un carattere più mascolino, più competitivo e spesso arrogante.
    Forse perché il lavoro al femminile è ancora una concessione maschile.
    Ho avuto una amministratrice delegata donna come mia diretta superiore e ne ho apprezzato qualità mai trovate altrove. Fra i miei studenti, le ragazze hanno una marcia in più, più volontà, maggiore coscienza di sé.
    Congratulazioni a Annamaria Testa che, come Fernanda Pivano, che ho avuto il piacere di conoscere tanti anni fa con Ettore Sottsass, appartiene a quelle donne (e ce ne sono molte altre senza riconoscimenti) che hanno dimostrato, semplicemente essendo sé stesse, di volare molto, molto in alto, lì dove molti maschietti (come me), seppure noti e talentuosi, non sono mai arrivati davvero.

  10. @tutti: a me sembra solo una guerra tra sessi.
    sarà mica l’ora di superarla, questa fase?

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